L’oggetto di questo studio è l’analisi del ruolo e della funzione degli ospiti e in particolare degli esperti all’interno dei



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INTRODUZIONE
Questo studio verte sull’analisi di due trasmissioni di talk show, Porta a porta (Raiuno) e Sciuscià (Raidue), con particolare attenzione alle dinamiche di selezione degli ospiti e alle modalità di interazione tra gli stessi all’interno della ribalta televisiva.

La ricerca si è articolata in due livelli, uno fenomenico, centrato sul comportamento degli ospiti in trasmissione, l’altro sul ‘lavoro’ invisibile soggiacente alla messa in scena televisiva. Quest’ultimo prevede l’esplicitazione di alcune logiche ricorrenti che guidano gli ‘addetti ai lavori’ nell’individuazione e nella scelta dei partecipanti al talk show, nel quadro dei principi di funzionamento delle trasmissioni in esame e del medium televisivo in generale.

L’indagine si è sviluppata in due momenti distinti, dei quali questo lavoro costituisce una sintesi.

In primo luogo si è fatto ricorso, in quanto strumento operativo, a due interviste realizzate nel giugno del 2002 a Roma, nelle redazioni di Porta a porta e Sciuscià: sono stati intervistati Sandro Ruotolo, collaboratore di Michele Santoro, e Rossella Livigni, programmista e redattrice della trasmissione condotta da Bruno Vespa. Si è cercato in questo modo di raccogliere sul campo informazioni che fornissero spunti utili per la costruzione dell’apparato teorico.

In secondo luogo la definizione di un’impalcatura concettuale ha costituito un nodo centrale nell’evoluzione del nostro lavoro: data la complessità dell’oggetto di studio e la multidimensionalità degli aspetti implicati, si è rinunciato all’adozione di una prospettiva unitaria in favore di una serie di ‘puntelli’ teorici che, integrandosi l’un l’altro, forniscano una adeguata chiave di lettura dei diversi fenomeni emergenti dall’analisi. Il quadro teorico di riferimento si compone pertanto di un insieme di paradigmi esplicativi ricavati da differenti ambiti disciplinari.

Da una prospettiva storica tesa a evidenziare l’evoluzione del talk show nell’ambito dei mutamenti che hanno investito la società italiana negli ultimi decenni, si è passati all’adozione di un punto di vista fondato su alcune teorie sociologiche della comunicazione televisiva, con particolare riferimento alle riflessioni di Pierre Bourdieu, utili a chiarire le dinamiche di selezione degli ospiti. D’altra parte lo studio di quest’ultimo aspetto non poteva prescindere da un’analisi del format e delle peculiarità che riconducono le trasmissioni analizzate al genere conversazionale del “talk show del dibattito”1 all’interno di una prospettiva semiotica. Da questa sono state ricavate alcune categorie utilizzate per l’analisi dettagliata di un corpus di puntate2 in esame.



1 IL TALK SHOW

1.1 Storia del talk show

Dotato di una sua necessità, il talk show è esistito ancora prima di essere inventato, e potrebbe continuare anche nella più improbabile delle ipotesi, cioè dopo la decisione (ma presa da chi?) di sopprimerlo.3


Scrive Jurgen Habermas che “la sfera pubblica borghese può essere concepita in un primo momento come la sfera dei privati riuniti come pubblico”.4 Questo è lo spazio della discussione, della circolazione delle idee, delle notizie, e di tutto ciò che inerisce alla regolamentazione dell’agire quotidiano (economico e quindi anche politico, in primo luogo) dei privati cittadini. È uno spazio ideale, prima che fisico, poiché il cittadino rivendica il diritto ad avere voce in capitolo, e ciò non presuppone né un luogo fisico effettivo in cui incontrare gli altri cittadini (il confronto potrebbe avvenire per lettera, sui giornali, firmando petizioni ecc.), né tantomeno una partecipazione diretta a questa sfera pubblica: il privato potrebbe cioè eleggere rappresentanti che si occupano della regolamentazione vantaggiosa della propria sfera pubblica, limitandosi perciò periodicamente all’espressione di un voto e esercitando un controllo più o meno continuativo sulla classe dirigente, accertandosi che essa non tradisca l’ideale vincolo di mandato conferitogli. Su questi presupposti si basa sia la democrazia rappresentativa, sia l’ideologia retrostante al giornalismo watchdog, che si pone in difesa degli interessi della collettività.

Dato che la società e prima di essa la sua unità minima, la persona, non è solo un aggregato di simboli, idee, esigenze e passioni, ma anche un aggregato di corpi fisici, per comunicare ha bisogno di riunirsi in un luogo fisico. Ciò potrebbe non essere più vero con l’avvento dei personal media, che permettono all’utente di vedere tutto e parlare con tutti senza in realtà incontrare direttamente niente e nessuno. Mentre prima dell’avvento dei mass media gli individui dovevano riunirsi in un luogo fisico per comunicare, successivamente questa necessità viene meno perché diventa possibile la comunicazione mediata.

Possiamo quindi tracciare una prima conclusione: la circolazione, l’efficacia e lo spettacolo della parola appartengono alla cultura e alla società umana fin dalle origini. In un certo senso non c’è nulla di nuovo, ancor più se si pone attenzione alle modalità con cui la televisione cerca di riprodurre in varie forme un modello di comunicazione faccia a faccia. Da qui si comprende in prima battuta il senso dell’‘agorà’ dei programmi di Santoro, dove il conduttore-Socrate esorta i suoi ospiti al ragionamento e al dialogo, o il ‘salotto buono’ di Vespa, dove il conduttore-padre di famiglia chiede, interroga, spiega e commenta i fatti.

La novità importante è dunque un'altra: dicevano Searle e Austin che le parole sono atti linguistici, cioè producono sempre un’azione. Va però ricordato che la dimensione linguistica deve essere intrecciata alla dimensione del potere, vale a dire che l’efficacia di un atto linguistico dipende dal contesto in cui viene prodotto e dalla posizione di potere del parlante. Per questo il talk show è, in qualche misura, un fatto nuovo nella cultura umana. Mai nella storia le persone avevano potuto dibattere assieme, avendo come pubblico-interlocutore milioni di persone, come avviene durante i talk show più importanti.

Si può dunque affermare che il talk show rappresenta la realizzazione più compiuta di quella sfera pubblica che i borghesi volevano riconosciuta e posta sotto il loro controllo. Scrive ancora Habermas:
Questo modello della sfera pubblica ellenica, così come ci è stato trasmesso, in forma stilizzata, nell’autointerpretazione dei greci, a cominciare dal Rinascimento fino ai nostri giorni ha in comune con tutta la cosiddetta ‘classicità’ una forza normativa peculiare. Non la formazione sociale che ne è il fondamento, ma proprio il paradigma ideologico ha conservato, oltre i secoli, la sua continuità, appunto come continuità storico-spirituale.5

Ma il talk show rappresenta anche un’amplificazione, un megafono attraverso il quale parola e potere si autoalimentano.



1.2 Il modello americano
Il talk show nasce in America agli inizi degli anni Sessanta e nel decennio successivo si diffonde in Europa, a cominciare dall’Inghilterra (con il “Terry Wogan Show”) e dall’Austria (“Club 22”). È opinione largamente diffusa che in Italia sia stato introdotto da Maurizio Costanzo […]6
Alla fine degli anni Settanta per la televisione italiana il talk show rappresentava un genere nuovo, e come gran parte dei format di successo, faceva riferimento a un cosiddetto ‘modello americano’ di fare televisione. Così Sartori:
Occorre a questo punto fare di nuovo un passo indietro, alle radici storiche dell’attuale ‘civiltà televisiva’, e in particolare a quegli anni dell’immediato dopoguerra che hanno sancito il definitivo sviluppo della televisione. Sviluppo che – a differenza del periodo anteguerra, in cui Vecchio e Nuovo Continente viaggiano su binari paralleli – trova sempre di più il suo fulcro moltiplicatore e acceleratore negli Stati Uniti, nelle loro grandi corporations private della comunicazione.7
Sono ormai più di 50 anni che nel mondo si fa televisione. Il modello televisivo americano, in quanto prototipo, è quello che più di ogni altro ha varcato i confini del paese in cui è nato, “contribuendo alla omogeneizzazione del sistema televisivo internazionale”.8 Ciò non toglie che ogni paese abbia adattato il cosiddetto ‘modello americano’ alla propria tradizione culturale. “La produzione/ricezione di un programma di talk show”, scrivono Mininni e Ghiglione, “si inserisce nel contesto globale delle modalità di interpretare la comunicazione, proprie di un dato gruppo socioculturale”.9 Ciò significa che gli schemi interpretativi dei segni in generale, e di certe modalità espressive in particolare, dipendono dall’imprinting socioculturale, per cui parlare di esportazione di un modello culturale (nel nostro caso televisivo) rappresenta in una certa misura una contraddizione di termini. Fatta questa premessa, si può condividere l’idea di Mininni e Ghiglione, secondo cui
le differenze di impianto riscontrabili tra il formato classico del talk show “interrogatorio” (o all’americana, dove il conduttore intervista in modo serrato il suo ospite, che risponde in modo spregiudicato) e il talk show “salotto” (o all’italiana, dove l’animatore dirige una conversazione libera) traggono le loro ragioni profonde dalle coordinate che orientano due tradizioni culturali: una a salienza individuale, basata sul confronto/competizione dei singoli, l’altra orientata sul gruppo, giocata sull’accordo polifonico e sul compromesso corale.10
È evidente che una dicotomia di questo tipo (talk show salotto vs talk show interrogatorio) è metastorica, valida solo in linea generale e non spiega né la differenza fra il modello americano e quello italiano, né tantomeno la specificità delle singole trasmissioni.

1.3 Il talk show system in Italia: cenni storici
Bontà loro, nel 1976, è il primo talk show in onda sulla televisione italiana. Paci descrive il funzionamento di questo genere televisivo:
Il primo salotto della chiacchiera televisiva, condotto da Maurizio Costanzo, va in onda il lunedì alle 22.40 sulla Rete 1. Prima di avviare la conversazione con i suoi ospiti, Maurizio Costanzo compie il rituale e molto ‘domestico’ gesto di chiudere una finestra, per sottolineare che la dimensione intima e conviviale di rapporto con i telespettatori è essenziale allo svolgersi del talk show. La trasmissione di Costanzo (il ‘re del talk show italiano) inaugura un fenomeno che, di lì a poco, si estenderà fino a diventare il modello di qualunque discorso televisivo.11
Infatti, a quella prima trasmissione seguono il Maurizio Costanzo show (1982), Pronto, Raffaella?, con Raffaella Carrà (1983), fino ad arrivare a Samarcanda, di Michele Santoro (1987), quest’ultimo programma simbolo del “politico che diventa privato”.12 In base alla classicazione proposta da Paci è possibile suddividere i talk show italiani in alcuni sottogeneri, “a seconda delle caratteristiche e degli elementi privilegiati”.13 In particolare, le trasmissioni oggetto del presente lavoro possono essere ricondotte al genere del talk show del dibattito, in cui si discute di uno o più argomenti o temi, dove sono presenti ospiti in contrasto, che vengono intervistati dal conduttore e difendono le loro posizioni di fronte alle argomentazioni degli altri. Di regola, ogni partecipante deve avere diritto di parola, anche se con tempi di intervento diversi a seconda dell’importanza che riveste nella trasmissione.

Il successo del talk show è riconducibile a due fattori – economicità e coinvolgimento del pubblico – evidenziati da Paci, secondo la quale


all’interno dell’attuale programmazione televisiva i talk show rappresentano il prodotto più economico da realizzare e il più influente, perché maggiormente in grado di realizzare un forte coinvolgimento del pubblico, adempiendo alla tipica esigenza neotelevisiva di fidelizzazione dell’ascolto.14
È comunque utile soffermarsi sulle tendenze che il genere ha seguito nel corso del tempo. A questo proposito si può fare riferimento a una ricerca condotta da Isabella Pezzini sui programmi di talk show, relativa a un campione di analisi degli anni 1993-94, “un momento di particolare effervescenza di questo genere televisivo nel nostro paese”.15 Si possono individuare dunque alcune linee di evoluzione, a cominciare dalla “solida riassunzione del ‘potere di gestione’ dei conduttori, che ha come conseguenza l’accentuazione di uno stile riconoscibile nei diversi programmi”.16 In altre parole, assistiamo all’aumento di importanza del conduttore rispetto al format; l’esigenza di fidelizzare il telespettatore si realizza prevalentemente grazie al prestigio e alla riconoscibilità del conduttore che, oltre a conferire specificità al programma, fornisce al pubblico una chiave interpretativa spesso esplicita. Ciò spiega la frequenza, nell’uso comune, di espressioni come “stasera c’è Santoro”, oppure “stasera c’è Vespa”, e non “stasera c’è Sciuscià”, oppure “Porta a porta”.

Altre tendenze macroscopiche sono “la riproposta ad libitum di programmi di successo, con una poetica della variazione spinta sino all’usura”,17 nonché un abbandono della simulazione dell’oralità quotidiana per lasciare posto a una forte autoreferenzialità delle trasmissioni.



1.4 Il talk show system in Italia: elementi teorici
Come accennato, il modo in cui è organizzato un talk show e di conseguenza i frame all’interno dei quali il pubblico lo esperisce e lo interpreta dipendono in una certa misura dal particolare contesto socioculturale in cui tale processo avviene.18 Ciò porta immediatamente a chiedersi quali siano in Italia le condizioni per cui il format del talk show ha attecchito così bene.

La ‘via italiana’ al talk show system è oggetto di uno studio di Gregorio Scalise che individua due ordini di ragioni per cui il talk show in Italia ha avuto successo. Il primo fattore è di ordine politico: se è vero che l’arena mediatica è ormai il luogo dove politica e società sono costrette a incontrarsi, la politica per rendersi visibile e la società per potersi informare, emerge l’enorme influenza che va assumendo il mezzo televisivo sulla vita sociale e politica del nostro paese. Scrive Scalise che


la TV influisce sulla direzione politica più con i talk show che con i dibattiti; non per niente nei talk show i politici si infilano come perle di una collana. Alla domanda se la TV influenzi e mal influenzi l’Italia, la risposta è sì. Alla richiesta: “E con che mezzo?”, si risponde: “Con il mezzo sotto gli occhi di tutti, cioè i talk show”. Sono i più seguiti e hanno alti dati d’ascolto.19
A livello politico, la funzione principale del talk show in Italia è di orientare l’opinione pubblica costruendo un’arena in cui il cittadino-telespettatore possa – o creda di potere – far valere la sua opinione. Si instaura in tal modo un nuovo simulacro di democrazia diretta che il politico abile, se vuole rimanere sulla scena, deve saper dosare e sfruttare.

Attraverso ciò che è riportato dai mass media si stabiliscono le priorità, ciò di cui si può e si deve parlare, come già evidenziato nel 1972 da Mc Combs e Shaw, con la teoria dell’agenda setting. In questo si rivela il potere del talk show, non solo perché riesca a imporre cosa pensare, ma anche per il fatto che ci suggerisce su cosa pensare, proponendo un frame di riferimento in cui inserire il dibattito politico o sociale.

Un altro fattore che ha contribuito e contribuisce al successo del talk show in Italia è di ordine socioculturale. Con Scalise, si può constatare che in Italia
il talk show esiste nell’aria. È l’intrattenimento, l’incontro, il pour parler; il vedere gli amici, il socializzare con degli sconosciuti; è l’assistere e il partecipare, lo scherzare, l’esprimere a basso costo valori emotivi anche intensi. Il talk show italiano è una forma elettronica del famoso “volemose bene”, atteggiamento sconcertante della comunicazione romana e meridionale. […] Il senso della nostra epoca, e dell’epoca italiana attuale, è il talk show. Ci voleva tanto? Esso, il talk show, è il prolungamento della vita domestica, la pace ritrovata, quel tanto di simpatico rimbambimento che una persona richiede (e ne ha diritto) dopo una giornata di lavoro.20

Riportiamo inoltre una considerazione di Mininni e Ghiglione, riferita al Maurizio Costanzo Show , che riassume quella che abbiamo chiamato la ‘via italiana’ al talk show system, senza dimenticare che molti degli elementi qui delineati sono evidentemente comuni a molti Paesi, almeno a quelli che hanno seguito il modello americano. Scrivono gli autori che


Se l’ipotesi globale è che il talk show costituisca uno specchio massmediale dell’attuale modo di realizzarsi della democrazia, il Maurizio Costanzo Show ne è una piena e chiara conferma. Infatti, la cultura diffusa degli “opinionisti” massmediali registra il Maurizio Costanzo Show come un programma di “presa della parola da parte del pubblico”. Tutti i temi possono essere approfonditi, si possono avanzare richieste, fare denunce, la cronaca politica può intrecciarsi alla critica sociale, si può fare la passerella dei costumi e inseguire delle idee, ma sempre nello spirito del “genio italico”: attutire i contrasti e rinviare le decisioni, accogliere le obiezioni e ingurgitare le diversità. In questo senso il Maurizio Costanzo Show è (stato) un formidabile “operatore di egemonia”, funzionale all’interpretazione allegra (e talvolta “irridente”) della forma consociativa e della modalità bloccata della nostra democrazia.21
In un contesto di ricerca di ispirazione semiotica, Luca Balestrieri scrive che
anche il mondo reale è un costrutto culturale. Le ragioni per le quali riteniamo un certo assetto dell’enciclopedia e un certo mondo preferibili ad altri e dotati della proprietà di essere attuali (reali), sono extra-semiotiche: quell’enciclopedia si rivela un utile modello che, senza pretendere di fornire un rispecchiamento metafisico del reale, si costituisce come strumento o formalizzazione rispetto ad una pratica.22
Si può convenire con l’assunto secondo il quale il mondo reale non è conoscibile a priori, ma solo successivamente a una sua categorizzazione e concettualizzazione. Tale categorizzazione presuppone la mediazione di un segno, che si frappone fra il referente e il concetto, e tale segno può essere un indice (in cui c’è connessione fisica tra segno e referente), un’icona (in cui c’è affinità morfologica tra i due termini), oppure un simbolo (basato su un rapporto puramente arbitrario, convenzionale). In televisione si ha la cosiddetta ‘messa in scena’, quindi già in partenza la televisione si basa su un funzionamento simbolico, ponendosi come rappresentazione arbitraria. Tuttavia, con il ricorso a tecniche radiotelevisive quali la diretta si cerca di eliminare l’effetto di mediazione, di diaframma. Diversamente si è tentato anche di avvicinare simbolo e referente attraverso la cosiddetta ‘Tv-verità’, in grado di offrire autenticità al telespettatore (attraverso l’autentico, il vissuto, le testimonianze e le storie di vita), a costi contenuti. Scrivono Mininni e Ghiglione:
Da dove ci giungono i reality show? Dal cuore profondo dell’America. Alcune televisioni locali di laggiù, non avendo i mezzi per produrre programmi di fiction, trovarono – effetto del caso e della necessità – il filone dei reality show: senza attori, senza sceneggiature… e fare audience. Insomma, s’inventarono la ‘soap opera’ imbastardita. E funzionava. Allora vi si interessarono le grandi reti (cbs, nbc, abc) e il mondo intero ne fu preso.23
In riferimento al modello del reality show, è possibile definire il talk show come una sorta di suo sottogenere, condividendo con esso
la pretesa di fornire il reale: in questo caso, quello di una parola che via via lo costruisce; l’apparente appropriazione, da parte del cittadino, dello strumento televisivo come luogo di messa in scena della sua individualità, per cui esso viene anche percepito come luogo di legittimazione della parola ordinaria: la sua;24


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