“L’interesse principale che il giudizio mira a tutelare non è quello privato all’eliminazione della sentenza ingiusta o invalida, ma è quello pubblico della esatta interpretazione della legge”



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GIULIANO SCARSELLI

NOTE SULLA CRISI DELLA CASSAZIONE (CIVILE) E SUI POSSIBILI RIMEDI *

Sommario: 1. Premessa. La crisi della Corte di cassazione tra nomofilachia e diritto al controllo di legalità. 2. Il ruolo della nomofilachia nelle legislazioni dell’Italia pre-unitaria fino al 1923. 3. Il ruolo della nomofilachia nella legge dell’ordinamento giudiziario del 1941 e nel codice di rito del 1940. 4. La nomofilachia nei lavori dell’Assemblea costituente. 5. La nomofilachia nella costituzione. 6. La nomofilachia nel vigente sistema processuale (ricordando Mortara). 7. Il diritto al controllo di legalità presso la Corte di cassazione e il sistema dei filtri di accesso. 8. La prevalenza del diritto al controllo di legalità rispetto alla funzione di nomofilachia e la necessità di una riforma che non contragga la domanda di giustizia ma al contrario potenzi l’offerta. Nostra proposta. 9. Un passo indietro: il dibattito sul ruolo e la struttura della Corte di cassazione dall’unità d’Italia all’Assemblea costituente. 10. Conclusioni: l’attualità della proposta di Candian, Redenti, Allorio, e la necessità di portare a compimento i propositi già fatti propri dall’Assemblea costituente.




Quandoque bonus dormitat Homerus


1. Desidero precisare subito i termini della questione, poiché è fuor dubbio che la crisi in cui versa la Corte di cassazione1 può esser vista in due modi: a) c’è chi la vede nell’impossibilità della Corte di svolgere la funzione di nomofilachia quale garanzia per l’uniforme interpretazione della legge su tutto il territorio nazionale, anche ai sensi dell’art. 3 Cost.; b) e c’è chi la vede nell’impossibilità dei cittadini di ottenere presso la suprema Corte un adeguato, e in tempi ragionevoli, controllo di legalità delle sentenze pronunciate in violazione di legge, anche ai sensi dell’art. 111 Cost.

Qualcuno potrebbe esser tentato dal desiderio di dare sintesi a questi due momenti, ed affermare che il contrasto in verità non esiste, in quanto una migliore nomofilachia è altresì funzionale al diritto delle parti di ottenere giustizia in cassazione.

Ma questo tentativo, legittimo, non ha invece alcuna possibilità di produrre risultati, poiché mentre una migliore nomofilachia presuppone una contrazione della domanda di giustizia, ovvero una riduzione del numero dei ricorsi, una migliore tutela di legalità presuppone invece una maggiore offerta di giustizia, e quindi una riorganizzazione dell’apparato.

Peraltro, se dall’impostazione teorica si passa all’analisi dei dati concreti, si vede come, salve sporadiche eccezioni, la dottrina che si è occupata di questo tema ha sempre visto il problema sotto il primo profilo, e si è così normalmente preoccupata più di assicurare alla Corte di cassazione una migliore funzione di nomofilachia che non alle parti una adeguato e tempestivo controllo di legalità avverso le sentenze pronunciate in violazione di legge2. Ed egualmente, tutte le riforme legislative avutesi degli ultimi venti anni, sempre salve sporadiche eccezioni3, si sono solo ingegnate nel ridurre il numero dei ricorsi e i diritti delle parti in cassazione4, e non anche a porre in essere strumenti per una migliore offerta di giustizia5.

Oggi, poi, la situazione ha assunto (a mio parere) una ulteriore particolare gravità poiché, dalla semplice constatazione che una cosa è la nomofilachia altra cosa il diritto delle parti al ricorso per cassazione, si è passati a ritenere che la funzione di nomofilachia debba assicurarsi proprio con una riduzione (e/o la cancellazione) del diritto delle parti al controllo di legalità in cassazione6.

Ne’ è prova non solo il nuovo art. 360 bis c.p.c. ma anche la posizione di autorevole dottrina, che ha addirittura proposto di abrogare l’art. 111 Cost. nella parte che qui interessa7, o quanto meno di leggere tale norma coordinatamente ad altri principi, e comunque in modo tale da assicurare che “il numero dei ricorsi sui quali la corte abbia a pronunciarsi nel merito sia tendenzialmente ridotto” affinché “la corte si pronunci solo quando la violazione di legge denunciata involga una questione di rilievo generale o sia stata risolta in contrasto con orientamenti costanti della corte”8.

Ora, poiché anche uno dei massimi studiosi dell’argomento non aveva mai pensato di realizzare la nomofilachia cancellando o riducendo il diritto delle parti al ricorso9, e le riforme immaginate in passato non erano comunque state tali da intaccare il rispetto del principio di cui all’art. 111 Cost.10, il problema a me pari oggi serio e rilevante, perché non investe problemi prettamente processuali, bensì costituzionali.

Ed anzi possiamo convenire, e di nuovo ribadire, che “ciò che è in crisi, infatti, non è soltanto la funzionalità dell’organo: è in discussione la sua identità, ossia il significato reale della funzione che la cassazione svolge al centro del sistema di amministrazione della giustizia”11.

Desidero, allora, dare il mio contributo, analizzando da una parte il tema della nomofilachia, e dall’altra quello del diritto dei singoli al controllo di legalità dei provvedimenti che incidono sui loro diritti, poiché ritengo evidente che l’identità, la funzione, e financo la struttura della nostra Corte di cassazione, come di una qualunque Corte suprema, dipenda proprio dal bilanciamento di questi due aspetti.

O meglio: ogni prospettiva (anche de iure condendo) non può prescindere, ma anzi si deve fondare, sul bilanciamento di questi due aspetti, che a sua volta dipende dal valore e dal peso che ad ognuno deve essere riconosciuto in base al nostro sistema costituzionale e processuale.


2. Intanto, con riguardo alla nomofilachia quale funzione di uniformare gli orientamenti giurisprudenziali, io credo si possa affermare che essa ha costituito solo elemento di contorno nella storia della cassazione, nonostante gli sforzi in senso contrario di Piero Calamandrei12.

Ricordo che il Tribunal de cassation viene istituito con decreto del 27 novembre 1790.

Esso, nell’idea primordiale dei rivoluzionari, ed in particolar modo di Robespierre, non deve essere un organo giudiziario ma un organo di controllo costituzionale, da porre al fianco del potere legislativo per sorvegliare, e se del caso sanzionare, gli organi giudiziari qualora questi si sottraggano all’osservanza della legge.

In questo quadro il Prieur afferma nella seduta dell’Assemblea dell’11 novembre 1790 che il Tribunal de cassation deve essere “une sentinelle établie pour maintien des lois13.

Il Tribunal de cassation mantiene però la struttura processuale che già si era formata presso i Conseil des parties, e quindi il Tribunale, salve rare eccezioni, provvede ad annullare le sentenze che contengono une contravention espresse au texte de la loi su istanza di un litigante, cosicché presto esso si trasforma da organo politico a servizio del potere legislativo ad organo giurisdizionale a servizio delle parti.

Con queste caratteristiche, che niente (direi) hanno a che vedere con la funzione di uniformare gli orientamenti della giurisprudenza, l’istituto della Corte di cassazione passa dalla Francia all’Italia14.

Fa una prima e breve apparizione nel periodo napoleonico, e viene poi recepita in forma più stabile e convinta nei sistemi giudiziari di molti stati italiani preunitari: nel Regno delle due Sicilie, che accoglie l’idea di una Corte di cassazione con le leggi processuali del 29 maggio 1817 e 26 marzo 181915; nel granducato di Toscana, che istituisce il Consiglio supremo di giustizia con il regolamento per i tribunali del 27 aprile 181416 e poi con il Motu proprio del 6 agosto 1838 lo trasforma in una vera e propria Corte di cassazione; nel Regno di Sardegna, che istituisce la Corte suprema di cassazione con il regio editto del 30 ottobre 184717.

Tutte queste Corti, ad istanza di parte, provvedono a controllare la legalità delle sentenze portate alla loro attenzione e ad annullare quelle pronunciate in violazione della legge.

Non v’è, in quel periodo, se non in modo del tutto indiretto e assai marginale, l’idea che la Corte suprema possa assolvere anche la funzione di evitare contrasti giurisprudenziali fornendo l’orientamento da seguire nel futuro per i casi dubbi18, tanto che un giurista quale Pisanelli afferma che l’istituzione della cassazione non è volta ad “impedire la difformità nell'applicazione del diritto”19, visto che “la cassazione italiana fu organizzata fino dall'origine in modo tale da escludere che potesse avere come scopo essenziale l'uniformità della giurisprudenza”20, e considerato altresì che v’è da evitare che con la cassazione si abbia “una bella massa di casi, in cui ciascuno, con un po’ di fatica di schiena e assai poco lavoro di testa, possa trovare il suo caso”21.

A seguito dell’unità d’Italia la cassazione viene recepita nella legge sull’ordinamento giudiziario r.d. 6 dicembre 1865 n. 2626, tanto nei processi civili quanto in quelli penali; e ciò avviene, però, si badi, con il mantenimento delle cassazione esistenti nel periodo anteriore all’unità, ovvero con le Corti di cassazione di Torino, Firenze, Napoli e Palermo, alle quali viene aggiunta dieci anni dopo, ovvero nel 1875, una nuova Corte di cassazione per la capitale.

Che alla cassazione del regno d’Italia non vengano in particolare affidate funzioni di nomofilachia è di nuovo confermato tanto dall’art. 73 dello Statuto albertino, per il quale “L’interpretazione delle leggi in modo per tutti obbligatorio spetta esclusivamente al potere legislativo”, quanto dalla stessa legge sull’ordinamento giudiziario, che non contiene alcuna disposizione analoga all’attuale art. 65 ma semplicemente all’art. 122, nel dare la funzione della Corte di cassazione, afferma che essa assicura la “esatta osservanza della legge”.

E d’altronde, anche a volere, la funzione di nomofilachia può essere svolta solo indirettamente e con grandi difficoltà in quel periodo per due semplici ragioni: a) perché le Corti sono una pluralità; b) e soprattutto perché le decisioni della Corte per il diritto processuale di allora non sono vincolanti nemmeno per il giudice del rinvio22, cosicché immaginare una funzione prevalente di uniformità degli orientamenti in un simile contesto appare veramente arduo.

Questa situazione, che vede operare in Italia ben cinque corti di cassazione, dura per il diritto civile lungo tempo, e precisamente fino al 1923, quando, con il r.d. 24 marzo 1923 n. 601, vengono soppresse, a favore della Corte di Cassazione di Roma, le Corti di Torino, Firenze, Napoli e Palermo.

Può dirsi che con la soppressione delle Corti regionali si arriva alla nomofilachia?

Chi vada a rileggersi gli scritti in argomento del periodo compreso tra il 1860 e l’inizio del nuovo secolo nota che le discussioni ruotano soprattutto sul dilemma “Corte di cassazione” oppure “tribunale di terza istanza”, ovvero hanno ad oggetto la scelta (una più francese, l’altra più legata alle tradizioni italiche) tra un organo giurisdizionale supremo che giudica solo del diritto con funzioni meramente rescindenti, oppure un organo giurisdizionale supremo che giudica in terza istanza nel merito, senza particolari limiti di cognizione23.

Certo, tra i fautori della cassazione non mancano voci, anche autorevoli, volti a rilevare come l’uniforme interpretazione delle leggi difficilmente si possa ottenere con ben cinque corti di cassazione nel Regno24 ma non mancano nemmeno voci, non meno autorevoli, per le quali “coloro i quali desiderano e sperano mediante l'istituzione di unica Corte di cassazione questo risultato (l’uniformazione della giurisprudenza), non debbono essere uomini che abbiamo molta pratica e famigliarità con gli affari giudiziari”25.

Ad ogni modo credo sia fuori da ogni possibile, seria, discussione, che il r.d. 24 marzo 1923 n. 601 non viene posto in essere, se non in minima parte e per ragioni di facciata, dall’esigenza di consentire una più uniforme interpretazione della legge, ma, tutto al contrario, per soddisfare i giochi di potere di allora, e per la preferenza della politica, per ragioni evidenti, di avere una unica Corte di cassazione, e di averla a Roma26. E dipende soprattutto dalla volontà politica di provvedere ad una maggiore gerarchizzazione del sistema giudiziario27 e di comprimere quella maggiore indipendenza della magistratura che la pluralità delle Corti aveva (nei limiti del possibile) fino a quel momento assicurato28.

E di ciò, credo, si trova conferma nella immediata riforma dell’ordinamento giudiziario, avvenuta con il r.d. 30 dicembre 1923 n. 2786, poiché questa, nell’assegnare all’unica Corte di cassazione di Roma la funzione nel nuovo sistema, adopera, con l’art. 61, la stessa, identica, espressione usata dalla legge sull’ordinamento giudiziario del 1865 n. 2626, ovvero che la cassazione ha la funzione “dell’esatta osservanza della legge” ma non anche quella della “uniformità della giurisprudenza”29.

E se con riferimento al r.d. 1865/2626 si può rilevare che la mancata individuazione della funzione della cassazione nella uniformità della giurisprudenza dipende dalla circostanza che in quel momento storico sono presenti nel paese quattro Corti di cassazione, lo stesso non si può dire con riferimento al r.d. 30 dicembre 1923 n. 2786, poiché in quel momento il sistema provvede proprio all’unificazione della Corte.

Anzi, il confronto tra il decreto sull’ordinamento giudiziario del 1865 rispetto a quello di riforma del 1923 prova l’esatto contrario, poiché la circostanza che, esattamente nel momento in cui si giunge alla Corte di cassazione unica tuttavia si mantiene l’individuazione della funzione della stessa sempre e solo nella “esatta osservanza della legge” senza niente aggiungere circa l’uniformità della giurisprudenza, prova che la cassazione unica risponde, appunto, ad una logica di potere e di accentramento, ma non anche ad una di nomofilachia, che il legislatore continua a non menzionare.


3. Ed infatti, la c.d. funzione di nomofilachia, a livello di norma positiva, emerge solo, per la prima volta, nel 1941, con la nuova legge sull’ordinamento giudiziario n. 12, non esistendo niente di simile, come abbiamo detto, ne’ presso le Corti dell’Italia pre-unitaria, ne’ nella legge di ordinamento giudiziario della nuova Italia unita (r.d. 2626/1865), ne’, ancora, nella legge di ordinamento giudiziario a seguito dell’unificazione della cassazione in Roma con la contestuale soppressione delle Corti regionali (r.d. 2786/1923).

E’ solo, infatti, con l’art. 65 del r.d. 30 gennaio 1941 n. 12 che per la prima volta, a norma di legge, si afferma che la Corte di cassazione “assicura l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale”.

Ora io credo non dovrebbe essere oggetto di dubbio che il passaggio dalla sola “osservanza della legge” degli anni 1865 e 1923, alla “uniforme interpretazione” e alla “unità del diritto oggettivo nazionale” del 1941, costituisca lo sviluppo e il risultato di quegli orientamenti politici e dottrinali pubblicisti manifestatisi per tutto il ventennio.

E credo non dovrebbe essere oggetto di dubbio che la dizione dell’art. 65 r.d. 12/41, sia tipica di quel periodo, e rispondente alla logica autoritaria e gerarchica propria del fascismo.

Del resto, mi sembra che la cosa sia stata riconosciuta anche da un autorevole componente della stessa Corte, il quale ha rilevato come l’art. 65 r.d. 12/41 sia norma figlia del suo tempo, e come la nomofiliachia in quell’originario significato sia difficilmente compatibile con il nuovo sistema costituzionale e repubblicano, poiché in un sistema caratterizzato “dal pluralismo..........il bene supremo della giustizia, non è........una staticità e uniformità di giurisprudenza....ma è, al contrario, una disponibilità ad intendere il nuovo e ad interpretare il pluralismo, e quindi ad un confronto continuo di posizioni”30.

Ma il problema, a mio parere, non è nemmeno questo.

Il problema è che la nomofilachia, fatta legge solo nel 1941, viene concepita dallo stesso regime fascista in modo molto più annacquato di come l’aveva disegnata Calamandrei nel suo celebre studio31, e di come la vorrebbero oggi taluni processualisti.

In particolare è noto che Calamandrei non solo teorizza la funzione di nomofilachia della Corte di cassazione e l’esigenza di unificare in Roma le corti esistenti, ma anche sostiene che per il raggiungimento di detto scopo la legge deve sottrarre alla Corte il sindacato sugli errores in procedendo32 e deve introdurre misure tali da fissare un giusto rapporto tra il numero dei ricorsi da decidere e le capacità della corte di provvedervi33, tanto che da altra parte Calamandrei arriva addirittura a scrivere che la Corte di cassazione “rende giustizia ai singoli soltanto nei limiti in cui ciò le possa servire per raggiungere il suo scopo di unificazione della giurisprudenza”34.

Ora, se solo si confrontano gli art. 65 r.d. 12/41 con gli artt. 360 e ss. c.p.c. varati appena un anno prima dal medesimo Governo (r.d. 28 ottobre 1940 n. 1443), si nota come nemmeno il fascismo adotta una tale concezione di nomofilachia.

Ed infatti, l’accesso in cassazione per la giustizia civile non trova limiti alcuno nella disciplina del codice di procedura, ne’ si introducono misure, limiti, o filtri alla possibilità delle parti di impugnare le sentenze di grado di appello (o in unico grado) al fine di favorire la “unità del diritto oggettivo nazionale”, ne’ ancora si pensa di escludere dal sindacato della corte gli errores in procedendo, che al contrario vengono ammessi con il n. 4 dell’art. 360 c.p.c.; e addirittura il codice del ‘40 amplia il campo di operatività della cassazione, prevedendo altresì il ricorso per “omessa insufficiente o contraddittoria motivazione”, ambito sconosciuto al vecchio testo dell’art. 517 n. 7 c.p.c. 1865, che si riferiva solo a contraddizioni del dispositivo35, con esclusione di ricorso sia per contraddittorietà tra motivi e dispositivo36, sia per contraddittorietà tra motivi37.

Si tratta, pertanto, di una nomofilachia che non pregiudica il diritto delle parti al controllo di legalità dei provvedimenti che incidono sui loro diritti, e che non limita ne’ condiziona l’accesso alla suprema Corte.

4. Dopo la caduta del fascismo il tema della cassazione viene affrontato in Assemblea costituente, e qui desidero ricordare due episodi avvenuti presso la seconda sottocommissione, nella seduta del 20 dicembre 1946, uno che ha per protagonista (ancora) Piero Calamandrei, l’altro Giovanni Leone.

a) Calamandrei, infatti, prova ad inserire il principio di nomofilachia in Costituzione.

Presenta un progetto che all’art. 12, 2° comma recita che: “al vertice dell’ordinamento giudiziario, unica per tutto lo Stato, siede in...............la Corte di cassazione, istituita per mantenere l’unità del diritto nazionale attraverso la uniformità dell’interpretazione giurisprudenziale e per regolare le competenze fra i giudizi”38.

Tal progetto, volto a mettere insieme funzione di nomofilachia e unicità della cassazione, trova però l’opposizione di Targetti, il quale (così espressamente dai verbali) “dichiara di avere personalmente molti dubbi circa la necessità assoluta, invariabile attraverso il tempo dell’unicità della cassazione. Anzi se fossi costretto a prendere oggi una decisione impegnativa anche per l’avvenire, forse preponderebbe per le Corti regionali”39.

Alla posizione di Targetti aderisce, con talune precisazioni, Bozzi, e poi, Ambrosini, Di Giovanni e Castiglia40.

Calamandrei viene messo in minoranza, ed il progetto di costituzionalizzare il principio di nomofiliachia e di unicità della Corte di cassazione non ha seguito, tanto che lo stesso Calamandrei, dopo anche il successivo intervento di Targetti nella seduta pomeridiana del 20 dicembre 194641, “dichiara di aderire alla proposta di Targetti e di ritirare il capoverso in esame”42.

b) Parallelamente Giovanni Leone presenta un progetto ove però, con l’art. 17, si statuisce semplicemente che “in ogni causa devono essere osservati tre gradi di giurisdizione”43.

E’ evidente che tale progetto, contrariamente a quello di Calamandrei, non ha come scopo quello di costituzionalizzare il principio di nomofilachia, ma solo quello di assicurare ai cittadini il terzo grado di giudizio, inteso come controllo di legalità nell’applicazione della legge.

Su tale progetto prendono la parola altri componenti, quali Ambrosini e Di Giovanni, i quali manifestano perplessità non tanto relativamente al principio, quanto alla opportunità di inserirlo in costituzione piuttosto che nei codici di procedura44.

Leone insiste, asserendo che “è proprio attraverso le norme di procedura che viene più facilmente elusa la garanzia del cittadino al ricorso. Ritiene perciò che sarebbe opportuna una formula che impedisse di privare il cittadino del secondo grado di giurisdizione”45.

Anche il Presidente Conti “è d’avviso che tale formula potrebbe essere inserita fra i principi generali”46.

Ma a questo punto, di nuovo, interviene Calamandrei, per dichiarare “di essere contrario a che si parli nella Costituzione di un terzo grado di giurisdizione, perché la cassazione non è un grado”47.

Si arriva, così, all’approvazione di un testo diverso, che tuttavia non manca di assicurare il ricorso per cassazione avverso decisioni di merito errate.

Il testo approvato recita: “Contro le sentenze pronunciate in ultimo grado da qualsiasi organo giudiziario ordinario o speciale è sempre ammesso il ricorso alla Corte di Cassazione”48, e va a formare l’art. 102 del progetto di costituzione presentato all’Assemblea costituente il 31 gennaio 194749.

In assemblea costituente, dunque, giunge il progetto di Leone, e non quello di Calamandrei, e poiché l’idea di accogliere il principio secondo il quale è generalmente riconosciuto a tutti il diritto di accedere alla Corte di cassazione per il controllo di legalità dei provvedimenti che incidono su diritti non trova contrasto alcuno50, il testo provvisorio, senza sostanziali modificazioni, viene approvato anche dall’Assemblea, e va a formare l’odierno art. 111 Cost., penultimo comma51.
5. Io credo che (anche solo) questa vicenda chiarisca non tanto che la costituzione non vuole limiti di accesso dinanzi alla Corte di cassazione, quanto che la costituzione non ha accolto, nemmeno indirettamente, il principio di nomofilachia52.

Ed infatti, se si devono rilevare le funzioni della Corte di cassazione dalla carta costituzionale, si deve dire che essa: a) assicura il controllo di legalità delle sentenze e dei provvedimenti sulla libertà personale (art. 111, 7° comma cost.); b) ed assicura il corretto riparto della giurisdizione tra giudice ordinario e giudici speciali (art. 111, 8° comma Cost.)53.

La costituzione, invece, non menziona mai la funzione di nomofilachia, ne’ usando questa parola, ne’ facendo riferimento ai concetti che normalmente si riconducono alla nomofilachia.

E se la nomofilachia non emerge dall’art. 111 Cost., direi che nemmeno si può rilevare da altre norme della nostra costituzione: aa) non dall’art. 24, che anzi, assicurando l’inviolabilità del diritto di azione, se del caso afferma in via generale anche l’inviolabilità dell’azione rappresentata dal ricorso per cassazione, così rafforzando il principio di cui all’art. 111 Cost., e così di nuovo consacrando il diritto di tutti al controllo di legalità dinanzi alla suprema Corte. bb) Non dagli artt. 101, 2° comma e 104, che anzi, assoggettando ogni giudice solo alla legge, e sancendo l’indipendenza, anche interna, della magistratura, certamente non valorizzano una funzione oggettiva di indirizzo giurisprudenziale, se non, appunto, nei limiti in cui essa serve a garantire il controllo di legalità delle sentenze secondo il principio già fissato nell’art. 111, 7° comma Cost. cc) Non, ancora, dall’art. 3, relativamente al principio di eguaglianza, poiché il trattamento paritario dei cittadini pretende non tanto che in astratto sia consentito alla cassazione di fissare la corretta interpretazione della legge, quanto che in concreto sia consentito a tutti la cassazione dei provvedimenti assunti in violazione di legge, poiché anzi niente sarebbe più in contrasto con l’art. 3 Cost. quanto la circostanza che, di fronte ad una medesima violazione di legge, solo in alcuni casi, e non in altri, si consentisse la cassazione dei provvedimenti ingiusti. dd) Non infine, e se si vuole, dall’art. 2 Cost., che anzi, ponendo alla base dell’intero sistema “l’uomo” e non “l’istituzione”, induce ad una lettura della cassazione sotto il profilo del cittadino che chiede il controllo di legalità circa l’applicazione di un suo diritto soggettivo, e non sotto il profilo della Corte che deve fissare l’uniforme interpretazione della legge.

Ed inoltre non è errato affermare che la costituzione sconfessa l’art. 65 r.d. 12/1941 anche nella parte in cui qualifica la Corte di cassazione quale giudice “supremo”, poiché essa, infatti, non solo istituisce la Corte costituzionale per giudicare della costituzionalità delle leggi54, ma anche limita il controllo delle decisioni del Consiglio di stato e della Corte dei conti al solo profilo della giurisdizione, cosicché, nell’ambito delle loro materie, la funzione di uniformità della giurisprudenza viene affidata non alla Corte di cassazione, bensì proprio al Consiglio di Stato55 e alla Corte dei conti56.

Se oggi a queste Corti si aggiunge anche, sotto il profilo che qui interessa, la Corte di giustizia europea57, si comprende bene quanto sia difficile immaginare la funzione di nomofilachia della Corte di cassazione quale valore primo in base (alla storia e) alla carta costituzionale.


6. Ora, in un contesto di questo genere, dovendo, appunto, come detto in premessa, dare un peso ad opposti valori, io non comprendo proprio come si possa ritenere che la “nomofilachia” valga più del “diritto al controllo di legalità”, come si possa ritenere che l’art. 65 r.d. 12/41 valga più dell’art. 111 Cost., o, ancora, come si possa ritenere che il problema attuale sia quello che la Corte di cassazione non riesce a fare nomofilachia, e non quello che i cittadini non riescono ad ottenere adeguato controllo di legalità presso la Corte, e in tempi ragionevoli.

Nel rapporto tra nomofilachia e diritto al ricorso, valore prevalente è il diritto al ricorso58.

Ed egualmente, funzione prevalente della Corte di cassazione è giudicare sui ricorsi, non uniformare gli orientamenti giurisprudenziali.

Di ciò si trova conferma non soltanto nella storia e nella costituzione, ma anche nel sistema processuale,e fin dai tempi più remoti.

Anche Mortara, che era giudice e non avvocato, e che voleva una sola cassazione in Roma e non una pluralità di Corti, affermava tuttavia in modo chiaro che “Non è lecito considerare il ricorso per cassazione come un mezzo di difesa del puro diritto obiettivo, dal quale il diritto subbiettivo, quasi per riverbero e in via di conseguenza secondaria, ottenga tutela.”; poiché, anzi, “La corte di cassazione non è istituita per la difesa astratta del diritto obiettivo, ma per mezzo di tale difesa tende a reintegrare il diritto subbiettivo dei litiganti, al pari di ogni altro organo della funzione giurisdizionale; giudica, cioè, de iure litigatoris et de iure costitutionis; e prima di quello che di questo, poiché il reclamo del cittadino che reputa leso il proprio diritto dalla sentenza del giudice inferiore è la causa normale che provoca l’esercizio della sua giurisdizione” 59.

Ed infatti è ovvio che quando una Corte è posta al vertice dei mezzi di impugnazione, inevitabilmente svolge (anche) una funzione di guida ed indirizzo dei giudici dei gradi inferiori, e quindi inevitabilmente svolge una funzione che possiamo ricondurre alla nomofilachia.

E tuttavia l’esercizio di questa funzione si realizza in modo indiretto, ovvero con l’esercizio della funzione principale, che è quella di decidere le sorti di una impugnazione fatta valere a tutela di uno o più diritti soggettivi60.

Nel nostro sistema, dall’Italia pre-unitaria ad oggi, l’esercizio della nomofilachia si è sempre realizzata in questo modo, su istanza di parte, e al fine di decidere sull’impugnazione di una sentenza.

Ed è questo, d’altronde, l’intero tessuto della disciplina positiva del giudizio di cassazione.

Il giudizio è infatti attivato da una parte privata, ed è finalizzato a rimuovere una sentenza che incide su diritti soggettivi; le parti si assumono i costi del giudizio e il rischio della soccombenza, e vi possono anche rinunciare per transazione così come prevede l’art. 390 c.p.c.; il processo è a parti contrapposte e con un contraddittorio affatto diverso rispetto a quello che si sviluppa dinanzi ai giudici di merito; soprattutto, la decisione che la Corte di cassazione assume non è un parere ma è una sentenza, che ne cassa o ne conferma un’altra, incidendo sui diritti sostanziali dei litiganti.

In un quadro di questo genere può solo convenirsi che la funzione primaria della Corte sta proprio nel decidere le sorti della parte che propone il ricorso, e non in quello di fare nomofilachia.

Se la funzione primaria, o addirittura esclusiva, della Corte di cassazione fosse quella di fare nomofilachia, allora, per coerenza, l’iniziativa processuale dovrebbe essere lasciata in mano alla sola Procura generale; in un simile processo il concetto di soccombenza non dovrebbe ne’ potrebbe esistere; nessun privato ne dovrebbe sopportare in proprio i costi, e anche il sistema della lite, del contraddittorio, delle parti contrapposte, non avrebbe senso in un processo che è finalizzato solo a dare, per il futuro, il corretto indirizzo giurisprudenziale su una o più norme di dubbia interpretazione senza incidere sulle situazioni di diritto oggetto del caso in discussione.

Quando lo Stato, come è sempre avvenuto fin dai tempi del Conseil des parties, decide di avvalersi dei privati per il funzionamento della cassazione, non può poi più sostenere che la funzione prima di quel giudizio è la nomofilachia.

Se lo vuole sostenere, deve coerentemente assumersi anche l’iniziativa del giudizio; e ciò infatti avviene nei casi di cui all’art. 363 c.p.c., gli unici procedimenti ove si possa effettivamente asserire che la funzione prima ed unica del giudizio è la nomofilachia; ma si tratta, come si comprende, di casi speciali, e soprattutto rarissimi61.

In tutti gli altri casi, la funzione prima della Corte è solo quella di decidere i ricorsi.

Con questo, si badi, non si intende negare ogni valore alla nomofilachia; si intende solo ribadire che essa va sottoordinata al diritto al controllo di legalità in un processo che è rimesso all’iniziativa delle parti.


7. Si dirà che all’estero costituisce la regola porre limiti o condizioni all’accesso delle Corti supreme.

Ad esempio, nel Regno unito il ricorso alla House of Lords è subordinato al leave to appeal, ovvero ad una autorizzazione preventiva, la quale deve essere concessa dal giudice a quo o, in caso di rigetto, dalla stesso giudice supremo62; parimenti in Germania il ricorso per revision è ammesso in materia civile soltanto se il giudice d’appello nella stessa sentenza impugnata, oppure la Corte suprema, su reclamo in caso di diniego del primo, hanno dichiarato ammissibile l’impugnazione; anche in Spagna il ricorso al Tribunale supremo è ammesso solo quando ha ad oggetto la tutela di diritti fondamentali, o quando vi è un interés casacional; e perfino in Francia v’è una procedura semplificata per dichiarare inammissibili i ricorsi che siano prima facie inammissibili o non fondati su seri motivi63.

Così, anche in Italia, si è pensato di introdurre dei filtri finalizzati a riequilibrare il rapporto tra il numero dei ricorsi e la possibilità della Corte di cassazione di deciderli in modo e tempi adeguati64.

E questo tentativo è stato fatto dapprima con una versione di progetto dell’art. 360 bis c.p.c., e successivamente, vista la netta avversione a tal testo dell’avvocatura, di gran parte della dottrina, e perfino del CSM, con l’attuale testo della medesima norma di legge65.

Dall’analisi delle varie condizioni di accesso alle Corti supreme emergono a mio avviso due diversi tipi di filtro: a) v’è un filtro, infatti, che ha la sola funzione di scartare in via breve, e con cognizione prima facie, i ricorsi palesemente infondati o inammissibili, oppure aventi ad oggetto motivi privi di serietà e consistenza; b) e v’è, al contrario, un filtro che consente discrezionalmente alla Corte di stabilire quali ricorsi decidere e quali, viceversa, non prendere in considerazione, subordinando (normalmente) l’accesso degli stessi alla sussistenza di un interesse generale della questione controversa.

Il primo filtro, così, non contrae alle parti il diritto di accesso alla Corte, perché con esso la fase preliminare di analisi del ricorso verte sulla sola infondatezza o meno della domanda, e non incide sull’analisi del ricorso, ma solo sulle modalità della sua decisione66; l’altro filtro, tutto al contrario, consente invece che si possa scartare anche un ricorso fondato, se questo non è di interesse della Corte (rectius: se la Corte non lo ritiene di interesse generale), e quindi contrae, e fors’anche cancella, il diritto di accesso alla Corte.

Ora, di nuovo, credo non dovrebbe essere oggetto di dubbio che nel nostro sistema storico-istituzionale-costituzionale gli unici filtri ammissibili sono quelli del primo tipo, e non del secondo, poiché quelli del secondo tipo trasformano il “diritto” al ricorso a “mero interesse”, e quindi si pongono in contrasto con l’art. 111 Cost., che non ammette affatto che un ricorso fondato possa non trovare accesso presso la Corte perché carente di interesse generale67.

Per introdurre un filtro del genere, credo indiscutibilmente, è necessaria una riforma costituzionale, e non certo una che operi sul solo codice di rito.

Nel sistema costituzionale vigente si possono introdurre dei filtri (anche con cognizione breve e/o di camera di consiglio) solo se questi sono finalizzati ad evitare l’intero giudizio di cassazione a ricorsi palesemente infondati, inammissibili, o anche solo defatigatori. Essi non contrastano con l’art. 111 della costituzione, perché riconoscere il diritto di accesso alla Corte non significa tollerarne gli abusi68.

Ma, al contrario, il nostro vigente sistema costituzionale non ammette l’introduzione di filtri che abbiano come scopo proprio quello di limitare, o condizionare a ragioni di interesse generale, il diritto dei cittadini al controllo di legalità.

Di più: l’intero nuovo art. 360 bis c.p.c. va letto in questa ottica, cosicché anche l’esegesi di esso, volta a fissare i possibili (nuovi) casi di inammissibilità del ricorso, deve essere fatta in modo da non far scadere il diritto delle parti al ricorso a mero interesse, pena altrimenti la incostituzionalità della nuova norma (e/o della sua interpretazione)69.
8. Ora, se le cose stanno nei termini sopra indicati, ha ragione Taruffo quando afferma che “Il problema della Corte di cassazione non si colloca al livello delle piccole riforme, degli interventi parziali e degli aggiustamenti di dettaglio”, poiché, tutto al contrario, è “indispensabile una grande riforma”70.

E questa “grande riforma”, non può che procedere in una sola direzione all’interno di quella contrapposizione di valori che abbiamo posto fin dall’inizio, poiché: a) o in nome della nomofilachia si provvede all’abrogazione dell’art. 111, 7° comma, e dopo di che si introducono nel sistema tutti i filtri che si vogliono; b) o in nome del diritto al controllo di legalità dei provvedimenti si provvede a rafforzare l’apparato della Corte di cassazione.






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