L’omelia di mons



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23.11.2017
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L’omelia di mons. Lanfranchi alla Messa d’ingresso

E’ con trepidazione, ma anche con gioia e affetto che mi presento a voi, fratelli e sorelle carissimi, della Chiesa di Modena-Nonantola, per iniziare il mio servizio episcopale, accogliendo con devozione filiale e con animo grato la decisione del Santo Padre, Benedetto XVI.

Se il gravoso compito che mi è affidato come Vescovo mi riempie di tremore, l’accoglienza affettuosa che mi avete riservata mi dà forza e serenità.

Saluto con particolare affetto e con gratitudine Mons. Benito Cocchi, che oggi mi ha passato il pastorale e che oggi celebra il 51° anniversario di ordinazione sacerdotale. So quanto significativo sia stato il suo servizio episcopale in diocesi. Questo mi riempie di responsabilità a proseguire il cammino intrapreso, obbedendo alla storia di questa diletta Chiesa.. Grazie, Eccellenza, siamo certi che continuerà a seguirci, soprattutto con la preghiera di intercessione e anche noi non ci dimenticheremo di Lei. Saluto poi Mons. Paolo Losavio per le espressioni augurali che mi ha rivolte e per avermi aiutato ad entrare nel cammino concreto dell’arcidiocesi.

Mi unisco a lui nel saluto a tutte le autorità civili, religiose e militari, di ogni ordine e grado, a pertire dal nunzio apostolico mons. Giuseppe Bertello e dal senatore Carlo Amedeo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, delegato a rappresentare il Governo.

Un saluto affettuoso ai miei compaesani e a tutti i piacentini: le proprie origini danno l’impronta a tutta la vita. Con uguale affetto saluto i cesenati, che hanno segnato in modo indelebile i sei anni trascorsi con loro.

Saluto tutti voi, popolo dell’Arcidiocesi di Modena-Nonantola, nella bellezza e nella varietà dei doni di cui l’ha arricchita lo Spirito Santo.

Vorrei riprendere quello che dicevo al signor Sindaco nella Chiesa del Voto. Grazie Modena. Mi sento ormai legato a te e a tutti i tuoi abitanti, a cui voglio consegnare tutte le mie energie. Vengo volentieri, con i valori grandi della vita, assimilati anzitutto nel piacentino, la terra delle mie origini, e con la compagnia buona, corroborante, dei molti legami che il Signore mi ha dato di tessere a Cesena, sicuro che non si recideranno mai, ma saranno arricchiti dai tanti che sicuramente da oggi avrò la possibilità di costruire con la tua gente.

Un saluto affettuoso alle persone che sono rimaste fuori dalla Cattedrale e che sono collegate tramite gli schermi posti all’sterno e a quelle che seguono la diretta televisiva, in particolare agli ammalati e a quelli che non hanno potuto muoversi.

Questa nostra stupenda Cattedrale, la Chiesa-Madre, è oggi troppo angusta per accogliere tutta la famiglia dei figli di Dio, sparsa per la Diocesi, e vorrebbe eliminare le barriere dei muri per unire in un unico abbraccio tutti, compresi quelli che per un motivo o per l’ altro non sono qui.

Come la Cattedrale allarga idealmente le braccia per accogliere tutti, io vorrei avere un cuore grande dove tutti possano trovare accoglienza. Ma come assumere tale ampiezza? Sono consapevole della mia povertà, ma anche della ricchezza che devo portarvi: Gesù Cristo. E allora il segreto per accogliervi tutti è lasciare plasmare il mio cuore su quello di Cristo.

Sant’Ambrogio afferma che il vescovo è “vicario dell’amore di Cristo”.

La nomina di un vescovo è accompagnata da tante domande. Tramontate quelle della semplice curiosità, emergono altre più impegnative, più coinvolgenti: “Che tipo di vescovo sarà? Sarà davvero vescovo per la gente e con la gente, come è stato sottolineato a Cesena? Che programma pastorale ha in testa?”. Fedele alla citazione di Sant’Ambrogio, non vorrei parlarvi di me, ma di Lui, di Gesù Cristo, di come , incontrandolo, uno, come ci ricorda l’apostolo Paolo, diventa una creatura nuova.

Vorrei fare mie le parole di Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica ‘Novo Millennio ineunte’: “Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non ci salverà una formula, ma una Persona, e la certezza che essa c’infonde: Io sono con voi! Non si tratta, allora, di inventare un “nuovo programma”. Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso s’incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace” (n.29).

Vorrei tanto riuscire a parlare al cuore di ognuno e comunicare con efficacia il messaggio di Benedetto XVI: “Chi incontra Cristo e lo segue non perde nulla della sua umanità, proprio nulla, ma acquista tutto”.

Vorrei tanto riuscire ad essere “vicario dell’amore di Cristo” e, cogliendo il messaggio di questa IV domenica di quaresima, chiamata nella tradizione “in laetare”, essere “servitore della vostra gioia”, non di quella gioia effimera, illusoria, ma la gioia che nasce dalla comprensione del dono grandissimo della vita e del suo senso.

Vicario dell’amore di Cristo”, “servitore della vostra gioia”: sono queste le due linee che colgo in termini forti nel messaggio della liturgia della Parola di questa domenica, all’inizio di questo cammino.

Vicario dell’amore di Cristo


Abbiamo ascoltato le parole di Paolo rivolte ai Corinti: «Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo,

come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5, 20).

Il bisogno di riconciliazione è uno dei più urgenti.

Abbiamo bisogno di riconciliazione nella nostra vita personale, nelle relazioni che fanno parte della nostra quotidianità, ma anche nella vita sociale. Dobbiamo riconciliarci con noi stessi, con la nostra vita che a volte trasciniamo passivamente, a volte strapazziamo e buttiamo via per niente. Dobbiamo riconciliarci con la natura che continuiamo a saccheggiare come un bottino, invece di custodirla come un tesoro che ci è affidato. Dobbiamo riconciliarci con gli altri a livello personale e sociale, superando i conflitti, le guerre, le ostilità, i dissidi, gli odi, tutte le cattiverie che avvelenano la convivenza umana. Quindi c'è bisogno di riconciliazione con noi stessi, con la natura e con gli altri.

Ma stranamente San Paolo non parla di nessuna di queste riconciliazioni e dice solo: "lasciatevi riconciliare con Dio". Se siamo sinceri con noi stessi, dobbiamo ammettere che di questa riconciliazione ne sentiamo meno il bisogno, la sentiamo un po’ astratta, non incidente sulla vita concreta. In che cosa cambia la nostra vita se ci sentiamo riconciliati con Dio? Abbiamo l'impressione che sia solo un nobile concetto religioso, ma che non ha incidenza nel nostro modo di vivere. Una certa cultura vorrebbe proprio questo. C’è chi pretenderebbe che fosse così: che l’esperienza di Dio fosse racchiusa nell’intimo della coscienza senza incidenza sulla vita concreta; c’è chi invece lamenta questo.

Per convincersi dell’importanza della riconciliazione con Dio, basterebbe leggere le prime pagine della Bibbia che ci mostrano come nella rottura della relazione con Dio c’è l’origine di tutte le divisioni, le sopraffazioni, le divisioni, in una parola di tutti i peccati. Rompendo la comunione con Dio l’uomo si sente nudo, cioè indifeso, povero, vulnerabile. Non coglie più se stesso nel cuore di Dio ma neanche gli altri. La lontananza da Dio lo porta lontano dalla verità della sua vita con una ripercussione negativa su tutto. Ecco perché la riconciliazione è con Dio. Perché con il peccato abbiamo detto di no a Lui, al suo amore per noi, anche quando abbiamo offeso l’altro o non abbiamo avuto rispetto di noi stessi.

Ma perché “lasciatevi riconciliare” e non “riconciliatevi?”.

L’amore di Dio per noi lo porta a fare Lui i primi passi, a offrire Lui la possibilità di ritornare nella verità di noi stessi e lo fa attraverso il suo Figlio, Gesù.

Paolo fa un’affermazione fortissima: ”Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio”.

Il Figlio di Dio, l’innocente, il santo, diventato “peccato”, il peccato fatto persona!

Portando nella propria carne e nel proprio cuore le ferite del nostro peccato, Gesù ne fa, in grazia del suo amore di misericordia, l’offerta che ci riconcilia con il Padre: “perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio”.

Questo è l'effetto della riconciliazione che Dio ha operato per noi attraverso il suo Figlio. Per questo sta scritto: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Cor 5, 17),

Allora, la riconciliazione con Dio è l’inizio di un mondo nuovo che nasce dalla croce di Cristo.

La riconciliazione con Dio, quando è presa sul serio, cambia tutto; cambia il nostro modo di pensare e di agire, di entrare in rapporto con gli altri, di trattare la natura, di gestire la nostra vita.

La riconciliazione con Dio non è niente di meno che il mondo nuovo creato secondo Dio nella giustizia, nella santità, nella verità.

L'accogliere la riconciliazione mette dentro ai nostri cuori delle grandi forze di speranza e di amore, ci risveglia dalla nostra pigrizia, dalle nostre indifferenze, ci spinge con forza verso un futuro degno del nostro impegno e del progetto di Dio.

La novità che nasce dall’incontro con Cristo e che risponde all’anelito di comunione che ogni uomo porta nel cuore in un’epoca di sopraffazione, di conflitti e di divisioni come la nostra è il primo dono e nello stesso tempo il primo compito che questa celebrazione di inizio ci consegna.

Il secondo risponde all’anelito alla felicità, al bisogno di festa di fronte al mal di vivere, all’accidia che caratterizza tanti nostri comportamenti; e ci viene dal Vangelo, incentrato sulla parabola del figliol prodigo e del Padre misericordioso, e che evidenzierei come chiamata a essere servitore della vostra gioia.

Sarebbe bello avere il tempo di soffermarci su ognuno dei personaggi della parabola, su ogni particolare, per coglierne il messaggio per noi. Lo lascio alla buona volontà di ognuno per concentrarmi su un unico aspetto.

C’è un padre che vuole fare festa con i suoi figli. Sappiamo che questo Padre è Dio, che quando ha voluto l’uomo, l’ha pensato nella festa, nella gioia, nella felicità. La festa chiaramente non data dalla mancanza di difficoltà, di limiti, di privazioni, ma quella festa che nasce dalla convivialità, dalla fraternità, dalla solidarietà, dalla condivisione, dalla pace, dalla positività delle relazioni.

Ma sembra che tutto congiuri contro la realizzazione di questo desiderio. Ora vi si oppone l’atteggiamento di un figlio ora quello dell’altro.

Una soluzione sembrerebbe esserci, capace di rendere contenti tutti. Sarebbe bastato che il padre accogliesse il figlio prodigo come salariato. Sarebbe stato contento il figlio minore perché sperava solo a quello: "dirò a mio padre: trattami come uno dei tuoi garzoni", quindi non desiderava altro, considerato che veniva da una condizione di miseria estrema e poter essere salariato in casa di suo padre era un vantaggio.

Sarebbe stato contento anche il figlio maggiore, perché veniva salvaguardato un trattamento diverso tra lui e il fratello. Quindi c'era una soluzione che andava bene a tutti, ma non andava bene al padre. Perché per il padre i figli sono sempre figli e lui vuole essere considerato padre e non padrone, un padre che ama incondizionatamente tutti i suoi figli.

La parabola non ci dice se alla fine si riesce a far festa, la soluzione resta aperta, come a voler sottolineare che questo è il compito affidato ai discepoli di Gesù di tutti i tempi, il compito anche di questa chiesa che il Signore oggi mi chiama a guidare. La Chiesa esiste non per incentrare su di sé l’attenzione, ma per essere la casa dove si apprende la strada che porta alla festa, cioè la strada della comunione, della fraternità, della condivisione.

Si dice che in ogni inizio c’è una grazia particolare.

All’inizio del mio ministero di vescovo vorrei cogliere questo dono che diventa responsabilità per me e per tutta la nostra chiesa: vicario dell’amore di Cristo, servitore della vostra gioia.

La Beata Vergine Maria, che portando Gesù nell’incontro con Elisabetta, ha portato la gioia, sostenga il cammino che percorreremo insieme. Interceda per noi presso Dio il nostro Patrono San Geminiano.



+ Antonio Lanfranchi


Modena, 14 marzo 2010


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