Luigi Einaudi



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Saggi liberali vecchi e nuovi




PIERO GOBETTI

Maestri liberali


(Tratti da: “Rivoluzione liberale”)

AMENDOLA
Dicono che la debolezza dell'Aventino consista nella mancanza di un capo. Sarebbe la ragione del successo del fascismo. Conosciamo molti oppositori perpetuamente alla ricerca dell'Anti-Mussolini, che l'hanno ritrovato ora in Albertini, ora in Amendola, ora in Sforza, ora in Turati. Delusi poi che in questi non vi fosse alcuna qualità mussoliniana (la petizione di principio era nell'idea di capo che si erano formata e nell'esempio nascosto nella loro fantasia!), si crearono altri idoli: Badoglio, Giardino, Capello.

In realtà se l'Aventino avesse un capo non sarebbe più l'Aventino. La sua forza e la sua debolezza sono qui: nel non aver bisogno di un duce. Non si tratta di manovre, di strategia, di astuzie. La situazione è assolutamente statica. Il problema è di dare degli esempi morali. L'isolamento dell'Aventino è questo: che milioni di italiani hanno creduto che l'Aventino servisse per provocare una crisi ministeriale. Questo consenso alle opposizioni era di natura mussoliniana: su tali oppositori non si può contare, essi sono passati e passeranno al nemico nel primo momento difficile.

Gli italiani sono in maggioranza fascisti o oppositori? La domanda è mal posta. Gli italiani possono fare della fronda oppositrice senza essere oppositori. La maggioranza degli italiani è fascista solo in questo senso: che ha un'assoluta incompatibilità di carattere coi partiti moderni, coi regimi di autonomia democratica con la lotta politica. Messi al bivio tra il governo attuale e un ipotesi di governo futuro in cui i cittadini abbiano le loro responsabilità nella libera lotta politica, votano per Mussolini. L'Aventino è il processo Dreyfus degli italiani.

A Donati, ad Albertini, ad Amendola, a Sforza non si può chiedere più di essere dei tattici consumati. Essi hanno solo il dovere di chiarire sino all'esasperazione questa incompatibilità morale.
Se avevano delle doti parlamentari, se potevano riuscire degli eccellenti ministri, essi hanno sacrificato queste prospettive e queste qualità per essere i primi cittadini di uno Stato italiano moderno senza sagre e senza sanfedismo.

I malumori contro Amendola, che sarebbe lo stratega troppo rigido di una battaglia perduta, sono recriminazioni meschine. Bisogna fare l'elogio di Amendola. Entrato nella politica militante nel 1919, era salito in due anni ai primi posti: si guardava a lui come a un sicuro presidente, del Consiglio. Nessuna delle piccole qualità del parlamentare gli mancava: alla sua rigida volontà soccorrevano la pratica e il temperamento del meridionale. Tutti sanno quali lusinghe gli venissero nel '22 e nel '23 dal campo fascista.

Perciò la sua protesta ha un valore rappresentativo. La sua rinuncia è perfettamente meditata e calcolata. Lavorare a vent'anni di scadenza non è difficile per noi: nel caso di Amendola vuol dire che una crisi storica di grande importanza si è manifestata, e che l'uomo non è rimasto inferiore al suo compito.

***


Giovanni Amendola deve continuare oggi nella vita politica italiana la stessa posizione polemica e costruttiva che si assunse prima della guerra nel mondo della cultura.

Nell'Anima (1911), rivista di filosofia, Amendola e Papini, direttori, muovevano da una constatazione pessimistica: non esservi nell'Italia d'oggi una idea, una voce, una vita che ci soddisfino, che noi possiamo accettare per nostre.

"Ci siamo guardati intorno per scoprire gli altri: ma l'Italia è ancora il paese del Caro e del Castelvetro, o meglio dei loro pronipoti in sedicesimo. Molti lustri dovranno scorrere, prima che questa gente, la quale ha per secoli imbrattato la carta di sonetti e di canzoni, abbia perduto il gusto di teorizzare e di questionare su versi e su rime: prima che la nuvolaglia letteraria si diradi sulle nostre teste e lasci vedere nel cielo della vita oggetti più puri e più elevati a cui tendere".
Così Giovanni Amendola, che doveva esser poi così insorabilmente politico e fanatico di realismo, cominciava proprio con la più sconcertante esperienza romantica. In tempo di crisi, di agitazione e di sovvertimenti ideali si trovava costretto, per la semplicità stessa del suo candido desiderio di costruire su basi solide e sperimentate, a preparare gli strumenti più elementari di conoscenza e a prender confidenza col mondo, addirittura attraverso un sistema filosofico che ne svelasse i segreti.

In un politico di istinto il sistema filosofico non poteva essere che il sistema della vita morale, come tragedia di individui; l'etica ridotta a biografia, in quanto la biografia fosse appunto la storia dei tormenti per la conquista della personalità. In tutto questo noviziato il filosofo politico ci lascia pensare a quelle figure magiche di stregoni, che fanno i loro esperimenti sulla nuda carne quando addirittura non cerchino le idee attraverso le consolazioni dell'occultismo e della teosofia. Amendola vuol penetrare nell'essenza dei problemi volitivi, scoprire la coscienza morale, coglierne il ritmo di sviluppo, veder sorgere la volontà della lotta contro gli istinti e contro il sentimento. La filosofia di Amendola era più un dramma che una speculazione. Egli ha dovuto indugiare negli esempi, disegnare le figure, rivivere le biografie: Michelangelo, Michelstaedter, Tasso. Ma la psicologia di Amendola è già un'arte politica, e sorprende gli individui mentre si sforzano di realizzarsi nella comunicazione sociale. Guardate come sente in Lutero l'epopea dell'affermazione nel condottiero dalle masse. "Lutero è il genuino rappresentante di un popolo giovane ed esuberante; egli comunica abbondantemente con la vasta anima delle masse e trae da questo contatto una sempre rinnovata conferma alle sue affermazioni e alle sue ribellioni; la sua coscienza germanica si pronuncia chiara, netta e invidiata sui problemi sostanziali della religione e della vita". Si può capire come ai suoi elettori di Salerno, il direttore dell'Anima potesse chiedere, dieci anni dopo in termini politici una conferma solenne delle sue audacie filosofiche.


I rapporti tra quest'uomo e il movimento vociano dovettero sempre rimanere necessariamente generici, poiché nell'elegante Sturn und Drang fiorentino egli recava preoccupazioni disperatamente monotone e pratiche. Invece l'amicizia con Papini fu un punto fermo, una constatazione di coincidenze, di vicinanza di attitudini, di una certa somiglianza di temperamento morale. La collaborazione di questi due uomini, che il pubblico italiano oggi si sdegnerebbe di vedere accomunati, fu una necessità e un esempio storico singolarmente chiarificatore. È una amicizia degna di essere meditata almeno quanto quella di Machiavelli e Ariosto. Siamo in pieno dramma antidannunziano e la lotta è mossa in nome di una persistente passione individualistica che ha le nostalgie antiromaniche della cattolica umanità. Nell'Uomo finito e in Etica e Biografia c'è la stessa esigenza di realizzare con mezzi esclusivamente e rigorosamente etici una compiuta personalità.

L'atteggiamento di Amendola di fronte al fascismo non è dunque che un aspetto e una conclusione del suo antidannunzianesimo. La intransigenza si riduce a una questione di dignità, quasi un caratteristico residuo pedagogico persistente nella sua passione politica. I difetti e i pregi dell'uomo son tutti in questa sua attitudine di dialettico che vuol convincere l'avversario, nemico dell'improvvisazione, ostinatamente coerente. Perciò se prima si poteva dire che nel filosofo c'era il politico, adesso nel politico continua il filosofo. Ma questa cultura gli ha data la libertà, lo ha lasciato senza illusioni metafisiche alla sua intransigenza, sicché persino i suoi calcoli hanno un sapore di azione diretta come se dell'intellettualismo non ci fosse più che il ricordo.
Bastano queste brevi note per caratterizzare un ritratto che appare direttamente antitetico alla figura di Mussolini. Sarebbe difficile trovare Amendola indulgente verso le espansioni popolari e verso la politica del facile entusiasmo. La sua serietà è talvolta persino un'ossessione e gli vieta tutte le più prudenti sospensioni ironiche. Ma neppure si potrebbe paragonarlo al tipo comune del politico italiano: gli manca l'amabile disinteresse del diplomatico, come il cinismo di Giolitti. In sostanza poi niente ideologie, niente protestantismi: può credere a valori precisi di libertà e di morale, ma piuttosto in quanto gli servano per acquistare il senso del valore degli uomini dei quali vuole conoscere le attitudini per usarne.

Nella contemperanza di queste doti c'è ancora la cristiana umanità della sua filosofia, ma corazzata con la chiarezza dogmatica e intollerante e gli schemi precisi del cattolico.

Già, avvicinandolo, la sua figura fisica ti dà l'impressione e la sicurezza della solidità: e le sue qualità intellettuali sono così dominanti e meridionalmente appariscenti che sembra più giusto riferirle al carattere che alla maturazione del pensiero.

Si capisce benissimo come Mussolini, che ha le penetrazioni e le lucidità psicologiche dell'uomo fatale, abbia subito riconosciuto nella decisione austera e chiusa di Amendola il solo candidato serio alla successione. Una successione ideale che implica un'antitesi totale, una lotta di razze. E Amendola è così chiaramente se stesso, con le sue ambizioni e con le sue misure, che non ha bisogno di nascondersi dietro un programma o dietro una costruzione di ragionamenti. Se dovessimo riferirlo ad altri orizzonti spirituali ormai storici, potremmo riconoscere in lui piuttosto la sicurezza e la rassegnazione di Metternich che l'improvvisata e profetica genialità di Cavour o di Bismark. Ossia io vedo in Amendola piuttosto l'uomo di una situazione che il capo di un partito più la prudenza sagace e le inesorabili attitudini costruttrici dell'amministratore, che lo sforzo strategico del condottiero. Non per nulla Amendola è negato alla comunicazione con le masse: nulla di tribunizio si trova nei suoi discorsi elettorali e quando in casi siffatti i programmi devono necessariamente colorirsi secondo le astuzie oratorie, egli si ferma per istinto di lealtà a idee affatto generiche.


Tutti questi limiti sono caratteristici e necessari in Italia per un uomo che voleva rimanere un politico e non diventare un avventuriero, né speculare sulle consolazioni estetiche nelle nuove generazioni dannunziane e del popolo desideroso di sagre. Considerando l'uomo nel suo terreno storico sarebbe ingiusto rimproverargli la semplicità ancora elementare della sua fede democratica che si accontenta di una definizione e non può tener conto delle grandi esperienze moderne, dei progressi industriali, dei partiti e della lotta politica e delle democrazie intransigenti e calviniste, perché queste idee diventano utopie in Italia, paese povero, in cui i cittadini tormentati intorno alle esigenze economiche più elementari non possono ancora raggiungere la loro dignità di combattenti.

Così sotto la dottrina rimane in Amendola il provinciale napoletano, che a contatto con le correnti europee si trova a disagio e deve procedere per approssimazioni, indugiando in un compito di pedagogo verso la sua gente. Il suo istinto resta assolutamente conservatore e per quest'aspetto egli rientra nella tradizione di tutti i politici italiani dopo Cavour. Più sobrio perché meno indulgente alla demagogia, ma d'altra parte negato a quelle sottigliezze di stile che vengono soltanto da una esperienza diplomatica.

Invece di usare duttilità e mobilità egli ha fatto una questione di fedeltà alle premesse, ed ha portato nella battaglia l'austerità e la rigidità di un vescovo scismatico. Ecco in qual senso l'Aventino ha trovato in lui il suo uomo.

Il più bell'elogio per Amendola noi lo diremo insistendo sulla sua impopolarità; e la sua forza è proprio nella costanza della sua solitudine.



[in “Rivoluzione liberale”, n. 22 del -31 maggio 1925]

CROCE OPPOSITORE


Un osservatore grossolano potrebbe credere che a Croce politico e teorico della politica manchino quelle passioni e quelle esperienze che nutrirono i grandi teorici come Machiavelli e Treitzske, scrittori di opere che restano insieme un monumento storico dei tempi e un modello di speculazione filosofica.

Croce in trent'anni di battaglia di cultura pare essere rimasto estraneo a tutti gli interessi di parte e i suoi stessi atti specificamente politici non lo compromettono e quasi non lo toccano. Sia che partecipi alla sottoscrizione per l'Avanti! dopo Pelloux, sia che vada ministro dell'istruzione con Giolitti, sia che indulga con argomenti da uomo d'ordine al primo fascismo di Mussolini, sia che se ne stacchi poi disgustato e pentito, la preoccupazione costante di Croce è di offrire un esempio concreto di condotta personale: questi atti riguardano la sua coscienza individuale, sono le risposte date alla voce del dovere dal cittadino, non dall'uomo politico né dal filosofo. Chi esaminasse l'opera sua di ministro dell'Istruzione troverebbe infatti che egli s'attenne costantemente, prima che alle regole di un programma o di una riforma, all'idea di instaurare un'amministrazione onesta; e questa è la differenza tra Gentile dogmatico, autoritario, dittatore di provinciale infallibilità e Croce politico, capace di riflessione e di dubbio, aperto a tutte le esigenze umane, desideroso di ascoltare anche la semplice voce dell'istinto e del buon senso.


Insomma Croce in politica ha voluto essere piuttosto l'uomo semplice, che il finto statista, non potendosi improvvisare a cinquant'anni la maschera del questurino o le basse arti dell'intrigo. Se poi si vuol trovargli ad ogni modo un partito, mentre la sua filosofia servì ad uomini di tutti i partiti, bisogna constatare che per il suo stesso buon senso piacevole e scherzoso di napoletano di elezione, indulgente e signore, le sue simpatie dovevano andare ad un conservatorismo onesto, moderatamente liberale, capace di salvare le forme e la pace, cara ad ogni uomo laborioso. Per questo conservatorismo illuminato e trepido Croce fu contro la reazione all'aprirsi del novecento, fu contro la guerra nel 1915, perché la guerra dissipa i risparmi e il lavoro accumulato in economia come in cultura, ed è poco tenero oggi per le improvvisazioni del nazionalfascismo.

Il teorico della politica.

Tutti i pregi della teoria della politica che si trova nelle sue postille e nel breviario Elementi di politica derivano proprio da questa moderazione di uomo non apolitico e neppure di parte, e dalla serenità quasi indifferente dell'osservatore. Vi si trova un documento preciso e non occasionale della costanza speculativa che sta alla base della nostra vita politica nell'ultimo ventennio. Tutt'al più non nasconderemo il nostro dispiacere perché il Croce ha voluto adottare un procedimento del tutto sintetico, talvolta troppo rapido, velando a bella posta, con efficace malizia, i riferimenti più attuali: noi desidereremmo in certe sue esecuzioni capitali di pregiudizi e di teorie monche, maggiore indugio di storico, disposto a trovare con allusione ai tempi, ragioni e psicologia degli errori.

Croce si è accontentato di rendere esplicita (in sede rigorosamente speculativa) la teoria della politica che si poteva cogliere già nella Filosofia della pratica e nel Materialismo storico.


La politica riguarda le azioni utili: o l'utile non è il morale, ma non è neanche il semplice egoismo; quindi bisogna rivendicare contro tutti gli accusatori della politica, come cosa immorale e da riservarsi alle persone di poco scrupolo, il carattere spirituale e decisamente pregevole dell'azione politica: il Croce non si lascia sfuggire una bella occasione per canzonare e confutare gli astrattisti e gli ipocriti del moralismo. Senso politico e senso giuridico però devono accompagnarsi, sicché mentre non si devono approvare i bigotti e le vestali delle istituzioni, bisogna richiedere poi a chiunque agisca un chiaro senso della tradizione, della continuità, della legalità. A questa doppia ispirazione occorre riportare una chiara idea dello Stato, che è forza soltanto in quanto è consenso, ed è forza non secondo una grossolana rappresentazione "quasi un prendere pel collo altrui, piegarne la cervice, atterrarlo", ma è tutta intera la forza umana e spirituale "e comprendo la sagacia dell'intelletto, non meno del vigore del braccio, la previdenza e la prudenza non meno dell'ardimento e dell'audacia, la dolcezza non meno della severità". Così in ogni Stato autorità e libertà sono inscindibili, e a ragione si celebra perciò la libertà. "Quale parola fa battere con più calore e dolcezza il cuore umano?". Con malizioso scetticismo conclude il Croce che bisogna sempre predicare ai popoli i benefici dell'autorità e ai principi quelli della libertà, e qui è evidente come egli parli perché altri intenda. Concepito così lo Stato come azione, diventa vana la ricerca sul fondamento della sovranità. In uno Stato ciascuno è a volta a volta sovrano e suddito. La sovranità in una relazione non è di nessuno dei suoi componenti singolarmente preso, ma della relazione stessa". Dove, benché il Croce goda di fare la satira di Rousseau e di canzonare gli egualitari, c'è forse una delle più vigorose e radicali professioni di democrazia moderna.
Ma il politico non è esule o carcerato nei limiti del campo utilitario dove incomincia ad operare; la politica crea nuove relazioni, diventa strumento di vita morale, arriva alle fonti della scienza; lo Stato partecipe del progresso della storia è anche etica. Il Croce mette però in guardia contro chi confondesse questo Stato concepito come moralità, come Staio etico, come storia, con lo Stato politico e ne derivasse quindi una concezione governativa della morale, come successe al Gentile ministro di anacronistico oscurantismo. In realtà lo Stato è "forma elementare e angusta della vita pratica dalla quale la vita morale esce fuori da ogni banda e trabocca, spargendosi in rivoli copiosi e fecondi, così fecondi da disfare e rifare in perpetuo la vita politica stessa e gli Stati, ossia costringerli a rinnovarsi conforme alle esigenze che ella pone". Che è ritratto poetico ed efficace della complessità del mondo pratico, penetrato integralmente con questa distinzione decisiva.

Il Croce si sforza anche, negli Elementi di politica, di rendersi ragione della validità dei partiti politici, dei quali altra volta aveva dato un concetto inadeguato, limitandosi al parallelo coi generi letterari. In realtà l'importanza del partito politico non sta nel solo programma talvolta generico e sempre per necessità non più che una prima approssimazione, ma nella caratteristica stessa del partito mezzo d'azione, coi suoi capi che vi affermano il vigore della loro personalità, e vi si preparano al governare.

Parteggiare e governare non sono cose antitetiche; ed anche nell'uomo di partito bisogna vedere un esempio del fare e dell'attuare in cui sta la sostanza della vita sociale, somma di rapporti, ossia di azioni.
Tutta la politica di Croce è in sostanza un'esaltazione del momento dell'attività, contro le astratte considerazioni schematiche e generiche, contro i falsi programmi, dietro cui si nascondono le cattive intenzioni. Bisogna rifuggire da tutte le pedanterie di tutti i dottrinari della politica; arrivare al diretto contatto della realtà di fronte alla quale consigli, analisi, distinzioni servono soltanto come premesse e avviamenti a risolvere, ad agire.

Il suo antifascismo.

Dopo il delitto Matteotti uno dei fatti più importanti della politica italiana è il passaggio di Croce all'antifascismo.

Fino all'autunno scorso la posizione di Croce era ispirata a ottimismo e indulgenza: il suo riserbo verso il fascismo era tutto morale e pedagogico e rispecchiava da un lato il suo innato antidannunzianismo e antifuturismo, dall'altro la sua acuta diffidenza verso tutti gli uomini del nazionalismo italiano in cui egli aveva veduto già prima della guerra dei pericolosi politicanti. Questo antifascismo tollerante non poteva soddisfare in tutto noi giovani che invocavamo distinzioni di razza e di stile, ma a Croce non si doveva chiedere di abbandonare le sue abitudini conservatrici di buon gusto e di moderazione culturale. Anche nei motivi più radicali che lo indussero all'opposizione aperta entrarono poi in buona parte, prima che le meditazioni teoriche, le preferenze e la sensibilità dell'uomo. Nell'adesione al Partito liberale, nella disciplina con cui si è messo a servire il partito, Croce pratica un suo ideale giolittismo inteso come abito mentale di moderazione, di fedeltà, di discrezione. Quando egli tende a fare della vera e propria politica come gregario, la sua attenzione è agli istinti parlamentari, ai mezzi d'azione tradizionali, alle forme costituzionali e amministrative. Il suo atteggiamento è sabaudo, con elementare franchezza, indulgente alle teorie ma intransigente sulla serietà degli uomini, ostinatamente fedele alle virtù civili e alle caratteristiche storiche della razza. Così la sabauda devozione allo Stato di questi uomini è devozione allo Stato laico nutrita di ossequio alla religione e di diffidenza verso i preti, una laicità perfettamente antitetica all'anticlericalismo rumoroso dei romagnoli atei, pronti ad innamorarsi della Chiesa per estetismo di sovversivi.


Ma l'antifascismo di Croce non è soltanto questo. Accanto ai motivi del conservatore dell'italiano di buon senso c'è la ribellione dell'europeo e dell'uomo di cultura. Soltanto quei motivi, che possono dispiacere talvolta alla nostra psicologia di combattenti, servono a mettere questa ribellione nella sua giusta atmosfera umana togliendole anche il sospetto di una esasperazione romantica o di un partito preso.

Bisogna proporre alla considerazione degli italiani quest'antifascismo europeo di Croce. Sia il castigo dei loro nervi, dei loro isterismi, delle loro impazienze. Croce ha trovato il giusto torto della ribellione al presente, che sulla presente decadenza lavora per il futuro. Da venti anni la sua opera è stata il futuro. Da venti anni la sua opera è stata solo esempio italiano di una modernità direttamente partecipe di tutta la vita spirituale del mondo. Difficilmente questo gli sarà perdonato dal provincialismo italiano.

Dopo gli infelici tentativi del Risorgimento, Croce è stato il più perfetto tipo europeo espresso dalla nostra cultura. Nel momento in cui si assiste a uno dei più radicali tentativi di rompere la solidarietà italiana con l'intelligenza europea, la posizione di cultura di Croce doveva diventare una posizione intransigente di politica. La sua mente equilibrata e imparziale doveva mettersi rigorosamente e totalmente da una sola parte. Non è lecito essere apolitici quando si difendono le ragioni e i diritti fondamentali della critica, del pensiero, della dignità. Il poeta deve difendere la libertà della sua arte, il filosofo la legittimità dei suoi studi. E' una guerra per la pace che deve impegnare di vita o di morte anche gli inermi. In questa battaglia che è l'aspetto più vitale della lotta tra antifascismo e fascismo, la vittoria non è questione di milizie o di squadrismi, ma di sicurezza nella propria intransigenza e nella capacità di non cedere.
Croce può essere maestro agli italiani anche nella serenità del combattere. Egli ha conservato rigorosamente il senso dei suoi limiti.

Le sue preoccupazioni sono tutte volte al futuro: c'è in lui la commossa e trepida coscienza che nella battaglia di oggi sono impegnati gravi destini; egli avverte questi pericoli di civiltà dolorosamente. E si è votato alla polemica antifascista quotidiana come per una necessità di liberazione, perché nessuno può mancare ai suoi doveri. Il suo dovere fondamentale poi è che la sua politica non diventi politicantismo; l'uomo di libri e di scienza cercherà dunque di tenere lontane le tenebre del nuovo medioevo continuando a lavorare come se fosse in un mondo civile; dopo aver frustato con violenta ironia i piccoli nemici quotidiani tornerà con la coscienza tranquilla al lavora di biblioteca e di storia.



Noi sentiamo in Croce un maestro proprio per questa impassibilità di non conformista.

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