L'uomo di fronte al tempo



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IL PORSI DELL'UOMO DI FRONTE AL TEMPO

Nella cultura filosofica/ letteraria/artistica del Novecento


SOMMARIO
PREMESSA

  • Obiettivo della ricerca

  • Piano della ricerca


LA "DIMENSIONE TEMPO" NELLA SPECULAZIONE FILOSOFICA

  • La concezione di Henri Bergson


LA "DIMENSIONE TEMPO" NELLA SPECULAZIONE PSICOANALITICA

  • La visione di Sigmund Freud


LA "DIMENSIONE TEMPO" NELLA SPECULAZIONE LETTERARIA

  • La coscienza di Zeno di Italo Svevo

  • Riferimenti ad un brano da L'Ulisse di James Joyce: Monologo interiore di Mrs. Bloom


LA "DIMENSIONE TEMPO" NELLE ARTI FIGURATIVE

  • L'impero delle luci di Rene Magritte


CONSIDERAZIONI FINALI
BIBLIOGRAFIA


PREMESSA

OBIETTIVO DELLA RICERCA
Lo scopo di questa mia ricerca è quello di porre alcune riflessioni sul rapporto dell'uomo con il tempo nella cultura del nostro secolo traendo spunti da campi culturali diversi (filosofia, psicoana­lisi, letteratura, pittura) attraverso una panoramica di correnti di pensiero e di testimonianze.

Il problema del tempo, ovvero del porsi dell'uomo di fronte al tempo che d'ora in poi chiamerò "di­mensione tempo", ha da sempre formato oggetto di speculazione culturale perché è strettamente connesso all'evoluzione dell'uomo: evoluzione non solo in senso biologico - e quindi con differenze a seconda delle varie fasi della sua età - ma anche e soprattutto in senso filoso­fico/letterario/artistico, come espressione della personalità umana nella ricerca conoscitiva del fluire del tempo nella nostra esistenza interiore.

A mio avviso il rapporto dell'uomo di fronte al tempo più che nei secoli passati assume una

particolare e nuova rilevanza nel nostro secolo che ha cambiato il modo di concepire la "dimensione tempo" che si identifica con il tempo che trascorre di momento in momento (che d'ora in avanti chiamo presente), con quello che è già trascorso che appartiene a un passato più o meno vicino o più o meno remoto (cioè il passato) e con quello che verrà (cioè il futuro): tre momenti scanditi da una rigorosa oggettività della normale successione cronologica insieme ad una indiscutibile sogget­tività nel cogliere e nel fissare l'essenza di tali momenti.

Ed è proprio dall'interesse ad approfondire il dibattito, esploso nella cultura novecentesca in ordine alla "dimensione tempo", che è nata l'idea ad occuparmi del tema.

PIANO DELLA RICERCA
Per facilitare l'esposizione ho distinto, schematicamente, quattro fasi speculative della "dimensione tempo" nella cultura del Novecento:

• la speculazione filosofica con specifico riferimento alle teorie di Bergson sulla contrapposizione tra tempo della scienza e della coscienza e sulla rivalutazione antipositivistica dei vissuti di coscienza, (concezioni della "durata" e della "memoria");

• la speculazione psicoanalitica posta dalla visione di Freud con riferimento al mondo dell'inconscio e all'indagine psicologica degli strati più profondi della personalità umana;

• la speculazione letteraria con riferimento ai piani temporali riflessi nel vissuto psicologico dei personaggi di autori letterari quali "La coscienza di Zeno" di Italo Svevo è con riferimenti ad un brano, in inglese, da L'Ulisse di James Joyce;

• l'influenza della "dimensione tempo" nel campo delle arti figurative attraverso l'analisi del quadro "L'impero delle luci" del surrealista Rene Magritte.

Ho svolto infine alcune brevi considerazioni su come viva l'uomo di oggi il rapporto con il tempo.



LA DIMENSIONE DEL TEMPO

SPECULAZIONI


FILOSOFICA

PSCICONALITICA

LETTERARIA

PITTORICA

  • La visione di Freud: la dimensione del­l'inconscio

  • Il vissuto pscicolo­gica dei personaggi: la coscienza di Zeno di Svevo

  • Il monologo inte­riore dell'Ulisse di Joyce

  • "L'impero delle luci di René Magritte



LA "DIMENSIONE TEMPO" NELLA SPECULAZIONE FILOSOFICA:

LA CONCEZIONE DI HENRI BERGSON
A partire dalla seconda metà dell'Ottocento, è la coscienza, ossia l'esperienza interiore, a ritornare valore primario e dato essenziale ai fini di una conoscenza autentica e profonda della realtà. E' un ritorno questo, propugnato dalla filosofia del vissuto a confutazione e in alternativa alla dottrina positivista, che riponeva sui dati della scienza l'unica conoscenza possibile della realtà.

La scienza, assurta con il Positivismo ad unico mezzo per l'interpretazione del reale, viene così ridimensionata dalla filosofia del vissuto a strumento di comprensione approssimativo e meccanico dei fatti e sostituito dalla testimonianza della coscienza che, attraverso intuizioni estemporanee, può penetrare nell'essenza più profonda delle cose.

Proprio questa contrapposizione, imperniata sull'interpretazione della "dimensione tempo", tra la coscienza interiore e l'esperienza esteriore scientifica, costituisce uno dei punti essenziali delle teo­rie innovative di Bergson, che egli introduce nell'opera "Saggio sui dati immediati della coscienza" (1899).

Lo stesso filosofo, in una lettere indirizzata ad un amico, spiega la genesi del Saggio: "....Mi ero proposto, per la mia tesi di dottorato, di studiare i concetti fondamentali della meccanica. E cosi fai


indotto ad occuparmi dell'idea del Tempo. Mi accorsi, non senza sorpresa, che in meccanica e in fisica non si tratta della durata propriamente detta e che il tempo di cui si parla è tutt'altra cosa. Mi
chiesi allora dove fosse la durata reale e dove potesse esistere e perché la nostra matematica non avesse presa su di essa. E cosi fui gradualmente condotto dal punto di vista matematico e meccanicistico, in cui mi ero dapprima posto, al punto di vista psicologico. Da tale reazione è nato il "Saggio sui dati immediati della coscienza, in cui ho cercato di praticare una introspezione assolutamente diretta e di cogliere la pura durata".

La teoria bergsoniana sull'idea del tempo prende le mosse dalla distinzione tra:

- il tempo della scienza che è durata quantitativa;

- il tempo della coscienza che è durata qualitativa.

Il tempo della scienza di cui si avvale la fisica, la matematica e in particolare la psicologia positivi­sta, è un tempo spazializzato, che è contraddistinto da istanti determinati, differenti gli uni dagli al­tri, misurabili solo quantitativamente e come tali associabili a dei punti spazio. Questo concetto trova la sua immagine significativa in una collana di perle tutte ordinate ma che si susseguono tra loro distinte.

Ora, secondo Bergson, vi è una tendenza comune a considerare alla stessa stregua i fenomeni temporali e quelli spaziali.

Quasi "ossessionati" dall'idea di spazio, lo introduciamo a nostra insaputa nella rappresentazione della successione temporale accostando cioè i nostri stati di coscienza in modo da percepirli l'uno accanto all'altro, come lungo una linea continua e collegando tali fatti psichici secondo un ordine cronologico o secondo il principio di causa-effetto.

La concezione del tempo di cui fa uso la scienza è senza dubbio fornita, secondo Bergson, di un certo grado di verità: esteriorizzando il tempo, come successione misurabile di istanti, la scienza riesce ad ottenere innegabili successi necessari alla vita pratica. Questa concezione nasconde però un grosso equivoco: quello di confondere il tempo con lo spazio e di esprimere la durata attraverso l'estensione.

Bergson contrappone così al tempo della scienza, che non fa altro che astrarre, quantificare e spazializzare, l'esperienza psicologica del nostro io, il tempo della coscienza (o della vita). Egli non nega che il tempo della scienza possa essere applicato alla nostra coscienza, ma ciò è senza dubbio limitante: la critica che Bergson mosse al Positivismo fu proprio quella di essersi fermato alla superficie senza riuscire a cogliere l'essenza profonda delle cose che si cela dietro la loro apparenza.

Nella vita psichica non è possibile distinguere singoli istanti: i fatti di coscienza non sono quantificabili, ne è possibile disporli lungo una linea retta, cioè definirli in un determinato istante T e in un determinato punto dello spazio S.

Il nostro mondo interiore è un fluire qualitativo, intensivo e dinamico che si compone di momenti che sfuggono alle arbitrarie e violente giustapposizioni della psicologia positivista ma che al contrario si compenetrano tra loro e si fondono l'uno nell'altro: è un processo costante in cui questi momenti psichici si susseguono sommandosi, arricchendosi progressivamente e sviluppandosi, in virtù di


questi continui apporti ricevuti, alla maniera di una valanga.

Il flusso di coscienza è perciò una durata qualitativa che continuamente muta e si accresce. La proprietà del tempo è infatti quella di scorrere: il tempo già scorso è il passato, nel quale confluiscono tutti i nostri ricordi, sentimenti, sensazioni che si riversano nel presente costituendo una realtà viva che a sua volta crea il futuro. La durata della nostra coscienza è così unità e associazione indistinta tra passato, presente e futuro, cioè una continuità dinamica e indivisa dei nostri stati di coscienza, che garantisce sviluppo progressivo e creazione del nuovo.

Al contrario ciò che la scienza definisce tempo, misurabile quantitativamente, è la proiezione della durata nello spazio, necessario alla vita pratica, ma lontano dalla nostra vera intima coscienza.

Bergson illustra questo concetto con un celebre esempio: immaginiamo di sciogliere una zolletta di zucchero in un bicchiere d'acqua e di restare in attesa della sua completa soluzione; la fisica descri­verà il tempo di dissoluzione secondo una scala analitica che va da un istante iniziale a uno finale ma tale tempo oggettivato in cui lo zucchero si scioglie è, contemporaneamente, il tempo vissuto dalla mia coscienza che resta in attesa della soluzione.

Se la durata è definita come compenetrazione tra passato, presente e futuro, allora memoria, perce­zioni e aspettative, caratterizzanti le tre dimensioni temporali, non possono essere studiate indipen­dentemente le une dalle altre, come il Positivismo pretendeva essere fattibile, in quanto non sono blocchi distinti e esteriorizzabili.

La coscienza è infatti una stratificazione complessa e profonda, cui Bergson attribuisce uno svi­luppo verticale e non una progressione lineare e orizzontale.

Il rapporto tra percezione (cioè ciò che percepisco in ogni istante attuale) e memoria (cioè l'accumulo dei ricordi sempre integralmente presenti) viene rappresentato attraverso la figura di un cono rovesciato: il piano, tangente alla punta, rappresenta il tempo presente; la base, che rimane nascosta rappresenta invece il passato, infine la punta è l'intersezione tra la percezione attuale e la memoria che si trovano così in stretta relazione tanto da essere un tutto omogeneo.

La filosofia, il cui compito non è di servirsi degli oggetti ma di conoscerli, deve allora porsi sul piano della comprensione globale della realtà e studiare ciò che sta sotto la punta del cono: la pro­fondità, la molteplicità ovvero la memoria.

Fondamentale è la distinzione di Bergson tra due tipi di memoria:

- memoria meccanica o abitudinaria

- memoria spirituale o spontanea.

La memoria meccanica è quella di cui si fa uso ogni giorno per organizzare la vita, per ricordare temporaneamente delle nozioni. Questa forma di memoria è associata al ricordo immagine che ha una funzione pratica, in quanto contribuisce a costruire l'insieme di reazioni che si possono attuare di fronte agli stimoli dell'ambiente. Il ricordo-immagine è perciò la materializzazione, operata tramite il cervello, di un evento passato.

Proprio in quanto tale, Bergson ritiene che esso non sia che una parte limitata e astratta di una me­moria più complessa: la memoria spirituale.

La memoria spirituale registra tutti gli avvenimenti della nostra vita man mano che scorrono, anche se noi non ne siamo pienamente coscienti. Non è una memoria logico-razionale ma intuitiva e immediata, che esplode nei momenti più inaspettati come ricordo puro se stimolato da particolari im­magini suoni, profumi e in maniera irripetibile. Reale è perciò solo il tempo della coscienza, ossia la durata, perché è irreversibile, indivisibile, unico, concreto e imprevedibile come lo sperimentiamo noi stessi.



LA "DIMENSIONE TEMPO"

NELLA SPECULAZIONE PSICOANALITICA:

LA VISIONE DI FREUD
La "dimensione tempo", prima esaminata nella concezione fornita dalla filosofia, trova una nuova connotazione nella speculazione psicoanalitica attraverso le teorie di Freud.

Freud, il cui merito è di avere modificato radicalmente la psicologia e la psichiatria, giunge attra­verso lo studio dei fenomeni isterici alla convinzione che esiste nell'uomo uno strato profondo che non perviene mai alla coscienza pur avendo la capacità di agire su di essa: l'inconscio.

La scoperta dell'inconscio segna l'atto di nascita della psicoanalisi che si configura infatti come psi­cologia del profondo e che sposta il centro di gravità dell'indagine psicologica dalla sfera dell'atti­vità cosciente a quella dell'attività inconscia. "Con tutto ciò", scrive Freud, "non è detto che la qua­lità della coscienza abbia per noi perduto il suo significato. Resta la sola luce che splende nell'oscu­rità della vita psichica e che ci guida".

Gli strati più profondi e nascosti della personalità umana vengono eletti dalla psicoanalisi a punti di vista privilegiati da cui osservare l'uomo. E' infatti nei profondi strati inconsci dell'apparato psichico dell'uomo, molto più ampi ed estesi del mondo cosciente, che può essere acquisita l'interpretazione e la spiegazione razionale dell'intera personalità umana.

Freud divide l'inconscio in due zone. La prima comprende le esperienze passate che, non essendo immediatamente presenti alla coscienza, possono diventare presenti senza subire modifiche: cioè l'insieme dei ricordi che, pur essendo momentaneamente inconsci, possono con uno sforzo dell'at­tenzione diventare coscienti. Tale prima zona è il "preconscio".

La seconda zona comprende tutto ciò a cui l'accesso alla coscienza viene impedito o viene concesso a prezzo di profonde trasformazioni: cioè tutti quegli elementi psichici stabilmente inconsci che sono mantenuti tali fuori dalla coscienza da "forze attive le quali si oppongono alla loro ammis­sione" ma che possono essere rimosse e superate da tecniche apposte (cioè la psicoanalisi che fon­damentalmente è una psicologia dei processi inconsci).

Scrive Freud ne "La nota all'inconscio in psicoanalisi": "La distinzione fra pensieri preconsci ed in­consci ci da modo di abbandonare il terreno delle mere classificazioni e di farci un'idea sopra le re­lazioni funzionali e dinamiche nell'attività della psiche. Abbiamo trovato un'attività preconscia, che può senza difficoltà passare alla coscienza e un'attività inconscia che rimane inconscia e che sembra staccata dalla coscienza. Non sappiamo se queste due specie di attività psichiche siano originaria­mente identiche o opposte nella loro essenza, ma ci possiamo chiedere perché esse siano diventate diverse nel corso del processo psichico. La psicoanalisi da una chiara e pronta risposta a tale problema".

Quanto esposto non ha inteso dare certamente una immagine complessiva delle teorie freudiane ma fornire unicamente una rappresentazione del concetto di inconscio al quale rapportare la visione psicoanalitica della "dimensione tempo". Infatti ho trattato queste teorie unicamente per comple­tezza speculativa della dimensione tempo pur non essendo stato Freud oggetto del programma sco­lastico svolto.

Tale dimensione, attraverso la visione psicoanalitica, si sposta dalla sfera dei processi coscienti a quella dei più profondi e nascosti processi dell'inconscio dove si svolge la maggior parte della vita mentale dell'uomo.

Pertanto, secondo Freud, il rapportarsi dell'uomo con il tempo ha una successione cronologica (pre­sente, passato e futuro) soltanto nei processi coscienti: cioè il flusso cronologico del tempo è uni­camente frutto dell'attività cosciente e conserva i suoi momenti, distinti l'uno dall'altro, alla superfi­cie della coscienza.

Nel mondo dell'inconscio l'organizzazione di tali elementi cronologici perde una qualsiasi succes­sione ordinata ed i momenti temporali emergono dall'inconscio mescolati insieme e contestualmente presenti: cioè presente, passato e futuro, nel passaggio da un momento all'altro, non hanno succes­sione cronologica.

Da "L'interpretazione dei sogni" la maggiore delle opere di Freud sulla natura delle nostre tendenze inconsce, e dalla sua tesi sul sogno quale appagamento di un desiderio latente negli strati profondi della nostra mente, è possibile fornire qualche esempio del venire meno, a livello di inconscio, della razionalizzazione cronologica del tempo.

Non è raro sognare la notte prima di un viaggio progettato, di trovarsi già nel luogo di destinazione e che il sogno anticipi il divertimento atteso o di un viaggio già fatto o che il sogno raffiguri l'appa­gamento di un desiderio già provato. Situazioni, immagini, sensazioni passate o future si presentano come reali e presenti ed i relativi momenti, a livello di inconscio, mancano assolutamente di succes­sione cronologica e sono mescolati con il libero passaggio da un momento all'altro.

In conclusione la "dimensione tempo" nella speculazione psicoanalitica di Freud - ed è questo che intendevo mettere in luce - assume connotazioni interpretative assolutamente nuove in funzione dei collegamenti con l'attività inconscia dell'uomo. La "dimensione tempo" si sposta in definitiva, per così dire, in un'altra dimensione: cioè quella data dai profondi strati dell'apparato psichico.

Ed è quest'altra "dimensione tempo" del sottosuolo psichico, il mondo dell'inconscio, a costituire il principale strumento esplorativo nel campo generale della cultura ed in particolare in quello lettera­rio ed artistico che verrà esaminato nel prosieguo della mia ricerca.

LA "DIMENSIONE TEMPO" NELLA SPECULAZIONE LETTERARIA
Le teorie freudiane, imperniate sull'indagine dell'inconscio e sul suo predominio nella personalità umana, ebbero notevole influenza nel campo letterario e artistico del Novecento.

La psicoanalisi, con la scoperta dell'inconscio e dei suoi elementi più profondi e più nascosti, tra­sforma il concetto tradizionale del rapportarsi dell'uomo con il tempo come successione cronologica coerente.

Tale successione, secondo le teorie freudiane, resta soltanto nell'attività cosciente dell'uomo mentre si dissolve nell'inconscio dal quale passato, presente e futuro emergono mescolati con ritmo disor­dinato e con libero passaggio da un momento all'altro.

Da tale concezione la "dimensione tempo" acquista una indeterminatezza che lo scrittore o l'artista coglie in chiave soggettiva mostrando il flusso del tempo come vissuto psicologico dei propri per­sonaggi senza legami con la normale successione cronologica.

Come testimonianze della descritta concezione ho preso in considerazione in via primaria la narra­tiva di Italo Svevo ne "La coscienza di Zeno" e poi un brano tratto da "Ulisse" di James Joyce.

A completamento della ricerca ho esaminato infine un pittore surrealista Magritte attraverso l'analisi del quadro "L'impero delle luci".



"LA COSCIENZA DI ZENO" DI ITALO SVEVO
Prima di addentrarsi nella "dimensione tempo" intrecciata nel vissuto psicologico dei personaggi del romanzo, vale la pena accennare brevemente al percorso narrativo.

"La coscienza di Zeno" è una sorta di autobiografia di un ricco commerciante triestino che egli scrive, su consiglio dello psicoanalista che lo sta curando, volgendosi indietro a riconsiderare gli eventi della sua vita. Il romanzo è scritto in prima persona da Zeno Cosini, il protagonista, il quale è contemporaneamente l'attore e il narratore della storia che lo riguarda.

Il romanzo è preceduto da una prefazione, a firma del dottor S. psicoanalista, che spiega come ciò che segue sia il memoriale di un suo paziente (Zeno Cosini) steso come preparazione ed aiuto alla terapia a cui Zeno si è sottoposto per poi ribellarsi ed abbandonare l'analista il quale intende vendi­carsi rendendo pubblico il dossier privato. La costruzione del racconto non è una autobiografia compiuta ma un'analisi retrospettiva di episodi della vita del protagonista.

La trama narrativa procede su due distinti piani temporali: uno è quello dell'attualità ("L'adesso che scrivo" come dice Zeno) nel quale si svolgono la redazione delle memorie e la cura psicoanalitica e l'altro riguarda esperienze e fatti evocati, risalenti a 25 anni prima, e riportati al momento attuale della narrazione da parte di Zeno. La trama si viene così articolando in capitoli, ciascuno dei quali imperniati su un nucleo tematico che ripercorre un evento del vissuto del protagonista: ad esempio il vizio del fumo, dal quale Zeno tende invano di liberarsi; la morte del padre con una retrospettiva del difficile rapporto tra padre e figlio; la moglie e l'amante rievocate nella felice vita coniugale e


nella volontà di trasgressione alla normalità attraverso l'adulterio.

Si tratta di capitoli nei quali scompaiono la struttura e le sequenze temporali del romanzo tradizio­nale (non c'è storia da narrare e non c'è una successione logica-temporale da seguire) ma che proce­dono per argomento nel susseguirsi di eventi che il protagonista rivive in libera successione con il fluire dei ricordi. E' un continuo alternarsi di passato e di presente, con una molteplicità di punti di vista e di retrospettive, nella realtà senza tempo della coscienza. Ed infatti protagonista del romanzo è proprio la coscienza nella quale si intrecciano e si mescolano disordinatamente i frammenti della memoria al di fuori di ogni percorso cronologico.

La coscienza non è più una unità identica ed ordinata ma si scompone e si ricompone continua­mente attraverso un complesso poliedrico di esperienze, di ricordi, di sentimenti, di desideri rivis­suti da Zeno nello smarrimento e nel buio della sua realtà esistenziale.

L'io narrante confronta ieri e oggi, con giudizi e con riflessioni, senza un ordine cronologico ripor­tando alla luce episodi occultati per anni nelle stratificazioni dell'inconscio. Ricordo, a proposito, un episodio del cap. VI del romanzo. Il suocero, per il quale l'io narrante, Zeno, ha sempre portato ve­nerazione ed affetto, è gravemente ammalato e il medico gli ha proibito il vino. Ma durante una fe­sta Zeno gli versa abbondantemente da bere ed il suocero non approfitta del vino offertogli e intui­sce, in un momento di lucidità, l'avversione per lui che si agita nell'animo del genero. E anche Zeno, nel rievocare l'episodio, è costretto a prendere atto di questa verità che non gli fa onore e che tanti anni prima aveva avvertito e poi rimosso.

Sono le pieghe dell'inconscio, riportate alla luce, a dominare la "dimensione tempo" fondendo pas­sato e presente in libera successione cronologica con il fluire dei ricordi e il flusso della coscienza.

MRS. BLOOM'S INTERIOR MONOLOGUE

"ULYSSES" BY JAMES JOYCE
Ulysses is built on the analogy between the vicissitudes of the Homeric hero and those of a modern carachter Mr. Leopold Bloom, a canvasser ofJewish origin, living in Dublin.

As Ulysses embodies the image ofthe traveller in the ancient Greek worid, in the same way Mr. Bloom represents the prototype of the common man in direct contact with modem worid, symbolized by the city of Dublin.

But while Homer tells us what happens to his hero in 20 years of adventurous wanderings, Joyce follows Bloom forjust one day: 16th June 1904.

The action develops in 24 hours and the attention ofthe author is concentrated not to record the extemal behaviours ofthe carachters but mainly ali the thoughts, sensations and reactions that mix


together in a progressive flux ofmental associations coming from the unconscious.

This particular narrative technique is calied STREAM OF CONSCIOUSNESS and represents the most meaningfui element ofnovelty ofthis novel.

The stream ofconsciousness is a psycological category, based on a casual and unintentional mixture of ideas, emotions and impressions of a person who is not thinking to it vohmtarily but on the
contrary is letting his mind flow freely if stimulated by particular visual elements, sounds, smells. So, in tum, the carachters don't express through dialogues but most of ali through interior monologues, not presented as thoughts that are logically coherent and syntactically regular but instead as immediate, often fragmentary, not orderly in the sequence, not aiways clearly understandable expressions.

It allows the reader to penetrate directiy into the mind ofthe carachter, showing those that are the darkest sides ofpsyche where combined and indistinct temperai moments succeed and at the same


time to rise to the surface the innermost impressions, images and remembrances without a cronological sequence. Time dimension dissolves and past, present and future are linked oniy to the flow ofour conscience.

In this way it's evident that the interest ofthe author is addressed not to the relationships of the carachters with society, but for his/her interiority, so that he introduces us directiy into the mind,


where the thoughts are in cahotic and initial form.

Joyce is not satisfied with showing reality in logic and ordered appearance but tries to know and express an inner and deeper reality: the psyche.

This technique rised also by the necessity to eliminate the presence ofthe omniscient narrator, who had an absolute authority on the novei and who was the centrai mind organizing the narration
because he couid simultaneously know the actions and the thoughts of ali carachters and couid even intervene with personal comments.

On the contrary, what Joyce wants to prove is that a universal truth doesn't exist anymore.

The extract that I have chosen is in this sense the most indicative because it contains ali those elements characterizing Joyce's style: Mrs. Bloom's interior monologue.

The novei closes with this passage of great renown.

Bloom's wife, Molly, an amoral and libertine woman lives again ali her past life, whose content is defined by a nold mediey of revelations and remembrances in a form that smashes any traditional
expressive form; there are no pauses, punctuation or even the presence ofthe verbs "to say", "to teli".

Molly Bloom is near to fall asieep and this state of half consciousness favours the free flux of the thoughts through her mind.

This flux of thoughts is scanned by the key-word yes, that does not represent just a simple answer to a question, but introduces aiways new detaiis evoked from the labyrinth ofher memory. Among
ali the fragmentary remembrances two are in particular the episodes that emerge: the declaration that Leopold made her and the description ofthe landscapes that have framed the development oftheir love, probably during their honeymoon.

The monologue starts with the rievocation of a meeting on the hills near Dublin. What strikes the attention ofthe reader is not the description oftheir first kiss but mainly the presence of detaiis at first sight insignificant and superfluous (it was a leapyear, Leopold's grey tweed suit, the seedca­kes).

Leopold declares Molly his love, whose mind, before remembering the answer, strays on other reminiscences, that strike her memory, recalied back by the association sea-sailor and that concem their stay in Gibraltar.

This sojoum is described through a series ofcoloured and vivid images that burst as an avalanche, one following the other.

("The Spanish giris laughing ...", "Those handsome Moors ali in white and turbantsiike kings..." "... o and the sea the sea crimsom sometimes like fire and the glorious sunsets and the figtrees in the
Alameda gardens yes and ali the queer little streets and pink and blue and yellow houses and the rosegardens and thejessamine and geranium and cactuses ...").

At the end Molly's thought comes back again to the moment of their meeting on the hills, subver­ting the chronological sequence ofevents.

The monologue ends with Molly's affermative answer to Leopold's proposai: a last yes.

LA "DIMENSIONE TEMPO" NELLE ARTI FIGURATIVE

"L'IMPERO DELLE LUCI" DI RENÉ MAGRITTE
Prima di affrontare il tema specifico del quadro, ritengo utile fare un cenno di carattere generale sul movimento del surrealismo. Il suo significato è espresso chiaramente nel primo "Manifesto del surrealismo", pubblicato da André Breton nel 1924: "Automatismo puro mediante il quale ci si propone di esprimere sia verbalmente, sia per iscritto e in altri modi, il funzionamento reale del pensiero, è il dettato dal pensiero, con assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di là di ogni preoccupazione estetica e morale".

Il surrealismo è dunque il tentativo di mettere a nudo il processo interiore dell'uomo senza l'intervento della ragione cioè la libertà di farci guidare dall'inconscio come nel sogno quando le immagini si susseguono senza un legame apparente (è chiaro il riferimento alla visione di Freud analizzata in precedenza). Mediante l'automatismo psichico occorre lasciare che una idea segua l'altra, una forma un colore o una luce si susseguano automaticamente senza la logica del ragionamento consueto. E' il proprio io interiore che si esprime in piena libertà senza condizionamenti e mettendo in discussione il mondo abituale che siamo soliti conoscere. Ed, in questo meccanismo, anche la "dimensione tempo" non segue un ordine logico ed una normale successione cronologica ma è espressione di associazione libera del pensiero.

Il surrealismo costituì il contesto storico nel quale si sviluppò la pittura di René Magritte nato a Lessines nel 1898 e morto a Bruxelles nel 1967.

Le immagini affascinanti e provocatorie delle sue opere mirano ad evocare una realtà che trascende i convincimenti del nostro senso comune e le certezze della vita reale.

Un esempio delle trasgressioni che i quadri di Magritte presentano rispetto al verosimile e al senso comune è dato da "L'impero delle luci" che è una delle sue opere più celebri: opera che esprime momenti temporali che sono emanazione della libertà interiore dell'anima in contrasto con ciò che avviene nella realtà.

Magritte ne dipinse diverse versioni (1950-1958), il tema rappresentato lo accompagnò fino alla morte e l'ultima del 1967 rimase incompiuta.

Il tema non varia sostanzialmente nelle diverse versioni: quella riportata, olio su tela 146 x 113,7 cm., è conservata al Musèes Rojaux des Beaux-Arts. di Bruxelles.

La concezione del quadro viene spiegata dallo stesso Magritte in un suo scritto: "Per me la concezione di un quadro è l'idea di una o varie cose che possono rendersi visibili mediante la mia pittura. La concezione di un quadro, cioè l'idea, non è visibile nel quadro stesso: un'idea non si può vedere con gli occhi. Ciò che appare rappresentato nel quadro è ciò che è visibile agli occhi, la cosa o le cose di cui è stato necessario avere un'idea. Così ciò che è rappresentato nel quadro "L'impero delle luci" sono le cose di cui ho avuto un'idea, cioè, esattamente un paesaggio notturno e un cielo come lo vediamo in pieno giorno".

Ed infatti ne "L'impero delle luci" è proprio "l'idea" delle luci che da il titolo al quadro, ad attirare lo sguardo dello spettatore ed a sorprenderlo ed incantarlo. L'opera rappresenta un paesaggio notturno sotto un cielo azzurro: la notte ed il giorno, un paesaggio notturno ed un cielo in pieno giorno "come li vediamo", riuniti nella stessa immagine.

La rappresentazione della stessa scena del giorno e della notte, il notturno della parte inferiore con una penombra squarciata da luci artificiali e il cielo azzurro solcato da nubi bianche in movimento, esprime la negazione della normale successione cronologica del tempo alla quale è legato il nostro senso comune. Tale "idea" è, a mio giudizio, la parte più affascinante del quadro: la "dimensione tempo", con la coesistenza del giorno della notte, riflette la trasposizione immaginistica di momenti temporali concatenati tra loro senza l'ordine logico della comune percezione nella vita reale.

Infatti ciò che parla all'immaginazione dello spettatore non è la semplice coesistenza del giorno e della notte ma l'idea da essa generata e cioè la trasgressione alle più elementari leggi di ordine meteorologico che contraddistinguono la realtà, cioè, dell'alternarsi del giorno e della notte come siamo abituati a conoscere.

La presenza delle luci artificiali della parte inferiore, in contrasto con la luminosità naturale della parte superiore esalta ancor più tale trasgressione.

Lo sguardo dello spettatore rimane attratto dalla forza visiva con cui si presentano le luci della casa e del lampione, la cui luminosità ri­splende ancora più riflessa nelle acque del la­ghetto, in contra­sto con l'ombra del folto fogliame degli alberi che si stagliano nel chiarore del cielo azzurro: una associazione ed una contrapposi­zione in modo inaspettato ed inusuale rispetto a tutto ciò che

vediamo nel quotidiano. E' in sintesi una gamma di rappre­sentazioni di luci di più categorie, separate e distinte rispetto alla logica convenzionale: sono "ritratti" di idee dettate dal pen­siero in piena libertà e anche la "dimensione tempo" segue tali idee senza alcuna connessione con l'ordine logico della realtà: cioè il tempo è dettato dal pensiero con assenza di ogni controllo eserci­tato dalla ra­gione.

Nel 1964 André Breton, nella pre­sentazione di una mostra delle opere di Magritte, scriveva sul tema del quadro: "Affrontare questo problema richiedeva tutta la sua audacia: estrarre simultaneamente ciò che è luce dall'ombra e ciò che è ombra dalla luce. In questa opera la violenza che viene fatta alle idee e alle convenzioni accettate è tale che la maggior parte di coloro che passano in fretta da­vanti al quadro pensano di avere visto in pieno giorno delle stelle in cielo".

Per Magritte la luce e la sua assenza, il giorno e la notte tra loro contrari ma tuttavia complementari, sono all'origine dei meccanismi dell'io interiore: il potere che hanno il giorno e la notte di "incantarci", come egli scrisse a proposito de "L'impero delle luci" è il potere della "poesia".



CONSIDERAZIONI FINALI
Dopo aver trattato il rapporto dell'uomo con il tempo nella visione di diversi campi culturali del nostro tempo, mi sono chiesta come viva l'uomo di oggi tale rapporto e la sua proiezione nel futuro.

Alle soglie del terzo millennio nella nostra epoca del cambiamento, caratterizzata da una straordina­ria evoluzione scientifica e tecnologica, tutto è rimesso in discussione per un numero impressionante di fatti e di scoperte che rendono superato ciò che è accaduto il giorno prima.

Il tempo resta certamente uno dei punti di riferimento fondamentale: fuori di noi tutto cambia per­ché quello che era prima non è più adesso e non sarà più domani. Ma il punto di riferimento, dato dal tempo, continua a modificarsi insieme agli sforzi per misurarlo, controllarlo ed adeguarlo alle esigenze della nostra civiltà: sforzi che i nostri antenati, che lavoravano nei campi e vivevano e morivano in conformità ai grandi cicli della natura, non avrebbero mai compreso. Infatti il loro riferimento sicuro era la ciclicità del sorgere e tramontare del sole e delle stagioni dell'anno ed il tempo della loro esistenza era legato al succedersi dei fenomeni della natura. Oggi queste certezze, per rapportarsi con il tempo della nostra vita, sono venute a mancare: il tempo ha ritmi e modalità diversi che difficilmente possono essere riferiti soltanto al tempo astronomico.

Il tempo è diventato un sistema relazionale al quale siamo obbligati ad adeguarci: siamo talmente precisi a tal punto da misurare con orologi atomici il milionesimo di miliardesimo di secondo e la nostra giornata è condizionata dalla logica del tempo della nostra civiltà (ora legale, differenze temporali sempre più ravvicinate negli spostamenti da un punto all'altro della terra, sistemi di telecomunicazioni e computer che hanno trasformato in pochi anni il nostro modo di vivere il rapporto con il tempo).

E' difficile rendersi conto nei ritmi della nostra vita quotidiana che, illudendoci di imprigionare il tempo alle esigenze della nostra civiltà, siamo finiti in catene noi.

Ma, nella nostra società del cambiamento, il problema del rapportarci con il tempo non deve sol­tanto gestire la routine quotidiana, alla quale siamo inevitabilmente incatenati, ma è soprattutto vivere la libertà del tempo interiore: cioè vivere la durata qualitativa del tempo vissuto nella nostra coscienza con le sensazioni, le passioni e le emozioni attraverso le quali certi secondi sembrano durare alcune ore e certi giorni volano via come secondi.



BIBLIOGRAFIA


  • Mario Pazzaglia "II Novecento" - Ed. Zanichelli

  • Nicola Abbagnano e Giovanni Fomero "Filosofi e filosofìe nella storia" - Ed. Paravia

  • Carlo Migliaccio "Invito al pensiero di Bergson" - Ed. Mursia

  • Adriano Pessina "Introduzione a Bergson" - Ed. Laterza

  • Cesare Luigi Musatti "Freud" - Ed. Boringhieri

  • Adriano Bon "Come leggere la coscienza di Zeno" - Ed. Mursia

  • Salvatore Guglielmino "Guida alla lettura" - Ed. Principato

  • Piero Adorno "L'arte italiana - II Novecento" - Ed. D'Anna

  • Jacques Naureis "René Magritte" - Ed. Taschin









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