L’origine della filosofia



Scaricare 28 Kb.
22.12.2017
Dimensione del file28 Kb.

L’origine della filosofia

1. La filosofia nasce in Grecia – in particolare in Ionia – nel VII secolo a.C., in un contesto storico e culturale favorevole allo sviluppo di questa disciplina.

a) Epica: Omero (Iliade e Odissea), Esiodo (la Teogonia come descrizione dell’organizzazione divina del cosmo divino secondo un principio genealogico). Il cosmo è dunque un Tutto ordinato secondo un criterio logico, cioè razionale, che scaturisce da una condizione di disordine iniziale (chaos).

b) Storia: Erodoto (V sec. a.C.) conferisce un carattere di scientificità alla historìa, cioè all’indagine sui fatti realmente accaduti, indagando sulla causa che li ha determinati.



c) Scienza: i Greci, più di altre popolazioni, conferirono un carattere teorico, cioè astratto, ai principi della matematica e dell’astronomia (ad esempio: numero, grandezza, quantità…), superando il puro impiego empirico che caratterizzava queste scienze in altre epoche e contesti geografici.
2. Origine della filosofia (in Platone e Aristotele): thauma (“meraviglia”, intesa come l’incanto suscitato da qualcosa di affascinante e come il timore o la paura verso qualcosa di sconosciuto, di cui non si conoscono le “regole di sviluppo”). Ovvero: incanto e paura di fronte alla molteplicità delle cose che ci circondano e al loro perenne divenire (= la loro generazione e corruzione, il loro passare dal non essere all’essere e viceversa). Ciò riveste particolare importanza per il tema del dolore e della morte, a cui la filosofia aspira a porre rimedio.
3. Diogene Laerzio ci testimonia che la filosofia è una “invenzione” prettamente greca (Pitagora assunse per primo il nome di “filosofo”). Il filo-sofo è colui che ama la sapienza, nel senso che, pur senza essere ancora in possesso (o, forse, proprio per questo), aspira a raggiungerla. Idea platonica del filosofo come figura intermedia fra l’umano e il divino (o, meglio, come un uomo che aspira ad assimilarsi a dio). La “sapienza” che il filosofo ricerca è una forma di conoscenza stabile, sicura, incontrovertibile, che sia in grado di “im-porsi” sull’incessante divenire delle cose (è una episteme). Tale sapienza è caratterizzata dalla ricerca del “perché”, al di là della constatazione del “che” (Aristotele, Metafisica I). Aristotele sottolinea l’interesse puramente teoretico (cioè speculativo) della filosofia: essa è theoria, contemplazione, per quanto non totalmente scissa dall’agire pratico.
7. La filosofia cerca così di superare il mito, al quale è però parzialmente accomunata. Il mito non fornisce una spiegazione “rigorosa”, cioè scientifica, della realtà, perché: 1) il mito è una leggenda in cui è lecito non credere; cioè non vi sono evidenze; 2) esistono molti miti, che forniscono spiegazioni diverse di uno stesso fatto, talora persino in contraddizione; 3) talvolta esistono anche versioni diverse dello stesso mito. Pertanto, i Greci ricercano il principio e in fondamento della realtà in qualcosa di superiore, che si imponga come evidente e incontrovertibile, cioè nel logos, la ragione (o spiegazione razionale della realtà).
4. I primi filosofi sono detti “filosofi della physis” (o fisiologi) perché si interrogano sul senso della Natura universale in cui abitano tutte le cose, cioè sul senso della Natura intesa come “prima” forma di Essere, come ambito in cui le cose abitano e divengono. Del resto, la physis è l’ambito in cui si dischiudono la verità (a-letheia) e il principio. La physis è pertanto l’Essere, l’orizzonte in cui abitano tutte le cose di questo cosmo. Per alcuni aspetti, la physis coincide con il principio (come due lati della stessa medaglia).
5. Le caratteristiche della filosofia delle origini sono dunque le seguenti: 1) essa ha come oggetto non una porzione di realtà, un suo aspetto o una sua circostanza (come invece accade nel mito), ma la Totalità degli enti, cioè il cosmo considerato come un tutto ordinato e armonico, quindi regolato secondo ragione. 2) L’aspirazione ad essere un sapere innegabile, non sottoposto al mutare dei tempi, delle circostanze, delle opinioni, ma in grado di valere in termini assoluti, quindi di imporsi come “Verità”. 3) L’aspirazione ad unificare la totalità della realtà, cioè l’individuazione di un unico principio a cui ricondurre tutta la realtà nel suo divenire; tale principio doveva essere in accordo con la ragione. 4) Ma l’individuazione di un principio comune a tutta la realtà presuppone la convinzione che, per quanto diverse le une dalle altre, le cose, gli enti abbiano tutti qualcosa in comune, qualcosa cioè che li renda sotto certi aspetti identici; ciò che li accomuna è, innanzitutto, l’appartenere al Tutto a cui si volge lo sguardo del pensiero umano, cioè alla totalità della natura. Questo elemento comune a tutte le cose, che è loro causa e che presiede al loro divenire, viene chiamato “principio”.





Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale