L’offerta corruttiva al consulente del pubblico ministero



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L’OFFERTA CORRUTTIVA AL CONSULENTE DEL PUBBLICO MINISTERO

Michele Fascetti

SOMMARIO: 1. Le figure del perito e del consulente tecnico – 2. Il fatto – 3. I primi dubbi delle indagini preliminari – 3.1. La condanna con rito speciale – 4. La riqualificazione del fatto della Corte di Appello – 4.1. Il ricorso degli imputati. – 5. La contraddizione della Sesta Sezione Penale – 5.1 L’intervento delle Sezioni Unite – 6. La Corte costituzionale “decide di non decidere” – 7. La qualificazione finale delle Sezioni Unite – 8. L’art. 377 c.p.: il reato di intralcio alla giustizia - 9. Osservazioni e conclusione



  1. Le figure del perito e del consulente tecnico

Prima di esaminare il fatto e comprenderne l’intera rilevanza occorre, a mio avviso, una breve introduzione1 sulle figure del perito e del consulente tecnico del pubblico ministero, disciplinate dal libro terzo, titolo II dei mezzi di prova del nostro codice di procedura penale. L’oggetto della perizia risulta delineato in via generale dall’art. 220 c.p.p. comma 1° attraverso la definizione del presupposto di ammissibilità della prova peritale (che si configura, nel contempo, come presupposto del dovere del giudice di disporre la perizia), facendo cioè riferimento alla situazione in cui “occorre svolgere indagini”, ovvero “acquisire dati o valutazioni”, i quali richiedano “specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche”. Quando il giudice accerti la sussistenza di una delle suddette condizioni è obbligato ad ammettere – e, quindi, a disporre – la perizia anche d’ufficio, prevedendo il contenuto della relativa ordinanza, che accanto alla nomina del perito dovrà, tra l’altro, recare la “sommaria enunciazione dell’oggetto delle indagini”. Il perito dunque, è un soggetto dotato di particolari conoscenze in determinate materie che, qualora il giudice ne ravvisi il bisogno, può nominarlo per espletare alcune complesse operazioni tecniche. Per la relazione finale della perizia si prevede che esso risponda immediatamente ai quesiti propostigli, e comunque in forma orale, mediante “parere raccolto nel verbale” (art. 227 commi 1° e 2° c.p.p.). Quanto ad essa, si prevede che il perito risponda immediatamente ai quesiti propostigli, e comunque in forma orale, mediante “parere raccolto nel verbale” (art. 227 commi 1° e 2° c.p.p.). Necessitando l’esigenza del contraddittorio sul terreno probatorio si esamina per sommi capi la disciplina della partecipazione dei consulenti tecnici – che possono essere nominati, in numero non superiore a quello dei periti, sia dal pubblico ministero sia dalle parti private – lungo l’intero arco di svolgimento della perizia, fin dal momento della formulazione dei quesiti (art. 226 comma 2° c.p.p.). Il pubblico ministero infatti, quando procede ad accertamenti, rilievi segnaletici, descrittivi o fotografici e ad ogni altra operazione tecnica per cui sono necessarie specifiche competenze, può nominare e avvalersi di consulenti2. L’oggetto della consulenza tecnica di parte è identico a quello della perizia: cioè deve

essere disposta dal giudice quando occorre compiere una valutazione per la quale sono necessarie specifiche competenze. Il perito svolge le indagini ed acquisisce risultati probatori per conto del giudice e gli esiti sono destinati a confluire direttamente nel fascicolo del dibattimento e sono utilizzabili nella decisione finale. Il consulente di parte propone valutazioni tecniche, che si traducono in pareri espressi oralmente o in memorie scritte. Identico è lo strumento con il quale perito e consulente tecnico sono sentiti in dibattimento: l’esame incrociato. Un significativo riscontro di questa disciplina è infatti fornito dalla prevista possibilità di sottoposizione ad esame, in sede dibattimentale, tanto dei periti, quanto dei consulenti tecnici, secondo cui “si osservano le disposizioni sull’esame dei testimoni in quanto applicabili” (art. 501 c.p.p.)3. Relativamente alle modalità di intervento dei consulenti tecnici, essi sono autorizzati ad assistere al conferimento dell’incarico e, quindi, a partecipare a tutte le operazioni peritali: non solo formulando osservazioni e riserve, ma anche proponendo al perito lo svolgimento di specifiche indagini, con la previsione che delle une e delle altre debba darsi atto in sede di relazione (art. 230 commi 1° e 2° c.p.p.). Anche il consulente tecnico nominato ex art. 233 c.p.p. può venire sottoposto ad esame, nel corso del dibattimento, ai sensi dell’art. 501 c.p.p., proprio allo scopo di consentire l’acquisizione probatoria degli esiti delle sue indagini e delle sue valutazioni. Punti chiave questi che, oltre a rappresentarci le figure in esame, ci permettono di entrare nel merito della questione.



  1. Il fatto

L’oggetto del processo è costituito dalla condotta di alcuni soggetti che consegnavano ad un consulente tecnico del pubblico ministero una somma di denaro (da questi simulatamente accettata) allo scopo di fargli predisporre una consulenza falsa. In particolare, la vicenda processuale in esame trae origine da un incidente aereo, avvenuto il 1° Giugno 2003, nello spazio sovrastante l’aeroporto di Milano Linate, che causò la caduta di un aeromobile della compagnia Eurojet su un capannone industriale e la morte del pilota e del copilota1. Durante le indagini preliminari che seguirono, il pubblico ministero nominò un consulente tecnico, ex art. 359 c.p.p., nella persona del signor Cimaglia, funzionario Enac. Nel corso degli accertamenti tecnici, il consulente citato fu avvicinato da un suo conoscente e collega, tale Corrado Sghinolfi, ispettore Enac a Milano ed addetto al controllo operativo di Eurojet, il quale gli prospettò la possibilità di ottenere una grossa somma di denaro in cambio di un elaborato tecnico favorevole alla compagnia aerea. Il consulente tecnico finse di accettare la proposta (e conseguentemente il denaro) ma avvisò

immediatamente il pubblico ministero, che decise di predisporre attività investigativa che consentisse la prosecuzione della trattativa corruttiva in questione, sia pure sotto il controllo della polizia giudiziaria, in modo da individuare tutte le possibili responsabilità. All’esito dell’indagine, emersero profili di reità nei confronti del citato Sghinolfi (e dei soci Guido Andrea Guidi e Edoardo Rubino) nonché dell’avvocato difensore Angelo Palermo che secondo quanto emerso, avrebbe avuto il compito di indicare quale avrebbe dovuto essere il contenuto della consulenza tecnica per risultare favorevole ai suoi assistiti. Qui di seguito ripercorriamo la vicenda giurisprudenziale.



3. I primi dubbi delle indagini preliminari

Il pubblico ministero, con gli elementi acquisiti a carico dei citati indagati, chiedeva ed otteneva dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano ordinanza cautelare per il delitto di corruzione in atti giudiziari, di cui all’art. 319-ter c.p.1 Già in sede di interrogatori di garanzia gli indagati ammisero le materialità dei fatti storici, seppure cercando di giustificare l’offerta corruttiva con finalità di evitare una consulenza sfavorevole da parte del tecnico nominato dal pubblico ministero, ritenuto in qualche modo prevenuto nei confronti della società e dei suoi amministratori. L’ordinanza veniva però in seguito annullata dal Tribunale del riesame per erronea qualificazione del fatto: non essendosi infatti conclusa la trattativa, il reato prospettabile non era quello di cui all’art. 319-ter c.p. ma bensì quello di istigazione alla corruzione, di cui all’art. 322 c.p.2 Avverso il provvedimento del controllo cautelare proponeva ricorso il pubblico ministero milanese. La Corte di Cassazione rigettava il ricorso, confermando che la corruzione in atti giudiziari effettivamente non si era consumata adducendo in motivazione di poter sussumere il fatto storico nell’ipotesi delittuosa di tentativo di corruzione in atti giudiziari.3 In sede di indagini veniva successivamente sollevata questione sulla competenza territoriale, rimessa al procuratore generale presso la Corte di Cassazione, ex art. 54-quater c.p.p.4 L’incidente veniva risolto attribuendo la competenza alla Procura della Repubblica di Roma, sul presupposto che, qualificato come istigazio-

-ne alla corruzione ex art. 322 c.p., il reato si era consumato a Roma. Il pubblico ministero a cui venne trasmesso il fascicolo, all’esito delle indagini, non riteneva però di contestare la fattispecie delittuosa individuata dal procuratore generale presso la Corte di Cassazione ed esercitava l’azione penale nei confronti dei quattro imputati per il delitto di intralcio alla giustizia, ex art. 377 c.p., ritenuto commesso a Roma in data 2 giugno 2006.

3.1. La condanna con rito speciale

Avendo gli imputati Guidi e Rubino optato per il rito abbreviato, il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Roma, con sentenza 26 novembre 2008, concordando sulla qualificazione giuridica proposta dal pubblico ministero, condannava gli imputati alla pena di anni uno e mesi otto di reclusione ciascuno5. Con successiva ordinanza, emessa il 23 gennaio 2009 con contemporaneo deposito della motivazione, il giudice dell’udienza preliminare operava un correttivo sul dispositivo irrogando la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la stessa durata della pena principale, anch’essa sospesa6.



4. La riqualificazione del fatto della Corte di Appello

La Corte di Appello di Roma, con sentenza del 3 maggio 2012 pronunciata a seguito di impugnazione degli imputati, in riforma della sentenza del primo giudice, riqualificata la condotta contestata ai sensi degli art. 1101 e 322 c.p., determinava la pena, tenuto conto delle diminuenti del rito abbreviato, in anni uno di reclusione ciascuno e revocava la pena accessoria. Secondo la Corte non era possibile qualificare il fatto in termini di intralcio alla giustizia, essendo questo delitto prospettabile solo nel caso in cui il soggetto avvicinato rivesta già la qualifica di teste, per essere stato citato con questo ruolo a partecipare al giudizio. Pur condividendo l’impostazione del primo giudice sul carattere speciale della fattispecie di cui all’art. 377 c.p. rispetto a quella punita nel capo dei delitti dei pubblici ufficiali contro la P.A., la Corte d’Appello di Roma ritenne inapplicabile la norma speciale. Confermava quindi la declaratoria di responsabilità, previa modificazione del titolo di reato.



4.1 Il ricorso degli imputati

Contro la decisione della Corte d’Appello gli imputati hanno presentato, a mezzo del proprio difensore, ricorso per Cassazione, articolato in un unico motivo, con cui denunciavano sia la violazione dell’art. 322 c.p. sia il vizio di motivazione. Evidenziano come il reato commesso dal consulente tecnico non possa che essere inquadrato, in astratto, tra le ipotesi di reati contro l’amministrazione della giustizia in quanto il legislatore ha dimostrato con le sue scelte la volontà inequivoca di concentrare in un’apposita sezione tutte le condotte relative ai reati contro l’amministrazione della giustizia. In concreto, però, non sarebbe ipotizzabile il delitto di cui all’art. 377 c.p. perché mancherebbe il requisito soggettivo; nel caso di specie, infatti, il consulente tecnico, non avendo ancora assunto la veste di testimone, non poteva essere annoverato fra i soggetti nei cui confronti ha rilevanza penale una attività subornatrice. Ravvisare, d’altro canto, nel fatto un’ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione (e quindi secondo l’attuale divisione del codice penale il delitto di cui all’art. 322), oltre ad apparire una scelta in contrasto con le indicazioni del legislatore, incontrerebbe un ostacolo insormontabile, rappresentato dalla violazione degli artt. 3 e 25 Cost. Infatti il tentativo di corruzione di un consulente tecnico di parte verrebbe punito più severamente del tentativo di corruzione nei confronti del perito o del consulente tecnico del giudice civile o del consulente tecnico del pubblico ministero già ammesso a deporre in dibattimento. Andrebbe, in conclusione, ravvisata secondo i ricorrenti, la fattispecie di istigazione a commettere patrocinio o consulenza infedele (art. 380 c.p.2) che, non essendo accolta, sarebbe non punibile ex. art. 115 c.p.3 In subordine, i ricorrenti hanno eccepito la incostituzionalità dell’art. 322 c.2 c.p. per contrasto con l’art. 3 Cost.



5. La contraddizione della Sesta Sezione Penale

La Sesta Sezione penale della Corte di Cassazione, non appena ricevuto il ricorso degli imputati, rimetteva alle Sezioni Unite1, sul presupposto di un potenziale contrasto di giurisprudenza, la questione così riassumibile: “se sia configurabile il reato di intralcio alla giustizia di cui all’art. 377 cod. pen. nel caso di offerta o di promessa di denaro o di altra utilità al consulente tecnico del pubblico ministero al fine di influire sul contenuto della consulenza, qualora il consulente tecnico non sia stato ancora citato per essere sentito sul contenuto della consulenza.” Nell’ordinanza di re-



-missione si è ricordato come la lettura fatta propria dalla Corte di Appello risultasse supportata dall’unico arresto edito che si era occupato di un caso analogo: la medesima Sesta Sezione aveva ritenuto sussistente il delitto di istigazione alla corruzione2, di cui all’art. 322 comma 2° c.p., sul presupposto che il consulente tecnico del pubblico ministero, cui era offerta un’utilità per “addomesticare” gli esiti del suo accertamento, non aveva ancora assunto il ruolo formale di testimone. Ma procediamo con calma ed analizziamo attentamente anche le altre osservazioni mosse dalla Sesta Sezione penale. Essa ritiene, al tempo stesso, che la prospettazione difensiva secondo cui vi sarebbero stati ostacoli formali nel configurare il delitto di istigazione alla corruzione avesse almeno in parte fondamento. La decisione emessa nel 1999 dalla citata sentenza della Suprema Corte nel caso Pizzicaroli e nell’attuale processo dal giudice d’Appello, rischiava, in primo luogo, di apparire in contrasto con il dettaglio degli artt. 3 e 25 Cost. L’offerta di denaro o di altra utilità al consulente del pubblico ministero (pubblico ufficiale) per il compimento di una falsa consulenza sarebbe stata punita più gravemente dell’analoga condotta diretta ad un perito, che rientrava pacificamente, per il principio di specialità3, nell’art. 377 comma 1° c.p. Qui sarebbe stata irrogabile la reclusione da un anno e quattro mesi a tre anni e quattro mesi; nella seconda, invece, per il combinato disposto degli artt. 372, 373 e 377 c.p., la reclusione da otto mesi a tre anni. Sotto il profilo penalistico invece l’ordinanza ha considerato la possibilità di ritenere corretta la valutazione cui era pervenuto il giudice di primo grado, quando aveva condannato gli imputati per il delitto di intralcio alla giustizia. Quel giudice aveva, infatti, individuato il riferimento implicato dall’art. 377 c.p. nell’art. 372 (o nell’art.371-bis), e non nell’art. 373 c.p.: la proposta corruttiva del privato non poteva di certo mirare al confezionamento di una falsa perizia, punita dall’art. 373 c.p., perché il consulente tecnico del pubblico ministero non era un perito e non produceva, dunque, alcuna perizia. Anche l’individuazione della qualificazione soggettiva del consulente tecnico, chiamato a collaborare con una parte privata, poteva contribuire a dimostrare l’assunto: infatti lo stesso era concepito come un soggetto che esprimeva un ruolo di ausilio alla difesa, donde la sua equiparazione, quanto a funzione e garanzie, al difensore; quello nominato dal pubblico ministero, invece, pur prestando attività d’ausilio ad una “parte” del processo, andava “avvicinato” maggiormente alla funzione della pubblica accusa, andando quindi ad acquistare natura di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio nel momento in cui compiva le attività assegnategli dal pubblico ministero stesso. Su lui gravava di conseguenza il dovere, connaturato ad ogni parte pubblica, di obiettività ed imparzialità, essendo la sua funzione tesa al raggiungimento di interessi pubblici, quale, in primis, l’accertamento della verità. Andando al nocciolo della questione viene

in rilievo la circostanza secondo cui non poteva negarsi che, nel caso in esame, il consulente del pubblico ministero non era ancora stato citato come testimone al momento della realizzazione della condotta subornatrice. Per la giurisprudenza dominante, la qualità di testimone, nel reato di cui all’art. 377 c.p., veniva considerata assunta nel momento dell’autorizzazione del giudice alla citazione del soggetto in questa veste, ai sensi dell’art. 468, comma 2, c.p.p.4 Affermazione però, secondo la Sesta Sezione penale non valida nel caso in cui il soggetto su cui si esercitava l’attività induttiva o violenta fosse il consulente tecnico del pubblico ministero. In questa evenienza, infatti, il soggetto rivestiva già una precisa veste processuale di consulente tecnico, potenzialmente destinata a rifluire sulla qualità “testimoniale” ex artt. 371bis o 372 c.p. Questa qualità, anche se non ancora formalmente assunta, poteva ritenersi immanente, in quanto prevedibile e necessario sviluppo processuale della funzione assegnata al consulente tecnico. In questa prospettiva, il reato avrebbe potuto ritenersi configurabile nel caso di specie, essendo stata la condotta contestata esercitata per influire sui risultati di una consulenza tecnica, destinati ad essere falsamente rappresentati al pubblico ministero (art. 371-bis c.p.) o successivamente al giudice (art. 372 c.p.). Considerato il contrasto tra queste opinioni ed il principio affermato nella precedente sentenza della Cassazione il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite Penali5 a norma dell’art. 618 c.p.p., aggiungendo che, ove non si dovesse ritenere applicabile l’art. 377 c.p., ma l’art. 322 c.p., sarebbe necessario affrontare i già rilevati profili di illegittimità costituzionale.



5.1 L’intervento delle Sezioni Unite

Le Sezioni Unite escludono anzitutto che nella fattispecie in esame possa ravvisarsi un ipotesi di tentativo di corruzione in atti giudiziari (artt. 56 e 319-ter c.p.), come ritenuto dalla stessa Sesta Sezione in sede di valutazione cautelare della posizione di uno degli imputati. In mancanza di un accordo corruttivo, infatti, l’istigazione non accolta alla corruzione poteva essere ricondotta solo alla previsione punitiva dell’art. 322 c.p. ovvero quando si trattasse di proposta rivolta a soggetti destinati ad assumere una veste processuale, alle figure criminose delineate dagli artt. 377 o 377-bis c.p. Il fatto per cui si procede non poteva essere neppure qualificato, contrariamente a quanto sostenuto dagli imputati ricorrenti, in istigazione non accolta a commettere una consulenza infedele (art. 380 c.p.), con conseguente sua irrilevanza penale (art. 115 c.p.). L’attività svolta dal consulente tecnico del pubblico ministero non poteva essere, infatti, definita come attività di parte, alla quale



soltanto si riferiva il citato art. 380 c.p., discutendosi di soggetto che esercitava una funzione pubblica e che contribuiva non già a tutelare gli interessi di una parte processuale, “ma di accertare la verità”. Il problema ermeneutico si concentrava, di conseguenza, sull’applicabilità di una delle due ipotesi delittuose, dianzi indicate, dell’istigazione alla corruzione o dell’intralcio alla giustizia. Quanto a quest’ultima si ricorda che l’art. 377 c.p. ha subito, nel corso degli anni, alcune modifiche. In particolare, con il d.l. 8 giugno 1992, n. 306, convertito il legge 7 agosto 1992, è stato riscritto completamente il comma primo dell’art. 377 c.p., ed è stato aggiunto il consulente tecnico tra i soggetti destinatari della condotta allettatrice6. Le Sezioni Unite, osservano come nel caso del consulente tecnico del pubblico ministero l’offerta o la promessa di denaro o altra utilità non poteva essere finalizzata alla commissione del delitto di falsa perizia, di cui al richiamato art. 373 c.p., in quanto l’ausiliario tecnico dell’accusa non era un perito (nominato invece dal giudice). Non era dunque possibile estendere in via interpretativa il concetto di “perizia” alla “consulenza tecnica” senza violare il principio di tassatività del precetto penale. Conformemente a quanto ritenuto dalla Sesta Sezione nel rimettere la questione alle Sezioni Unite, la subornazione del consulente tecnico del pubblico ministero poteva, nondimeno, egualmente configurare il reato di intralcio alla giustizia, in quanto finalizzata alla commissione dei delitti di false informazioni al pubblico ministero (art. 371-bis c.p.) e di falsa testimonianza (art. 372 c.p.). La parificazione del consulente tecnico al testimone trovava, in effetti, un solido appiglio nell’art. 501 c.p.p., che estende al consulente tecnico le disposizioni sull’esame dibattimentale dei testimoni. Pur non essendo un testimone in senso proprio, in quanto non chiamato a riferire su “fatti”, ma ad esprimere valutazioni su materie che richiedono specifiche competenze, il consulente tecnico ben poteva “affermare il falso o negare il vero”, conformemente alla previsione dell’art. 372 c.p. o “rendere dichiarazioni false”, secondo quella dell’art. 371-bis c.p. La conseguente configurabilità, sotto questo profilo, del delitto di intralcio alla giustizia, risultava confermata anche dalla lettera della norma incriminatrice, posto che il riferimento al “consulente tecnico”, contenuto nell’art. 377 c.p., si prestava senz’altro a ricomprendere anche l’ausiliario tecnico dell’organo dell’accusa e non era preclusa (la configurabilità) dalla circostanza che il consulente del pubblico ministero non era stato ancora citato come testimone o come persona informata sui fatti al momento dell’offerta di denaro. Era ben vero che, secondo l’indirizzo prevalente in giurisprudenza, perché possa configurarsi il delitto di cui all’art. 377 c.p. è necessario che i destinatari della condotta subornatrice abbiano già formalmente assunto, nel momento in cui la condotta stessa è posta in essere, le qualifiche processuali indicate dalla norma: il che si verifica, nel caso del testimone, solo allorchè il giudice abbia autorizzato la citazione del soggetto in tale veste, ai sensi dell’art. 468 c.2 c.p.p. Ma, rileva la Corte, se il consu-

-lente tecnico del pubblico ministero deve essere considerato un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, egli ha già, con la nomina del p.m., una precisa veste processuale, idonea potenzialmente a rifluire sull’assunzione della qualifica testimoniale ai sensi degli art. 371 bis e 372 c.p. Questa “immanenza” della funzione processuale renderebbe, così, del tutto irrilevante un momento formale di citazione in giudizio, quale richiesto dall’art. 468 c.2 c.p.p. Risolte positivamente le questioni in astratto incompatibili con l’applicazione dell’art. 377 c.p., le Sezioni Unite rilevano come, tuttavia, nel caso concreto, non possa farsi ricorso a tale disposizione. Infatti, se è corretto sostenere che il consulente tecnico può certamente “rendere dichiarazioni false (art. 371bis c.p.) o “affermare il falso o negare il vero” (art. 372 c.p.), è anche indubitabile che ciò non valga allorquando il consulente formuli un proprio giudizio personale e, come tale, esprima un’opinione, intrinsecamente incompatibile con un apprezzamento in termini di verità/falsità. Nel caso di specie, in effetti, la consulenza sarebbe proprio di tipo valutativo e per questo non si presenterebbe come un’alterazione di accertamenti tecnici od obiettivi espletati. Il consulente tecnico del pubblico ministero è, infatti, equiparabile al testimone solo in rapporto alle dichiarazioni che investono gli esiti obiettivi degli accertamenti espletati; non, invece, in relazione alle valutazioni tecnico-scientifiche, le quali, in quanto espressive di personali opinioni, non sono qualificabili in termini di verità o di falsità: sicchè, con riguardo ad esse, il consulente non può rispondere del reato di falsa testimonianza o di false informazioni al pubblico ministero. Residuerebbe, allora, solo l’applicazione dell’art. 322 c.p., norma generale rispetto all’art. 377 c.p. Una soluzione che, tuttavia, solleva evidenti profili di incostituzionalità, dal momento che l’offerta in denaro o di altra utilità al consulente del pubblico ministero per il compimento di una falsa consulenza sarebbe punita più gravemente della medesima condotta diretta ad un perito. Ma, ancora la medesima condotta risulterebbe punita più gravemente se posta in essere nell’ambito di un processo penale (con conseguente applicazione, come in tal caso, dell’art. 322 c.p.), rispetto che in un giudizio civile (per il quale è pacifica l’applicazione dell’art. 377 c.p.) ed ancora la medesima condotta sarebbe diversificata sul piano del trattamento sanzionatorio a seconda che la consulenza richiesta sia di tipo meramente accertativo (art. 377 c.p.) o richieda ulteriori valutazioni tecnico-scientifiche (art. 322 c.p.). Si trattava, sotto ognuno degli evidenziati profili, di conseguenze lesive sotto il principio di eguaglianza, posto che situazioni del tutto analoghe venivano disciplinate in termini differenti sul piano della risposta punitiva. In aggiunta a ciò, vi era il “paradosso” per cui solo la particolare e neppure più grave forme di intralcio alla giustizia giustizia oggetto del giudizio a quo rimaneva estranea alla specifica partizione del codice penale dedicata ai reati contro l’amministrazione della giustizia, restando “confinata” tra i delitti contro la pubblica amministrazione. Le Sezioni Unite, dunque, preso atto che il legislatore non è intervenuto adeguatamente per includere anche il consulente tecnico del pubblico ministero tra i soggetti attivi

del reato e che l’art. 322 c.2 c.p. nella parte in cui assoggetta la subornazione del consulente del p.m. ad una pena superiore a quella prevista dall’art. 377 c.1 in relazione all’art. 373 c.p., fosse in contrasto con l’art. 3 della Costituzione sotto il profilo della disparità di trattamento di situazioni analoghe, sospendeva il medesimo giudizio e rimettevano la questione alla Corte Costituzionale per la decisione in merito.



6. La Corte costituzionale “decide di non decidere”

Con sentenza n. 163 del 2014 la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 322 c.2 c.p., sollevata, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Il Giudice delle Leggi riconosce che il problema centrale sta nel difetto di coordinamento tra le norme incriminatrici contenute nel titolo III del codice penale, concernenti l’amministrazione della giustizia ed il nuovo assetto processuale introdotto dal codice di rito del 1988 In particolare, tendo a rammentare che la fattispecie di “falsa perizia o interpretazione” (art. 373 c.p.) non è stata interessata da alcun intervento di adeguamento sistematico, con la conseguenza che attualmente risulta applicabile al perito nominato dal giudice ma non al consulente tecnico nominato dal pubblico ministero ex art. 359 c.p.p. Infatti, mentre in precedenza, sotto il rito c.d. “inquisitorio” vi era una sostanziale equiparazione tra le prove raccolte in contraddittorio ed i risultati delle indagini condotte dalla pubblica accusa, il passaggio ad un rito c.d. “accusatorio” ha, sin da subito, evidenziato notevoli vuoti di tutela anche per altre circostanze1. La Corte Costituzionale dopo aver illustrato la “soluzione innovativa” adottata nell’ordinanza di remissione, ha ritenuto di non poter condividere le conclusioni delle Sezioni Unite, là dove non si è ritenuto applicabile nel caso in esame l’art. 377 c.p. con riferimento all’art. 372 c.p. per essere il contenuto degli accertamenti eseguiti nel caso di specie dal consulente tecnico del pubblico ministero di natura valutativa. Infatti tali accertamenti riguardavano nella specie l’idoneità dell’addestramento del pilota dell’aereo schiantatosi nell’aeroporto di Linate, e una simile indagine, non poteva prescindere da un’analisi di natura oggettiva, relativa al tipo di addestramento ricevuto dal pilota ovvero del complesso di attività di apprendimento, teoriche e pratiche, da lui realizzate. Trattandosi dunque di un accertamento di carattere oggettivo e non valutativo, non vi erano ragioni per non applicare l’art. 377 c.p. con riferimento all’art. 372 c.p. o, eventualmente, all’art. 371bis c.p. Per altro, la Corte Costituzionale ha osservato come la pronuncia di incostituzionalità dell’art. 322 c.2 c.p. non avrebbe comunque garantito il ripristino del principio di eguaglianza ri-

-chiesto dalle Sezioni Unite. Infatti bisognava ricordare come le pene previste per il delitto di false informazioni al pubblico ministero (reclusione fino a quattro anni) sono sensibilmente inferiori a quelle previste per falsa testimonianza (reclusione da due a sei anni): tale divario sanzionatorio si ripercuote inevitabilmente anche sull’art. 377 c.p., che prevede, nel caso di subornazione, la riduzione di entrambe le pene dalla metà ai due terzi. Il legislatore, dunque, coerentemente con l’impianto accusatorio in vigore, ha considerato meno grave la mendacità di una dichiarazione resa all’organo dell’accusa rispetto a quella resa al giudice del dibattimento e ciò perché il pubblico ministero è una parte del processo e, di regola, gli elementi dello stesso raccolti fuori dal contraddittorio non hanno dignità di prova nel processo. La stessa logica imponeva, allora, che le pene previste per la subornazione del consulente tecnico del pubblico ministero, in ipotesi punita dall’art. 322 c.2 c.p., fossero sensibilmente inferiori rispetto a quelle stabilite per la medesima condotta posta in essere nei confronti del perito e punita a norma degli artt. 377 e 373 c.p., posto che il perito è un ausiliario del giudice e pertanto portatore di un sapere tecnico acquisito dal giudice in dibattimento. In caso contrario si sarebbe ritornati ad un modello inquisitorio, nel quale gli elementi raccolti in fase di indagine e quelli raccolti nel dibattimento avevano il medesimo valore. La Corte Costituzionale inoltre rileva come nel caso in cui il consulente tecnico ponga in essere una attività di accertamento che postuli sia il riscontro di dati oggettivi sia profili valutativi, il soggetto che offra o prometta denaro al consulente dovrebbe essere chiamato a rispondere di due reati in concorso formale: del delitto di cui all’art. 377 c.p., per la parte che ha ad oggetto elementi oggettivi, e del delitto di cui all’art. 322 c.2 c.p., per la parte che ha ad oggetto elementi valutativi; un esito questo che, oltre ad apparire incongruo, non poteva essere rimosso dall’ipotetico accoglimento della questione di costituzionalità, che mirava ad incidere unicamente sul trattamento sanzionatorio dell’art. 322 c.2 c.p. e non già sulla duplicazione della risposta punitiva per il medesimo fatto.

7. La qualificazione finale delle Sezioni Unite

A questo punto, la “parola” tornava nuovamente alle Sezioni Unite, chiamate a misurarsi, in definitiva, con tre alternative: 1) confermare l’inquadramento del fatto concreto come istigazione alla corruzione; 2) sollevare una nuova questione di legittimità (esposta a mio parere ad una nuova declaratoria di inammissibilità senza addurre nuove motivazioni); 3) rivedere, anche alla luce dei rilievi della Corte Costituzionale, le conclusioni in punto di non sussumibilità del fatto in esame all’ipotesi delittuosa dell’intralcio alla giustizia. In prima battuta, sempre le Sezioni Unite, ripercor-



-rono le modifiche di cui è stato oggetto, nel corso del tempo, l’art. 377 c.p. evidenziando come prima il problema qualificatorio della condotta allettatrice del consulente tecnico del p.m. sia scaturito da un difetto di adeguamento delle norme in materia di delitti contro l’amministrazione della giustizia, di cui al codice penale del 1930, al rinnovato assetto processuale introdotto dal codice di rito del 1988. In particolare, l’art. 377 c.p., modulato sull’impianto inquisitorio del coevo codice di procedura, avrebbe denunciato la sua inadeguatezza una volta venuta meno, con il passaggio ad un sistema di tipo accusatorio, la sostanziale equiparazione tra prove raccolte in contraddittorio e risultasti delle indagini dell’accusa. L’opera legislativa di riallineamento dei delitti in questione al mutato quadro processuale, che pure conosceva tappe importanti, segnatamente nel 1992 e nel 2000, non veniva portata a compimento, restando ad essa estranea la figura del consulente tecnico nominato dal pubblico ministero ex art. 359 c.p.p., consulente non più equiparabile al perito nominato dal giudice e, di conseguenza, non annoverabile tra i soggetti attivi del delitto di falsa perizia ex art. 373 c.p. Da qui il precipitato della non ascrivibilità dell’offerta o promessa indirizzata al consulente tecnico del p.m., con lo scopo di orientarne gli esiti della consulenza, all’ambito di operatività dell’art. 377 c.p. nella parte in cui fa riferimento al “delitto-fine” di cui all’art. 373 c.p. A questo punto, le Sezioni Unite procedono ad accertare che la subornazione del consulente tecnico del pubblico ministero non sia punibile a diverso titolo, all’uopo valorizzando non già il richiamo alla falsa perizia contenuto nell’art. 377 c.1 c.p., quanto quello della falsa testimonianza e delle false informazioni al pubblico ministero (art. 372 e 371bis c.p.). La verifica ha esito positivo in considerazione del fatto che il consulente di cui si discute, sentito in dibattimento nelle forme dell’esame testimoniale e, ancora prima, eventualmente, chiamato a rendere dichiarazioni al p.m. che l’ha nominato, ben potrebbe essere indotto, a mezzo di offerta o di promessa di denaro o altra utilità, ad “affermare il falso e negare il vero”. E non c’è dubbio, ad avviso delle Sezioni Unite, che sul consulente tecnico del pubblico ministero incomba un dovere di verità: egli, infatti, ancorchè chiamato a prestare un’attività di ausilio ad una “parte” del processo, presenterebbe tratti peculiari rispetto al consulente tecnico chiamato a collaborare con la parte privata, “ripetendo dalla funzione pubblica dell’organo che coadiuva i relativi connotati”. Del resto, che il consulente tecnico del p.m. sia esposto alle conseguenze penali previste, in caso di false dichiarazioni, dall’art. 372 c.p. o, in sede di indagini, dall’art. 371bis c.p. è confermato da elementi di ordine testuale e sistematico sopra enunciati. Le Sezioni Unite confermano, poi l’impostazione, già abbracciata nell’ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale, circa la problematica posta dal fatto che, nel caso di specie, “il consulente tecnico del pubblico ministero non si era ancora, per cosi dire ”trasformato” in testimone, non essendo stato citato come tale o come persona informata sui fatti al momento della realizzazione della condotta subornatrice”. In altre parole, a motivo delle caratteristiche esibite, il consulente tecnico, con la nomina ad opera del

pubblico ministero, rivestirebbe già una precisa veste processuale della funzione allo stesso assegnata. Ancora le Sezioni Unite, anche alla luce dei rilievi operati dal Giudice costituzionale, rimeditano le conclusioni cui erano approdate in prima battuta circa la natura soggettiva delle opinioni tecnico-scientifiche richieste al consulente, la cui natura sarebbe stata d’ostacolo all’integrazione degli estremi del delitto di intralcio alla giustizia. A supporto della diversa opzione ermeneutica i giudici di legittimità evidenziano che, in base ad un orientamento giurisprudenziale significativamente esteso, quando intervengano in contesti che implicano l’accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o tecnicamente indiscussi, gli enunciati valutativi assolvono certamente una funzione informativa e possono dirsi vero o falsi. Le Sezioni Unite concludono che il consulente del pubblico ministero va equiparato al testimone anche quando formuli giudizi tecnico-scientifici, sicchè il caso in esame (in cui il consulente tecnico del p.m. era chiamato ad accertamenti che postulavano sia il riscontro di dati oggettivi sia profili valutativi), deve essere inquadrato, a seconda delle fasi processuali in cui viene fatta l’offerta (rifiutata) nel combinato disposto di cui agli art. 377 e 371bis c.p. (intralcio alla giustizia per far rendere false dichiarazioni al pubblico ministero) o in quello di cui agli art. 377 e 372 c.p. (intralcio alla giustizia per far rendere falsa testimonianza). Alla fine dunque, la Corte di Cassazione, nella sua massima composizione, ha enunciato il principio di diritto seguente: “L’offerta o la promessa di denaro o altra utilità al consulente tecnico del pubblico ministero finalizzata ad influire sul contenuto della consulenza integra il delitto di intralcio alla giustizia di cui all’art. 377 c.p. in relazione alle ipotesi di cui agli artt. 371bis o 372 c.p.



8. Art 377 c.p.: il reato di intralcio alla giustizia

Art. 377 codice penale: Chiunque offre o promette denaro o altra utilità alla persona chiamata a rendere dichiarazioni davanti all’autorità giudiziaria ovvero alla persona richiesta di rilasciare dichiarazione dal difensore nel corso dell’attività investigativa o alla persona chiamata a svolgere attività di perito, consulente tecnico o interprete, per indurla a commettere i reati previsti dagli articoli 371bis, 371ter, 372 e 373, soggiace, qualora l’offerta o la promessa non sia accettata, alle pene stabilite negli articoli medesimi ridotte della metà ai due terzi.

La stessa disposizione si applica qualora l’offerta o la promessa sia accettata, ma la falsità non sia commessa.

Chiunque usa violenza o minaccia ai fini indicati al primo comma, soggiace, qualora il fine non sia conseguito, alle pene stabilite in ordine ai reati di cui al medesimo comma, diminuite in maniera non eccedente un terzo.

Le pene previste ai commi primo e terzo sono aumentate se concorrono le condizioni di cui all’articolo 339.

La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici.

E’ utile preliminarmente ricordare che il delitto di intralcio alla giustizia esiste nel nostro ordina-



-mento dal marzo 2006. Tale reato è stato infatti introdotto dalla legge 16 marzo 2006 n. 46 di ratifica ed esecuzione della Convenzione e dei Protocolli delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale adottati dall’Assemblea generale il 15 novembre 2000 ed il 31 maggio 2001, che, all’art. 23 invita gli Stati aderenti a punire, con sanzione penale, la c.d. obstruction of justice, e cioè le condotte di violenza, minaccia, intimidazione, promessa, offerta di vantaggi considerevoli per indurre alla falsa testimonianza o comunque interferire nella produzione di prove anche testimoniali, nel corso di processi relativi ai reati oggetto della Convenzione, ovvero consistenti nell’uso di violenza, minaccia, intimidazione per interferire con l’esercizio di doveri d’ufficio da parte di un magistrato o di un appartenente alle forze di polizia, in relazione agli stessi reati. Per adeguarsi a questa indicazione, il legislatore, preso atto che nel sistema italiano esisteva già una norma, l’art. 377 c.p., che puniva l’offerta o la promessa di vantaggi nei confronti del testimone e che era rubricata come “subornazione”, con l’art. 14 della citata legge n. 146, è intervenuto sulla disposizione vigente, rinominando il già esistente delitto, appellandolo con il termine richiesto dalla convenzione internazionale (e cioè come “intralcio alla giustizia”) e aggiungendo al testo vigente due ulteriori commi (gli attuali terzo e quarto) per punire le condotte di violenza e minaccia finalizzati a far deporre falsamente, prima non riconducibili nello spettro applicativo della norma (ma eventualmente punibili ex art. 611 c.p.). La punibilità delle condotte di intralcio alla giustizia è disposta in deroga all’art. 115 c.p. che – come già ripetuto in precedenza – sancisce il principio secondo cui è di regola priva di rilevanza penale l’istigazione non accolta o, in ogni caso, non accompagnata da successiva commissione del reato: siffatta deroga è secondo il legislatore giustificata dall’esigenza di apprestare una tutela avanzata ad un interesse di particolare rilevanza, qual è quello di evitare interferenze dirette ad incidere negativamente sulla sincerità e completezza delle testimonianze e delle perizie con possibile danno dell’amministrazione della giustizia. Ci troviamo dunque in presenza di un reato di pericolo. Soggetto attivo può essere chiunque, quindi anche l’imputato o la parte nel procedimento civile. La condotta tipica consiste in una vera e propria istigazione a commettere una falsità: non sarebbe invece sufficiente il solo invito a non deporre, anche se accompagnato da un’offerta di denaro1. La seconda forma è data dall’uso di violenza o minaccia per ottenere false dichiarazioni ad un pubblico ministero o al difensore ovvero falsa testimonianza, false perizie o interpretazioni. Quanto ai concetti di violenza o minaccia sono adoperati nel senso di cui alla fattispecie dell’art. 610 c.p.: e cioè rispettivamente ad una coazione del volere e prospettazione di un male futuro ed ingiusto. Le condotte incriminate devono possedere il requisito dell’idoneità, e cioè devono, per un verso, essere in grado di subornare e, per altro verso, di coartare il soggetto2. Nonostante l’eterogeneità delle condotte il reato sembra essere unico perché la fattispecie incriminatrice ruota essenzialmente sulla finalità di intralciare la giustizia

(c.d. norma a più fattispecie). Il delitto di subornazione mira a tutelare la genuinità processuale di quanti sono chiamati a riferire sui fatti di causa davanti all’autorità giudiziaria, posizione che potrebbe venire inevitabilmente ed indebitamente condizionata e compromessa da pressioni esterne, rappresentate dall’offerta o anche dalla promessa di qualsivoglia utilità, anche non patrimonialmente apprezzabile, per indurre il soggetto subornato a commettere i reato di falsa testimonianza (art. 371 c.p.) oltre che di falsa perizia o interpretazione (art. 373 c.p.). Il dolo è specifico perché il soggetto non solo deve avere la coscienza e volontà dell’offerta o promessa, ma deve altresì perseguire il fine (che non è necessario si realizzi) di indurre o di coartare il testimone, o perito o interprete alla falsità. Il reato si consuma al tempo della realizzazione della condotta strumentale (“offre o promette denaro o altra utilità”, “usa violenza o minaccia”)3. Il tentativo si potrebbe ad esempio ipotizzare nel caso di danaro inviato a scopo di subornazione, che però non giunge al destinatario. Alla effettiva ammissibilità di esso può tuttavia, anche questa volta, essere di ostacolo il rilievo che si finirebbe con l’incriminare il tentativo di un tentativo. Il “nuovo” 4° comma del delitto in esame prevede una circostanza aggravante ad effetto speciale nell’ipotesi in cui ricorrono le condizioni dell’art. 339: e cioè nel caso di violenza o minaccia commessa con armi o da persona travisata o da più persone riunite o con scritto anonimo o in modo simbolico o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte. E’ configurabile il reato di subornazione di teste, aggravato dalla qualità di pubblico ufficiale, e non quella di tentata concussione, qualora il pubblico ufficiale, profittando della sua posizione, prospetti al teste il conseguimento di un vantaggio altrimenti non conseguibile o conseguibile con maggiore difficoltà.



9. Osservazioni e conclusione

A seguito della questione giurisprudenziale affrontata non rimane dunque, a mio parere, che affidarsi all’intervento del legislatore, auspicando – (quanto prima) anche se con un pizzico di scetticismo – che lo stesso ponga rimedio a quella che risulta essere una chiara violazione del principio di uguaglianza sancito in primis dalla Costituzione, ma che ha radici piuttosto lontane, per il fatto di non aver ancora proceduto (il legislatore), a distanza di più di venticinque anni dall’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, ad un generale ripensamento dei delitti contro l’amministrazione della giustizia volto a rendere compatibili i delitti di cui al titolo III del codice penale con il mutato assetto processuale. Si potrebbe, ad esempio, ripartire dallo schema di legge delega per un nuovo codice penale, elaborato nei primi anni 90’ dalla c.d. Commissione



Pagliaro1, che, rimodellando l’intero titolo dei delitti contro l’amministrazione della giustizia, prevede un capo dedicato appositamente ai “reati contro l’integrità e la veridicità delle prove”, al cui interno viene inserito il delitto di “falsa consulenza commessa dal perito e dal consulente tecnico nella fase delle indagini preliminari”. Una norma ad hoc quindi, ben precisa, che vada a punire adeguatamente un comportamento corruttivo posto in essere non appena le due figure vengano incaricate dal giudice o dalle parti di svolgere perizie e consulenze. Situazione che questa volta “ha risolto” la giurisprudenza.




1 Seguito schema rappresentativo G. CONSO, V. GREVI e M. BARGIS, Compendio di procedura penale, Padova, 2014, pag. 363 ss.

2 Il pubblico ministero nomina il consulente tecnico scegliendo una persona iscritta negli albi dei periti ai sensi dell’art. 73 disp. att. del c.p.p. Quindi si tratta sempre di oggetti chiamati a fornire contributi di natura tecnico-scientifica, fondati su cognizioni specialistiche non possedute dall’organo inquirente.



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