L'intuizione del niente



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21.12.2017
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Sartre , L'intuizione del niente (da L'essere e il nulla)

Alla fenomenologia del nulla sono dedicate alcune delle riflessioni più significative che hanno attraversato la problematica esistenzialistica. Oltre a Che cos'è la Metafisica di Heidegger, vanno citate le molte pagine di Sartre, sia nei ro­manzi e nelle altre opere letterarie, sia ne L'essere e il nulla. Da quest'ultimo testo è tratto questo celebre brano, che evidenzia la comparsa costitutiva del nulla come principio del pensiero e dell'esperienza umana anche nei momenti più banali della quotidianità, come la visita a un caffè in cerca di un amico.
Io ho un appuntamento con Pietro alle quattro. Arrivo in ritardo di un quarto d'ora: Pietro è sempre puntuale: mi avrà aspettato? Guardo la sala, i clienti, e dico: «Non è più qui». C'è qui un'intuizione dell'assenza di Pietro, o la negazione è intervenuta solo col giudi­zio? A prima vista sembra assurdo parlare qui di intuizione, perché, giustamente, non si può avere intuizione di niente e l'assenza di Pietro è niente. Tuttavia la coscienza popola­re testimonia dell'esistenza di quest'intuizione. Non si dice, per esempio: «Ho visto subi­to che non era là»? Si tratta di un semplice spostamento della negazione? Esaminiamo la questione più da vicino.

È certo che un caffè, per se stesso, con i clienti, i tavoli, i sedili, gli specchi, la luce, la sua atmosfera fumosa, i rumori delle voci, i piattini urtati, i passi che lo riempiono, è una pie­nezza d'essere. E tutte le intuizioni particolari che posso avere sono piene di questi odori, suoni, colori, tutti fenomeni che hanno un essere transfenomenico. Ed anche la presenza



attuale di Pietro in un luogo che non conosco, è pure pienezza d'essere. Sembra di trovare la pienezza dappertutto. Ma bisogna notare che, nella percezione, c'è sempre il costituirsi di una forma su uno sfondo. Nessun oggetto, nessun gruppo d'oggetti è specialmente indi­cato per costituirsi in sfondo od in forma: tutto dipende dalla direzione della mia attenzio­ne. Quando entro nel caffè per cercarvi Pietro, si forma un'organizzazione sintetica di tutti gli oggetti del caffè come lo sfondo sul quale Pietro è destinato ad apparire in primo pia­no. E questo costituirsi del caffè come sfondo è un primo annullamento. Ciascun elemento della scena, persone, tavoli, sedie, tentano di isolarsi, di rivelarsi sullo sfondo costituito della totalità degli altri oggetti e ricadono nell'indifferenziazione dello sfondo, si diluisco­no nello sfondo. Perché lo sfondo è ciò che è visto solo per soprappiú, è l'oggetto di una attenzione puramente marginale. Così questo primo annullamento di tutte le forme, che appaiono e vengono inghiottite nella totale equivalenza d'uno sfondo, è la condizione ne­cessaria per l'apparizione della forma principale, che qui è la persona di Pietro. E questo annullamento è dato dalla mia intuizione, io sono testimone dello svanire successivo di tutti gli oggetti che guardo, in particolare dei visi che mi trattengono un istante («Se fosse Pietro?») e che si scompongono subito, proprio perché «non sono» il viso di Pietro. Se, tuttavia, scoprissi infine Pietro, la mia intuizione sarebbe riempita da un elemento solido, sarei subito attratto dal suo viso, e tutto il caffè si organizzerebbe intorno a lui, in discreta presenza. Ma per l'appunto Pietro non è là. Ciò non vuol punto dire che scopro la sua as­senza in qualche luogo preciso del ritrovo. Infatti Pietro è assente da tutto il caffè; l'assen­za di lui fissa il caffè nella sua evanescenza, il caffè rimane sfondo, persiste ad offrirsi co­me totalità indifferenziata alla mia attenzione solo marginale, scivola indietro, continua il suo annullamento. Però si fa sfondo di una forma determinata e la spinge dappertutto da­vanti a sé, me la presenta dappertutto, e questa forma che scivola costantemente fra il mio sguardo e gli oggetti solidi e reali del caffè, è precisamente uno svanire continuo, è Pietro che risalta come nulla sullo sfondo di annullamento del caffè. Di modo che ciò che si offre all'intuizione, è un palpito di nulla, è il nulla dello sfondo, il cui annullamento chiama, esige l'apparizione della forma, ed è la forma — nulla che scivola, come un niente sulla su­perficie dello sfondo. Ciò che serve da fondamento al giudizio: «Pietro non è là», è dun­que la percezione intuitiva di una doppia negazione. Certamente, l'assenza di Pietro pre­suppone un primo rapporto fra me ed il caffè; c'è una infinità di persone che sono senza rapporti con questo caffè per mancanza di una reale attesa che constati la loro assenza. Ma, per l'appunto, io mi aspettavo di vedere Pietro e la mia attesa ha fatto accadere l'as­senza di Pietro come un avvenimento reale concernente il caffè, ed è un fatto obiettivo, che io abbia scoperto questa assenza ed essa si presenti come un rapporto sintetico fra Pie­tro ed il locale nel quale lo cerco; Pietro assente frequenta questo caffè, è la condizione dell'organizzazione del caffè come sfondo. Mentre i giudizi che posso divertirmi a porre poi, come «Wellington non è nel caffè, Paul Valéry neppure, ecc.», sono delle significazio­ni puramente astratte; pure applicazioni del principio di negazione, senza fondamento rea­le né efficacia, e non giungeranno mai a stabilire un rapporto reale tra il caffè, Wellington o Valéry: la relazione «non è» è qui semplicemente pensata. Ciò basta a porre in luce che il non-essere non viene alle cose con il giudizio di negazione: è il giudizio di negazione, al contrario, che è condizionato e sostenuto dal non essere.

da Jean-Paul Sartre, L'essere e il nulla, il Saggiatore, Milano 1970.


Guida alla lettura

L'analisi fenomenologica del nulla


La riflessione sartriana prende le mosse da una teoria rivale, di cui la ricerca fenomenologica del pensatore francese vuole sbarazzarsi. Questa teoria afferma che l'origine del concetto di nulla o di non-essere deriva dalla copula negativa del giudizio. Si tratterebbe dunque di un'illusione: il nulla o il non-essere non esistono, e la formazio­ne del relativo concetto sarebbe solo l'indebita estensione ontologica di una possibilità sintattico-grammaticale del linguaggio. La tesi secondo cui l'origine del nulla sta nell'indebita sostanzializzazione di concreti atti di negazione nel giudi­zio è sostenuta, per esempio, da Bergson.

Sartre mira invece a dimostrare che il nulla è una nozione che trova una piena giustificazione fenome­nologica e che la sua occorrenza nella vita quotidia­na della coscienza ha un carattere costante.

Gli strumenti teorici adoperati da Sartre sono rappresentati per lo più dalle Ricerche Logiche di Husserl, in cui si studia — in particolare a partire dalla Terza — la formazione di sintesi fenomeno-logiche secondo leggi, e si analizza la psicologia della forma. Sartre considera l'esperienza della ricerca dell'amico in un caffè come un processo di sintesi dell'intera esperienza spaziale e am­bientale intorno alla sua presenza attesa; ma l'in­tenzione sintetica iniziale, che percepisce già al momento dell'ingresso nel caffè l'intero ambien­te organizzarsi intorno al volto e alla persona dell'amico, viene delusa più volte — cosicché lo sfondo, invece di manifestare l'attesa presenza, si riempie piuttosto della sua assenza.

La presenza dell'amico risulta dunque continuamente prefigurata nello sguardo indagatore di me che entro nel caffè alla sua ricerca, ma il caffè diviene «sfondo di una forma determinata, e la spinge dappertutto davanti a sé, me la pre­senta dappertutto». Questa forma continuamente reiterata di cui il locale rappresenta lo sfondo è appunto l'amico che «risalta come nulla».

Al principio dell'analisi fenomenologica, però, Sartre osserva con grande finezza e acume che già il mio costituire il caffè come mero sfondo costituisce un «primo annullamento»: io respin­go l'attenzione che le cose reclamano, le lascio scivolare nell'indistinto, mi libero della loro in­dividualità e le costituisco soltanto come sfondo su cui attendo la manifestazione dell'amico.

La constatazione che l'amico non è là è dunque sostenuta da una doppia negazione di cui ho pri­ma di tutto "percezione intuitiva" — poiché il non-essere (dell'individualità degli oggetti del caffè, dapprima, che ho vanificato costituendoli come sfondo; dell'amico assente, poi) non è sorto dal giudizio (come nei casi esaminati alla fine del bra­no, del tutto astratti e inessenziali), ma si è lascia­to vedere nell'esperienza diretta della coscienza: prima come mia azione intenzionale, poi nella pu­rezza del suo manifestarsi come non-essere, come impossibilità del riempimento di un'intenzione.







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