Locke e rawls



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John Locke (1632-1704)
0. Autori schierati e libere teorie (libertà di pensiero)

0.1. La vita e le opere di Thomas Hobbes (1588-1679) e di John Locke (1632-1704), due filosofi che hanno fortemente influenzato il pensiero politico moderno, la concezione dello Stato e del diritto, sono fortemente intrecciate con la storia dell’Inghilterra nel periodo della rivoluzione, guerra civile con esiti repubblicani, a partire dal 1640, della rivoluzione “parlamentare” o “gloriosa” del 1688. A restaurazione del diritto assoluto dello Stato su basi storiche e giuridiche, e per risolvere la guerra civile in atto, Hobbes scrive le sue opere politiche, a partire dal De cive del 1642; a sostegno della rivoluzione e dei diritti del Parlamento, contro i tentativi di restaurare una monarchia assoluta, Locke pubblica, nel 1690, i Due trattati sul governo. Il quadro politico che ne emerge, a fine ‘600, si organizza secondo uno storico bipolarismo: whigs, tories; liberali, conservatori. Una classificazione sommaria della produzione dei due autori consegna le opere di Hobbes alla stima e alla tradizione dei conservatori (che preferivano tuttavia fondare la sovranità assoluta sulla tesi dell’origine divina del potere del re), le opere politiche di Locke diventano il manifesto dottrinale dei liberali, per un governo, anche monarchico, ma costituzionale e parlamentare.

0.2. Hobbes e Locke sono dunque “autori schierati” (come del resto molti esplicitamente, tutti implicitamente; come è diritto e necessità di tutti). Privilegiando l’urgenza di stabilità sociale Hobbes costruisce un sistema politico di monarchia assoluta cercando di garantire a questa ad un tempo il massimo del potere e il massimo di estraneità (trascendenza) nei confronti delle beghe e guerre sociali. Privilegiando l’urgenza delle libertà naturali di ciascuno e la forza istintiva di un legame sociale naturale, dotato di proprie regolarità, Locke dichiara la sua avversione nei confronti della monarchia assoluta sia che venga legittimata su base razionale (alla Hobbes) sia e soprattutto su base religiosa, divina (come accade negli editti e atti ufficiali del re, nei riti della casa regnante e ad opera e premura di teorici al servizio, come Robert Filmer) e afferma la bontà di un sistema politico di governo (anche monarchico) costituzionale sottoposto al controllo del Parlamento che detiene per delega e consenso popolare il potere legislativo.

0.3. Ma le loro riflessioni politiche non prendono il loro senso in forza di questo schieramento; non sono un manifesto politico a definizione delle linee del movimento, (per schema) dei tories o degli whigs. Un manifesto politico si definisce per il suo riferimento al momento e alla forza politica che sostiene e si estingue al suo tramontare. Le opere di Hobbes e di Locke ripercorrono e ripropongono l’intera gamma delle questioni che toccano l’uomo, la società e lo Stato, e il ragionamento si conduce sempre a più livelli, intrecciati: antropologico, giuridico e politico. Perciò, nel fornire una soluzione e una proposta, non impongono un modello, ma pongono il problema e sostengono la ragione, ci obbligano a guardare e ci permettono forse di vedere, riconoscere, comprendere (ci permettono di theorein).


Il riferimento va principalmente alle seguenti opere di Locke:

Locke John 1690 Saggio sull’intelligenza umana, Laterza, Bari 1988

Locke John 1690 Due trattati sul governo, UTET, Torino 1968

Locke John 1689 Lettera sulla tolleranza, il Tripode, Napoli 1989


1. La fiducia nella conoscenza, attraverso il buon uso della mente.

Locke John 1690 Saggio sull’intelligenza umana, Laterza, Bari 1988

«La candela che è posta in noi diffonde luce sufficiente per tutti i nostri scopi.»

Medico, filosofo, giurista, politico e uomo di Stato (assume diverse cariche pubbliche oltre a redigere, come consigliere, parecchi atti legislativi) John Locke si occupa di filosofia e di diritto in opere che da subito imprimono ai settori una nuova direzione, per il metodo che le ispira, per le conclusioni cui giunge. Si tratta di un impegno ampio e produttivo sorretto da una doppia consapevolezza preliminare: 1. la mente umana è guida sufficiente per il vivere individuale e sociale, 2. quando se ne conoscono e si rispettano competenze e limiti.

«Non avremo mai grave motivo di lamentarci della ristrettezza delle nostre menti, se le applicheremo unicamente a quello che può esserci utile, poiché in quel caso esse possono renderci dei grandi servizi. Ma se sottovalutiamo i vantaggi della nostra conoscenza e trascuriamo di perfezionarla in rapporto al fine per cui essa ci è stata data, col pretesto che vi son delle cose che si trovano di là dalla sua sfera, questo nostro sarà un cruccio puerile e del tutto inescusabile. Un domestico pigro e bisbetico, che si rifiuta di svolgere il suo lavoro a lume di candela, adducendo come pretesto l’assenza della luce del sole, non sarà giustificato. La candela che è posta in noi diffonde luce sufficiente per le nostre faccende [tutti i nostri scopi]. Dobbiamo contentarci delle scoperte che possiamo fare per mezzo di questa luce. Faremo sempre buon uso della nostra intelligenza se consideriamo tutti gli oggetti nella maniera e proporzione in cui essi sono adatti alle nostre facoltà; e su quei fondamenti, in cui essi si offrono alla nostra conoscenza; e se non domanderemo perentoriamente e senza discrezione una dimostrazione ed una completa certezza, laddove è possibile ottenere soltanto una probabilità; e questo basti a regolare tutti i nostri interessi. Poiché se vogliamo dubitare di ogni cosa, per il fatto che non possiamo conoscerle tutte con certezza, saremo altrettanto poco ragionevoli quanto uno che non volesse servirsi delle proprie gambe, e si intestardisse a rimaner fermo e perire, perché non ha ali con cui volare.

Quando avremo conosciuto le nostre forze, conosceremo anche tanto meglio ciò che potremo intraprendere con speranza di successo; e quando avremo esaminato con cura i poteri delle nostre menti, e avremo visto, in qualche modo, quello che ce ne possiamo attendere, non saremo portati né a rimanere in uno stato di ozio, disperando di poter mai conoscere alcuna cosa, senza mettere in alcun modo al lavoro i nostri pensieri; né, d’altro lato metteremo tutto in dubbio, e negheremo credito ad ogni conoscenza, col pretesto che vi sono cose che non siamo in grado di comprendere. Torna di estremo vantaggio al marinaio conoscere la lunghezza della fune della sua sonda, anche se egli non possa scandagliare, per mezzo della sonda che possiede, tutte le diverse profondità dell’oceano. È bene che sappia che la fune è lunga abbastanza per toccar fondo in certi punti del mare, che a lui importa conoscere per ben dirigere la sua rotta, e per evitare i bassifondi che potrebbero farlo andare in secca. Non è affar nostro in questo mondo conoscere tutte le cose, bensì quelle che riguardano la condotta della nostra vita. Se dunque possiamo trovare i criteri mediante i quali una creatura ragionevole, quale è l’uomo, considerandolo nello stato in cui si trova in questo mondo, può e deve condurre le sue opinioni, e le azioni che ne dipendono; se possiamo giungere a tanto, non dobbiamo farci un cruccio se altre cose sfuggono alla nostra conoscenza.» (Locke 1690 Saggio, 24-25)


1.1. la giusta disposizione: libertà, autonomia di pensiero e il suo piacere; “non vivere di elemosina” (con il pensiero). «Epistola al lettore. Ecco qui, Lettore, ciò che ha costituito lo svago di alcune mie ore di ozio e di fatica. Se quest’Opera avrà la fortuna di occupare allo stesso modo alcuna parte del tuo tempo libero, e se leggendola ne ricaverai anche solo la metà del piacere che ho provato io nel comporla, credo che non rimpiangerai il tuo denaro, più che io non rimpianga la mia fatica.» (Locke 1690 Saggio, 6)

«Tale, o Lettore, è la soddisfazione di coloro che lasciano liberi i propri pensieri, e che, nello scrivere, ne seguono il corso; né di ciò devi volergliene, poiché essi ti forniscono l’occasione di godere d’un piacere conforme, se, leggendo le opere loro, vorrai anche tu far uso dei tuoi pensieri. A questi pensieri appunto io mi appello, se essi veramente siano tuoi. Ma se invece li togli in prestito da altra gente, sulla fiducia, non importa gran che sapere quali essi siano; non è la ricerca della verità, bensì una qualche meno commendevole considerazione, quello che te li fa accettare; e cosa importa sapere ciò che dice o pensa un uomo, il quale dice o pensa soltanto ciò che un altro gli suggerisce? Se giudicherai per conto tuo, sono sicuro che giudicherai con sincerità; e in tal caso, quali che siano le tue censure all’opera mia, io non ne sarò né danneggiato né offeso. Poiché, sebbene in questo Trattato non si contenga nulla della cui verità io non sia pienamente persuaso, tuttavia mi considero altrettanto esposto a cadere in errore quanto penso che possa esserlo tu; e so che da te dipende il destino del mio libro; che esso dovrà sostenersi o cadere in conseguenza dell’opinione che tu te ne farai, non di quella che possa averne io. Se vi troverai assai poco di nuovo o di istruttivo per te, non devi farmene un addebito: l’opera non è stata composta per coloro che sono maestri della materia, e che conoscono a fondo la loro propria intelligenza, bensì per mia istruzione, e per contentare alcuni amici i quali riconoscevano di non aver abbastanza attentamente considerato l’argomento.» (Locke 1690 Saggio,7)

1.1.1. infatti, come è nata l’opera: «Se fosse il caso qui di annoiarti con la storia di questo Saggio, potrei dirti che cinque o sei amici miei, essendosi riuniti in casa mia, ed essendo venuti a discorrere intorno ad un argomento ben diverso da quello che io tratto in quest’opera, ben presto si trovarono ad un punto morto per le difficoltà che sorsero da ogni parte. Dopo esserci affaticati per qualche tempo, senza aver fatto un passo avanti nella soluzione dei dubbi che ci imbarazzavano, mi venne fatto di pensare che eravamo su una strada sbagliata; e che, prima di impegnarci in ricerche di quel genere, era necessario esaminare le nostre stesse capacità, e vedere quali oggetti siano alla portata della nostra intelligenza, e quali invece siano superiori alla nostra comprensione. Sottoposi questo pensiero alla compagnia, e tutti senz’altro mi approvarono. » (Locke 1690 Saggio, 7-8)

1.1.2. da come è nata, la natura del testo: una discontinuità (preziosa). «E se ti sembra troppo lungo, devi farne colpa all’argomento, poiché, quando io dapprima posi mano alla penna, credevo che tutte ciò che avevo da dire potesse racchiudersi in un solo foglio di carta; ma a misura che procedevo, più l’orizzonte si allargava; e le scoperte che facevo mi impegnavano in nuove ricerche, talché l’opera raggiunse insensibilmente l’ampiezza che oggi ha.» (Locke 1690 Saggio, 8) [si tratta di pp.821, ed. italiana, Laterza, Bari 1988].

1.1.2.1. Una ripresa produttiva del metodo in romanzo: Lawrence Sterne, La vita e le opinioni di Tristam Shandy, gentiluomo (1759-1766). Analogie tra l’opera di Locke e il romanzo di Sterne per stile paratattico, interpolazioni, discontinuità, digressioni, parentesi, sospensioni enfatizzate in Sterne con trattini di diversa lunghezza tra le parti della frase, maiuscole improvvise, sottolineature ad effetto e a sorpresa, pagine vuote, bianche o grigie o “a mosaico”, righe di asterischi, frecce a curva … quasi a richiamo ironico [al limite dell’irriverenza non intenzionale] dei libri a tipografia religiosa. Viene presentato uno scritto che corrisponde al libero flusso dei pensieri.

1.1.2.2. Libertà nella forma ma assenza di forma; o, mancanza di misura (metro e armonia) nell’opera di Locke come difetto opportuno. Osserva lo stesso Locke in presentazione: «Non vorrò io negare che non la si possa ridurre forse a minor volume, e abbreviarne qualche parte, poiché la maniera come è stata scritta, a pezzi e bocconi e a diverse riprese, e dopo lunghi intervalli e interruzioni, può aver­mi condotto a qualche ripetizione. Ma, per dirla francamente, era sono troppo pigro, e troppo occupato per abbreviarla.» (Locke 1690 Saggio, 8) Ma, se frustrazione si volesse cercare nel Saggio sull’intelletto umano, non andrebbe cercata nell’impossibilità dello spirito umano di assoggettare una realtà esterna; Locke attribuisce allo spirito umano il potere di ordinare l’esperienza secondo molteplici e infiniti rapporti. Ma se l’esperienza è l’unica realtà (posizione antimetafisica, antidogmatica), è impossibile invece “fissare” il linguaggio; il linguaggio ferma per un attimo l’esperienza, così facendo necessariamente la falsifica, togliendola al suo divenire e al suo luogo reale. Questa inefficacia e apparente incoerenza, lungi dal provocare in Locke un senso di frustrazione, stimola e rinvigorisce la ricerca e la conversazione (che per Locke sono la stessa cosa). Quanto più ingarbugliata la “matassa” tanto più Locke si sente spronato ad affrontare sportivamente le difficoltà con assoluta fiducia in una coerenza finale; o con scarsa preoccupazione per una mancanza di tradizionale e scolastica coerenza. Proprio dalla percezione, constatazione, convinzione di non poter fissare in rapporti univoci e definitivi il flusso dell’esperienza nasce il movimento dell’indagine di Locke sull’intelligenza umana in un’opera che gli cresce imprevedibilmente tra le mani. E’ la successione delle idee liberata dalla logica della dimostrazione e della retorica, affidata e connessa alla semplice dimensione del tempo / durata (cioè all’incalzare del tempo come misurazione della durata – tempo vissuto, personale).

Scriverà Lawrence Sterne, richiamando lo stile di Locke e spiegando il proprio, che procede per provocatori balzi e discontinuità: «l’ho fatto per rintuzzare un gusto pernicioso di leggere tutto di seguito, più in cerca dell’avventura che della profonda erudizione e conoscenza che un libro di questo stampo, se letto come dovrebbe, non può mancare di impartire loro. […] scrivere, quando è fatto come si deve (come potete star certi ritengo di fare io) è solo un modo diverso di conversare. Come nessuno, che sappia il fatto suo, in buona compagnia, si azzarderebbe a dire tutto; - così nessuno autore, che comprenda i giusti confini del decoro e della buona educazione, pretenderebbe di pensare tutto. Il rispetto più autentico che possiate dimostrare all’intelligenza del lettore, consiste nel fare amichevolmente a metà, e lasciargli qualcosa da immaginare a sua volta, al pari di voi.»

1.1.3. Va rivisto e (sempre) rilanciato il ruolo della filosofia e, se si vuole un suo successo, il segreto non è scrivere da maestri e dotti della materia, in tal caso si è catalogatori non filosofi (l’inventario preclude la scoperta), ma scrivere per se stessi, chiarire a se stessi i problemi scrivendo, assecondando, nella scrittura il ritmo della ricerca della parola, delle cancellazioni, avanzamenti in intuizioni conclusive che precedono la dimostrazione, sovrascritture, note a margine, digressioni. Si tratta di un modo di procedere filosofico perché in esso è in atto una continua rilettura, correzione, precisazione in attesa di mirare giusto, affinare, attraverso la parola, il concetto di fronte alla mole continua dell’esperienza. La scrittura diventa allora un evento, un accadere, apparentemente doppio: come incontro con se stessi, e incontro con il modo con cui noi ci rapportiamo alla realtà, ma i due processi avvengono in contemporanea. Per questi scopi ed esiti serve il coraggio di lasciare liberi i propri pensieri senza il timore delle novità e dei giudizi, nostri e altrui; senza ritrarsi dai pensieri addolcendoli per timore di sé (inconsapevolmente) e degli altri, del pensiero dominante, diventato un a priori.


1.2. l’intento dell’intera indagine: la chiarificazione. «… è già un’ambizione sufficiente quella di impiegarsi in qualità di semplice operaio a sgombrare e ripulire un po’ di terreno, e a gettar da parte un poco dei detriti che s’incontrano sul cammino della conoscenza. […] Da troppo tempo ormai l’abuso del linguaggio, e certi modi di dire vaghi e privi di senso, passano per dei misteri del sapere; e parole difficili o male applicate che significano assai poco o nulla, sono andate acquistando per prescrizione un tal diritto di venire prese falsamente come espressioni della più profonda sapienza ed alta speculazione, che non sarà facile persuadere coloro che parlano questo linguaggio, o che lo sentono parlare, del fatto che esso non è nient’altro che un mezzo per nascondere la propria ignoranza e per ostacolare la vera conoscenza. Così, immagino che sarà un servizio reso all’intelligenza umana questo di rompere qualche breccia in quel santuario dell’ignoranza e della vanità. Benché siano assai pochi coloro che sarebbero pronti a pensare che, nell’uso delle parole, essi ingannano o sono ingannati, o che il linguaggio della setta che hanno abbracciata contenga alcun difetto meritevole d’essere esaminato o corretto… » (Locke 1690 Saggio, 11)
1.3. dall’intento il metodo dell’indagine: empirico – logico. Una specie di razionalismo empirico: razionalismo per l’oggetto delle indagini, le idee; empirico per il metodo con cui l’indagine viene svolta, la descrizione. «Questo dunque essendo il mio intento, — di esaminare l’origine, la certezza e l’estensione della conoscenza umana, nonché i fondamenti e i gradi della credenza, dell’opinione e dell’assenso, — non mi confonderò qui a considerare la natura dell’anima come farebbe un fisico; a vedere ciò che ne costituisca l’essenza, quali movimenti debbono venire eccitati nei nostri spiriti animali, o quali cambiamenti debbono aver luogo nel nostro corpo, per produrre, mediante i nostri organi, delle sensazioni, o delle idee nella nostra intelligenza; e se alcune di queste idee, o tutte quante, dipendano, o meno, nella loro formazione, dalla materia. Per interessanti e stimolanti che siano tali speculazioni, le eviterò, perché non hanno alcun rapporto col fine che mi propongo in quest’opera. Basterà, per l’intento che io perseguo in queste pagine, esaminare le facoltà di conoscere dell’uomo, in quanto esse operano nei riguardi dei diversi oggetti che si presentano alla sua mente. E credo che non avrò affatto perduto il mio tempo nel meditare su questa materia, se, usando questo metodo storico e semplice (historical plane method), posso far vedere in quali modi la nostra intelligenza venga ad acquisire le nozioni che ha delle cose, e se potrò stabilire i criteri della certezza della nostra conoscenza, e i fondamenti delle convinzioni che vediamo regnare fra gli uomini: convinzioni così differenti, così varie, così direttamente contraddittorie, e che tuttavia, nell'una o nell'altra parte del mondo, vengono sostenute con tanta sicurezza e fiducia, che chiunque voglia considerare le opinioni del genere umano, esaminare il contrasto che c'è fra di esse, e al tempo medesimo osservare la passione e la devozione con cui sono accolte, la risolutezza e il fervore con cui sono sostenute, avrà motivo forse di sospettare una di queste due cose, o che non ci sia assolutamente ciò che si chiama la verità, o che gli uomini non abbiano mezzi sufficienti per arrivare ad una conoscenza certa di essa.» (Locke 1690 Saggio, 21-22)

1.3.1. Locke imposta la propria riflessione sulla conoscenza umana nei termini di una ricognizione descrittiva; essa non mira a un’indagine sistematica da ordinare nella rigida forma del trattato filosofico, ma si propone una semplice catalogazione delle idee, e conseguentemente delle facoltà e forme della conoscenza di cui intende indicare le possibilità e segnare i limiti. Egli intende infatti indagare come «gli uomini possono acquistate tutte le conoscenze che hanno mediante il semplice uso delle loro facoltà naturali»; a tal fine è sufficiente che essi si affidino all’esperienza: «supponiamo che la mente sia quel che si chiama un foglio bianco, privo di ogni carattere, senza alcuna idea. In che modo giungerà esso a ricevere delle idee? Donde e come ne acquista quella quantità prodigiosa che l’immaginazione dell’uomo, sempre all’opera e senza limiti, le offre con una varietà quasi infinita? Donde ha tratto tutti questi materiali della ragione e della conoscenza? Rispondo con una sola parola: dall’esperienza». (Locke 1690 Saggio, 95)


1.4. l’esito della ricognizione: la mappa della mente

origine e catalogazione

gradi di certezza

estensione e ambiti

idee di sensazione

primarie (quantità)

secondarie (qualità) idee semplici

(mente passiva)

idee di riflessione


certezza delle idee semplici:

per intuizione sensibile

generica convinzione circa la

realtà cui rimandano



applicazione con esiti probabili

alla realtà fisica e alle sue leggi

note per esperienza


idee di modo: spazio

tempo


idee di sostanza

idee di relazione idee complesse

causa-effetto (mente attiva)

identità-diversità



certezza del rapporto immediato

tra idee: per intuizione intellegibile


certezza mediata della verità dei

sistemi scientifici: per dimostrazione

razionale


legittima applicazione ai temi:

esistenza dell'io (morale pura)

enti ideali (matematica pura)

esistenza del mondo (metafisica pura)

esistenza di Dio (teologia razionale)

(commento alla tabella - mappa)

1.4.1. Le sensazioni elementari e l’immediata consapevolezza che ne accompagna la percezione si presentano come idee semplici che l’intelletto attivamente aggrega, compone o scompone, formando le varie classi di idee complesse (i modi dello spazio e del tempo, le sostanze materiali e spirituali, le relazioni di causa ed effetto, di identità e diversità ecc.).

1.4.2. A seconda del modo in cui la mente umana percepisce l’accordo o il disaccordo tra idee, si avviano diversi gradi di conoscenza: la certezza ed evidenza assoluta è propria dell’intuizione, in cui il legame tra le idee è colto immediatamente (ad esempio, l’intelletto coglie, con assoluta immediatezza, la discordanza tra concetti opposti come uguaglianza e disuguaglianza); la certezza, ma non evidenza, è propria della dimostrazione, che connette in modo mediato le idee presenti nel giudizio (tale grado di certezza mediata è propria di enunciati che costituiscono l’esito di una catena di passaggi logici); la conoscenza imperfetta ma utile, relativa al mondo, è fornita dalla sensazione (l’uomo ha infatti una assoluta e immediata certezza delle proprie sensazioni attuali, ma da esse può inferire con certezza solo l’esistenza di una realtà esterna, non la sua forma e la sua natura).

1.4.3.Lo studio dei gradi e dell’estensione della conoscenza consente a Locke di definire i limiti di affidabilità dell’intelletto umano: delimitata all’ambito delle nostre idee e a quello ancora più ristretto della percezione dell’accordo o disaccordo tra idee, la nostra conoscenza si rivela sicura nelle intuizioni matematiche e morali, meno evidente nelle dimostrazioni della matematica e dell’esistenza di Dio, ancora meno chiara e certa, seppure utile, nelle semplici sensazioni: non perché non siamo certi delle sensazioni e non siamo consapevoli che le stiamo vivendo, ma le sensazioni non ci danno la certezza che le forme del mondo siano quelle delle sensazioni che ne abbiamo (e la questione risale già a Democrito).

1.4.4. La chiarificazione dei limiti strutturali della conoscenza (oltre i quali non vi è che l’opinione, la fede, l’ignoranza) consente a Locke di indicate gli ambiti del sapere nei quali le possibilità di certezza scientifica sono garantite da specifiche capacità intellettuali. Da questa delimitazione Locke si aspetta di conseguire un duplice obiettivo: da un lato, deviare le energie degli intellettuali verso quei saperi, come la matematica o la morale, che offrono maggiori garanzie di scientificità; dall’altro, con un più cauto e prudente uso della ragione, ottenere un ricomporsi di quelle sterili dispute che laceravano gli ambienti filosofici del suo tempo su questioni nelle quali non è possibile giungere a conoscenza certa e definitiva, come accade, in particolare, al campo della morale applicata e della politica.




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