Lodi del corpo maschile


Stefano Serri, Impazzisci con me (il cervello)



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14.11.2018
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Stefano Serri, Impazzisci con me (il cervello)

Impazzisci, ti prego, facciamolo

insieme: lasciamo il cervello al caso.

Senza il tuo amore esce sangue dal naso.


Nel mio cranio tu intasi un cunicolo

con il tuo grappolo, maturo appena,

ma già m’infonde ebbrezza in ogni vena.
Fammi cantare anche senza spartiti

e riposare anche senza risposta:

nel tuo pensiero il mio abisso ha una costa.
Che cos’è un corpo? Casa e croce, uniti:

la mente fonde insieme il chiodo e il perno

(ma l’anima è l’uscita da ogni inferno).
Provvedi tu un rimedio a ogni male

se avrò perduto un giorno anche il controllo

di questi miei neuroni che ho sul collo.
Forse avverrà che io sia bipolare:

sali sull’altalena del mio umore

ma salta giù, se ti fa male il cuore.
Dentro il mio corpo a volte è notte il giorno:

la mente s’aggroviglia al tempo, spesso

(ma l’anima è certezza dell’adesso).
Senza il tuo amore ho sangue fermo intorno.

Forse son stanco o solo un po’ depresso.

Impazzisci con me: e sarò me stesso.
Stringimi pure, ma dovrai lasciarmi

andare via da questo mio cervello.

Mi resta da rivolgerti un appello:
se una demenza mi farà senz’armi

tu tienmi come madre sempre stretto

e il mio ricordo ascolterà il tuo petto.

Alessandra Celano, Le ciglia

S’ode un’ode: la lode delle ciglia.


Eleganti e sinuose sentinelle

sull’indifeso ciglio delle iridi,

brevi ombre sulle palpebre, sorelle

congiunte a congiuntive, ùvee, coroidi,

si chiudono per custodire i brividi

(come cancelli, ché non si cancelli,

non sfugga alcun di quei fremiti belli),

si schiudono a mostrar la meraviglia.


Chiuse nel sonno, a tratti tremolanti

di un misterioso sogno al soffio lieve,

le guardi arrese, incuranti d’incanti

e di affanni, per una tregua breve

prima che il giorno torni col suo greve

carico – e che riprendano sugli occhi

a battere, come del tempo i tocchi –

prima che il giorno porti paccottiglia.


Trattengono il cristallo della lacrima

finché si sciolga al labbro che le sfiori

(minuscolo cristallo, che dell’anima,

puro, riflette il pianto e pur gli ardori),

ciglia di maschio, nude di colori,

di mascara, di maschera-belletto,

belle e leggere seguono il balletto

dei baci dalla tempia alla caviglia.



Nadia Bertolani, La pupilla

Kore vuol dir pupilla, è risaputo,

una piccola pupa, bambolina,

qual sono io se guardo quel velluto

nero e mi specchio e vedo me bambina.

Loderò la pupilla in un minuto,

parte del corpo umano piccolina,

perché mi piace la mitologia

e della lode al cazzo ho ritrosia.
Della pupilla farò l’elegia,

perché è una lenticchia assai gentile,

modello di perfetta geometria,

poco maschile, è ver, ma mai scurrile.

Di altre parti del corpo ho bramosia,

ma da tal gorgo nero non virile

sono sedotta ed affatturata

tanto che vorrei farne una ballata.


O pupilla nell’iride annidata,

voragine che unisce i due amanti,

da mille fantasie sei abitata,

ma resti misteriosa e desolanti

son gli inganni che m’hanno accalappiata,

sono le delusioni più brucianti,

perché cerco l’amor nel cerchio nero

e di speranze trovo un cimitero.

Trovo solo me stessa nel tuo specchio,

lo sguardo è sempre un laido ingannatore,

tuttavia continuo al modo vecchio

a scrutarti con indefesso amore,

punto nero nell’iride dell’occhio,

precipizio infinito e seduttore,

di una ballata non sei più l’oggetto,

tu, pupilla, monile di giaietto,


perché con disappunto ho ormai dedotto

d’avere scritto un multiplo strambotto!



Stefania Sorbara, Lo sguardo

a G. R.
Sì rimiro del volto il firmamento,

quel lucore di gemma incastonata,

dell’etnia l’impronta blasonata,

del sembiante il divin coronamento.
Araldo di desio, in me ardimento

inietti d’utopistica crociata.

Sol lo sprezzo m’arruffa frastornata,

se restìo a un pietoso infingimento.


Iride tersa, corvina o d’ardesia,

te a vedetta di anima erigo.

Del viril conio disvela il punzone
sicché di dubbi in me cessi tenzone:

io che al bel guardo d’Orfeo prediligo

l’onnisciente scurità di Tiresia.


Azzurra D’Agostino, Lo sguardo

La retina il cristallino il nervo che porta dritto

al nerbo del pensiero e dal pensiero giù e a lato

in fondo al quadrato cerchiato del cuore che il bruciore

arrossa appena appena e slucida illanguidisce slarga.
Non tarda molto anzi parte da qui la rincorsa di respiro

e pelle e capelli mescolati lombi intrecciati e spinte scosse

basse parole la faccia scostata la testa slacciata – parte da qui

tutto da qui, dall’esperienza mineraria oltre il bulbo bianco.


A fianco del colore, oltre il colore – verde mare, nocciola,

[nero pozzo

grezzo azzurro, oro, dorato ocra, celeste – nelle teste delle pupille

che riguardano come quelle belle svegliate la mattina in ritardo.


Fare l’amore il pomeriggio, in segreto, saperlo notte e giorno

[come un tarlo

che rosicchia le vene, fare l’amore per bene, schianto di ossa

[e di carene,

fare l’amore per amore per gioco o per azzardo. È tutto

[già scritto nello sguardo.




Adriana Libretti, Lo sguardo dello skipper

Vira il tuo sguardo

poggia però non stramba

e tutto m’orza.



Sicania, Il naso

Odio l’augel che, quando alla foresta

di tanti manti di color diversi,

s’inoltra intrepido, issato in resta,

trionfa in versi.
E quando, sazio d’amor, riposa un poco

e pronto a inoltrarsi ancora nella rosa

appresso a dolce e femminino gioco

occhieggia in posa.


Te, picciol signor del volto maschio,

amo, che, quando al duro inverno

esponi le tue nari e al gran nevischio,

per me sei il perno.


Sarà per la tua maschia consistenza

o per il tuo arrapante rossore,

che infiamma il centro della mia esistenza,

il tuo licore.


E allora freme in me tutta la voglia

del corpo mio anelante alla nasata

che squassa e squarcia tutta la conchiglia

abbeverata.







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