L’ultima cena di Gesù coi suoi discepoli



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Il Vangelo di Giovanni


Parte seconda (cc. 13-21)

Commento a cura di

Damiano Antonio Rossi

Con la collaborazione delle Suore Adoratrici Perpetue

del S.S. Sacramento di Vigevano

L’ultima cena di Gesù coi suoi discepoli


(Gv 13-17)
Premessa
I primi dodici capitoli del IV Vangelo sono stati caratterizzati da segni (seméia) e da discorsi mediante i quali Gesù si è rivelato al mondo come la Parola (Lògos) incarnata di Dio, storicamente inserita nella realtà concreta delle vicende umane per essere la fonte della salvezza per l’intera umanità, ottenebrata dal male e dall’ignoranza. Di volta in volta, Gesù è stato riconosciuto o si è manifestato come “l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (1,29), “il Figlio di Dio, […] il re d’Israele” (1,49; 10,38), il Tempio della nuova e definitiva Alleanza (2,19-22), l’Inviato del Padre (3,16-17), la luce del mondo (3,19; 8,12), l’acqua che dona la vita eterna (4,13-14), colui che dona la vita e la salute (4,50; 5,6-9.21), il pane disceso dal cielo (6,32-33), colui che domina la natura (6,18-21) perché Egli è lo stesso Io sono adorato dal popolo eletto come unico e vero Dio (8,24.58), il buon pastore (10,11), la porta attraversando la quale si può giungere alla salvezza eterna (10,9), la resurrezione e la vita (11,25), il Messia (12,13).

I capitoli 13-17 del Vangelo giovanneo sono incentrati sui discorsi di addio, che Gesù rivolse ai suoi discepoli nel cenacolo in occasione dell’ultima cena; la narrazione dell’istituzione dell’eucaristia, presente nei sinottici, manca del tutto nel racconto del quarto evangelista, il quale ha invece voluto porre in evidenza l’episodio della lavanda dei piedi, gesto che getta una luce chiarificatrice sul contenuto teologico dell’intero discorso di commiato, pronunciato da Gesù prima della sua passione.

I capitoli 18-19 narrano la passione di Cristo, di cui l’evangelista propone particolari narrativi che gli sono propri, come l’interrogatorio condotto da Pilato e caratterizzato da un dialogo serrato con Gesù, che risponde da par suo a quel giudice piuttosto riluttante nel pronunciare la condanna a morte (18,28-19,11); l’episodio drammatico dell’Ecce homo (19,5); l’affidamento della madre di Gesù al discepolo prediletto (19,26-27); il colpo di lancia che trafigge il costato di Gesù, ormai morto, facendo uscire dal suo cuore squarciato “sangue e acqua” (19,34); la presenza di Nicodemo accanto a Giuseppe d’Arimatea, al momento della sepoltura di Gesù (19,39).

Il capitolo 20 narra l’evento della resurrezione di Gesù, di cui Maria di Magdala è la testimone privilegiata, prima ed unica nell’alba di quel giorno straordinario ed irripetibile nella storia dell’intera umanità (20,1). Le apparizioni di Gesù ai suoi discepoli sono, in certo qual modo, avvalorate dal dubbio, tipicamente umano, di Tommaso, che rifiuta di credere se prima non vede di persona il Risorto, verificando “scientificamente” che non si tratti di un’allucinazione collettiva o di un fantasma (20,24-25), salvo poi riconoscere, primo fra tutti i discepoli, che il Risorto è il “Signore e Dio” (20,28).



Secondo gli esperti di esegesi e di critica letteraria, il capitolo 21 del IV Vangelo è un’aggiunta redazionale tardiva, compiuta dall’evangelista stesso in epoca successiva alla stesura del racconto evangelico originario, oppure composta da un suo discepolo.

Lasciando agli esperti le questioni relative allo sviluppo diacronico del testo evangelico (chi lo compose; come, quando, per chi e perchè fu composto), a noi interessa lo studio meditato del IV Vangelo nella sua presentazione sincronica, così come ci è pervenuto nel corso dei secoli nella sua versione attuale, consapevoli che dall’accoglienza o dal rifiuto della persona del Risorto e del suo messaggio dipendono la nostra salvezza o perdizione. Il mondo moderno, così come noi lo conosciamo (globalizzato e dominato da internet, dai cellulari, dai servizi televisivi in diretta, dai reality show, dal rapido mutamento dei costumi e dei valori etici, talvolta surrogati da scoperte scientifiche che pretendono di dimostrare come l’uomo sia l’artefice di se stesso e che non sia necessaria l’esistenza di un Essere supremo per saper programmare e realizzare il proprio destino), sembra non aver bisogno di Cristo e delle sue esigenze etiche e mostra indifferenza nei confronti di un “Risorto” che non si lascia vedere o toccare e che non concede facilmente grazie e miracoli a richiesta. Il mondo occidentale “cristiano” si sta laicizzando e scristianizzando, sta perdendo sempre più la fede nel Cristo risorto per inseguire la certezza di ciò che vede, che tocca e che può manipolare e dominare, giungendo persino a considerare l’intero cristianesimo come una solenne montatura storica, messa in atto da una gerarchia ecclesiastica perversa e scaltra, il cui scopo non dichiarato è quello di esercitare un dominio globale sulle coscienze, ma dovrebbe ricordare le parole che Gesù rivolse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (20,29). L’attacco a Cristo ed ai cristiani non è una novità d’oggi, ma è sempre stata una realtà storica, “umana e diabolica” insieme, che nel corso dei secoli ha prodotto persecuzioni, ostilità, rifiuto, derisione, insofferenza e schiere di martiri in ogni angolo del globo terrestre. Perché, allora, perdere tempo a leggere, meditare e cercare di comprendere il Vangelo di Cristo? Perché Cristo ha vinto il mondo con la sua passione, morte e resurrezione ed ha assicurato la salvezza a quanti credono in Lui, che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6); perché l’uomo, senza Cristo, perde se stesso; perché solo con Cristo l’uomo può dare un senso alla propria vita ed al mondo che lo circonda; perché solo con Cristo l’uomo si sente veramente “amato” da qualcuno fino all’estremo sacrificio di sé; perché solo con Cristo l’uomo può sperare nell’eternità, non accontentandosi solo di una vita ultracentenaria per effetto delle conquiste della medicina; perché solo Cristo può curare lo spirito umano inquieto e perennemente insoddisfatto; infine, perché no? Perché non credere? Perché non accettare il rischio della fede? Perché non riconoscere l’esistenza del mistero? Perché presumere di essere così autosufficienti da non aver bisogno del soprannaturale? Perché aver paura di Dio, che interpella l’uomo nel profondo della sua coscienza? Perché tentare di sfuggire al proprio destino di eternità e d’infinito?



Io sono la via, la verità e la vita



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