Lo Spirito Santo, attore principale dell’ecumenismo: e quindi anche dell’ecumenismo spirituale



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Abbozzo per un ecumenismo spirituale
Fano, 18 gennaio 2018

Lo Spirito Santo, attore principale dell’ecumenismo:

e quindi anche dell’ecumenismo spirituale

Unitatis redintegratio 2 (II paragrafo): «Lo Spirito santo, che abita nei credenti e tutta riempie e regge la chiesa, produce quella meravigliosa comunione dei fedeli e intimamente tutti unisce in Cristo, da essere il principio dell’unità della chiesa». Come lo fa però? Cfr. Evangelii Gaudium 117: «È lo Spirito Santo, inviato dal Padre e dal Figlio, che trasforma i nostri cuori e ci rende capaci di entrare nella comunione perfetta della Santissima Trinità, dove ogni cosa trova la sua unità. Egli costruisce la comunione e l’armonia del Popolo di Dio, lo stesso Spirito Santo è l’armonia, così come è il vincolo d’amore tra il Padre e il Figlio…». L’unità della chiesa (sia l’unità che già sperimentiamo, sia quella più piena verso la quale siamo incamminati), quindi, è “a immagine e somiglianza” di ciò che opera lo Spirito Santo, principio di questa unità (principio: cioè inizio, modello, base). Cfr. Oscar Cullmann, teologo luterano francese († 1999), esegeta e studioso di Nuovo Testamento, dal quale traeva il suo impegno ecumenico: egli afferma che le chiese sono portatrici di carismi differenti, e la loro diversità non può essere considerata un intralcio all’unità, per cui è possibile applicare ai loro rapporti quanto sostiene Paolo sulla comunione delle diverse membra dell’unico corpo (1Cor 12,4-31), dove l’apostolo mostra chiaramente che lo Spirito santo crea l’unità non soltanto malgrado, bensì mediante la diversità: «Conformemente alla sua stessa natura, lo Spirito santo esercita una azione diversificante [se non è così, non è lo Spirito Santo! ndr]. E tuttavia questa azione non porta a una frammentazione. Ogni membro del corpo prosegue la sua missione che è orientata verso l’unità; avviene lo stesso per i membri della comunità di fedeli. È in questa diversità che risiede la profusione della pienezza dello Spirito santo. Chiunque non rispetta questa ricchezza e vuole l’uniformità, pecca contro lo Spirito santo. Anche l’uniformità è un peccato contro lo Spirito santo»; riportato da B. Salvarani (testo citato in bibliografia, p. 168s.), che afferma come Cullman giudicasse il papato un “carisma cattolico”, e non in sé una deformazione.
L’orizzonte dell’ecumenismo

Unitatis redintegratio 4 (I paragrafo): Siccome oggi, per impulso della grazia dello Spirito Santo, in più parti del mondo con la preghiera, la parola e l’opera si fanno molti sforzi per avvicinarsi a quella pienezza dell’unità, che Gesù Cristo vuole…: il Vaticano II parla della grazia dello Spirito Santo: si sottintende quindi che ci possono essere molti “modi” per fare ecumenismo: lo Spirito suscita continuamente movimenti e provocazioni per il cammino dell’unità dei credenti; e inoltre, affermare che ci si avvicina a quella unità che Gesù Cristo vuole significa non solo che è volontà di Cristo, ma anche che questa unità verso la quale tutti siamo incamminati non è opera nostra, ma è quella voluta da Cristo: noi nemmeno la conosciamo nei suoi lineamenti e non sappiamo come concretamente sarà questa unità, essendo non quella che noi vogliamo ma quella che Gesù vuole, quindi è continuamente da cercare, invocare, scoprire. Poi poco sotto il testo parla di segni dei tempi: Gaudium et Spes 5 (VI paragrafo) parla di una accelerazione della storia e afferma che unico diventa il destino della umana società senza diversificarsi più in tante storie separate. Così il genere umano passa da una concezione piuttosto statica dell’ordine, a una concezione più dinamica ed evolutiva; ciò favorisce il sorgere di un formidabile complesso di nuovi problemi, che stimola ad analisi e a sintesi nuove. Vd. su questo anche Nostra Aetate 2, 3, 4: da vedere!

Elencando le attività e iniziative tese a promuovere questa unità, il Concilio presenta tre modalità: eliminazione di tutto ciò che non rispecchia la verità dei fratelli separati (quindi la cura delle relazioni umane e fraterne), poi la volontà di esporre con chiarezza le verità di ciascuna delle parti in causa (quindi la necessità di un dialogo teologico chiaro e aperto: su questo torna anche Unitatis Redintegratio 11, Modi di esprimere e di esporre la dottrina della fede), infine la necessità che ciascuno esamini la propria fedeltà alla volontà di Cristo (quindi la necessità di una continua conversione).



Specialmente su questo ultimo punto è chiarissimo W. Kasper (Vie dell’unità. Prospettive per l’ecumenismo, testo citato in bibliografia, pp. 103-107): Passi intermedi durante il periodo di transizione (transizione verso un’ecumene piena). Li vediamo sinteticamente.

  • La chiesa anche dal punto di vista ecumenico deve riconoscere di vivere in una situazione di “già e non ancora”: essa sarà sempre una chiesa pellegrinante, alle prese con tensioni, scismi, apostasie; è necessario però distinguere tra le tensioni, che fanno parte della vita e anzi sono segno di vita, e le contraddizioni, che invece rendono impossibile ogni forma di comunione, anche la più elementare.

  • Compito dell’ecumenismo non è quello di rimuovere le tensioni, impresa peraltro impossibile e inutile; ma piuttosto è quello di trovare un «grado di consenso sostanziale», che accolga le differenze tra le chiese e le visioni teologiche, ma elimini le reciproche incompatibilità. Kasper afferma con coraggio: «Abbiamo fatto un notevole progresso dopo il concilio Vaticano II, ma non abbiamo ancora raggiunto lo scopo ecumenico finale, che non è la comunione escatologica, ma la piena comunione ecclesiale quale unità all’interno di una diversità riconciliata. Viviamo perciò ancora in un periodo di transizione, che durerà probabilmente un po’ di tempo». Quanto questo «po’ di tempo» possa durare, impossibile dirlo… Interessante però che Kasper, sicuramente tra i teologi più appassionati per l’ecumenismo, parli non di comunione escatologica (cioè pienezza di comunione, senza più nessuna distinzione e nella comune contemplazione del e nel Dio uni-trino), ma di comunione ecclesiale dentro una diversità riconciliata: nella quale cioè persistano le differenze, ma senza che queste siano più causa di conflitto o di separazione.

  • Tutto ciò va completato, sostiene Kasper, da un ecumenismo della vita, che non è qualcosa di statico, ma è «un processo di guarigione e di crescita».

  • Molto bello il passaggio che segue: «Lo stadio intermedio deve avere un suo proprio éthos: la rinuncia a ogni forma di proselitismo aperto o occulto, la consapevolezza che ogni decisione ‘interna’ tocca i nostri partner, la guarigione delle ferite della storia (purificazione della memoria). Abbiamo bisogno di una più vasta ricezione dei dialoghi ecumenici e degli accordi già siglati. Senza pericolo per la nostra fede o per la nostra coscienza possiamo già fare assieme molto più di quanto abitualmente facciamo, ad esempio studiare insieme la Bibbia, scambiarci esperienze spirituali, raccogliere testi liturgici, pregare insieme in liturgie della parola, comprendere meglio la tradizione comune e le differenze esistenti, cooperare nella teologia, nella missione e nella testimonianza culturale e sociale, cooperare nell’area dello sviluppo e della preservazione dell’ambiente, nei mass media, ecc. Particolarmente importante per noi è anche sviluppare una ‘spiritualità di comunione’ (Novo millennio ineunte, 42s.) nella nostra chiesa e tra le chiese. Soltanto se riusciremo a ristabilire in questo modo la fiducia recentemente persa, potremo fare altri passi in avanti» (p. 105).

  • Kasper poi prosegue dicendo che è necessario chiarire la concezione della chiesa e della communio, cioè fare un discorso molto chiaro a livello di ecclesiologia, così da «arrivare a un consenso sullo scopo finale del pellegrinaggio ecumenico». Ciascuno qui deve fare la sua parte, con chiarezza e parresia, poiché un «falso irenismo» non porta da nessuna parte.

  • Punto cruciale del dialogo ecumenico è per Kasper la discussione sui ministeri della chiesa, e particolarmente la concezione di episcopato entro la successione apostolica e il ruolo del successore di Pietro: «Dobbiamo chiarire meglio il fatto che essi sono un dono per la chiesa, dono che vogliamo condividere in una forma spiritualmente rinnovata per il bene di tutti», afferma Kasper. E tutto ciò con la volontà di consolidare e sviluppare strutture sinodali e collegiali nella chiesa: ciò che lo stesso papa Francesco va continuamente dicendo e facendo.

  • Infine Kasper parla di due forme importanti e collegate di ecumenismo per questo “stadio intermedio”: «L’ecumenismo ad extra mediante incontri ecumenici, dialoghi e cooperazione, e l’ecumenismo ad intra mediante riforme e un rinnovamento anche della chiesa cattolica. Non c’è ecumenismo senza conversione (Unitatis Redintegratio 6-8; Ut unum sint [di Giovanni Paolo II] 15-17) […]. Anziché guardare all’impossibile e escoriarci nel tentativo di raggiungerlo, dobbiamo vivere la communio già data e possibile e fare quanto è oggi in nostro potere» (p. 107).

Tornando a Unitatis Redintegratio 4 (fine III paragrafo): il Concilio quasi con spirito profetico parla dei cristiani che si riuniranno in quella unità dell’una e unica chiesa, che Cristo fin dall’inizio donò alla sua chiesa, e che crediamo sussistere, senza possibilità di essere perduta, nella chiesa cattolica e speriamo che crescerà ogni giorno più fino alla fine dei secoli. L’unità “esiste già”, perché Cristo stesso la vuole e l’ha donata alla chiesa; essa sussiste (secondo il significato di subsistit in Lumen Gentium 8) già nella chiesa cattolica senza possibilità di essere perduta, quindi è già concretamente presente nel mondo, nella storia, e non va persa; e questa unità, afferma il Vaticano II, speriamo che crescerà ogni giorno più, quindi si tratta in ogni caso di una concezione dinamica dell’unità: di un’unità insomma da cercare e creare continuamente.

Il Concilio esorta i fedeli cattolici a fare i primi passi verso gli altri fratelli: e molto spesso succede proprio così, che la chiesa cattolica si senta continuamente spinta ad avvicinare i fratelli cristiani anche delle altre chiese. Atteggiamento nuovo e fondamentale, nel senso che prima del Concilio non si pensava che i cattolici dovessero fare i primi passi, ma si esortavano gli altri “a distanza” a “tornare” nella chiesa cattolica romana; ma poi sottolinea che i fedeli devono essi stessi con sincerità e diligenza considerare ciò che deve essere rinnovato e fatto nella stessa famiglia cattolica, affinché la sua vita renda una testimonianza più fedele e più chiara…: quindi ecumenismo ad intra anche in casa cattolica, conversione costante al Vangelo di Gesù Cristo (cfr. il vero e originario significato della Riforma di Lutero!). Il testo conclude il paragrafo menzionando Ef 5,27, dove Paolo dice che Cristo si farà comparire innanzi la sua chiesa risplendente di gloria, senza macchia né ruga: il cammino quindi è teso verso la comunione piena della parusia, e in realtà solo lì, nella meta finale della storia, si potrà parlare realmente di piena communio dei credenti tra loro e con la Trinità.

A frenare questo cammino, o a renderlo più impegnativo, ma allo stesso tempo a renderlo necessario e imprescindibile concorrono probabilmente più cause; almeno tre:


  • questioni antropologiche: l’uomo è al contempo desideroso di comunione e incapace di realizzarla in pienezza; nessun uomo è un’isola, quindi ogni creatura umana cerca relazione, è fatta per relazionarsi; ma poi ogni forma umana di comunione (matrimonio, amicizia…) resta irrimediabilmente imperfetta e fragile;

  • questioni storiche: rancori per episodi del passato (guerre di religione e cose simili), sospetti, forse a volte un po’ di invidia sorgono anche tra i cristiani;

  • questioni sociologiche: se da una parte si creano alleanze tra stati (ONU, CEE, NATO…), dall’altra non è mai tramontata la tendenza a rafforzare la propria identità nazionale, anche a scapito di altri: ulteriore segno della difficoltà di ragionare insieme… Spesso la cronaca politica non fa che confermare questa tendenza.

Il testo poi riporta un passaggio fondamentale, preso da Giovanni XXIII che a sua volta lo prende da Agostino: nella chiesa, tutti, pur custodendo l’unità nelle cose necessarie, serbino la debita libertà; in ogni cosa osservino la carità (da Giovanni XXIII, Ad Petri Cathedram, enciclica ecumenica del 1959, assioma preso da Agostino: In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas). Si tratta chiaramente di capire quali siano le “cose necessarie”, su cosa cioè non si può transigere: e qui il Vaticano II afferma un principio fondamentale dell’ecumenismo, cioè la cosiddetta “gerarchia delle verità”: non tutto va detto e fatto da tutti allo stesso modo, ci possono essere tradizioni diverse tra le chiese cristiane, in grado però di convivere e di arricchirsi reciprocamente. Riconoscere le ricchezze di Cristo e le opere virtuose nella vita degli altri, i quali rendono testimonianza a Cristo, talora sino all’effusione del sangue, è cosa giusta e salutare: passaggio di drammatica attualità… Né si deve dimenticare che quanto dalla grazia dello Spirito Santo viene fatto nei fratelli separati può contribuire alla nostra edificazione. Tutto ciò che è veramente cristiano mai è contrario ai veri benefici della fede, anzi può sempre far sì che lo stesso mistero di Cristo e della chiesa sia raggiunto più perfettamente. Tutto ciò che lo Spirito opera può essere utile anche agli altri: torna in mente la verità di quel passaggio di Paolo: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito […]. A tutti è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12,4.7).

E infine, le divisioni dei cristiani impediscono che la chiesa stessa attui la pienezza della cattolicità ad essa propria in quei figli, che le sono bensì uniti col battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione. Quasi sembra che il Concilio intravveda quella chiesa universale che è volontà di Cristo e che è più ampia della chiesa cattolica romana giuridicamente intesa…



L’esercizio dell’ecumenismo

Unitatis Redintegratio 5: Questa cura [di ristabilire l’unione] già in qualche modo manifesta il legame fraterno.

E poi il concetto di “riforma della chiesa”. Unitatis Redintegratio 6: Ogni rinnovamento della chiesa consiste essenzialmente nell’accresciuta fedeltà alla sua vocazione... Ci si dovrebbe veramente interrogare su questo. Quindi in ultima analisi il discorso ecumenico poggia sullo studio dell’ecclesiologia, inteso in senso ampio: ecclesiologia da studiare però ecumenicamente (secondo quanto diceva il n. 4: la grazia dello Spirito produce qualcosa di bello e buono anche nei fratelli separati). Da notare che Unitatis Redintegratio parla di “riforma della chiesa”: ne abbiamo parlato in lungo e in largo durante il quinto centenario di Lutero! Questo rinnovamento della chiesa è già in atto attraverso vari modi: movimento biblico e liturgico (che significa, tra le righe, che “tornare indietro” è contro le indicazioni del Concilio), predicazione, catechesi, apostolato dei laici, le nuove forme di vita religiosa (due su tutte possono essere viste in Taizé e in Bose), la spiritualità del matrimonio (si pensi a quanto può dire all’ecumenismo e alla vita della chiesa una coppia di tradizione cristiana mista), la dottrina e l’attività della chiesa in campo sociale (oggi per esempio l’esperienza dei “corridoi umanitari”): il Concilio cioè elenca tutti quei “luoghi” in cui è più facile incontrare cristiani di altre tradizioni; quasi come a dire: da una parte va sottolineata la formazione, dall’altra parte non va dimenticata la concretizzazione: ma mai una senza l’altra.

Poi la conversione del cuore: Unitatis Rediontegratio 7 dice: Ecumenismo vero non c’è senza interiore conversione; poiché il desiderio (ma in latino è al plurale: desideria) dell’unità nasce e matura dal rinnovamento della mente, dall’abnegazione di se stesso e dalla liberissima effusione della carità. Tutto ciò va quindi implorato dallo Spirito Santo! Si veda al proposito la Bolla di indizione del Giubileo della misericordia, Misericordiae vultus, molto chiara anche su questi punti. Questa esortazione riguarda soprattutto quelli che sono stati innalzati al sacro ordine con l’intento di continuare la missione di Cristo, il quale tra di noi “non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28). Quindi l’ecumenismo è “capitale”, non si può dire semplicemente “non mi interessa, lo facciano gli altri”. Su questo si vedano tutti gli ultimi papi; due esempi (riscontrabili nell’Enchiridion vaticanum con i documenti del Vaticano II): Giovanni XXIII (EDB 22*) e Paolo VI (EDB 134*) nei discorsi programmatici sul Concilio.

E poi, al paragrafo 8 di Unitatis Redintegratio il Concilio parla esplicitamente di ecumenismo spirituale.



A questo proposito si veda Kasper (testo già citato), pp. 219-243: le parti in grassetto sono di Kasper.

  • Quasi più importante dei singoli risultati è la riscoperta della fraternità tra i cristiani: ne parlava anche Giovanni Paolo II nella Ut unum sint (1995): mentre noi vorremmo sempre risultati molto concreti e riconoscibili... Il nocciolo delle questioni è il primato di Pietro (soprattutto con gli orientali) e la successione apostolica/concezione di ministero (con le chiese della Riforma): in questo momento si deve tornare alla “spinta iniziale che mise in moto il movimento ecumenico”: l’ecumenismo spirituale, visto da Kasper come “anima dell’ecumenismo” (p. 221). Anche perché i grandi scismi (1054 e 1517) non furono causati solo da questioni dottrinali, ma anche da reciproca alienazione e esperienze differenti, viste come contrapposte. L’Oriente è scettico nei confronti della Scolastica latina e sottolinea maggiormente la teologia dossologica e apofatica; dall’altra parte è difficile oggi per un cattolico conoscere e capire l’esperienza esistenziale di Lutero che ha generato la sua visione di giustificazione, esperienza che per il Riformatore fu un vero e proprio shock a proposito del peso del peccato, della minaccia del giudizio di Dio e del carattere liberante del messaggio della giustificazione. Ci sono quindi anche delle “barriere emotive”, non solo quelle dottrinali. E del resto, una lunga lontananza tra le diverse tradizioni cristiane, le divergenze e anche spesso la reciproca ostilità, sono tutte cose che hanno lasciato il segno…

  • Kasper (p. 226): «Per una comprensione e un consenso ecumenico più profondo ci vogliono pure un’empatia spirituale […], una comprensione cordiale e intima che non parte solo dalla mente, ma anche dal cuore. La spiritualità ecumenica significa ascoltare le richieste dello Spirito […]; significa disponibilità a ripensare e a convertirsi, a sopportare l’alterità dell’altro, cosa che richiede tolleranza, pazienza, rispetto e, non da ultimo, buona volontà e un amore che non si vanta, ma gioisce della verità (1Cor 13,4.6)».

  • Bisogna partire dalla fede nel fatto che lo Spirito Santo ha efficacia universale. Secondo Agostino, lo Spirito è la “forza di gravità dell’amore, la forza d’attrazione verso l’alto che resiste alla forza di gravità verso il basso e porta ogni cosa a compimento in Dio (Confessioni XII, 7,8); il Concilio vede questa efficacia dello Spirito ovunque, anche nella cultura e nel progresso umano: quindi qualsiasi verità, da qualunque parte provenga, è frutto dello Spirito (cfr. Tommaso d’Aquino, Summa I/II, 109, 1). L’ecumenismo spirituale deve perciò cercare la nostra vita e servire la vita. Deve preoccuparsi di più della vita umana quotidiana, delle esperienze quotidiane, delle grandi questioni della vita umana contemporanea e della sopravvivenza, delle questioni della giustizia, della pace, della preservazione della creazione, nonché delle religioni del mondo e delle conquiste culturali umane (p. 230).

  • Una spiritualità ecumenica si nutre quindi di Scrittura, letta e studiata insieme, e della vita sacramentale: Gesù è presente nella Parola e nel sacramento e questa è la base per una profonda comunione spirituale tra i credenti. Riconoscere che la condivisione della Parola, il pregarla e commentarla insieme, l’ascoltare reciprocamente le sottolineature fatte non soltanto da studiosi e membri della nostra rispettiva chiesa ma anche da cristiani di altre chiese, riconoscere che tutto ciò contribuisce a capire che Dio parla realmente attraverso ogni battezzato, se non attraverso ogni uomo e ogni donna.

  • Normalmente la spiritualità ecumenica è coltivata in gruppi e raduni ecumenici. Tali gruppi non devono però separarsi dalla più vasta comunità della chiesa […]. Una spiritualità ecumenica sarà perciò un esame di coscienza in seno all’esistente realtà della chiesa, col pensiero sempre rivolto profeticamente in avanti […]. I gruppi che vivono una spiritualità ecumenica di comunione anticipano uno stile di vita ecclesiale, che dovrebbe diventare il paradigma per tutta la chiesa. La spiritualità ecumenica è quindi profondamente ecclesiale, nel senso più genuino del termine: una spiritualità comunitaria, alla quale tutti possono partecipare. Essa costituisce una sorta di costante esame di coscienza, quasi un tarlo, una provocazione continua, un invito a verificare lo stile di vita di ciascuno ed eventualmente e cambiarlo: Una spiritualità ecumenica sarà perciò un esame di coscienza in seno all’esistente realtà della chiesa, col pensiero sempre rivolto profeticamente in avanti. (pp. 236s.).

  • Il dialogo ecumenico non è soltanto uno scambio di idee, ma uno scambio di doni e di esperienze spirituali (Ut unum sint 28) (p. 239). Quindi siamo chiamati a riscoprire continuamente l’altro: diventare una cosa sola nell’amore non vuol dire indebolire l’altro o assorbirlo al proprio interno, ma affermare e completare l’identità dell’altro.

  • Non si tratta quindi di convertirsi ad un’altra chiesa o di far credere all’altro che la nostra chiesa è migliore della sua. Si tratta piuttosto di una conversione di tutti al Vangelo di Gesù Cristo: e tale conversione è un processo costante. Diventare una cosa sola nell’amore significa che l’identità dell’altro non è abolita o assorbita, ma piuttosto affermata e completata (p. 241).

  • L’unità della chiesa non può essere un sistema astratto, che viene scoperto e concordato, in un momento fortunato, in seno a un dialogo teologico. In ultima analisi l’unità può essere concepita e accettata soltanto come un’esperienza spirituale […]. Essa sarà un atto di fiducia nel fatto che l’altro intende e crede, con forme e formule diverse, con immagini, simboli e concetti diversi, lo stesso mistero di fede che noi riteniamo nella nostra tradizione (pp. 242s.).

Tornando a Unitatis Redintegratio 8 (ultimo paragrafo) e avviandoci alla conclusione: Tuttavia la comunicazione in cose sacre non la si deve considerare come un mezzo da usarsi indiscriminatamente per il ristabilimento dell’unità dei cristiani. Questa comunicazione dipende soprattutto da due principi: dalla manifestazione dell’unità della chiesa e dalla partecipazione ai mezzi della grazia. La manifestazione dell’unità per lo più vieta la comunicazione. La partecipazione della grazia talvolta la raccomanda. Perché? Perché se è vero che la manifestazione dell’unità della chiesa ancora non c’è, la partecipazione alla stessa grazia invece c’è già: è il principio quindi del “già e non ancora”, che in fondo è tipico di ogni riflessione cristiana.

Al numero 20 Unitatis Redintegratio parla della formazione ecumenica (UR 10): L’insegnamento della sacra teologia e delle altre discipline specialmente storiche deve essere fatto anche sotto l’aspetto ecumenico: esiste infatti una “Storia ecumenica della chiesa” (Queriniana Editrice); ma molti altri testi recenti, anche di dogmatica, vanno nella stessa direzione. Infatti dalla formazione dei sacerdoti dipende sommamente la necessaria istruzione e la formazione spirituale dei fedeli e dei religiosi: il Vaticano II non aveva ancora davanti a sé la concretizzazione dell’insostituibile apporto dei fedeli laici alla vita della chiesa, quindi qui non li nomina (diversamente in Apostolicam Actuositatem): noi però li possiamo e dobbiamo sottintendere, come parte essenziale anche nella “predicazione ecumenica” del Vangelo.



E infine, Unitatis Redintegratio 11: Il modo e il metodo di enunziare la fede cattolica non deve in alcun modo essere di ostacolo al dialogo con i fratelli. bisogna assolutamente esporre con chiarezza tutta intera la dottrina. Quindi niente sconti, nessun buonismo nel “dire” la dottrina, no al falso irenismo, dal quale ne viene a soffrire la purezza della dottrina cattolica. I teologi devono procedere con amore della verità, con carità e umiltà e secondo il principio della gerarchia delle verità: preso sul serio, in realtà, in tutte le dichiarazioni congiunte che gli ultimi decenni hanno visto nascere.

Per un eventuale approfondimento:

Salvarani, B., Non possiamo non dirci ecumenici. Dalla frattura con Israele al futuro comune delle chiese cristiane, San Pietro in Cariano (Verona) 2014;

Kasper, W., Vie dell’unità. Prospettive per l’ecumenismo, Brescia 2006.




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