Lo scandalo watergate



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2008




TEORIE E TECNICHE DEL GIORNALISMO
Pietro Omerini Zanella

Esistono momenti in cui la realtà cede il passo alla fantasia. L’immaginario collettivo si nutre di questi attimi, catturando dalla Storia personaggi, immagini, figure, racconti. Non vi è alcun dubbio che, ciò sia accaduto anche con lo scandalo Watergate. Con il trascorrere del tempo, la sconcertante verità che la cronaca di quegli anni svelava: il sabotaggio politico dei democratici nelle elezioni del 1972 e la conseguente caduta di Nixon , è diventata storia. L’iconografia della professione di giornalista si è arricchita di due nuovi grandi, Carl Bernestein e Bob Woodward, simbolicamente rappresentati dai loro doppi cinematografici Dustin Hoffman e Robert Redford. Non esiste trattato, saggio o articolo sul giornalismo, in cui l’inchiesta portata avanti dai due cronisti del “Washington Post”, non venga citata come esempio di un modo alto di svolgere la professione. Il caso Watergate rappresenta, in effetti, quel giornalismo cane da guardia della democrazia che più voci spesso invocano. Ecco perché, a quasi quarant’anni di distanza, vale ancora la pena soffermarci sull’opera di Carl Bernestein e Bob Woodward. Questo elaborato si pone l’obbiettivo di non soffermarsi alla mera cronaca dei fatti, ma a provare ad analizzare le vari componenti dello scandalo. Quali spinte politiche portarono la direttrice del “Washington Post”, Katherine Graham , a sostenere due dei suoi meno noti reporter contro la Casa Bianca? Una notizia vale una crisi di Stato? Il caso Watergate è, ancora, rappresentativo di un certo tipo di giornalismo? A queste è ad altre domande abbiamo provato a rispondere.





[LO SCANDALO WATERGATE]

Analisi e retroscena, dell’inchiesta più famosa del 900

Sommario


Sommario 3

Si parte 34

UN ANNO DOPO… 38



Premesse


Il caso Watergate ha segnato la storia del giornalismo. L’inchiesta portata avanti da due giovani cronisti del “Washington Post” è diventata nel tempo il simbolo di un giornalismo di servizio, "cane da guardia" della democrazia.

Generazioni di giornalisti, dal grande opinionista che firma l'articolo di spalla sul "Times", al più misero corrispondente di provincia del "Gazzettino", hanno sognato almeno una volta di firmare l’articolo che mise sotto scacco l'uomo più potente del pianeta: il Presidente degli Stati Uniti d'America.

Nella realtà dei fatti, Bernestein e Woodward, i due cronisti del "Post", non capirono fin da subito di trovarsi tra le mani lo scoop degli scoop. La loro inchiesta è stata, infatti, un meticoloso processo di raccolta d'informazione, un continuo confronto con le fonti. All'inizio il caso Watergate fu solo un’irruzione con scasso, compiuta il 17 giugno 1972 da cinque uomini per collocare microfoni clandestini nella sede del partito democratico.

All'udienza preliminare tenutasi il giorno seguente nella Quinta strada della capitale, i cronisti di tutte le maggiori testate, locali e nazionali, cercavano un articolo di colore, qualcosa che arricchisse il pastone quotidiano sulla scontata campagna elettorale per le presidenziali (Nixon era, infatti, avanti di 19 punti percentuali su tutti gli altri candidati).

Ben presto, fu chiaro che i cinque scassinatori, erano solo l'estremità finale e pasticciona di un fille rouge che portava dritto alla Casa Bianca.

Per il “Post”, da sempre schierato in favore dei democratici, fu il colpo della consacrazione a giornale di rango, alla pari con il “New York Times”. Occorre però comprendere che l'appartenenza politica della testata non può bastare a spiegare il coraggio del “Post” e della sua proprietaria, Katherine Graham. Affrontare lo Studio Ovale, mettendo in prima pagina una storia con nessuna conferma ufficiale, implica una totale fiducia nei propri mezzi, una buona dose di dedizione al proprio lavoro e, nel migliore dei casi, un certo grado d'incoscienza.

Una domanda intimidatoria quanto celebre viene posta dal potere in simili circostanze. Una notizia vale una crisi di Stato?

L'editrice del “Post”, ripose: <>. Parole che seguirono ai fatti, al loro racconto.

Anche per questo, il Watergate è la consacrazione alla storia di un giornalismo di servizio in cui, chi scrive, vuole continuare a credere.

L'elaborato che intendo sviluppare verte su due precise istanze. In primo luogo, lo studente di scienze della comunicazione, trova nell'affaire Watergate una continua ispirazione. Il metodo, il rapporto con le fonti, la capacità di tradurre in carta stampata un intrigo complicato, dei due giornalisti premi Pulitzer Carl Bernestein e Bob Woodward, sono e saranno sempre un grande esempio per i nuovi reporter. Ora che mi appresto a redigere questo breve elaborato, mi è chiaro che potrò scrivere poco o nulla in più di quanto sia noto ormai da tempo. Eppure, mettere ancora una volta su carta il caso Watergate, resta un buon modo per confrontarsi con una realtà alta che fa del giornalismo una missione più che un mestiere. Le estenuanti ore trascorse su sperduti campetti di provincia per dare conto, in trenta righe, di piccoli avvenimenti sportivi, sono la realtà quotidiana di chi scrive. Studiare, toccare con mano, quello che per tutti è il vero giornalismo, aiuta a dare un senso anche all'apprendistato del mestiere.

Il primo impulso che sostiene questa tesina è, dunque, una ragione sentimentale.

Secondariamente, il caso Watergate si presenta come l'esempio perfetto dell'inchiesta giornalistica.

In questi tempi complessi di crisi delle istituzioni, la riflessione sarebbe potuta partire da inchieste più recenti, maggiormente legate alla cronaca. Gli esempi non mancano: "Gomorra" di Saviano, "La Casta" di Stella, "The Enconvenient Trouth" di Al Gore, sono solo gli esempi più famosi di libri/verità che in questi tempi circolano nelle librerie.

Il caso Watergate, però mantiene alcune peculiarità che lo rendono unico. Anche, per questo è stato scelto.

La prima di queste caratteristiche è che, libri come “Gomorra” nascono come tali, arrivano al lettore in formato unico a lavoro terminato. Il lavoro di Bernestein e Woodward, invece, si è svolto in un periodo di due anni. Articolo dopo articolo, indizio dopo indizio, senza che i due giornalisti avessero mai il completo quadro della situazione, prove alla mano.

Il libro: "Tutti gli uomini del Presidente" che raccoglie l'esperienza dei due giornalisti del “Post”, è solo un tassello del puzzle che raffigura l'intera vicenda.

Esso spiega molto riguardo ai metodi, alle incertezze, ai passaggi logici con cui i due reporter sono riusciti a far luce sui fatti. Tuttavia, la ricerca non sarebbe completa se non tenesse conto dei singoli articoli, delle loro posizioni di comparsa sul giornale, del dietro le quinte di tutto lo scandalo.

Questo elaborato proverà a esporre in modo organico l'intero quadro della vicenda. Per motivi di spazio, disponibilità di tempo e risorse, la prova si presenta ardua. Si addice bene il motto scout "fate del vostro meglio", di più non potremo fare.






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