Lucio Gentilini la filosofia di stalin



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22.12.2017
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Lucio Gentilini
LA FILOSOFIA DI STALIN
Premessa
Nella notte fra il 24 ed il 25 giugno 2010 la statua di bronzo di Stalin che, alta sei metri, svettava su un elevato piedistallo nella piazza Stalin sull’ampio corso Stalin nel centro di Gori (sua città natale in Georgia) veniva rimossa in fretta e quasi di nascosto per essere subito trasferita nell’adiacente giardino del vasto museo a lui dedicato, vicino alla casupola dove era nato nel 1879 ed al vagone blindato sul quale aveva effettuato i suoi spostamenti.

Che si sappia, era questo l’ultimo monumento dedicato al dittatore sovietico esistente in uno spazio pubblico: eretto nel 1952, quando Stalin era ancora vivo (sarebbe deceduto l’anno seguente), era riuscito a sopravvivere a tutte le fasi della destalinizzazione iniziata da Khruscev col suo famosissimo “Rapporto segreto” letto al XX Congresso del P.C.U.S. il 25 febbraio 1956.

Da allora gli innumerevoli monumenti a lui dedicati erano stati progressivamente demoliti e oggi le spoglie del dittatore georgiano riposano assieme a quelle di tanti altri rivoluzionari e dirigenti sovietici sulla Piazza Rossa di Mosca, indicate da una semplice targa fra le tante altre, alle spalle del mausoleo in cui è ancora conservata e visitabile la mummia imbalsamata di Lenin.

A Gori la parte della piazza nella quale si trovava la statua di Stalin era stata simbolicamente isolata da una riproduzione in cartongesso del Muro di Berlino e, anche se il monumento si ergeva ben al di sopra di essa, è chiaro che con questa aggiunta (dopo il crollo dell’U.R.S.S.) i georgiani avevano voluto segnalare la loro dissociazione dall’ universo concentrazionario sovietico, così ben sviluppato e perfezionato dal loro famosissimo concittadino – anche se la guida che accompagna i rari visitatori nelle imponenti e silenziose sale del museo ripete che in realtà tale sistema (a suo giudizio non così diffuso e terribile come si racconta oggi) non sarebbe stato comunque inventato da lui ed inoltre avrebbe avuto anche tanti altri corresponsabili.

E’ interessante sapere poi che sul posto della statua di Stalin verrà ora eretto un monumento dedicato agli eroi caduti nella guerra contro la Russia nell’estate del 2008 (a questo proposito rinvio al mio saggio sulla Georgia in cui tale evento è ampiamente trattato).
E’ inevitabile che la storia vada avanti, che le sensibilità cambino, che i popoli ridefiniscano le loro identità e che tutto ciò trovi testimonianza nei nomi dei luoghi e nei monumenti in cui i nuovi regimi vengono espressi e fissati coi loro nuovi riferimenti e coi loro nuovi fondamenti: questo passaggio dal monumento a Stalin a quello per i caduti in una guerra nazionalista contro la Russia è insomma più eloquente di mille libri e chiarisce in modo lampante ed inequivocabile la svolta storica avvenuta in Georgia (fra l’altro, nell’estate del 2009, in occasione del primo anniversario della sconfitta, il presidente Saakashvili aveva scelto proprio Gori per il raduno patriottico e per la proclamazione della volontà di riscossa).

Certo che la storia va avanti! Certo che il passato è passato! Ma questo non può significare nè che la storia può essere dimenticata nè il passato seppellito.

Stalin rimane pur sempre l’uomo che più ha influito, trasformato e plasmato l’Eurasia (e quindi l’intero pianeta) del Novecento sul quale grandeggia spaventosamente: si abbattano pure le sue statue, ma non è possibile farlo con la sua terribile memoria.

In queste pagine non si pretenderà comunque di aggiungere qualcosa alle ponderose ed ottime opere che ne ripercorrono la storia (ed alle quali si rimanda): qui verrà invece analizzato il suo pensiero filosofico, la struttura teorica più profonda che fu alla base della sua visione del mondo - la riflessione più riposta che sostenne tutte le sue altre convinzioni.


Ideologia ufficiale dell’U.R.S.S.
In U.R.S.S. uno strettissimo rapporto legò sempre dottrina, partito e stato, ed il regime comunista, sorta di teocrazia atea, riposava completamente (almeno in teoria) sulla dottrina marxista.

L’U.R.S.S. poteva e doveva essere guidata solo filosoficamente e per i comunisti l’unica filosofia valida era il marxismo, quindi interpretarlo, intenderlo ed applicarlo correttamente, era essenziale non solo per esercitare il potere, ma anche per legittimarlo: ecco allora che i problemi filosofici divennero veri e propri affari di stato e che gli scontri senza quartiere nel Cremlino si svolsero a suon di citazioni e di corrette interpretazioni dei testi.

Con uno spietato aggiornamento dell’Inquisizione, la feroce lotta per il potere fu sempre condotta senza esclusione di colpi sul filo della ortodossia dottrinaria - e finire dalla parte del torto era pagato a carissimo prezzo, anche della vita.

Come tutti i leaders marxisti - guide ideologiche oltre che politiche - anche Stalin scrisse allora (era nella logica delle cose dovesse farlo!) di filosofia ed il nocciolo di essa si trova non tanto nelle famose “Questioni di leninismo” o nelle sue numerose relazioni e discorsi, quanto nel secondo paragrafo (“Il materialismo dialettico e il materialismo storico”) del IV capitolo della “Storia del partito comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S.”.

Quest’opera venne pubblicata in Unione Sovietica nel 1938 quando, a dieci anni dal varo del primo piano quinquennale e della superindustrializzazione; a nove dall’avvio della collettivizzazione delle terre; mentre era in corso il conseguente stravolgimento e sconvolgimento della società sovietica; col G.U.Lag. in frenetica attività; e a due anni dalla promulgazione della Costituzione; ormai con le indiscriminate e radicali ‘purghe’ ed i celeleberrimi ‘processi di Mosca’ Stalin aveva finito di spazzare via ogni possibilità stessa non solo di opposizione, ma anche di non pieno allineamento alle sue direttive.

Questa riscrittura della storia sovietica degli ultimi vent’anni a partire dalla rivoluzione d’Ottobre e questa definitiva sistemazione della filosofia marxista costituirono così il coronamento teorico e la saldatura dottrinaria del dominio assoluto di Stalin sull’U.R.S.S. e sul movimento comunista internazionale.

L’opera (almeno ufficialmente) fu scritta dai massimi dirigenti del partito, a partire dallo stesso Stalin, ed espresse compiutamente la visione del passato che egli voleva fungesse da fondamento, legittimazione e giustificazione, della sua politica: la natura faziosa, falsificatrice e propagandistica del testo lo rende non tanto un testo di storia, quanto invece un prezioso documento storico che ci illustra perfettamente qual’era la versione dei fatti e dei pensieri che Stalin voleva venisse accettata e creduta.

Come si è già detto, l’opera conteneva poi necessariamente anche quel sopraccennato paragrafo (questo forse scritto direttamente da Stalin) con la visione filosofica generale che armonizzava ed inseriva definitivamente la storia dell’U.R.S.S. nel complesso generale dell’ordine del mondo; e questo paragrafo è sicuramente sincero, nel senso che non deforma alcunchè, ma esprime una ben precisa filosofia.

Pensato e scritto per il partito, il depositario storico della verità, la “Storia” ebbe subito enorme diffusione ed importanza, a testimoniare che il dittatore georgiano s’identificava completamente con essa; essa fin dal momento della sua apparizione divenne il fondamento di ogni pensiero e di ogni propaganda comunisti; il suo studio fu reso obbligatorio; divenne verità incontestabile nelle scuole di partito e nella società stessa.

Altro fatto assai sintomatico è che Stalin (almeno a parole) non pretendeva di dire qualcosa di nuovo, o di originale, o di suo: egli sosteneva di voler soltanto chiarire ed offrire al partito ed al più vasto pubblico possibile il vero volto del marxismo-leninismo e nulla più, naturalmente non ammettendo in nessun modo nessun’altra versione o prospettiva che non fosse la sua, perchè qualsiasi altro modo di intenderlo ne era in realtà un travisamento o un tradimento.



Il marxismo-leninismo di Stalin divenne ideologia ufficiale dell’U.R.S.S. stessa e di tutto il movimento comunista internazionale - nè sarebbe stato possibile altrimenti: il dittatore georgiano si presentò sempre anche come il compitore filosofico e dottrinale di Marx, Engels e Lenin e la sua fedeltà (almeno a parole) ai loro dettami fu sempre fuori discussione: il pensiero dei tre grandi rivoluzionari (ed il suo) per Stalin aveva illuminato e reso finalmente comprensibile la storia e lo stesso mondo.

Nessuno poteva e doveva essere nemmeno sfiorato dal dubbio che, magari su qualche punto, egli potesse essersi sbagliato.


Princìpi generali
Quando si legge Stalin si resta subito colpiti dalla geometria perfetta del suo pensiero e dalla coerenza e completezza che vi regnano: quest’uomo non sapeva davvero cosa volesse dire dubitare.

Tuttavia tanta precisione e chiarezza sono dovute anche a semplificazioni, schematismi, falsità (a volte ridicole e farneticanti come furono le accuse agli imputati dei ‘processi di Mosca’), oltre che alla incrollabile presunzione di parlare con la bocca della verità più universale ed assoluta.

La filosofia di Stalin è una gigantesca opera di fondazione e di giustificazione del comunismo: essa è tesa unicamente a mostrarne la necessità ed il cammino di questa stessa necessità. Essa si basa essenzialmente su due grandi principi di fondo:


  1. la Storia ha la stessa struttura e le stesse leggi – è pervasa dalla stessa ragione – del mondo della natura. Storia e natura sono infatti in continuo divenire dialettico, cioè superano continuamente contraddizioni sorte e sviluppate al loro interno;

  2. tutto il cammino dell’uomo in tutti i millenni della sua storia è articolato in cinque stadi, in cinque grandi epoche ognuna delle quali è caratterizzata da un diverso tipo di forze produttive e di rapporti di produzione. Ognuno dei primi quattro stadi necessariamente ha sviluppato, o sviluppa, la contraddizione che ha portato, o porterà, al successivo: il quinto ed ultimo sarà il comunismo, definitivo perchè esente da contraddizioni interne.

Tuttavia, se la realtà è una e comprende natura e storia e se la sua articolazione logica è fondamentalmente la stessa, i due campi di indagine vanno comunque distinti: il materialismo dialettico esprime così la teoria generale della natura che il materialismo storico estende alla storia ed alla società.


Il materialismo dialettico
Il materialismo dialettico mostra che la natura procede secondo quattro princìpi. Secondo la dialettica infatti:


  1. i fenomeni della natura sono legati fra di loro in un tutto organico, si condizionano a vicenda e non possono essere compresi ed analizzati isolatamente l’uno dall’altro;

  2. l’unità organica dei fenomeni della natura non è statica, ma in movimento: essa è in continuo divenire per cui, accanto a qualcosa che sempre nasce e si sviluppa, qualcos’altro sempre si decompone e muore;

  3. questi cambiamenti non avvengono secondo un processo costante e lineare, ma grazie all’accumularsi di piccoli cambiamenti quantitativi che, arrivati ad un certo livello, bruscamente si risolvono in un mutamento qualitativo;

  4. ogni fenomeno della natura racchiude al suo interno una contraddizione, cioè il contrasto fra ciò che deperisce e ciò che cresce, fra ciò che muore e ciò che nasce. Questa è la logica dello sviluppo: non già evoluzione costante e (più o meno) regolare, ma contrasto e tensione fra il vecchio ed il nuovo. Tutto lo sviluppo, il divenire, non è altro che lotta di opposti.

Stalin afferma, senza offrire dimostrazioni o prove e senza appoggiarsi ad alcuna scoperta o posizione scientifica, che questi quattro princìpi costituiscono la legge della natura ed esprimono tutto il movimento del mondo fisico.


Il materialismo storico
Illustrati i princìpi del materialismo dialettico, Stalin, senza aggiungere una sola parola di giustificazione o spiegazione, afferma poi con la consueta sicurezza che

“Non è difficile comprendere di quale immensa importanza sia l’estensione dei principi del materialismo filosofico allo studio della vita sociale, allo studio della storia della società, di quale immensa importanza sia l’applicazione di questi principi alla storia della società, all’attività pratica del partito del proletariato.” (1)

Anche questa affermazione è netta ed inappellabile: i princìpi del materialismo dialettico sono gli stessi nel materialismo storico, quelli della natura sono comuni all’intero movimento della storia e della società.

Tutto qui: la continuità ed il passaggio dal mondo fisico a quello storico sono enunciati come se si trattasse di una semplice ovvietà: per Stalin è pacifico che mondo della natura e mondo dell’uomo sono retti dalla stessa logica, hanno la stessa struttura e vanno esaminati quindi secondo la stessa ottica.

Dal materialismo dialettico si passa a quello storico, ma la validità di questo passaggio è un puro e per nulla giustificato atto di fede che si pretende (o si impone) dal lettore. Natura e storia avrebbero le stesse leggi nonostante l’uomo sia il libero protagonista e artefice solo della seconda (almeno così sembrerebbe) mentre la prima gli è completamente esterna, indipendente e di un ordine completamente differente, ma è inutile insistere e continuare su questo punto: così come per i principi generali e del materialismo dialettico, se Stalin diceva che era così, così doveva essere.

Eppure le conseguenze di quest’asserzione furono di un’importanza enorme per la teoria e per la pratica che ne seguirono: se infatti il mondo storico-sociale ha la stessa struttura di quello fisico-naturale (i quattro principi del materialismo dialettico sono comuni anche al materialismo storico e valgono anche nella dimensione storico-sociale) e se quest’ultimo è pienamente conoscibile nei suoi fondamenti, ne deriva che, come questo, anche quello può essere conosciuto scientificamente.

Tuttavia, dato il cambiamento di applicazione, i quattro princìpi, pur rimanendo gli stessi, devono essere formulati però in modo differente. Eccoli allora nella loro nuova forma (ma non sostanza):


  1. i fenomeni ed i regimi sociali sono collegati fra loro e non vanno giudicati in astratto o presi per se stessi, ma sulla base delle condizioni che li hanno generati: “Tutto dipende dalle condizioni, dal luogo e dal tempo. E’ chiaro che senza questo metodo ‘storico’ per studiare i fenomeni sociali, non è possibile che la scienza della storia esista e si sviluppi.” (2) La storia è una scienza;

  2. come la natura, anche la società è in movimento e quindi non esistono regimi politico-sociali inalterabili: ciò che è vecchio è destinato a scomparire e ciò che è nuovo a svilupparsi e ad affermarsi. Le idee non sono eterne nè i princìpi immutabili. Il capitalismo è dunque destinato ad essere soppiantato per necessità scientifica: anche nel mondo della natura accade la stessa cosa per tutto ciò che ha ormai fatto il suo tempo. La classe operaia – che nella sua ascesa verso il socialismo preannuncia lo stadio della civiltà seguente a quello capitalistico – ottiene dunque una legittimazione assoluta alla sua lotta: la sua vittoria è già scritta nella legge stessa dello sviluppo storico;

  3. il passaggio da un regime ad un altro non avviene gradualmente ed in modo indolore: preceduto da una serie di piccoli ma continui cambiamenti quantitativi nella società, il salto è però qualitativo, cioè si verifica con una rivoluzione e non con una serie di riforme progressive;

  4. lo sviluppo procede per contraddizioni, attraverso il conflitto di forze opposte: la storia è lotta di classe ed è necessario che il proletariato, il nuovo, trionfi sul capitalismo della borghesia, il vecchio. Una politica che cerchi la conciliazione di borghesia e proletariato non ha semplicemente senso perchè il loro scontro è nell’ordine stesso delle cose.

Ma ancora non basta perchè, oltre a questi quattro, il materialismo storico si basa anche su altri tre princìpi che sono l’opposto dell’Idealismo (dal quale pure deriva) così come il materialismo dialettico è (o pretende di essere) l’opposto della metafisica. Questi ulteriori tre princìpi sono:




  1. il mondo è materia in movimento e non l’incarnazione di un qualche ‘spirito universale’;

  2. la coscienza ed il pensiero derivano dalla materia, sono un riflesso dell’essere e non viceversa;

  3. il mondo oggettivo ha delle leggi conoscibili dall’uomo.

Riassumendo, possiamo dunque dire che la dialettica è universale ed unifica nella sua logica natura e storia: tutto è comprensibile attraverso di essa, dunque

“la storia della società si presenta come uno sviluppo necessario della società e lo studio della società diviene una scienza.” (3)

L’avvento stesso del comunismo è insito nella necessità dell’Universo il cui immane processo volge in tale direzione.

Tutte le leggi ed i principi di natura e società sono quel che in filosofia si chiama Ragione (anche se Stalin non usa mai questo termine) e l’uomo può conoscerla e partecipare di essa: precisamente in ciò risiedono la sua coscienza e la sua potenza.

Tutta l’attività del partito dovrà necessariamente attenersi a queste leggi senza farsi guidare da sentimentalismi, aspirazioni, volontà, desideri, ideali, ecc., che, per quanto lodevoli e condivisibili, pure non hanno un vero fondamento e possono portare ad errori di tutti i tipi.

Il rivoluzionario dev’essere un ragionatore freddo sicuro nella sua conoscenza di ciò che storicamente è necessario venga fatto:

“la scienza della storia della società ... può diventare una scienza altrettanto esatta quanto, ad esempio, la biologia, e capace di servirsi delle leggi di sviluppo della società nelle applicazioni della pratica ... Ecco perchè il socialismo, da sogno che era d’un migliore avvenire del genere umano, diventa una scienza.” (4)

Il partito del proletariato deve legare la sua attività pratica a questa scienza della quale lui solo ha coscienza e conoscenza: esso è il compitore e realizzatore – cosciente – della storia che in lui trova la sua conclusione; e ciò lo rende diverso e superiore a tutti gli altri partiti coi quali non può avere vero confronto.

Il fanatismo può anche essere un piatto che va servito freddo.


Le epoche della storia
Il principio 6) – tipicissimo del marxismo – afferma che l’essere materiale è il dato primario mentre il pensiero, lo spirito, ne è un riflesso: questo non significa negare valore alla vita spirituale, ma solo chiarire che i suoi contenuti derivano dalle condizioni materiali della società e mutano col mutare di queste.

Certamente lo spirito ha una sua vita che prosegue libera per la sua strada e può influire a sua volta sulla società, ma nondimeno rimane una sovrastruttura che affonda le sue radici nelle condizioni della vita materiale, la struttura.

Per condizioni materiali di una società si intende il modo in cui i beni vengono prodotti e come il prodotto sociale viene diviso fra gli uomini.

E’ la produzione l’aspetto principale di una società ed i suoi cambiamenti si ripercuotono in ogni aspetto di quest’ultima (istituzioni e cultura in tutti i suoi risvolti), infatti “Quale il modo di produzione della società, tale sostanzialmente è la società stessa ... quale il modo di vivere degli uomini, tale è il loro modo di pensare ... la storia dello sviluppo della società è innanzitutto la storia dello sviluppo della produzione.” (5)

Ecco allora perchè Stalin riassume la storia del mondo in cinque epoche - principio generale 2) -: perchè secondo lui nella storia si sono succeduti cinque modi di produzione, e cioè:


  1. la comunità primitiva, in cui i mezzi di produzione sono di proprietà collettiva;

  2. la schiavitù, in cui proprietà del padrone non è solo il mezzo di produzione, ma anche il produttore;

  3. il regime feudale, in cui la proprietà del produttore da parte del padrone è limitata;

  4. il regime capitalistico, in cui il padrone possiede solo i mezzi di produzione ed in cui il lavoratore, apparentemente libero, è però costretto a vendergli la sua forza-lavoro (la sua capacità produttiva) e quindi a sottomettersi a lui.

Il capitalismo è tuttavia minato da una contraddizione ineliminabile: il suo processo di produzione ha infatti carattere sociale – raggruppa milioni di operai e coinvolge l’intera società – mentre la proprietà dei mezzi di produzione rimane privata. Forze produttive e rapporti di produzione sono dunque in contrasto fra loro ed il sistema di produzione capitalistico incappa così sempre più spesso nelle drammatiche ed irrazionali crisi di sovrapproduzione in quanto i produttori non producono per la società come sarebbe normale in un sistema tanto sviluppato ed esteso, ma per dei privati (per giunta pochi). Questa contraddizione è insolubile per il capitalismo e solo il passaggio ad un altro regime, in cui mezzi di produzione e rapporti di produzione siano finalmente in armonia, può venirne a capo. Solo la rivoluzione socialista può compiere questo salto ed è essa che porta alla quinta ed ultima epoca della società;

  1. il regime socialista, in cui la proprietà sociale dei mezzi di produzione costituisce la base dei rapporti di produzione.

I millenni passati appaiono qui come stadi preparatori alla rivoluzione ed al socialismo, l’ epoca in cui uomo e società potranno tornare ad essere padroni di se stessi senza conoscere oppressione e scissione al loro interno (all’innocenza ed alla verginità della comunità primitiva, si sarebbe tentati di dire).

Alla fine di un lunghissimo cammino e dopo aver attraversato tutti i tipi di dominazione e sfruttamento, al termine di un’ interminabile odissea (come quella dello Spirito secondo Hegel), l’umanità è ormai in vista della sua liberazione e della fine dell’ alienazione e dello sfruttamento (e di tutte le loro conseguenze, innanzitutto la guerra).

La società comunista è ormai imminente e la Ragione potrà presto trionfare nel mondo permettendo all’uomo di realizzare tutte le sue possibilità finora soffocate e coartate.


Il partito comunista
Per Stalin (e non solo) tutta l’azione del partito comunista si doveva ispirare unicamente alla scienza della storia; esso era il tramite con cui la classe operaia prendeva coscienza del suo compito storico - coscienza che non si forma spontaneamente nel proletariato, ma vi giunge “dall’esterno”. Egli afferma che gli operai vogliono “acquistare la coscienza (socialista) come si aspira alla luce”, ma non lo sanno. Il portatore della teoria “ossia l’arma che permette di conoscere il presente e prevedere il futuro” è il partito comunista. La teoria dev’essere portata alle masse dal partito comunista “poichè, in realtà, l’ideologia socialista, non sorge dal movimento spontaneo, ma dalla scienza”.

Lasciato a se stesso il movimento operaio sarebbe riformista e, incapace di vedere al di là del contingente, si muoverebbe alla ricerca della soddisfazione dei suoi bisogni più immediati e della soluzione dei problemi più vicini e limitati.

Solo il partito, padrone della scienza, conosce la vera realizzazione storica del proletariato stesso: null’altro che la scienza quindi deve guidare la sua azione e la ferrea applicazione dei suoi dettami è l’unica garanzia di successo.

Il compito del partito è immane: esso deve realizzare coscientemente la liberazione e la disalienazione dell’umanità secondo i dettami della Ragione.

Ma se la conoscenza della teoria imponeva storicamente al partito un compito grandioso, allo stesso tempo gli dava – proprio per questo motivo! - diritti smisurati.

Visto che questa Ragione è un insieme di leggi e di princìpi scientifici, non si poteva deviare da essa sulla base di motivi personali o motivazioni proprie (e men che mai per interessi particolari!): ciò avrebbe significato cadere nell’ “opportunismo” (quante volte si ricorse a quest’accusa e quante condanne furono comminate per essa!), cioè anteporre qualcosa di contingente o di più immediatamente favorevole all’ inflessibile necessità della storia: fu sempre (almeno a parole) sulla base della convinzione di agire scientificamente che gli stalinisti fecero scempio di tutti i membri del loro stesso partito che avevano inteso o intendevano diversamente il cammino da seguire e non avevano imboccato, o non imboccavano ciecamente, la strada che Stalin – portatore della verità assoluta – indicava.

Per tutte le categorie sociali e per tutti coloro che non rientravano poi negli schemi del comunismo l’unica soluzione secondo Stalin era la ‘liquidazione’ - e per questi non si perdeva nemmeno tempo a fabbricare accuse e a discutere.

La volontà di avere un partito ed una società coesi, saldi e compatti si rivestì di questa filosofia e trovò legittimazione in essa.

Ecco allora l’ infinita serie di persecuzioni, deportazioni, fucilazioni, internamenti;

le torture dei membri non allineati del partito, le farneticanti accuse lanciate contro di loro, gli insulti più gravi e spropositati, la follia dei processi: la “Storia” gronda di questi deliri tragicamente ridicoli.

Di fronte all’edificazione dell’U.R.S.S. viene veramente da chiedersi da dove giunse al partito comunista tanta energia e tanta determinazione; di fronte all’incredibile massacro ed al G.U.Lag. quale giustificazione potè mai trovare.

Quanto insomma fu capace di credere nel marxismo di Stalin.


La rivoluzione comunista
La filosofia di Stalin seppe anche spiegare (e giustificare!) perchè l’edificazione del socialismo rendeva necessaria l’adozione di sistemi tanto duri e terribili e perchè la rivoluzione che liberava i lavoratori da gioghi millenari non era una marcia gioiosa; a parte l’opposizione internazionale (da lui sempre avvertita con grande apprensione) e a parte motivi contingenti (per es. le gravissime condizioni della Russia dopo la prima guerra mondiale e la guerra civile), per lui c’era in realtà anche una causa profonda ed interna.

Secondo Stalin (e non solo) una rivoluzione borghese scoppia quando nella società la struttura economica (da feudale a capitalistica) - e, di riflesso, la cultura ed il mondo dello spirito – è già cambiata per cui ora si tratta soltanto di adeguare la sovrastruttura giuridica e politica a questa nuova realtà già in atto per conto suo.

Con la rivoluzione borghese il processo di trasformazione termina e lo stato torna ad accordarsi con la società.

Ma questo non vale certo per la rivoluzione comunista: quando essa scoppia il capitalismo, seppur in gravissima crisi, è ancora l’unica forma economica che esiste!

In una rivoluzione comunista la presa del potere è semplicemente il primo passo sulla via della costruzione di una nuova economia, quindi di una nuova società e di una nuova umanità – cioè della rivoluzione stessa.

Con la presa del potere insomma la lotta si intensifica e si protrae ancora per lungo tempo: la vecchia società fino a quel momento in fondo ha conosciuto semplicemente una sconfitta, ma ora va completamente abbattuta perchè la nuova venga edificata sulle sue rovine.

La rivoluzione comincia proprio da quando si è al governo!

Ecco allora che non si poteva deflettere dalla giusta linea! Che un errore poteva vanificare la vittoria! Che chi sbagliava ostacolava la storia e rischiava di farla tornare indietro! Che nessuno poteva essere scusato per i suoi errori, anzi, non esistevano errori, ma – “oggettivamente” (altro termine che gronda sangue) - colpe!

La nuova società implicava ripuliture implacabili da ogni corpo giudicato estraneo, così sterminio di massa, deportazione, oppressione, dominio, lager, lavaggio dei cervelli, ecc. ... furono il costo storico della rivoluzione comunista.

Si sarebbe mai finito di pagarlo? Il terrore sarebbe mai terminato?

Ebbene, Stalin risponde in modo affermativo e con precisione a questa domanda:

i sistemi coercitivi sarebbero cessati col raggiungimento della coscienza socialista da parte della società.

E quando mai accadrà questo?

E’ il principio 6) del materialismo storico a rispondere, e Stalin non si stanca di ripetere, che “Il regime sociale degli uomini, la loro vita spirituale, le loro concezioni, le loro istituzioni politiche, differiscono a seconda dei loro modi di produzione” (6)

Di conseguenza, una coscienza socialista sarebbe potuta sorgere solo in seguito all’instaurazione di un’economia socialista e ciò era proprio quel che si stava facendo in U.R.S.S.! L’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la loro socializzazione avrebbero dato necessariamente i loro frutti anche nelle menti e nei cuori degli uomini. Allora pace e armonia avrebbero governato la loro vita.

Eppure, nonostante un’economia socialista fosse già stata edificata, questo ancora non si verificava e la coscienza socialista andava ancora imposta largamente con la forza! Ma anche questo era perfettamente comprensibile perchè, come Stalin notava, “la coscienza degli uomini ritarda, nel suo sviluppo, sulla loro situazione reale” (7). Insomma, era solo questione di tempo!

Un’ultima paradossale conclusione chiudeva poi il discorso: se si voleva che lo stato, strumento di oppressione, si estinguesse (come predicava il marxismo classico) bisognava ‘per il momento’ rafforzarlo! Solo così infatti sarebbe stato possibile eliminare gli oppositori che, via via che la marcia del socialismo procedeva, si sentivano sempre più minacciati e intensificavano la loro resistenza con la forza della disperazione. Ma finalmente, schiacciati loro, lo stato, divenuto superfluo, si sarebbe dissolto da solo.

In sintesi: se si voleva eliminare lo stato, bisognava rafforzarlo!

(N.B.: qualcuno pensa ancora che Orwell abbia lavorato di fantasia?)

Conclusione


La filosofia di Stalin lascia atterriti: anche se tutto il marxismo è basato su certezze metafisiche; anche se il dubbio non alberga certo nelle menti di coloro che accettarono il materialismo storico e lo vissero come una verità evidente ed indiscutibile; anche se non è fuori luogo considerarlo ‘religione atea’; in Stalin c’è tuttavia qualcosa di più.

In Stalin troviamo infatti la pretesa di aver unificato in un’unica teoria ogni aspetto della realtà, naturale e storica; proclamata l’inflessibilità di un processo meccanico che si sviluppa con l’inesorabilità di un teorema di geometria; affermato un sistema dogmatico nel quale non c’è posto che per ciò che è impersonale e necessario.

Tutto in esso si compie così come deve compiersi, tutto è come dev’essere, tutto avviene come deve avvenire, tutto è chiaro e precisamente determinato: l’essere è qui definitivamente disvelato, unico ed unidimensionale.

Qui è davvero istituita quell’identità di reale e razionale che Hegel aveva espresso colla famosissima massima secondo cui “tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale”, ma Hegel scriveva libri e insegnava all’università, Stalin invece guidava popoli dopo aver spazzato via ogni possibile opposizione!



Stalin la sua filosofia, dopo averla imposta e fatta accettare ad un numero enorme di intellettuali, funzionari, politici, la realizzò e la mise in pratica in U.R.S.S. e nel movimento comunista internazionale!

Da qui nasce lo spavento che essa provoca, dalla sua cieca presunzione di infallibilità, dalla fredda indifferenza con la quale manipolò uomini e cose come fossero inerte materia bruta; nuovo Demiurgo platonico, Stalin si sentì in diritto di plasmare secondo il suo modello ideale quello che per lui era disordine e caos.

Eppure, come se ciò non bastasse, c’è qualcosa di ancora più spaventoso:

il fatto che Stalin vinse.


Note



  1. Stalin, Kalinin, Molotov, Voroscilov, Kaganovic, Mikojan, Zdanov, Beria: “Storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S.”, Società editrice “L’Unità”, Roma 1944, pagg. 138-139.

  2. Ibid. pag. 133.

  3. Ibid. pag. 139.

  4. Ibid. pag. 139.

  5. Ibid. pag. 148.

  6. Ibid. pag. 148.

  7. Rapporto presentato da Stalin il 7 gennaio 1933 ad una sessione congiunta del C.C. e della Commissione Centrale di controllo del Partito Bolscevico. In “Per conoscere Stalin” a cura di G.Boffa, Oscar Mondadori, Verona 1970, pag. 256.



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