Luigi de Marchi: Psicoterapia umanistica



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02.02.2018
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Luigi de Marchi: Psicoterapia umanistica

di Alessandro Meluzzi


Secondo me Luigi de Marchi (Brescia, 17 luglio 1927 – Roma, 24 luglio 2010)1 è stato un uomo capace di dare un senso vero, profondo, calato nell’incarnazione della vita, a quell’assunto che è stato la principale eredità della sua scuola, istituto di psicoterapia umanistica esistenziale che la dottoressa Filastro dirige. Cosa significa psicoterapia umanistico-esistenziale nel coacervo di scuole, di teorie, di punti di vista e di orientamenti che popolano il mondo dello psichico e del terapeutico, dell’accoglienza dell’altro e dell’incontro? Ecco, credo che in questo Luigi de Marchi sia stato un autentico e rivoluzionario dell’umano, perché ha saputo scavalcare tutte le dicotomie del Novecento, secolo in cui è nato. Ha guardato verso la costruzione di un orizzonte di senso sulle tematiche dell’umano che non si fermassero su nessuno dei determinismi precostituiti di alcun genere e sulla declinazione di alcuna natura.

Ci sono molte metafisiche possibili. C’è una metafisica dello Spirito, che tende a vedere la realtà della materia come qualcosa di degradato o qualcosa di distante dalla scaturigine del vero senso della verità che sarebbe nella dimensione spirituale. È una metafisica che va dal tomismo ad Aristotele fino a Giovanni Gentile ed Hegel. È una metafisica legata all’idea secondo cui ci sia una verità che è comunque in un altrove rispetto a dove ci troviamo, hic et nunc. C’è un’altra metafisica che è quella della materia, secondo cui c’è un’unica verità che è quella della materia dove ci troviamo, che può essere codificata e letta nel linguaggio della scienza. Metafisica che diventa scientismo, la forma più estrema di dogmatismo come ogni derivazione del positivismo. Questi due mondo che sono dominanti nella storia sono agli antipodi ma sono allo stesso tempo speculari.

Luigi de Marchi è riuscito a sottrarsi ad entrambi questi abbracci mortali. È riuscito a sottrarsi all’abbraccio mortale di una metafisica disincarnata e di una metafisica scientista e determinista. Ma è riuscito sempre a situare la sua opera nello spartiacque sottile, sulla lama mobile e dinamica, di una vita dello Spirito che non si lascia afferrare da alcun determinismo ma che vede ogni cosa nel suo farsi. Non in un farsi neutrale bensì in un farsi nutrito da una dinamica che Egli stesso non avrebbe potuto altrimenti chiamare se non “dinamica d’amore”. Questa è la parola magica che secondo me occorre pronunciare con forza e con coraggio, parlando di Luigi de Marchi. Proprio nel nome di questo amore che guarda ad una dimensione etero-trascendente o auto-trascendente de Marchi è comunque nella dimensione di un eterno che non si lascia afferrare da quella morte, che come ci ricorda Paolo di Tarso non ha un pungiglione con cui pungerci.

Si legge in Corinzi 15, 50-58: <>.



Se siamo riuniti nel nome di Luigi de Marchi, allora questa dimensione può diventare non soltanto un assunto filosofico, non soltanto una base letteraria, non soltanto il punto di vista di una teoresi psicoterapeutica, ma può diventare una prassi di pensiero, di ragione, di vita e di accoglienza dell’umano da parte dell’umano. Perciò si dice psicoterapia umanistico-esistenziale. Se non ci lasciamo afferrare dal determinismo di certa psicanalisi, né dal determinismo di certi mondi neuroscientifici, né dai determinismi di certa sociologia, sappiamo che c’è una dimensione dell’umano che soltanto all’interno della relazione, che come direbbero i fenomenologi è per sua stessa natura interpersonale, si può ritrovare la chiave per affrontare le sfide della cura, dell’umanizzazione della cura, non soltanto nelle cure psicologiche ma anche nelle cure mediche, non soltanto nelle terapie della mente ma anche in quelle dell’anima e dello spirito, non soltanto nelle malattie della mente ma anche in quelle del corpo. Non è un caso che ormai vent’anni fa abbiamo ritrovato tra le tante cose cha abbiamo fatto con Luigi de Marchi, alcune più riuscite altre meno riuscite, alcune con più successo come la psico-politica altre meno note, l’IPSUE - istituto di psicosomatica umanistico-esistenziale. È stato il primo tentativo di introdurre il concetto della psicoterapia umanistico-esistenziale nella medicina, nell’oncologia, nella cura dei malati terminali, in quel terreno in cui la dimensione dell’umano diventa talmente urgente, impellente e drammatica, da avere bisogno di una luce profonda che mi verrebbe da classificare come cristiana da cattolico quale sono. In questa dimensione di incontro, di una luce che proviene da un altrove, non importa se posizioniamo quest’altrove fuori e sopra di noi oppure dentro di noi, ma senza questa luce l’umano si riduce a un fenomeno meccanico, deterministico, prevedibile. C’è un incontro perfetto nella vita di Luigi de Marchi tra dimensione della trascendenza e quella dell’immanenza. È questo che ci ha dato la forza assoluta e incontrovertibile della vita di Luigi de Marchi. Non si può pensare a Lui senza pensare alla penetrazione profonda tra il pensiero e l’azione, che popola tanti filosofi in particolare i mistici. E Luigi de Marchi ha fatto della sua stessa vita e della sua stessa esperienza umana un’opera d’arte. Una vita che vede nella traiettoria della bellezza una di quelle grandi chiavi che, come dive Dostoevskij, salveranno il mondo. Ma non si tratta della bellezza estetica, non è un estetismo astratto, non è un orizzonte platonico che guarda lontano e fuori di sé, non è un’utopia storica di un tempo che verrà, non è una palingenesi rivoluzionaria più o meno feroce, non è una dimensione aristocratica snobistica. Invece è un calarsi nell’umano, pagandone anche le conseguenze in termini di dolore e di fatica. Chiunque abbia conosciuto Luigi de Marchi sa bene che la sua vita è stata profondamente segnata da un’attenzione sempre delicata, sensibile, a ciò che magari era più piccolo o apparentemente insignificante. Era un uomo capace sempre di conciliare l’amore profondo per la res publica, l’amore profondo per la sfida e la politica. Ciò che ho detto vale per il rapporto tra trascendenza e immanenza, per il rapporto tra tecnica e ispirazione, tra razionale e irrazionale, tra emozionale e scientifico. Le stesse cose valgono se trasportate sul terreno della politica. Chi potrebbe definire politicamente Luigi de Marchi? È stato un grande radicale, un grande liberale. È stato un uomo che ha abbracciato molte battaglie. Anche quando ha sposato la causa della battaglia femminile, quella della contraccezione, della lotta per l’educazione sessuale, lo ha sempre fatto almeno dal mio punto di vista nella logica del contro e nella logica del per, sapendo che il corpo della donna è il luogo dove misteriosamente si incontrano il cielo e la terra, dove Eva e Maria sono la stessa cosa, dove la vita è accolta e generata. Ciò fa della donna la più perfetta delle creature umane. Chi deve accogliere e generare la vita, forse è ovvio che viva sei-sette anni in più dell’uomo, che abbia l’emisfero sinistro e quello destro più connessi, che abbia il sistema endocrino più sofisticato, che abbia il sistema immunitario che funziona meglio, che abbia un’intelligenza più interattiva, più rizomatica, più organica. E non lo dico per una captatio benevolentiae, lo dico perché lo testimoniano i numeri. Chiunque abbia insegnato in una scuola media sa bene che tra i ragazzi e le ragazze c’è un abisso, e ce lo dicono anche le statistiche. Ciò ha una logica ed è la logica della vita. È chiaro che laddove la vita vive al massimo delle sue sfide, come essere accolta dopo essere stata generata, l’equazione donna-vita è inesauribile e inestinguibile. Per questo motivo Luigi de Marchi non è stato un profeta dell’aborto, della contraccezione o della negazione della vita, ma è stato invece un profeta della vita. Voleva che la vita fosse generata e accolta laddove poteva accadere, sempre nella cultura della vita e mai nella cultura della morte, sempre nella cultura dell’amore e mai nella cultura dell’odio, sempre nella cultura dell’accoglienza e mai nella cultura della violenza. È stato un uomo amabile e non violento. Credo che abbia fatto dell’imperativo a creare la cifra più profonda della sua scuola, che va al di là di ogni scientismo deterministico. Egli ha saputo fare della propria creatività permanente e della capacità di leggere la vita con un atteggiamento che definirei biofilo e neofilo. Si può avere di fronte alle cose della vita un atteggiamento biofilo o biofobo. Si può amare la vita oppure aver paura della vita. Infatti com’è la vita? La vita è imperfetta, caotica, putrescente, disperante.

Si legge nello Zibaldone di Leopardi: <istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e bruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi;1'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra 1'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere>>. La bellezza è popolata da tutte le misteriose e meravigliose imperfezioni della vita. Bene ha fatto San Tommaso a parlare della dimostrazione di Dio attraverso la perfezione del Creato. In realtà il mistero del divino si scontra con quello dell’umano nella splendida imperfezione del Creato. La vita e il Creato sono in un continuo divenire e se si ama la vita si accetta anche il suo divenire e la sua imperfezione e la morte. Nelle dimensione della vita nel suo farsi l’atteggiamento giusto non è quello del biofilo che si rinchiude in un obitorio di ideologie e preconcetti, ma l’atteggiamento giusto è quello di chi sa guardare alle contraddizioni del presente con uno sguardo di speranza. Non con le rigidità di un credo dogmatico e invalicabile, che non si lascia mai scalfire dalle evidenze della realtà. Se un individuo è biofobo non amerà l’uomo, la vita. Si può anche essere neofili o neofobi. Se un individuo è neofobo temerà tutto ciò che non rientra nei suoi schemi, avrà paura di tutto ciò che non appartiene ai suoi preconcetti o pregiudizi. Tutto ciò che interferisce con il preordinato ritmo sarà un elemento di turbamento. Invece Luigi de Marchi, neofilo e biofilo, ha saputo affrontare la vita con l’unica vera chiave con cui può essere affrontata la vita: una creatività amorevole aperta alla vita, aperta all’altro, aperta al nuovo. Oggi possiamo dire che questa apertura all’umano ci porta persino alla gioia di avere una scuola che rappresenta nel panorama della scuole di psicoterapia la sfida epistemologica, di ricerca e di pensiero, che allarga l’orizzonte verso la dimensione di non umano che è troppo umano per l’uomo. Da una grande anima laica come quella di Luigi de Marchi scaturisce un pensiero aperto, non dogmatico, amorevole verso l’umano, neofilo e biofilo. Siamo nell’incarnazione e non ci troviamo nel mondo delle idee. Ed è dagli sguardi che nasce tutto ciò che vale la pena di essere vissuto oggi, domani e fuori dal tempo.

1 Psicoterapeuta, umanista, autore di scritti spesso controversi perché lontani dall'ortodossia, si definiva Solista ed amava stare fuori dall'Accademia. Attivista per il riconoscimento dei diritti alla contraccezione, al divorzio, all’interruzione di gravidanza e all’eutanasia, ha fondato il CISA (Centro Informazioni Sterilizzazione Aborto) che negli anni '70 anticipò la legge sull'aborto in Italia, e l’AIED (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica). Ha costantemente sostenuto l'importanza del problema della abnorme crescita demografica e dei problemi economici, ecologici, sociali e psicologici ad essa connessi.





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