Lodi del corpo maschile


Prima corona Stefano Serri, Una corona di sonetti



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14.11.2018
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Prima corona




Stefano Serri, Una corona di sonetti

Anima mia, con questo corpo infranto

tu puoi salire a Dio più che se fossi

spolpata di ogni peso, nuda di ossi

e senza sangue dentro: e fuori il manto

di questa pelle che trasuda amando.

Abbiamo avuto questi spazi rossi

dentro il cuore, questi nervi percossi

mentre ragiono, sento o mi domando.
Essere nati insieme fiato e carne:

in noi creature è come se uno smalto

unisse ad un motore le ali scarne

che tentano da sole il grande salto.

Profeta rosa, poeta del letto,

loderò il corpo, rosario imperfetto.




Sonetto pubico

Foresta della carne, ecco la piega

nel mio inguine regalato presto

con il pretesto solo di una sega.

Tiro il freno a mano e zip! zap! mi svesto.

In fretta vado dove mi si prega

di infilarlo, là dietro al caldo. Resto

con il mio alfa stretto nel tuo omèga:

qui il naso annega in un profumo onesto.
Eccolo il cuore, tra le gambe sbatte

e manifesto eretta l’aritmia

che avvera la genealogia del latte

o seme. Al casto che nega la mia

musa posteriore il water ribatte:

da ogni culo rinasce la poesia.




Tra le tue gambe (il seme)

Mi ospiti tra le tue gambe a rombo

e dentro ti lascio questa perla

che mi hai fatto nascere nel grembo:

io la restituisco senza averla
vista, sentita scorrere sul lembo

dell’inguine, inesplosa, come sberla

nata tra le gambe con rimbombo

prima che sia il tuono. Puoi anche berla,


questa pioggia, refrigerio salmastro

ma gentile, se penso all’uragano

che mi agiti, cometa senza astro.
Dentro, lava inghiottita dal vulcano,

riparo il tuo dolcissimo disastro.

Il mio seme è figlio della tua mano.

La piattola

«Ho fatto questa scelta: mi depilo

dal ginocchio fin sopra l’ombelico».

Lo dico al rasoio, mentre l’affilo.

Prevedo il risultato, quel lombrico
nudo in mezzo al rosa, senza l’asilo

di qualche ciuffo scuro: benedico

nel corpo l’ombra e il pelo. Senza un filo

per aggrapparsi come a un ponte amico


la piattola vivrà senza difese

e le sue uova resteranno scaglie

esposte all’aria e alle feroci offese

dell’unghia che le gratta tra le maglie


di mutande, sulle carni contese

al mostro che mi infesta con tenaglie

minime e tenaci. Senza pretese

apro le gambe implumi come quaglie.




Narciso (il glande)

E resterò a specchiarmi sul tuo glande

cercando di capire che ci trovi

su questa rosa storta che si espande

mi bagna e si ritira in mezzo ai rovi

del tuo pube. Poi, senza far domande,

quasi un gioco di gomma, me lo muovi

mentre il silenzio dentro si fa grande.

Come se in muscoli ogni volta nuovi

scorresse la certezza dello sperma,

così tu inneschi, con quel breve grido,

entrando inneschi una bufera ferma

che tra le gambe si alza se mi affido

al tuo tenermi in corpo. Senza karma

mi incarno in te come Narciso e rido:

nelle mutande covo un nido e un’arma.




Larghezza (la cintura)

Perché s’incontrino delle tue dita

i medi almeno dietro questa mia

schiena dilatata e ripiena di vita

devo trattenere in lunga apnea

il fiato – se poi mi sgonfio è finita

e salta il bottone insieme all’armonia.

Sedendo, faccio spesso la sgradita

scoperta che nel buco di platea

a me toccato in sorte non mi infilo –

conviene scegliere con grande cura

il proprio posto al mondo. Cerco asilo

in tutto quello che non ha armatura

perché la libertà è senza profilo.

E sei tu la mia unica cintura.

L’uomo eretto (tra le cosce)

Capaci di confonderci al creatore

per qualche istante di turgore saldo

tenuto su con forza da stupore

per quanto poco sangue serva a dare

stabilità all’esplosione. Ogni fiore

dopo la dolce durezza conosce

che cosa l’aspetta: un fiotto incolore

di vita iniziata per altri, un caldo

regalo naturale in cambio di ore

passate insieme a farlo fermentare.

Questo è per l’uomo lo stadio migliore:

quando sa trasformare tra le cosce

il buio in carne, la goccia in vapore.




Il biscotto

A mille Kamasutra preferisco

un bel pompino fatto in pieno agosto

nel bagno soffocante di una disco –

se bussano dirò: Non c’è più posto!

Per chi mi segue all’esplosione unisco

quella sorpresa aspra e a basso costo

di chi ritrova il latte in un biscotto.

Il ritmo della sala che ci è imposto

lo faccio mio; prima che sia interrotto

da qualche buttafuori, con gran cura

gli attiro il naso contro la cintura.

Che si sporchi lo specchio me ne fotto:

per guardarsi in faccia senza paura

bisogna sputare ogni cosa pura.


69 (La gola)

Lo so che in mezzo d’ogni selva resta

un sentiero dove il corpo inespresso

poi si riversa sopra la mia testa

se capovolti ci inseguiamo il sesso:
la lingua mi dipana la foresta

spingo la bocca nel tuo buio accesso.

La frana del tuo corpo, la mia festa

nella gola, tu me lo aspiri e – adesso!


Libero il seme. Ora vieni anche tu:

mi bagni esausto il petto disarmato.

Ma affinché nessuna goccia cada giù

tornerà dritto quel che è ribaltato:

e l’amore sarà frontale, fiato

ricambiato in questa nuova schiavitù.




Sonetto cardiaco

Quando si spegnerà, con breve fiotto

stagno, tutta l’armonia e ogni sistole

e l’abisso coperto d’aureole

che viene detto cuore sarà rotto,
ricorderò il tuo petto e quando sotto

m’appoggiavo appena e senza botole

cadevo amandoti tra le tavole

dove, tra caos e vita, ancora lotto.


Sarò livido e poi polvere e bruno

fango; pochi battiti di sorriso

e vissuto amore saranno grumo

e carie, ma anche dal corpo reciso

te lo dirò: sono stato qualcuno

quando nel tuo ho nascosto il mio viso.






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