L’intervista biografica in psicologia sociale



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02.06.2018
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Piero Paolicchi


L’intervista biografica in psicologia sociale
L'uso delle storie di vita è presente in psicologia praticamente fin dalle sue origini. Le linee dominanti nella teoria e nella pratica della disciplina stessa hanno tuttavia relegato gli aspetti individuali della condotta e la loro ricostruzione in un quadro biografico al settore della psicologia clinica, e ne hanno impedito a lungo, anche in questo, un impiego non meramente strumentale verso spiegazioni di tipo deterministico. L'interesse per le storie, e le storie di vita in particolare, è così rimasto affidato in un primo momento alla genialità di alcuni ricercatori isolati, come James, Murray, Allport, volti a comprendere le vicende della soggettività nel corso della vita individuale, e poi sovrastato dalla convinzione che anche nel campo delle scienze umane l'obiettivo principale della conoscenza fosse la formulazione di leggi generali, validate in base alla loro capacità di previsione e di controllo su fenomeni riproducibili in laboratorio. Anche gli aspetti diacronici della realtà umana sono stati organizzati in schemi derivati dalle scienze naturali, e quindi studiati come processi relativi alla trasformazione di strutture, in sequenze comunque regolate da ‘leggi’ e da meccanismi di combinazione e ricombinazione di elementi non diversi da quelli del mondo fisico.

Il ritorno dell'attenzione sulle storie come oggetto di indagine e come modello interpretativo della condotta individuale in tempi recenti è il frutto non di un'acquisizione di carattere metodologico interna a un percorso di ricerca coerente con i presupposti su cui la disciplina si è sviluppata, ma di un generale mutamento, ancora controverso, di ordine epistemologico, sui fondamenti della conoscenza psicologica stessa, sul suo proprio oggetto, e sul metodo che lo costruisce. L'impiego sistematico delle storie di vita o di forme analoghe, come l'intervista biografica, l'analisi del contenuto di testi e produzioni verbali in genere, è la conseguenza di un mutamento dell'oggetto stesso di interesse, identificato nelle azioni e nei processi di produzione e scambio di significati entro cui esse sono conoscibili; qualcosa su cui la categoria della causalità e tutto l'apparato delle scienze naturali non risultano applicabili, e che richiede invece un approccio di tipo ermeneutico.

L'uso delle storie di vita si inserisce dunque in quella che Bruner (1990) definisce la “rivoluzione contestuale”. La nuova prospettiva che ne scaturisce può essere considerata il risultato di un insieme di spostamenti paralleli dell'attenzione: dal comportamento all'azione, che diventa l'unità minima analizzabile in quanto dotata di significato; dalle strutture ai processi, in quanto l'azione si sviluppa nel tempo, non è pensabile come dotata di una struttura fissa; dalle cause alle ragioni perché sono queste e non le prime a determinarla; dal mondo della natura e degli eventi a quello dei fatti, delle vicende a cui le azioni delle persone danno vita.

La prospettiva della contestualizzazione, che produce interpretazioni di tipo olistico, dal tutto alle parti, e di tipo dialettico, nel senso che le connessioni istituite tra elementi non sono mai assolute, né fisse, né di tipo lineare come quelle causali, lascia aperto tuttavia un secondo e non meno fondamentale problema, quello della scelta del contesto in cui operare l'analisi e in base a cui ‘interpretare’, spiegare. In relazione a questo, la prospettiva narrativa, e al suo interno quella biografica, assumono un loro posto ben distinto e appaiono particolarmente adatte per un impiego in relazione a fenomeni connessi con le vicende concrete di vita degli individui. Ciò risulta evidente in relazione ad altre due scelte alternative, pur interne a una prospettiva ermeneutica, come quelle dell'analisi conversazionale da un lato e dell'etnometodologia e del metodo etogenico dall'altro. In ambedue i casi, anche se con una scelta opposta per quanto concerne il piano della contestualizzazione (verso quello della negoziazione immediata dei significati o verso il più ampio contesto delle ‘regole’ di interazione sociale), si tende a vincolare l'interlocutore ai processi comunicativi e alle regole, ponendo in ombra la sua presenza come ‘soggetto’ parlante ed agente.

L'approccio narrativo, cui quello biografico si connette direttamente nelle sue versioni attuali in psicologia sociale, è caratterizzato invece dalla sua apertura verso la tensione dialettica in atto nel narrare tra dimensione individuale e sociale, tra produzione di significati attraverso la capacità creativa simbolica della mente individuale e condivisione, tra la peculiare struttura e il senso della singola storia come espressione di un “punto di vista” soggettivo sul mondo e la sua collocazione in un più ampio contesto narrativo e culturale da cui essa deriva il suo significato “oggettivo” (intersoggettivamente condiviso). Anche per lo stretto legame tra la riflessione sul pensiero narrativo in psicologia e l'analisi letteraria (Iser, 1978) e l'interpretazione narrativa della storia (White, 1981), tale approccio mantiene in primo piano la narrazione come atto individuale, produzione di un soggetto che si esprime in essa. Si tratta però di un soggetto non più astratto o ‘sepolto nel pensiero’, ma storicamente situato e dialetticamente interconnesso con la società e la cultura, in quanto “agente-mediante-strumenti-culturali”, per usare una nota definizione di Vigotsky.

Narrare qualcosa è sempre insieme “dire la propria storia e costruire la realtà” (Ghiglione, 1988). La duplice funzione, espressiva e comunicativa, delle narrazioni come del linguaggio in generale, assegna loro un posto privilegiato sia per la conoscenza del soggetto in quanto tale, sia per la condivisione possibile di una versione del mondo tra i partecipanti allo scambio narrativo. Nel pensiero narrativo e nelle narrazioni si identificano insomma la produzione e lo scambio di significati che sostanziano l'attività umana nella sua dimensione specifica, come attività simbolica, come produzione e condivisione di conoscenze inscindibili dallo strumento che le rende possibili, l'interpretazione e la negoziazione a livello intersoggettivo, unico adeguato anche per una loro analisi ‘scientifica’.

Il riconoscimento di una autonoma utilità dei resoconti prodotti mediante il linguaggio comune e il comune patrimonio culturale su cui essi si fondano, da parte sia degli autori che dei ricercatori, si fonda anche su un cambiamento di prospettiva sul problema della validità e validazione nelle scienze sociali. In queste, dall'assoluto dominio del modello sperimentale, si è passati a una concezione più vicina all'idea che la validazione dei risultati di una ricerca sia sempre connessa al fatto che una comunità di scienziati giudica i risultati abbastanza affidabili da fondare su di essi il successivo lavoro, giungendo a tali conclusioni con un percorso di negoziazione in cui svolge una parte ineliminabile l'interpretazione, esclusa invece dal modello sperimentale. "Come l'uso e la comprensione del linguaggio presuppongono una comunità linguistica, la comprensione di un'azione presuppone una comunità di istituzioni, abitudini, tecnologie, in cui si è introdotti con l'apprendimento e l'educazione; la si potrebbe chiamare una comunità di vita. Non possiamo comprendere, o spiegare teleologicamente, un comportamento che ci è completamente estraneo" (von Wright, 1971). In tale prospettiva, le conclusioni circa la validità di una ricerca non sono più affidate esclusivamente al rigore di procedure definite una volta per tutte né ad algoritmi formali generali e astratti; il problema della validazione viene impostato sempre meno come corrispondenza a modelli esterni al percorso della ricerca stessa e sempre più in termini di rispondenza allo scopo ultimo della ‘spiegazione e comprensione’. La validità è sempre “soggettiva piuttosto che oggettiva: ciò che conta è la plausibilità della conclusione. E la plausibilità, per capovolgere un cliché, ha sede nell'orecchio di chi ascolta” (Cronbach,1982).



Come tecnica di ricerca, l’intervista biografica per certi aspetti è un tipo di resoconto, e il suo uso è soggetto a tutte le questioni relative ai resoconti: descrizione della situazione in cui sono raccolti, individuazione dei soggetti tipici, scelta degli informatori, modo di raccolta (ambiente, condizioni di controllo, rapporti di ruolo intervistatore-intervistato, forme di negoziazione, stesura dei protocolli, stesura del resoconto del ricercatore. E allo stesso modo è soggetto a tutte quelle relative alle procedure di trattamento dei dati: scelta delle unità di analisi, categorizzazione, eventuale trattamento statistico, interpretazione in uno schema esplicativo complessivo o teoria.

Tra gli aspetti caratterizzanti dello strumento va indicata in primo luogo la sua specifica destinazione d’uso nell’ambito della psicologia sociale, anche se alle origini lo si è usato prevalentemente nel campo della psicologia clinica e della personologia. Si tratta cioè di una tecnica coerente con il tentativo di comprensione della esperienza e della condotta come indissociabile intreccio tra “soggetti intenzionali e mondi intenzionali” (Shweder, 1990), in cui i significati si costituiscono e a loro volta strutturano l'agire umano. Una psicologia che dovrà “essere basata non solo su ciò che la gente fa, ma su ciò che dice di fare e su ciò che dice essere la causa di ciò che fa. […] di ciò che la gente dice a proposito di azioni compiute da altri, e delle relative motivazioni. E soprattutto […] di come gli individui dicono che è il loro mondo” (Bruner, 1990).

Centrale e decisivo per la qualificazione dello strumento è peraltro il fatto che esso per definizione rinvia a un contesto interpretativo costituito da una storia di vita come macro-unità, e quindi alla scelta coerente delle micro-unità che lo compongono (episodi, temi, motivi, personaggi), e degli aspetti strutturali che la qualificano in relazione al nucleo della persona come centro organizzatore dell’esperienza di un soggetto e delle descrizioni e spiegazioni che ne formula il ricercatore. Il metodo si fonda in sostanza sull’ipotesi di una continuità strutturale tra azione, resoconto dell'attore e intellegibilità da parte di un osservatore: “E' perché noi tutti viviamo delle narrazioni e intendiamo la nostra vita in base alle narrazioni che viviamo, che la forma della narrazione è adatta per comprendere (McIntyre, 1981). L’applicazione di una prospettiva narrativa alla tecnica dell’intervista si fonda sull’ipotesi di universalità del “phenomenon of emplotment” (Sarbin 1990) come capacità di “attribuire significato” ad eventi “arricchendo di osservazioni una struttura narrativa”

Più che all’ambito di fenomeni indagati, tale carattere dell’intervista narrativa va riferito al ruolo dell’intervistato, che è tipicamente quello di un “informatore competente”, richiesto di parlare della sua vita o di certi aspetti di essa sulla base di presupposti della authorship e della partnership nei confronti del ricercatore in relazione agli scopi della ricerca. Ciò non significa ovviamente che all’intervistato venga attribuita la “trasparenza” di sé e del mondo che in altri approcci è assegnata al ricercatore e ai suoi strumenti di “oggettivazione”. Il presupposto accettato è quello di una strutturazione dell’azione su un piano di riferimento esplicito che è quello del controllo consapevole da parte dell’attore in rapporto con la situazione di interazione diretta, e su due altri piani ad paralleli e interconnessi, che si possono definire dell’inconscio personale e dell’inconscio sociale, verso i quali la narrazione, e la sua negoziazione interpretativa, costituiscono un tramite privilegiato.

La bussola che guida il ricercatore lungo il relativo percorso è costituita da una serie di “interpretazioni del significato” che si fondano su una comprensione culturale condivisa. Ciò richiede che il ricercatore arricchisca il testo mediante un passaggio che Labov e Fanshel (1977) definiscono ‘espansione’, con cui si "mette insieme tutta l'informazione che abbiamo che possa aiutare a capire la produzione, interpretazione, e messa in sequenza della proposizione in questione". Per compiere questa espansione del significato, l'analista usa il suo “migliore comprendere”, fa esplicito riferimento “ad altro materiale così come a una conoscenza presumibilmente condivisa tra i partecipanti, e introduce materiale fattuale da altre parti dell'intervista o da una conoscenza generale del mondo” (Mishler, 1990).

Le migliori utilizzazioni con riferimento al costrutto dell’identità, che rappresenta la struttura della persona lungo gli assi della relazione io-altro, individuo società, soggetto-mondo, e lungo quello temporale passato-presente-futuro. Le self-narratives non sono infatti solo “le storie che narriamo per estendere il sé entro un passato altrimenti svanito” (Neisser, 1996), ma la continua rielaborazione di tale passato in funzione dei bisogni presenti e degli scopi proiettati nel futuro. Il tempo nelle narrazioni, secondo la definizione di Ricoeur (1983), non separa tra loro gli eventi distinti di una sequenza, ma li unisce a costituire una totalità significativa. Per questo motivo, in una prospettiva biografica, l'analisi è effettuata non tanto sul piano sincronico-strutturale quanto piuttosto su quello diacronico. Si focalizzano cioè non tanto i contenuti e l'organizzazione della conoscenza sociale delle persone che esprimono un dato ordine sociale e i processi attraverso cui tali conoscenze si manifestano nelle azioni e nel linguaggio, quanto piuttosto le trasformazioni e i processi, e gli schemi che se ne possono derivare per quanto concerne un certo ordine temporale o struttura diacronica del tutto.

La difficoltà di raccogliere e analizzare autobiografie complete induce alla scelta di interviste narrative che possiamo definire “focali”, ottenute orientando il discorso dell’intervistato, attraverso la consegna, su aspetti o momenti particolari della sua vita. Dalle più ampie e dettagliate di Colby e Damon (1992) che hanno ricavato una riformulazione del modello di sviluppo morale proposto da Kohlberg attraverso approfonditi resoconti autobiografici di soggetti ‘esemplari’ per il loro particolare impegno morale, al lavoro di Mishler (1990) sulla carriera professionale di un artigiano-artista, a quelli di Bruner (1992) su un nucleo familiare circa l’essere membri di quella famiglia o su un gruppo di allievi della stessa scuola di arte drammatica, a quelli di Paolicchi su un gruppo di volontari (1995) circa il loro ingresso e la loro permanenza nell’associazione o su anziani circa i momenti positivi o negativi della loro vita o su giovani al termine degli studi superiori circa il loro futuro.



Elemento comune è la natura del materiale analizzato, la sua forma corrispondente ai requisiti delle narrazioni (Burke, 1945; Paolicchi, 1994), indipendentemente dal fatto che tale materiale sia costituito da brani all’interno di interviste più o meno strutturate, da una prima parte di un’intervista di cui si sia concordata la produzione senza interventi da parte dell’intervistatore, da un intero testo prodotto per scritto dal soggetto intervistato. Varia invece notevolmente la scelta delle unità e delle categorie per organizzare il materiale, in funzione di particolari interessi alla base del singolo studio verso certi nuclei motivazionali ricorrenti nella narrazione, verso momenti o episodi particolari (nuclear episodes, turning points, ecc.), restando qualificante per l’approccio la loro collocazione entro il contesto esplicativo di una vicenda personale storicamente situata, nel suo organizzarsi ed esprimersi anche lungo l’asse temporale.

Lo sviluppo di un modello alternativo di ricerca pone non solo la necessità di nuovi metodi di indagine e analisi dei dati, ma di una riformulazione delle questioni tale che le risposte possano risultare pertinenti e rilevanti al percorso di ricerca proposto. Lo stato dell’arte su entrambi i versanti della questione mi sembra caratterizzato oggi da una meno serrata contrapposizione di verità alternative a sostegno delle ‘ragioni’ della validità interna o esterna e altre posizioni. Da tempo del resto, in momenti di minore contrapposizione polemica su questioni tecniche particolari, anche le posizioni degli specialisti come e si sono avvicinate e attenuate. Campbell (1979) ad esempio ha rivalutato lo studio di casi inizialmente definito caricaturale come metodo di indagine; Cronbach (1980) ha riformulato il criterio della plausibilità in termini di ‘credibilità’ rispetto a una comunità di soggetti interessati ai problemi su cui verte la ricerca, e ha sostenuto che “la qualità scientifica non è lo standard principale; una valutazione dovrebbe aspirare a essere comprensibile, corretta, e completa, e credibile ai sostenitori di ambo le parti”.

In questo clima dovrebbero essere affrontati i numerosi problemi aperti, quali quello della possibile conciliazione o ibridazione tra momenti e tecniche di ricerca qualitativa e quantitativa rispettando la coerenza del quadro in senso interpretativo; l’utilità di soluzioni tecniche al problema della validità come quelle della Autobiografia guidata proposta da De Waele e Harré (1979). Al centro della nostra attenzione potremmo porre le recenti acute osservazioni con cui Epstein (1997) conclude un suo articolo sulle lezioni ricavate da oltre 40 anni di lavoro di ricerca in psicologia della personalità. Tra queste c’è la consapevolezza che lo sviluppo cumulativo della conoscenza in psicologia, e specialmente in alcuni suoi settori, rispetto a quello possibile nelle scienze “hard”, deve superare anche la difficoltà degli esseri umani a vedersi in modo oggettivo; difficoltà che da noi ricercatori dovrebbe essere affrontata ponendoci di fronte a noi stessi “e in particolare ai modi con cui pratichiamo la nostra scienza, con coraggio, onestà e assenza di illusioni, cosa non semplice data la nostra anche troppo umana natura”.

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