Lo squarcio



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Il lungo cammino

Aprile 2010

<< Prima di salire nelle barche, quelli che partivano davano un ultimo arrivederci a parenti e amici venuti ad accompagnarli.

Si piangeva, ci si scambiava auguri, ci si prometteva, senza troppo crederci, di ritrovarsi in seguito; ci si abbracciava un’ ultima volta, famiglie fin’allora unite si separavano per sempre >>

G.Medzadourian - Les exilés de la paix (1975) Paris, Entente




<< Fa so fagòt >>

Pezzi di vita, uniti l'uno con l´altro, corti brani di esistenze scomparse, questo libro vuole essere un segno, un’ impronta, un marchio indelebile per ricordare il lungo cammino dell'emigrazione. Queste righe sono scritte come altri farebbero un nodo al fazzoletto e devono servire di promemoria per coloro che sono inclini a dimenticare il passato, un piccolo segnalibro nel gran manoscritto delle migrazioni italiane.

Da secoli le montagne orobiche hanno visto tanti, troppi uomini, lasciare le loro case, la loro valle natale, andarsene come l'ebreo errante, dai monti verso la pianura, dal freddo delle alture verso le sponde rischiarate del Po, da una regione, da un paese al l’altro, allontanarsi dalle loro famiglie per garantire loro la sopravvivenza.

Eroine loro malgrado, Caterina, Ines, Lidia e tutte le altre, attrici di primo piano, un tempo rimaste al paese lottando ogni giorno, risparmiando ogni mollica, mettendo tutte le loro forze nel divenire di quelli rimasti a casa, aspettando il marito, il padre o il fratello. Le migrazioni stagionali sono diventate più lunghe, il marito non sopporta più la solitudine all'estero (1), stufo delle "cantine", delle esitazioni… i mesi diventano anni e la famiglia intera stacca gli ormeggi. Caterina, anche lei come altre, lascia dietro di sé i nonni. Cariche di fagotti, di pesanti valigie di legno o di cartone, qualche volte di bauli, i bambini mocciosi attaccati alla gonna partono per l'ignoto.

Tra Italia e Francia, quante andate e ritorno tutte queste famiglie avranno fatto? Stabiliti un tempo all'estero per guadagnare un modesto gruzzolo oppure definitivamente staccati della madre patria. Nomi, luoghi, percorsi diversi, verso Parigi, il Doubs o la Lorena, tutti hanno chiuso delle valigie, girato la chiave, un groppo enorme nella gola, lo stomaco annodato.

Sono partiti.


<< Enda ‘n Calicut >>


Sopravvivere

Nel corso delle mie diverse ricerche sulla storia della Valle Imagna ho trovato molti esempi che provano la mobilità dei valdimagnini, dal ‘5oo conosciamo il loro bisogno, l'assoluta necessità, d'andare fuori dalla valle a cercare altre attività per guadagnarsi il pane nel migliore dei casi, ma soltanto per sopravvivere per tanti altri.

In un’epoca descritta come "valle della fame", da tempi remoti l'Imagna, e per tanti secoli , non ce la faceva a nutrire i suoi abitanti, i nostri contadini, fagotti sulla spalla, andavano a scoprire altri orizzonti. Altri, maestri in attività artigianale andavano a vendere la loro produzione di vari oggetti per lo più di legno ed altre varie merci. I più agiati anche loro, per altre ragioni, lasciavano la valle.

I valdimagnini già all’inizio del ’500 sono citati nel libro di Giovanni Silini: ”Bergamo 1512”, Narrazione degli avvenimenti politici e militari di un anno drammatico. Dal patrizio veneziano Marco Antonio Michiel (1484-1532).



<<…quelli di valle Imagna, fabbricano bacili ed altri simili recipienti in Liguria, nella Gallia Narbonense, nella vicina Spagna, in Lazio, Campania e Sicilia utilizzando il legname che cresce nei boschi di quei luoghi.>>

Descritti anche i valligiani della Brembana, Seriana, Cavallina, obligati anche loro ad uno schema identico. <<...Si può dire in generale dei Bergamaschi che sono una schiatta di uomini duri ed industriosi, che eccellono in ciò cui dedicano il loro ingegno...>>


Giovanni da Lezze nella sua descrizione del territorio bergamasco nel 1596 parla delle scarse raccolte e della povertà della gente in Valle Imagna, in qualche modo giustificando le attività secondarie da lui esposte: <<...la maggior parte di queste genti vanno per il mondo...in negocii di mercantie....come Roma, Fiorenza, Romagna e Marca [...] massime in Ancona, che delle quattro parte le tre sono le botteghe di quella valle...>>

Parlando di Rota: <>

Parlando di Fuipiano: << Quel paese non produce altro che feno et percio è povera gente [...] la maggior parte delle persone è fuori, chè ve ne sono da cento in su come a Roma, Bologna, Venetia et a Bergomo>>

Parlando di Mazzoleni: <>

Cepino: << Questa gente è tutta povera...>> Corna: << Gente povera...gran parte di loro vanno fori dil paese facendo l'arte del legname et ritornano a casa per due mesi dell'anno...>>. Selino: <> Stessa descrizione per Blello, Roncola, Strozza, Capizzone, quelli di Berbenno negoziano in merci nelle Marche e Romagna. Quelli di Locatello si ritrovano a Venezia, Friuli, Ravenna e anche in Francia. Gli abitanti di Bedulita sono tutti poveri <>.

Anche l'Abate G.B. Angelini nella sua descrizione della valle (1720) su cinque pagine per 4 volte segnala il fatto, parlando di Selino: <<... Si fila stame, a procacciarsi 'l pane, va parte de gl'abitatori altrove: La fame i lupi caccia delle tane ...>>. Per Valsecca: << ... Gl'abitator d'altrove gir l'usanza seguono antica...>>. <> (2)


Altre fonti per dare qualche esempio sulla popolazione di Rota:

Antonio Posta fu a Roma nel 1612, i fratelli Tondini nel 1774 ebbero un negozio nel Cremonese. Il Galeotti si trova nel Piacentino nel 1751. Giuseppe Tondini vive a Brescia nel 1758. Antonio Paglia risulta deceduto nel territorio Veronese nel 1692. Altri fratelli Paglia hanno un negozio in Valle Camonica (1764). Alessandro figlio di Giuseppe Moscheni nel 1791 vive a Soresina territorio cremonese, Paolo figlio di Giuseppe Gritti nel 1795 abitante Venezia, ecc .....

Per confermare tutti questi spostamenti, il rapporto tra nascite e morti degli abitanti di Rota Fuori, nel periodo 1613-1770: ben il 30% risulta morto fuori del loro villaggio di nascita.

Il censimento del 1802 indica che 29 famiglie, di Rota Fuori, vivevano della vendita dei prodotti di legno e d’altre merci "per il mondo".

Maironi del Ponte nel 1820 descrive gli abitanti di Rota Dentro: <<...la maggiore parte delle quali, compiute essattamente le faccende di campagna si dedica alla negoziazione di poche merci, e col carico di esse va girando quasi in tutte le parti del regno Lombardo Veneto...>>

In un Registro degli Stati d’anime (1774-1783) della parrocchia di Berbenno uno dei parroci, probabilmente nel corso dell'700, scrive l'abbozzo d'una lettera per domandare un aiuto a un notabile sconosciuto, il tema di questa supplica (3) è proprio la grande miseria degli abitanti di Berbenno.

Dall'archivio parrocchiale di Berbenno, non mancano gli esempi di persone, famiglie, stabilitesi a Verona nel '700. Sempre degli archivi di Berbenno : 129 famiglie tra 1899 e 1934 hanno lasciato il comune, tra i quali 74 per la Francia e 4 per la Svizzera (4).

Nel censimento del 1931 del comune di Fuipiano risultano assenti per lavoro 358 residenti su 635, tra i quali un centinaio emigrati all'estero a fare i muratori (5).

Si potrebbero moltiplicare gli esempi, dati ed altre tristi e faticose vicende della nostra gente, ma il fenomeno è conosciuto da tempo, ancora oggi la miseria passata e l'emigrazione sono ben presenti nella mente dei valdimagnini.
(1) << nei casi più favorevoli vi è la malattia dell'anima: presto l'emigrato si avvede di essere solo, e il solo è un miserabile, un disgraziato, un reietto. Il ricordo della famiglia, degli amici, del paese natio è l'incubo o il vampiro dell'anima sua: il cuore si tormenta del sentirsi vuoto, e il vuoto del cuore è la più opprimente delle infirmità... Presto i sogni della felicità s'infrango nella realtà di crudeli desillusioni, si accumulano tutte le angoscie dell'esilio e il rammarico della patria lontana>>

Ernesto Comucci - 1885 "Della emigrazione e del pauperismo"


(2) G.B.Angelini - Per darti le notizie del paese - Vincento Marchetti, Ateneo di Bergamo 2002
(3) << Attesa non dico la grande ma l’estrema miseria che nella maggior parte delle Famiglie regna come può capire in questa comune, Lui solo a preferenza di molti altri è quell’unico soggetto che può per qualche tempo trovar modo di sollevarle; questo lo dico io e lo dicon tutti questi membri di carità che accompagnano la mia lettera; uniti vengono appunto da lui, lo pregano e in lui confidano e da lui son sicuri che saranno ben accolti. … procuri e si impegni prima per il decreto di quella … necessaria che giudica bene in tali critiche circostanze, poi per l’effettuar d’esso decreto in sostegno di questi miserabili si può dir disperati ed in procinto di mancare sicuro che oltre una soddisfacente gratitudine merito avrà appressio Dio: quid uni … fecistis mihi fecistis. Queste parole le riceva come dette di persona e novamente lo prego di tale assistenza.

Mi scusi se mi mostro importuno e … >>. Gianfranco Ferrari - Trascrizione degli archivi parrocchiali- L'illustra famiglia dei conti Petrobelli di Bergamo, grande proprietario terrieri in Berbenno potrebbe essere la destinataria di questa lettera.


(4) Gianfranco Ferrari - Trascrizione degli archivi parrocchiali - "Manoscritto anonimo che si trova in una cartelletta considerata Chronicon"
(5) Diego Gavazzeni - Tesi: "La transumanza, Fuipiano anni 1900-1940"

<< ...e dopo es riat fò ‘l Colombo… con zét del Portogal e de la Spagna, ai ghè curicc incontra a domandaga:

come ala sö gliò ‘nval d’Imagna?”. >> - Bortolo Belotti



Sulla strada
Cosa pensava il giovane bergamasco sbarcando a Castel Garden (stazione di arrivo a New York, prima dell’apertura nel 1892 di Ellis Island)? Una lettera scritta con un gessetto dal medico (1) sul vestito, determinava la buona fortuna o meno per l'avventura nord americana.

Nello stesso momento un valdimagnino, che ancora più lontano, appoggiato al impavesata d'una nave, arriva nella profonda insenatura del Rio della Plata e scopre il porto di Buenos Aires. Cosi discosto della sua valle nativa, sognerà a una vita migliore, o ha già la nostalgia del paese lasciato?

Anche con l'idea di ritornare, la partenza che sia per l'America o qualsiasi altro paese d'Europa, fu sempre una ferita dolorosa, caricata di speranza.

Passando le frontiere, non sempre legalmente, superando le montagne, percorrendo aride pianure assolate, camminando per tutti tempi, hanno attraversato l'Europa, lavorato in tutti paesi, imbarcati a Genova o spesso al porto del Havre in Francia. Giovani migranti, alcuni celibi, assetati d'avventura con il bisogno d'andare a vedere quello che succede dietro l'orizzonte. Ma per la gran parte erano responsabili d'una famiglia a volte rimasta nel paese a volte che li accompagnava, e sono partiti, spesso per l'ignoto. Ma tutti con la speranza di guadagnare qualche piccola cosa in più, un pò di superfluo, il gradino al disopra della sopravvivenza: la dignità. Nessuno di loro vede il proprio avvenire all'estero, dovrebbe essere soltanto per un periodo, il tempo di risparmiare, fino a che le cose non vadano meglio in Italia, forse si potrà comprare un pezzo di terra... Modesto sogno per potere tirare avanti.


Nel 1868 un deputato milanese manifestò la sua preoccupazione davanti al parlamento:

<<...non è confortante né è buono per la causa politica del nuovo regno d'Italia il fenomeno a cui tristemente assistiamo di moltissimi cittadini costretti dalle fame ad emigrare o che sia per vaghezza di far fortuna se questa gente espatria. Questa gente se ne va piangendo e maledicendo ai signori e al governo. Sono terribili imprecazioni che contristano chiunque le oda>>

Purtroppo, col tempo le campagne si svuotano ancora di più, i monti bergamaschi si fanno deserti, fenomeno incontenibile e irreversibile. Nel corso di quaranta anni 14 milioni d'italiani espatriano.

All'epoca dell'unificazione e dell'indipendenza dell'Italia il paese era veramente arretrato: analfabetismo, mortalità infantile raggiungono dei tassi incredibilmente elevati, carestie ed epidemie erano ancora presenti. Famiglie troppo numerose in una popolazione eminentemente agricola che subirà in pieno una gravissima crisi agraria, cui s'aggiunge una punta demografica sproporzionata alle risorse economiche, ed ecco gli elementi che provocheranno un esodo massiccio. L'emigrazione fu anche una forma di protesta contro la legge del giovane stato italiano sulla leva militare obbligatoria che teneva troppo tempo i giovani sotto le armi.

Si possono datare al 1871 le prime emigrazione di massa, nonostante la preoccupazione del nuovo stato italiano, che tenterà invano di fermarle. Inizia allora il fenomeno migratorio più importante nella storia dell'umanità, non si è mai visto uno spostamento di popolazione simile.


(1) "B" per problemi di schiena, "C" significava congiuntivite, "S" senilità ecc...

Verso la Francia
L'emigrazione italiana verso la Francia è una vecchia storia, la presenza di uomini d'affari italiani è segnalata nel XIII secolo nelle grandi fiere commerciali francesi, negozianti di tessuti e spezie. Dal XV s. si nota, presso i sovrani e i nobili, la presenza d'artigiani, artisti, architetti di grande competenza, sappiamo tutti delle "elite":

Un certo Francesco Petrarca è ad Avignone nel 1312, Leonardo de Vinci arriva in Francia nel 1515, Caterina de Medici nel 1533. Uomini politici che un tempo vivevano in Francia: Giuseppe Mazzini, Francesco Crispi, lo scrittore Gabriele D'Annunzio, il pittore Amedeo Modigliani. Altri italiani: intellettuali che combattono a Parigi con gli insorti della Comune nel 1871 e subito dopo i rivoluzionari, libertari, anarchici del l’inizio '900.

Possiamo rilevare i simboli superati oggi ma realtà di ieri: musicisti di strada, saltimbanchi ed ammaestratori di orsi che adesso fanno parte d'una triste visione pittoresca e folcloristica o quelli che potrebbero fare sorridere altri: il figaro meridionale, i venditori ambulanti, gli spazzacamini savoiardi o i lucidatori napoletani. Sembra incredibile, ma non è un mito: i bambini soffiatori di vetro alla periferia parigina, migranti involontari, vittime di schiavisti tanto italiani che francesi.

Niente potrà nascondere la grande massa dell'immigrazione laboriosa, conosciuta da secoli, sempre migrazioni della miseria, fuga dalla povertà. Coorte di lavoratori stagionali, operai agricoli, muratori, sterratori, intonacatori, vetrai, arrotini, spesso sfruttati o vittime d'una xenofobia latente, ostracismo dell' ignoranza.

Ci sono due strade principali per l'emigrazione italiana verso la Francia, la prima, la più antica e la più nota: quella mediterranea, imbarcati a Napoli o a piedi da Genova si arriva a Marsiglia, da là, la strada del nord passando per la valle del Rodano, da Lione verso Parigi, oppure la strada per la regione Lorena.

Ma il percorso più facile per i migranti lombardi fu quello della Svizzera, territori di lavoro molto ambito, da secoli, dai lavoratori bergamaschi, prima delle diverse destinazioni francesi. Migrazione stagionale facilitata dal traforo della galleria del San-Gottardo (1872-1882) e dalle nuove costruzioni ferroviarie. La cita di Basilea in Svizzera è una "rotatoria" importante sia al nord per la Germania o all’ovest per la Francia.

La maggior parte dei migranti oltrepassa le Alpi attraverso il S.Gottardo o il monte Cenis (galleria ferroviaria inaugurata nel 1871), più tardi dal Simplon, le frontiere-stazione sono Chiasso e Domodossola.

Nel 1881, la Francia accoglie più della metà dei migranti italiani installati in Europa cioè 38% de l'emigrazione italiana mondiale.



I personaggi
Rota Fuori
Pietro F. Angiolini X M.Orsola Tondini

1820-1864



Arcevia ( Marche)
Caterina Angiolini X Giuseppe Paglia Aloisio Domenico (Luigi) Alesi

1863-1942 1829-1908



Rota F. Caguaccio
(Ines – Maria – Orsola) Giuseppe M.Invernizzi X Maddalena Masnada Ernesto Alesi X Albina Conti 1892-1983

Ines Paglia X Antonio Invernizzi (Lidia - Luigi - Elia – Mafalda)

1887-1976

Giuseppe “Pepino” Invernizzi X Lidia Alesi



Due foto

Il pittore di una tela bianca immortala il suo soggetto, tratteggia la sua visione di una persona viva. Il pennello scorre sul quadro tentando di descrivere un individuo, un temperamento, dei sentimenti, vuole dare vita a un insieme di tratti e di colori.

Anni, secoli dopo, rimarrà un’opera diversamente interpretata, secondo quello che guarda, il dipinto riflette la personalità dello scomparso. La scelta di un colore o la pennellata definisce un tratto di carattere, e dietro tutto quello, possiamo dire, che appare la marca dell’artista, come in filigrana si distingue la silhouette del pittore, la sua personalità.

Da due foto il narratore tenta di percorrere la strada inversa, vuole descrivere la vita e lo stato d'animo di due visi rappresi su un cartoncino, prova a schizzare qualche cenno di un’esistenza, abbozza la sua visione e lascia correre la sua immaginazione per ridare vita ai personaggi scomparsi. Forse la sua fantasia va aldilà della realtà, vorrebbe un dipinto, un testo, conforme alla verità, ma come il pittore, anche lui si lascia prendere in un vortice di sentimenti incontrollabili e lascia intravedere le sue emozioni.


Il narratore ha conosciuto Ines, piccola donna fragile, attempata mela grinzosa, sdentata faccia, nonostante tutto imbellita da questi penetranti occhi blu. Nella sua casa alla Torre di Rota Fuori camminando con difficoltà, dal camino all’orto dal negozio del Cencio al Prapelitone tirando avanti la sua vecchiaia.

Il narratore, allora cosi piccolo, ha visto Ines, che era ancora mamma, chiamare "Pepino" il suo primogenito con questa voce sfumata dall'accento tipico della valle Imagna, il bambino, di cinquanta anni e più, subito obbediva. Quarantacinque anni dopo, questa inimitabile voce risuona ancora.

Caterina e sua figlia Ines sono veramente esistiti, i luoghi, dati, eventi sono reali. Sono andate sul Lungo Cammino dell'emigrazione, hanno conosciuto le difficoltà descritte. Piccole erbe trapiantate di un paese all'altro, le due donne lasciano, in queste due foto, l'impressione di una grande forza.

L'istinto di sopravvivenza, l'avventura dell'espatrio, le paure, i bisogni dei migranti rimangono un grande mistero per tanti. La determinazione di uno sguardo su una foto basterà a portare avanti un progetto, Caterina e Ines hanno intimato al narratore di non lasciare nell'oblio la vicissitudine di queste avventure umane.



Caterina

(1863-1942)

figlia di Pietro Angiolini

moglie di Giuseppe Paglia.


(Narratore) Rota Fuori - 1900

Tutte le donne del casato Paglia sono lì: Caterina Quarenghi, la piccola ma robusta nonna di 63 anni. La nuora, un’altra Caterina con le sue tre figlie, tutte sedute al sole davanti la trecentenaria casa del Prapelitone, a filare, la mattinata è stata dedicata al lavoro nell’orto.

In questa fine di pomeriggio, nelle loro occupazioni quotidiane, i due uomini, padre e figlio Paglia sono affaccendati all'essiccazione del fieno, falciato il giorno precedente. La donne lavorano la lana, la nonna insegna alle nipotine i gesti tramandati di generazione in generazione. La trasformazione della lana tra le dita usate, i semplici strumenti maneggiati da madre a figlie, esperte della rocca, l'arnese scorre tra le mani usate, il pelo dell'animale ritorto si affina, lo stame si arrotola sul fuso.
Le domande una dietro l'altra non si fermano, Ines vuole sapere tutto, l'adolescente interroga la madre in questa calda giornata di maggio 1900.

Caterina Angiolini i capelli trattenuti sotto un fisciù bianco annodato dietro la nuca ha poco delle contadine della valle. In questa bella primavera del nuovo secolo la donna di 37 anni non ha ancora l'atteggiamento comune alle donne della sua età, rotte dal lavoro, piegate sotto il peso delle privazioni. Caterina, il busto altezzoso, lo sguardo determinato, conosce il lavoro della terra, sa pulire le sue pertiche di campo, seminare o trapiantare nell’orto; porta la gerla, maneggia il falcetto, insomma lavora come le altre. La differenza viene dal fatto che lei vuole salvaguardare la sua dignità di donna, non accetta di essere soltanto un animale tra i tanti, che lotta per la sopravvivenza della sua progenie.

Ha cura di lei, dalle sue diverse esperienze ha capito, a modo suo, che un essere umano la sua floridezza se la deve costruire, la fatalità non è inamovibile. Dunque la donna è sempre pulita, i capelli accuratamente pettinati, s'ingegna a dare ai vecchi abiti rappezzati un pò d'eleganza. Prepotenza secondo le sue vicine, lei non se dà pena.

La madre risponde a Ines,la primogenita:

- Un mese dopo la tua nascita, don Giuseppe, il nostro parroco in quest'epoca era il reverendo Giuseppe Gentili, era stato contattato da gente milanese, conoscenze dei Cardinetti di Mazzoleni, il vecchio marchese Gerolamo Sommi-Picenardi e sua moglie Paolina venuti qui, alle fonti. La loro nuora stava per partorire, Maria Anna moglie del signor Gherardo, era il suo terzo figlio e volevano una balia per il neonato. L'offerta era buona, i soldi servivano - Caterina si sente obbligata a giustificare:

- Castagne e polenta non bastano per vivere! E tuo padre stava per partire per la Francia. Non volevo lasciarti, ma mia cugina, la Maria Chiara, aveva appena partorito anche lei. Tutti mi hanno convinto ad andare, anche tuo padre fiducioso in Maria Chiara che ti ha allattata. Il dottor Cardinetti, quello delle fonti, mi ha visitata e sono partita con loro a Milano per incontrare i signori Gherardo e Maria Anna. Arrivata lì sono rimasta stupita, il grande palazzo, i mobili, c'era una cameriera, una cuoca ed anche una dama di compagnia. Ho fatto un'altra visita con un medico che ha provato anche il mio latte!

Ho ricevuto due vestiti sontuosi con due cuffie ricamate e dovevo portare degli orecchini e una collana in corallo per proteggere il latte buono e abbondante. Mangiavo tre volte al giorno! Carne, zuppe di verdure, pane bianco e latte con miele a non finire!

Ero trattata bene, la signora Maria Anna molto timida parlava poco, ma era una brava persona con me. Il padrone di casa, il signor Gherardo lui era più esigente, lavorava per tenersi occupato, ma non ne aveva bisogno, erano cosi ricchi...

Sono rimasta a Milano un anno, una volta nel mese di giugno, mi ricordo, tuo padre di ritorno dalla Francia, si è fermato per vedermi a Milano - La madre smette di parlare, per spiegare ad Ines che suo marito ha ingoiato una scodella di minestra, a in presenza della coppia e della dama di compagnia. E dopo una mezzoretta, il povero Giuseppe è quasi stato cacciato fuori della dimora. La relazione tra uomo e donna, era proibita in questo momento, poteva alterare il latte e tutte le attenzioni relative alla balia aveva un solo scopo: il benessere del bimbo allattato. Pudica, Caterina, riprende il suo racconto.

- A Natale del 1888 potevo di nuovo occuparmi di te, qualche settimana dopo tuo padre mi scrisse che potevamo raggiungerlo in Francia, aveva trovato una casa per noi! Mi ricordo bene del 12 febbraio 1889, la partenza per l'interminabile viaggio, l'inferno!

-La valigia in una mano, tu nel altro braccio, camminavi difficilmente, avevi quindici mesi, dovevo sempre portarti in braccio..
Caterina diventa febbrile rammentandosi il faticoso trasferimento, ritornando 11 anni indietro, i suoi pensieri si affollano.

Non può rifiutare l'aiuto del suocero, Giovanni Battista Paglia, uomo vigoroso di 59 anni, che aveva la piena responsabilità della giovane nuora, in assenza del figlio si doveva prendere in carica la sua piccola famiglia. In più il povero Pietro Angiolini di Capiatone, padre della nuora, fu suo compagno di lavoro ( un tempo hanno fatto la legna insieme). Caterina non aveva conosciuto il padre, deceduto qualche mese dopo la sua nascita nel 1864.

Fino a Bergamo, il percorso si faceva in biroccio, il carro scoperto, trainato da due mule, andava piano ma fortunatamente non pioveva e non faceva neanche tanto freddo per febbraio. Il tragitto tra Bergamo e Milano, con il treno, Caterina l'aveva già fatto da sola di ritorno dai Sommi-Picenardi, oggi si faceva nell'altro senso.

Il suocero di Caterina, era un personaggio, a Rota imponeva il rispetto, già dalla impressionante larghezza delle spalle, una montagna di muscoli l'uomo aveva due lunghi baffi neri che contrastavano con i capelli bianchi, sempre coperti da un copricapo di feltro a larghi bordi. Tra tutti i Paglia del Prapelitone, era l'unico con questo aspetto di lottatore di fiera, con due occhi blu d'una freddezza ombrosa. Infatti, la sua apparenza fuori del comune, nascondeva un tranquillo e calmo contadino che divideva il suo tempo, secondo le stagioni, tra le sue due attività quella di boscaiolo e il lavoro delle sue terre.

Nonostante avesse perso una giornata di lavoro, ma d’altronde c’era poco da fare in questa stagione, per accompagnare la nuora, per lui significava l'opportunità di vedere questo treno che corre su una strada ferrata! Dal 1857 che passava il treno in città, e lui non l'aveva mai visto. O nei boschi o nei campi, la sua visione del mondo si limitava alla Valsassina o il val Taleggio, Battista fuori della valle Imagna non aveva niente da fare. Non andava quasi mai nel capoluogo della provincia. In tutta la sua vita, sarà sceso soltanto 3 o 4 volte per recarsi in città alta, ma non conosceva la parte bassa di Bergamo.
Arrivata a Milano alla fine del pomeriggio, Caterina deve aspettare le cinque della mattina seguente la partenza del treno per la Francia.

La stazione centrale è un formicaio, gente dappertutto, i rumori sotto questa altissima tettoia vetrata fanno eco, i fischi delle locomotive risuonano. I sei binari tutti occupati da convogli in partenza, i quattro con i marciapiedi accolgono passeggeri di tutta Italia.

La povera Caterina, un attimo si sente persa, stringendo Ines contro il suo petto, cerca di aprirsi una strada. Intorno a lei un vortice di dialetti sconosciuti, famiglie rumorose, bambini che piangono, carrelli di merci, facchini piegati sotto pesanti bauli, uomini di forza che spingono delle carriole.

Caterina esce del binario ingombrato per arrivare nel largo viale perpendicolare dove i diversi marciapiedi si svuotano. Una marea umana sembra spostarsi in tutti sensi, persone di tutte età, tanti migranti male vestiti, la valdimagnina più di tutto sente l’apprensione di questi uomini, fazzoletto intorno il collo, meridionali con la pelle cosi scura e lo sguardo di fuoco. In mezzo a questa confusione Caterina, spostandosi da destra a sinistra, evitando pacchi, valigie rovesciate, superando tutti gli ostacoli, arriva nella parte centrale, l'anima della stazione, il gigantesco atrio alto più di 20 metri.

La giovane madre non può impedirsi di fermarsi, rimane a bocca aperta davanti a questa cattedrale! Ma subito si fa spingere dalla folla che arriva dietro di lei. Ines, gli occhi spaventati, stringe la cappa della madre, le braccia protettrici non bastano a rassicurarla!

Come lei sono decine, soprattutto giovani uomini, ma anche numerose famiglie in questo parapiglia, indescrivibile disordine di cose e di persone.

Finalmente Caterina arriva in una sala di attesa, ovviamente piena, ma oltre il rumore assordante una calmo relativa tranquillizza la giovane donna. Lo smarrimento di Caterina e il panico della bambina nelle sue braccia impietosisce una madre seduta su una panchina di legno. Mollando uno schiaffo al figlio che non obbedisce abbastanza velocemente, la matrona tira il ragazzo d'una diecina d'anni per il braccio e libera il posto per Caterina, che è già esaurita dal corto ma allucinante percorso, la valdimagnina non si fa pregare.

La sua vicina di panchina è una donna dalla pelle dorata, occhi verdi, lunghi capelli neri scoperti ma legati sulla nuca in una strana crocchia complicata. La straniera del sud, vestita d'una lunga gonna d'un pesante panno nero, un bustino ugualmente nero e le spalle ricoperte d'un scialle di lana, inizia un difficile dialogo con lei.

Lo strano dialetto meridionale sembrava incomprensibile a Caterina, ma probabilmente lo era ben di più per l'altra, che ascoltava il parlare dell'Imagna! Mano mano le due donne finiscono per capirsi, la meridionale più anziana della bergamasca veniva d'un paesino vicino Caserta, con i suoi tre bambini doveva raggiungere il figlio maggior e il marito anche loro in Francia. La difficoltà di vivere nel napoletano assomigliava molto alla miseria orobica, senza lavoro anche la gente del sud espatriava.

Nella sala d'attesa illuminata da candelabri a gas, le due donne si organizzano. Nella corta notte milanese, impaurite dai movimenti incessanti dei viaggiatori in transito, una dopo l'altra vegliano. Dalle otto di sera la stazione si è svuotata un pò, qualche panchina si è liberata, i bambini estenuati appoggiati uno sull'altro dormono.

Intorno a loro intere famiglie si riposano, il lungo cammino per l'espatrio domanda la sua pausa, un momento d'indugio. Miscela di villani veneziani, cafoni del meridione, campagnoli umbri, uomini e donne affiancati in una sosta dolorosa, triste affiatamento silenzioso, uniti nella loro povertà. La mesta corte, rappresentanti di tutte le province, assemblea eteroclita d'indigenza e di disgrazia, riprende fiato. Le magre borse, fagotti composti d'un telo con i quattro angoli annodati insieme, riempiti da poveri cenci, servano da improvvisati cuscini. Sentori d'uomini, odori imbrattati, i profumi del bisogno si fondano con olezzi d'aglio emiliano, di formaggio padovano, di cipolle abruzzese, resti d'un scarno banchetto.

Incubo d'una notte senza fine, il sonno di Caterina assomiglia di più a una lunga camminata, alternanza di corti momenti d'assopimento e veglie in sussulto.


caterina angiolini 1888

Caterina Angiolini


Superato il confine e le montagne, la campagna francese sembra molto bella agli occhi sonnacchiosi di Caterina. Sono ore che il treno corre tra monti e pianure, le cime delle Alpi coperte di neve hanno lasciato il posto a colline verdeggianti, prati e campi deserti per la stagione si succedono. Il cambiamento di convoglio a Lione viene fatto agevolmente, è lì che la napoletana, compagna della notte e del viaggio è scesa, una nuova esperienza positiva per Caterina: i meridionali sono come lei.

Il dondolamento della carrozza provoca un dolce sopore alla viaggiatrice, Caterina è spossata. La dura panchina di legno indolenzisce tutti suoi muscoli, Ines innervosita dal lunghissimo viaggio non le lascia un attimo di riposo. Il convoglio si ferma in numerose stazioni, per fortuna diversi italiani come lei, viaggiatori agguerriti, spiegano agli altri le tappe della spedizione.

Portiere e finestrini chiusi, l'odore del carbone s'insinua dappertutto, più di 24 ore di viaggio e Caterina si sente sporca. Quando la velocità diminuisce le volute del fumo della locomotiva vengono a leccare i vagoni, la gente tossisce, i vestiti impregnati dalle esalazioni sono sporchi di bruscoli di carbone.

Il lungo fischio della locomotiva spesso annuncia la traversata d'una galleria e Caterina, con un gesto protettore, copre la bocca della bimba, l’ effluvio ancora più forte lascia nelle carrozze una leggera foschia disperante.

Le ore passano, il viaggio non finisce più, Caterina ha terminato le sue provviste, finiti il formaggio e il pezzo di polenta portati con lei. Rimane una mela, istinto da tempi remoti, dietro di lei generazioni di spiantati le hanno insegnato a conservare sempre qualcosa per tempi ancora più brutti.

Ines sporca dai piedi al capo gioca per terra, Caterina non tenta neanche più di farla alzare, si muore di sete. Già una volta ha fatto riempire sul binario d'una stazione la sua bottiglia di vetro, non vuole scendere troppo spesso …ha paura che il treno riparta senza di lei! Comincia a preoccuparsi, Giuseppe sarà alla stazione di Parigi? Avrà ricevuto la sua lettera?


Di notte, Caterina distrutta non si rende neanche conto dell'arrivo nella capitale francese, soltanto il cigolio dei freni arriva a fare uscire Caterina del suo torpore. Freneticamente si alza, svegliando Ines addormentata tra le sue braccia, già i passeggeri fanno la coda nel corridoio centrale.

Stava lì! Giuseppe il suo capello nero in testa, vestito e camicia bianca della domenica aspettava sul binario. Caterina si getta tra le sue braccia, in silenzio piange, esausta. Abbracciata tra i due adulti Ines anche lei piange, non riconosce quell'uomo che le mette i baffi umidi nel collo!


Epilogo
Dalla gare de Lyon (Parigi) a Vitry sur Seine ci sono 9 chilometri che si fanno con il tramvai tirato da cavalli, Giuseppe ha trovato nella via principale di Vitry un piccolo appartamento al n°21 del boulevard Lamouroux. Un viale largo e bello dove passa il tramvai, la strada fiancheggiata da due spaziosi marciapiedi pieni di alberi, le case sono tutte di uno o due piani.

E’ quasi un anno che Giuseppe lavora a Parigi come giornaliero, in questo febbraio del 1889 Caterina con la sua piccola famiglia inizia una nuova vita.

Per più di due anni, prima di ritornare a Rota, i Paglia rimarranno nella periferia della capitale francese in piena trasformazione, 1889 anno del Esposizione Universale, con l'inaugurazione della Torre Eiffel, Parigi vuole essere la capitale mondiale del modernismo.

La seconda figlia, Maria, nascerà lì nel dicembre 1889.

Amici di Rota della coppia Paglia: Francesco Pizzagalli e la moglie Lucia Paglia di Caguarinone, abitano al n°15 del bd.Lamouroux. La loro figlia Rachele, bambinella di 5 anni, due mesi prima dell’ arrivo di Caterina era deceduta a Vitry, un'altra Rachele nascerà lì nel dicembre 1890.

Anche questa Rachele, si sposerà con un Paglia e nel 1913 sarà con suo marito di nuovo a Vitry sur Seine!





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