Luigi Einaudi



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Saggi liberali vecchi e nuovi




Gaetano Salvemini

Che cosa è un “liberale” italiano nel 1946


(Tratto da: Gaetano Salvemini SCRITTI SUL FASCISMO III, a cura di Roberto Vivarelli, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1974, pp.353-386)

1946



1. I "liberali" del secolo XIX

La parola "liberale" viene dal latino "liberalis" che alla sua volta viene dalla parola "liber." In latino e nei suoi derivati, fino a tutto il secolo XVIII, essa significò "confacente a un uomo libero" o, come si diceva nel secolo XVIII, a un “gentiluomo”. E poiché si supponeva che un uomo libero o gentiluomo dovesse essere generoso, “liberale” significava anche “generoso”.

Nel primo decennio del secolo XIX la parola si trova usata, per la prima volta, a quel che pare, in Italia, col significato di "uomo che combatte per la libertà." È facile capire come la parola abbia potuto passare dai due significati tradizionali, "confacente a un uomo libero" e "generoso," al nuovo significato del secolo XIX. Chi si metteva allo sbaraglio lottando per la libertà era considerato un uomo generoso che si comportava in maniera degna di un uomo libero. Per esprimere la stessa idea, nel secolo XVIII avevano detto "patriota," cioè cittadino che metteva al di sopra dell'interesse personale o di classe l'interesse superiore della "patria" nella lotta contro il " dispotismo."

Dal nuovo significato politico, la parola liberale passò anche a significare "libero dai pregiudizi tradizionali," come quando si dice "protestante liberale," cioè un protestante che non si ritiene legato ad accettare letteralmente come verità storica tutto quanto legge nella Bibbia.

Siccome il clero cattolico era ovunque nella prima metà del secolo XIX all'avanguardia della reazione, liberale significò anche "anticlericale."

Dopo il 1830 avvenne nel movimento liberale europeo una crisi che divise una destra "liberale" da una sinistra "democratica." Mentre la sinistra democratica era repubblicana e rivoluzionaria, la destra "liberale" accettò in Francia la monarchia di Luigi Filippo, e avrebbe desiderato in tutta l'Europa monarchie costituzionali e conservatrici dello stesso tipo. Nello stesso tempo il liberale continuava a distinguersi sempre dai reazionari. E siccome i clericali continuavano a funzionare da punta di avanguardia per i reazionari, “liberale" continuò a significare “anticlericale."

In conseguenza, liberale significò “chi si opponeva non solo ai movimenti democratici e repubblicani, ma anche ai movimenti reazionari e clericali." I liberali si chiamavano in Francia anche “juste milieu" e in Italia “moderati." Cavour fu il rappresentante più geniale di questo movimento politico 2.

Vi fu, per altro, fra i “juste milieux" francesi e i “moderati” italiani, fra il 1830 e il 1848, questa differenza essenziale, che mentre i primi erano al governo in Francia, i secondi erano sempre fuori di tutti i governi italiani, così come i “juste milieux" francesi erano stati dal 1814 al 1830. Dopo il 1848 i moderati andarono al governo nel Piemonte, e poi in tutta Italia dal 1859 al 1870. Ma anche in questo periodo continuò ad esistere una gran differenza fra i “liberali di destra" dei due paesi. In Francia essi si associarono coi clericali nel sostenere l'Impero di Napoleone III. In Italia, paese assai più arretrato della Francia in fatto di legislazione ecclesiastica e per giunta tormentato dal problema della unificazione nazionale e dalla conseguente lotta col Papato, i moderati ebbero da compiere un'opera anticlericale assai seria prima in Piemonte e poi in tutta Italia. I moderati come Cavour e i suoi predecessori, a paragone coi “juste milieux" francesi del periodo 1848-1870, fanno la figura di rivoluzionari da cento carati. Quando un “liberale" italiano del 1946 ricorda le glorie del suo partito, esso pensa particolarmente al periodo che va dal 1848 al 1870.

Nell'Italia unificata i “liberali-moderati" furono “conservatori" delle istituzioni monarchico-costituzionali e della unità nazionale. Il loro ideale era una monarchia secondo il modello prussiano. In essa dovevano predominare le classi superiori coll'aiuto di un solido esercito e di una disciplinata burocrazia. Il parlamento eletto a suffragio ristretto doveva avere la semplice funzione di discutere, approvare o disapprovare le nuove leggi e i bilanci, ma il re in caso di necessità doveva conservare il diritto di approvare leggi e bilanci per decreto reale. Questa era la teoria di uomini come Salandra e Sonnino, i quali sostennero a spada tratta Crispi e Pelloux.

I liberali rimanevano sempre anticlericali, dato che i clericali fino al principio del secolo XX servirono la politica anti-unitaria del Vaticano. Ma erano anticlericali per disperazione. Sarebbero stati felici se un compromesso fra il governo nazionale e il Vaticano avesse reso possibile una alleanza clerico-moderata.

Questa alleanza clerico-moderata era desiderata anche da una frazione dei cattolici che erano chiamati “cattolici liberali." Ma questo liberalismo cattolico non aveva nulla da vedere col liberalismo protestante. I cattolici-liberali italiani né discutevano se la Bibbia fosse un libro rivelato o un documento storico, né mettevano in dubbio i dogmi della Chiesa. Mentre il Vaticano non credeva alla solidità del regime nazionale italiano e aspettava che si sfasciasse per gli assalti dei partiti rivoluzionari, i cattolici-liberali erano persuasi che la Chiesa avrebbe avuto nulla da guadagnare e tutto da perdere da una rivoluzione; perciò avrebbero voluto che cattolici e liberali, cioè conservatori, facessero massa compatta contro il pericolo rivoluzionario. Essi erano conservatori quanto i liberali e anche più. Per evitare equivoci sarebbe bene chiamarli "cattolici nazionali" piuttosto che "cattolici liberali."

Quanto ai democratici-repubblicani, divisisi dai liberali dopo il 1830, essi nella seconda metà del secolo andarono soggetti a nuove divisioni. Quella parte che rimase repubblicana, si divise fra mazziniani, anarchici bakuninisti e socialisti marxisti. Un'altra parte accettò le istituzioni monarchico-costituzionali, ma affermava i diritti del parlamento su quelli della corona, si professava "più avanzata" dei liberali, invocava riforme sociali, tributarie, scolastiche, amministrative che non riescì mai a definire, e si attribuì la denominazione di "democratica," o "progressista." Essa ebbe una punta più accentuata che si chiamava "radicale" e che si teneva in rapporti di buona vicinanza coi repubblicani.

Mentre i liberali sarebbero stati felici se una alleanza clerico-moderata fosse diventata possibile, i democratici e più ancora i radicali, i repubblicani, i socialisti e gli anarchici, erano anticlericali per principio, e non sarebbero venuti a nessun compromesso coi clericali neanche se avessero dovuto campar dalla morte.
2. I "liberali" del secolo XX

Nel primo decennio di questo secolo, i clericali abbandonarono la tattica della lotta intransigente contro la unità nazionale e si associarono ai conservatori nella resistenza al movimento socialista. Perciò la parola "liberale" passò a significare un conservatore che non era più anticlericale, ma che accettava contro i socialisti l'appoggio dei clericali. In pagamento per la loro adesione alla coalizione dei "difensori dell'ordine " e per i loro servigi elettorali, i clericali ottenevano dai "liberali" la difesa della "libertà religiosa" cioè molti piccoli favori giornalieri. Ma i clericali dovevano contentarsi di un posto subordinato nella coalizione. Quando pretendevano di farla da padroni, i "liberali" mostravano i denti, rivendicavano la indipendenza dello "Stato laico" e minacciavano di tornare all'anticlericalismo.

II "liberalismo" dei liberali italiani nella prima decade di questo secolo consisteva nel difendere la libertà dei clericali contro gli attacchi, spesso illiberali davvero, degli anticlericali. Ma quando la polizia faceva man bassa sui diritti personali e politici dei non clericali, per esempio degli anarchici, il "liberalismo" dei "liberali" non era affatto disturbato. I diritti personali e politici erano destinati ad essere privilegio dei benestanti e dei benpensanti “liberali.

Mentre davano una mano ai clericali, i "liberali," a cominciare dal 1910, dettero l'altra mano ai nazionalisti. Nelle redazioni dei giornali "liberali" i nazionalisti erano a casa loro. Essi erano la punta di avanguardia dei "liberali." Nel 1913 Salandra affermò che il liberalismo in Italia significava patriottismo - beninteso che quel patriottismo italiano non era più quello del Risorgimento, perché era diventato sinonimo di nazionalismo. Un mio vecchio maestro, uomo di stupendo ingegno in filologia classica e "liberale" in politica con una coda lunga un miglio, Girolamo Vitelli,3 soleva dire che la differenza fra un liberale e un nazionalista era che il liberale picchiava sodo quando poteva senza far chiasso, mentre il nazionalista faceva chiasso anche quando non poteva picchiare.

Alla vigilia della prima guerra mondiale la parola "liberale" aveva perduto tutte le connotazioni di un secolo prima. Anche sul terreno della politica economica, il "liberalismo" di quasi tutti i liberali del secolo XX non aveva più nulla da vedere con quello di un secolo prima. Il liberalismo di Cavour era stato" liberista." I "liberali" del secolo XX erano quasi tutti protezionisti, salvo a diventare "liberisti" intransigenti non appena il governo interveniva nella vita economica, minacciando le posizioni delle classi danarose. Perciò nel 1911 combatterono accanitamente il monopolio delle assicurazioni. Su un solo punto avevano fatto un passo avanti: avendo perduto ogni speranza di soffocare il movimento politico ed economico delle classi lavoratrici, lo accettavano con rassegnazione come una malattia diventata oramai inguaribile, mentre negli ultimi trent'anni del secolo XIX avevano cercato di soffocarlo.

Sorse cosi una strana contraddizione fra il "liberalismo" dei paesi che parlano inglese e il "liberalismo" dell'Italia e, in generale, dell'Europa continentale. In Italia, in Francia, in Germania, il "liberalismo" era diventato francamente conservatore. In Inghilterra continuò a chiamarsi " liberale" solamente chi militava in quel partito che si opponeva al partito conservatore, Questo partito "liberale" inglese ebbe sempre un'ala sinistra o "radicale," mentre vi fu sempre una trasmigrazione di elementi dall'ala destra liberale verso il partito conservatore. Ma chi trasmigrava così, cessava onestamente dal chiamarsi " liberale" e si diceva senz' altro conservatore, oppure assumeva qualche denominazione transitoria finché non sparisse anche questa.

Invece i "liberali radicali" si andarono sempre più allontanando dalle idee liberiste del secolo XIX fino a diventare del tutto indistinguibili dall'ala destra del partito laburista.

Negli Stati Uniti d'America la parola "liberale" ha assunto un significato molto meno definito e più nebbioso che in Inghilterra. In America è "liberale" chiunque non è conservatore. Anche a un comunista può accadere di essere chiamato e di chiamarsi "liberale." Vi sono anche dei "cattolici liberali." Ma questi non hanno nulla di comune coi "protestanti liberali," che respingono molte tradizioni dogmatiche.

I " cattolici liberali" sono di una ortodossia strettissima in fatto di dogmi e di disciplina ecclesiastica, ma solamente si dichiarano favorevoli ad alcune riforme economiche e sociali che sono promosse dai partiti di sinistra e sono contrastate dai partiti di destra. E basta questo fatto perché anche essi mettano in mostra una etichetta "liberale."

Se dopo questa diversione anglo-americana ritorniamo all'Italia, troviamo che qui nel secolo XX scomparve ogni differenza fra "democratici" e "radicali." Ma una qualche differenza era ancora possibile discernere fra "liberali" e "democratici": ed era in questi ultimi un qualche maggiore sospetto verso i clericali e una certa proclività a sbandierare un po' di fraseologia "progressista" - sospetto e proclività che del resto svanivano senza grandi difficoltà. Giovanni Giolitti fu il rappresentante tipico di questa democrazia che cercava sempre una bandiera e non ne trovava mai nessuna.

Dopo la guerra del 1914-1918, i liberali si fusero ufficialmente coi nazionalisti. D'altra parte i cattolici italiani si rifiutarono di rimanere al servizio elettorale dei liberali (cioè conservatori) e formarono un partito indipendente, il Partito popolare. I liberali-conservatori-nazionalisti odiarono questo nuovo partito quasi quanto odiavano i socialisti, e più ancora che non odiassero quei democratici, che commettevano il delitto inespiabile di amoreggiare coi socialisti.

Avendo perduto dopo le elezioni del 1919 ogni speranza di prevalere contro popolari e socialisti, i liberali-conservatori-nazionalisti diventarono senz'altro "reazionari" e credettero di potere utilizzare i fascisti per instaurare in Italia il "liberalismo" di Salandra e Sonnino. Essi furono i "fiancheggiatori" del movimento fascista. Gentile, che fu liberale-nazionalista fino al 1922, e diventò fascista nel 1923, pretendeva che il fascismo fosse la continuazione del "liberalismo." Aveva ragione, se pensava al "liberalismo" quale si era oramai configurato nell'Europa continentale, e non al "liberalismo" anglo-americano dei suoi tempi.

Rappresentante tipico del liberalismo italiano nei primi venti anni di questo secolo fu il Giornale d'Italia diretto da Alberto Bergamini. Esisté sempre fra Bergamini e la verità una assoluta incompatibilità di carattere. Una notizia falsa era più utile per la vendita del suo giornale che una notizia vera: infatti la notizia vera passava inosservata, mentre la notizia falsa provocava smentite, rettifiche, controversie, e così teneva desta la curiosità del pubblico intorno al giornale.

Se c'è un uomo responsabile del movimento fascista subito dopo Benito Mussolini, un uomo al quale dovrebbero essere applicate le pene comminate dall'articolo 3 del decreto legislativo 27 luglio 1944 contro "coloro che hanno promosso l'insurrezione del 28 ottobre 1922," costui è senza dubbio il senatore Bergamini.

Il Giornale d'Italia promosse metodicamente, sfacciatamente il movimento fascista, non appena questo assunse il carattere di reazione sanguinaria, sotto la protezione dei generali, della polizia e della magistratura, e coi denari dei proprietari di terre, degli industriali e dei banchieri. La Marcia su Roma, nell'ottobre 1922, fu covata negli uffici del Giornale d'Italia. Quel colpo di Stato militare, mascherato come insurrezione popolare, doveva portare al potere Salandra e non Mussolini; Mussolini doveva entrare in sottordine nel gabinetto Salandra. Le cose andarono in modo diverso, e il bastone del comando saltò dalle mani di Salandra in quelle di Mussolini.

Quando Mussolini cominciò a mettere la museruola anche al giornale di Bergamini, Bergamini trovò che Mussolini esagerava. Finché mandava in prigione o faceva bastonare o ammazzare i direttori e redattori dei giornali "sovversivi” e faceva mettere a fuoco le loro redazioni e tipografie, niente di male. Ma limitare la "libertà di stampa" anche a Bergamini, questo era troppo, questo non stava bene. No, non per questo!...

In seguito all'assassinio di Matteotti (giugno 1924) Mussolini sembrò un uomo finito. Bergamini e gli altri "liberali" del suo stampo passarono nel campo antifascista. Ma Mussolini, colla complicità del Re, di Pio XI e dei generali, e servito dall'incapacità dell'opposizione parlamentare, superò la tempesta. Bergamini fu uno di coloro che pagarono per la sconfitta. Dopo il colpo di Stato del 3 gennaio 1925 dové abbandonare la direzione del giornale su cui aveva per tanti anni stampato tante bugie. Sparì dal mondo. Riapparve per un momento al tempo della guerra etiopica, quando nella sua qualità di senatore si precipitò a Roma a dar prova del suo "patriottismo," cioè nazionalismo, votando la fiducia a Mussolini.

Dopo la caduta di Mussolini, quest'uomo "che per lungo silenzio parea fioco" ritornò sul proscenio. Uscirono Mussolini e Gayda 4 ed entrarono Badoglio e Bergamini. Il Re avrebbe dovuto fare nel 1924 dopo l'assassinio di Matteotti il colpo di Stato militare contro Mussolini, che fece nel 1943, con diciannove anni di ritardo. Meglio tardi che mai. Arrivò finalmente il giorno di rimettere l'uscio sui gangheri "liberali" così come Salandra e Sonnino avevano sperato di poter fare grazie alla Marcia su Roma. Peccato che Salandra e Sonnino non fossero più vivi. Essi sarebbero stati i veri e più legittimi successori di Mussolini.


3. Luigi Einaudi e Luigi Alberini

Fa male al cuore dover parlare di Luigi Einaudi in associazione con Bergamini. Ma lui stesso ha scelto questa mala compagnia.

Nei venti anni che precedettero la Marcia su Roma, Einaudi professò con ammirevole coerenza la dottrina economica "liberista," cioè condannò nello stesso tempo il protezionismo borghese e il protezionismo socialista.

Ma un "liberista" non è necessariamente un "liberale" nel senso che questa parola aveva in Italia prima del 1848. I fisiocrati del secolo XVIII, che sono i progenitori dei "liberisti" del secolo XIX, preferivano la monarchia assoluta alla monarchia costituzionale, perché credevano che un governo dispotico potesse imporre la libertà economica più facilmente che un governo libero. Maffeo Pantaleoni, che fu certo uno dei "liberisti" più geniali della sua generazione, non fu un "liberale," ma fu uno dei fascisti più facinorosi. Fortunatamente per lui e sfortunatamente per noi, egli morì nel 1925, cioè prima che la dittatura fascista abolisse le libertà economiche delle classi ricche dopo avere abolito le libertà economiche delle classi povere. Fosse Pantaleoni vissuto altri dieci anni, avremmo visto se il suo odio feroce contro le libertà economiche delle classi povere lo avrebbe condotto ad approvare anche la soppressione delle libertà economiche delle classi ricche, cioè se il suo liberismo avrebbe fatto o no una bancarotta totale.

Einaudi combatté sempre e il protezionismo socialista e il protezionismo borghese. Ma quando sorse il fascismo borghese contro il protezionismo socialista, egli accettò senza ripugnanza visibile il fascismo borghese. Questo salvava l'Italia da un male maggiore: dal socialismo. Sperò che i fascisti a furia di bastonate e di olio di ricino riconducessero l'Italia alle sagge pratiche raccomandate dalla scuola liberista. Nel settembre del 1922 lodò sul Corriere della Sera "quei bravi giovanotti" che mettevano a ferro e a fuoco le sedi delle organizzazioni operaie.

Giustizia vuole però si dica che egli non era un "liberale," diventato reazionario, secondo il figurino del Giornale d'Italia. Era un "liberale" rimasto conservatore, secondo il figurino del Corriere della Sera. I "liberali" che si raccoglievano intorno a Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, favorirono anch'essi dapprincipio il movimento fascista. Ma mentre i " reazionari" del Giornale d'Italia appoggiarono metodicamente e disonestamente nel 1921 e 1922 tutti i peggiori eccessi fascisti, i "conservatori" del Corriere della Sera cominciarono nell'estate del 1921 a deplorare quegli eccessi, e a domandare che il governo compisse il suo dovere di mantenere l'ordine pubblico non solo contro i socialisti, ma anche contro i fascisti.

Senza dubbio una certa tenerezza la sentirono sempre fino all'ottobre 1922 per "quei bravi giovanotti." Li consigliavano a mettere giudizio e tirarsi in disparte ora che non c'era più bisogno di loro. Ma nell'ottobre del 1922, messo di fronte alla Marcia su Roma, Albertini nettamente condannò il colpo di Stato e passò all'opposizione. Invece Bergamini fino all'assassinio di Matteotti tenne l'atteggiamento ambiguo del "fiancheggiatore" che avrebbe amato dire sempre di si e cooperare incondizionatamente col fascismo, ma purtroppo era costretto a fare qualche riserva dolendosi che il fascismo talvolta oltrepassasse i limiti e lo costringesse a borbottare almeno fra i denti qualche no.

Durante la crisi prodotta dall'assassinio di Matteotti, Albertini temé come tutti gli altri “conservatori" una rivoluzione popolare, un “salto nel buio" come si diceva allora e si dice tuttora. Sperò nel Re. Fu lasciato in asso dal Re. Dopo la vittoria di Mussolini nel gennaio del 1925 egli continuò nella opposizione giorno per giorno, senza cedere a nessuna minaccia, con coraggio e dignità degni della più grande ammirazione. Io non so quanti giornalisti inglesi o americani, se dovessero lavorare nelle condizioni dei giornalisti antifascisti italiani dal 1922 al 1926, dimostrerebbero lo stesso coraggio fisico e la stessa tenacia morale, oppure passerebbero armi e bagagli senza ritardo al soldo dei vincitori. Fu solo nel novembre del 1925, che Albertini, tradito dagli altri proprietari del giornale, i fratelli Crespi, grandi industriali, dové abbandonare la direzione.

Einaudi avrebbe potuto ottenere onori e denari a volontà per sé e per i suoi figli se si fosse associato ai vincitori. Invece seguì Albertini nella cattiva come nella buona fortuna. Agì da uomo onesto. Solo chi è vissuto per anni e anni sotto un regime di terrore può capire quanto sia difficile e quanto merito ci sia a rimanere un uomo onesto. Vi sono dei reazionari disonesti e vi sono conservatori onesti. Non è lecito confondere i primi con i secondi. I primi rimangono spregevoli anche quando hanno ragione. I secondi rimangono degni di rispetto anche quando hanno torto.

Che cosa direbbe oggi Luigi Albertini sul Corriere della Sera, se non fosse morto al principio di questa guerra, non sappiamo. Nelle ore in cui lottò fieramente contro il fascismo mentre tanti democratici vigliaccamente voltavano casacca, noi avevamo imparato a rispettarlo, ammirarlo e volergli bene. Amiamo credere perciò che dopo il 25 luglio 1943 non avrebbe fatto combutta né con Badoglio né con Bergamini.

Non è lecito nascondere qualche parte della verità che sia seccante a raccontare. Nel 1931, quando Mussolini fece obbligo agli insegnanti universitari, pena la destituzione, di prestare giuramento che avrebbero educato alunni fedeli al regime fascista, Einaudi prestò il giuramento. Non era povero. Oltre allo stipendio di insegnante universitario aveva quello di senatore. Era da un pezzo pecora segnata, e non correva nessun rischio soprannumerario a non giurare. Avrebbe perduto solamente quelle poche migliaia di lire all'anno che rappresentavano la differenza fra lo stipendio e la pensione. Egli doveva al proprio nobile passato di non giurare. Giurò. Ricorderò sempre il giubilo che provammo noi a Londra quando un giornale di Parigi ci portò la notizia che Luigi Einaudi non giurava, e il tonfo che ci fece il cuore quando il suo nome non apparve fra coloro che avevano disobbedito. Il carattere è per un popolo più importante che l'ingegno e la dottrina. Sventura dell'Italia è stata sempre la mancanza di carattere in troppi fra coloro che avrebbero dovuto darne l'esempio.

Oggi Einaudi mette in guardia gl'italiani contro il pericolo che il posto della dittatura fascista sia preso dalla dittatura comunista. In questa il governo possederebbe tutti i mezzi di produzione e di scambio e gli operai non avrebbero che un solo padrone, lo Stato.

Parla come un libro stampato. Auguriamoci che la grande maggioranza degli antifascisti in Italia si accordi con lui nel non volere un governo che s'impadronisca di tutti i mezzi di produzione e di scambio. Ma debbono gli italiani lasciare tutti i mezzi di produzione e di scambio nelle mani di quelle organizzazioni capitalistiche le quali fornirono il denaro alle bande fasciste durante gli anni della guerra civile e che per più di vent'anni si sono ingrassate sotto la dittatura fascista col sangue del popolo italiano?

Einaudi ignora questa domanda.

Egli insegna che una delle più serie lezioni date dal fascismo è la necessità di distruggere il governo accentrato, spezzare la vita politica e sociale in gruppi minori, preservare quanto più è possibile della libertà individuale e le basi economiche di questa libertà. Anche su questo punto egli parla come un libro stampato. Auguriamoci che la grande maggioranza degli italiani concordi con lui. Ma che cosa sono le grosse società capitalistiche investite di odiosi monopoli economici, se non le nemiche peggiori del governo decentrato e delle libertà economiche e politiche degli individui isolati? Quale altro mezzo c'è per difendere le libertà degli individui isolati o associati in piccoli gruppi locali contro le grosse imprese capitalistiche creatrici di monopoli, se non quello di sottrarre questi ultimi alla proprietà privata? Einaudi evita questo problema.

Il problema oggi in Italia non è se si debbono socializzare tutti i mezzi di produzione e di scambio o nessuno. Il problema è quali grosse imprese capitalistiche debbono essere espropriate non solo per punirle di avere creato e sfruttato il movimento fascista, ma anche per metterle definitivamente fuori combattimento perché non creino e sfruttino un altro movimento fascista. Einaudi ignora questo problema.

Egli condanna una eventuale dittatura comunista, ma non dice nulla contro le dittature dei Motta, dei Donegani, dei Pirelli, degli Agnelli, dei Volpi, cioè di coloro che furono ieri i complici e i profittatori della dittatura politica ed economica fascista. Oggi come ieri la sola dittatura che Einaudi rifiuta con intransigenza è la dittatura comunista.




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