L’uomo d’insuccesso



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L’UOMO D’INSUCCESSO


(Sinfonia Fantastica)

Dramma in due Atti

di

Antonio Sapienza



Gennaio 2005

Personaggi:


Alcide, l’uomo d’insuccesso;
Uno, il suo Destino;
Due, la sua Coscienza;
Gina, sua moglie;
Due ballerini.

Primo Atto

Sul palcoscenico, poste leggermente a destra, ci saranno due poltroncine, una poltrona, un tavolino-scrittoio con sopra carte sparse e qualche libro, una sedia e una lampada a piantana.

Sulla parte sinistra di detta scena, quasi ad angolo, quindi ben visibile, ci sarà una portafinestra, con pesanti tendaggi, che darà verso un giardino interno. A destra ci sarà una porta comune. Al centro della scena ci sarà appeso un grande quadro, in stile astratto, che rappresenterà un vortice di colori che si porterà verso il centro, dove, in rosso, rappresenterà un volto umano, forse sofferente, forse anelante. (per eventuali riferimenti, si consiglia di visionare l’opera pittorica “Berlioz, sinfonia Fantastica” dello scrivente, disponibile su Internet). La portafinestra sarà coperta da spessi tendaggi, dai quali filtrerà una luce irreale, ma lieve, riposante.

L’illuminazione, insieme alla colonna sonora- preferibilmente la “Fantastica” di Berlioz che si suggerisce di riascoltare - saranno di fondamentale importanza per la rappresentazione e la comprensione di tutta l’opera. In particolare le luci saranno rosse per le scene forti, drammatiche; verdi per quelle irreali; gialle per le parti vivaci, di vita; blue per le scene oniriche; la lampada di wood per l’irrazionale; la strobosferica per le scene che comportano il mutare di luogo o di tempo, e il cannone o “occhio di bue”. Esse debbono sempre cambiare seguendo non solo le varie fasi dell’opera, ma anche scandendo i tempi di certi dialoghi. Naturalmente saranno fondamentali nelle scene del balletto. Comunque, in ultima analisi, ci si affida alla creatività e al talento del regista.

All’inizio dello spettacolo, la scena sarà buia, silenziosa. Poco dopo si udrà la sinfonia e le luci incominceranno a riprendere, come se filtrassero dai tendaggi. Quindi, da destra entrerà Alcide, un uomo molto maturo, alto, dinoccolato, coi capelli grigi, la barba pepe e sale a pizzetto. Indosserà una veste da camera color vinaccia su pantaloni grigio chiari e calzerà ai piedi pantofole felpate. Egli attraverserà la scena e andrà a scostare le tende della portafinestra e guarderà fuori.

Arc.- Eccola là! È arrivata. E’ arrivata la primavera. Finalmente è arrivata con questa magnifica tiepida giornata di sole - come da copione: peccato che sia già fine maggio. Eh, bella mia, ti sei fatta aspettare quest’anno- anche troppo: perturbazioni africane, depressioni sul Golfo del Leone, correnti balcaniche – ci mancava solo “el nino” per completare l’opera - che hanno fatto di te la succursale del tardo inverno marzolino.

Ora sei arrivata (breve pausa e dirigendosi verso il centro della scena, quindi alla poltrona), ma che sei arrivata a fare? I mesi migliori, i giorni d’incanto, le ore magiche che solo tu sai creare, sono state ormai bruciate dal gelo, dalla pioggia abbondante e dallo scirocco. Di te adesso rimane solamente l’appendice di una stagione ricordata e mai avuta. (si diede stancamente).

Entra Gina, la moglie.

Gina- (donna di mezza età, magra, piccolina, ma energica ) Caro, la vuoi la camomilla?-

Alc.- No, grazie.-

Gina.- Che fai, ti sdrai? (cenno affermativo di Alcide) E allora copriti bene, non prendere freddo, non essere imprudente, non fare al solito tuo (Alcide afferma col capo di si, stancamente). Tu saresti capace di raffreddarti proprio alla fine della brutta stagione. Sarebbe il colmo! ( gli sistema un plaid sulle gambe). Allora buon riposo, caro, io vado a fare la canasta. Ci vediamo dopo. Ciao. (fa il gesto di dargli un bacio ed esce a passi piccoli e veloci).

Alc.- (stancamente, ma sollevato dall’uscita della moglie) Ciao, ciao... e copriamoci (imitando la moglie) non si sa mai… un raffreddore a fine stagione… un disastro universale ( si aggiusta meglio il plaid). Ecco fatto! ( come riprendendo un filo di pensiero interrotto)… la fine della stagione, già.( breve pausa) La fine della stagione… e la fine della mia…( resta con la parola in sospeso, forse voleva dire: vita! ma poi riprende più deciso): ma che parallelismo impressionate tra questa fallita stagione e la mia vita: ambedue bruciate da perturbazioni e da scirocco; e ambedue che tentano, timidamente, quasi vergognandosi, di salvare la stagione con ultimi sprazzi di vitalità.

Troppo tardi mie care

I germogli sono stati bruciati dal gelo,

e lo scirocco umido e afoso

ha appiccicato il male nero

sulle palpitanti e verdissime foglioline,

intisichendoli.

Troppo tardi, amiche mie,

sulla mia testa ormai vi sono troppi capelli bianchi

e una marea di delusioni.

Troppo tardi.

Adesso sono stanco.

Sapete? Io non vi serbo rancore. E perché mai? Avete fatto ciò che dovevate fare: i tempi, i luoghi, le circostanze li sceglie il Caso…(iniziano effetti luminosi che mettono in risalto la pittura, musica adatta. Approfittando di un attimo di buio, Alcide si toglie la veste da camera, rimanendo in maniche di camicia color bianco di una misura più grande della sua, dal colletto alto. Nel frattempo, si saranno materializzate due figure: una nera, alta, maestosa, che si sarà posta dietro una delle poltrone: è Uno; l’altra figura, tracagnotta, rossa, dietro l’altra poltrona, è Due.).

Uno – Ne sei sicuro?-

Alc.- ( sbalordito, confuso, gesticolando, barcolla ) Cosa? Ma…ma chi siete? Come siete entrati? Cosa volete?-

Due – Eh, quante domande. E tutte domande non adatte a te! Hai tanti anni e ti meravigli di vederci?-

Alc.- Se sognassi si, ma non dormo, non sogno, sono sveglio, sveglissimo…-

Uno – Tu dici…-

Alc.- Dico, e vi domando anche: cosa volete, qui, a casa mia! (si alza e si pone dietro lo scrittoio, come per proteggersi)-

Uno – Che caratterino…-

Due- Calmati, suvvia, fai uno sforzo…-

Uno – (Mostrandosi) Allora, che ne dici?-

Alc.- (frugando in un cassetto) Dov’è la pistola, dannazione!-

Due – Non fare la scena, tu non possiedi un’arma.-

Alc.- E lei come lo sa? Comunque, uscite o chiamo la polizia!-

Uno.- Non t’agitare, per favore…-

Due.- Siediti, tranquillo, su…-

Alc.- Non … Non siete esseri vi…viventi? Vero? - Siete fantasmi?-

Due – (indignata) Puerile! Ma fai uno altro piccolo sforzo. Mi riconosci?-

Alc.- La dovrei conoscere? Veramente… io…-

Due - Sono la tua Coscienza!-

Uno- (mostrandosi a sua volta) Ed io il tuo Destino.-

Alc.- (perplesso e pizzicandosi) Voi siete… voi sareste…forse voi…-

Uno- Siamo, siamo… (come dire: ovvio) e abbiamo sentito che parlavi della scelta, del Caso. -

Due- Ci fai sedere?-

Alc.- Acco…accomodatevi ( sbalordito e basito, mentre i due si siedono).

Uno- …Allora - del Caso, cosa dicevi? –

Alc.- ( visibilmente tremante) Io non saprei… aspettate, fatemi capire, come siete entrati?-

Uno – Non abbiamo bisogno d’entrare, noi ci siamo sempre.-

Alc.- Sempre? Sempre nel senso che siete sempre in questa casa?-

Uno – Banale! Nel senso che stiamo sempre con te, mio caro Alcide.-

Alc.- Sapete il mio nome? Allora è tutto vero… ma cosa significa ciò? -

Due – Significa che sappiamo tutto di te.-

Alc.- Tutto?-

Due – Tutto: io il passato e il presente, lui il futuro.-

Alc.- Forse incomincio a capire: sto impazzendo. (si va a sedere).

Uno – Non essere drammatico, per favore. Allora, dicevamo - il Caso, cosa intendevi dire?-

Alc.- Nulla e tutto. (confusamente) Il Caso è il caso, insomma…io…forse. Ma no! Ma che faccio, parlo con loro? Ma che assurdità! Parlo alla mia fantasia? Basta, sono veramente ammattito!-

Uno - Calmati, calmati. Rilassati.-

Alc.- Sono calmo, sono rilassato e sono anche morto per lo spavento.-

Due – Non sembrerebbe. Allora ti abbiamo fatto una domanda – credo…-

Alc.- No...macchè, ah, il Caso? Ma siete fissati! No, niente, volevo dire niente.-

Due - Bene, allora parlaci di te.-

Alc.- Di me? A voi? E che c’entra?-

Uno – Tanto per iniziare a discorrere, per rompere il ghiaccio.-

Alc.- Ma quale ghiaccio? E io dovrei parlare di me con dei… sconosciuti (largo cenno col braccio quasi dispregiativo) che si presentano non invitati a casa mia – per poco non mi fanno venire una sincope - mi chiamano per nome e mi dicono: Bene parlaci delle tue cose private, dicci di te! Ma questa è veramente pura follia. Questo è un incubo, ne sono sicuro! (si alza e va verso la finestra e sta per aprire il tendaggio, ma Uno lo blocca con un gesto perentorio)

Uno - Dove vai! Siediti, calmati, non siamo qui per farti del male o per giudicarti, siamo qui per ascoltare. Dunque puoi dire qualsiasi cosa. Ci puoi parlare anche di te, ma se proprio non vuoi, possiamo anche andare, che ne dici?-

Alc.- (sedendosi sconcertato, ma cercando di darsi un contegno disinvolto, poi guardandosi attorno come per cercare una via d’uscita, infine rassegnato) No, ormai che si siete restate, sono curioso, tanto lo spavento l’ho già preso. Bene, se proprio debbo parlare con voi, vi parlerò del mare.-

Due.- Del mare? –

Alc.- Del mare, e basta!-

Uno – Veramente ci aspettavamo di sentire la solita tiritera sulla tua vita sbagliata, sulla sfortuna, le opportunità abortite, gli appuntamenti mancati, le occasioni fallite, i tradimenti. Ma tu ci vuoi parlare del mare, perché?-

Alc.- Perché? (cercando di guadagnare tempo e dignità) Perché il mare mi sta a cuore, ecco perché!-

Due.- E a noi no (perentoria)! Parlaci di te, se non ti dispiace tanto (conciliante)… per favore.-

Alc.- Di me, del mare, è la stessa cosa, sapete (rinfrancandosi).-

Uno – Sappiamo, non sappiamo. Siamo qui per sentire te; se vuoi, la tua storia, e non il tuo mare.-

Alc.- Ah, la mia Storia? Vi interessa proprio? Ebbene la mia vita non ha storia, è solo cronaca…-

Due- Lascia giudicare noi. Dunque?-

Uno – (vedendo Alcide turbato dal tono di Due) Su, coraggio…naturalmente se vuoi…solo una chiacchierata…tra amici. Dunque?-

Alc.- (rassegnato e rasserenato) Così va meglio, infine si tratta solo di fare quattro chiacchiere - ci sto. Facciamo come dite voi. Parlerò anche di me.-

Uno – Vai a ruota libera.-

Alc.- Bene, ma ricordatevi però, m’avete quasi obbligato… certo se ne potevo fare a meno…allora (riflette portandosi le mani giunte quasi sulla bocca):

Nacqui inesorabilmente,

e mi portai appresso rimpianti paterni

e speranze materne.

Il Caso mi dette un nome

e una dignitosa povertà – si fa per dire. (b.p.)

Io e il Caso dormivamo insieme.

Poi tutto finì.-

Due – Aspetta, aspetta, che fretta.-

Uno – Perché esiti ancora? Perché non vuoi parlare seriamente?-

Due - Forse ti vergogni d’essere un uomo d’insuccesso?-

Alc.- Uomo d’insuccesso? (risatina) Bella definizione (beffardo), non c’è male. La vergogna? Forse si e forse no. Ma, infine, non mi starete per caso confessando – spero.-

Uno – Ma che dici? No, niente confessioni, ci mancherebbe. Solo: parla e …svapora.-

Alc.- Ora et labora,

lavorare e tacere.

Taci, il nemico t’ascolta!

Ecco: vi parlerò della guerra. (con enfasi)

La guerra è una grande cazzata!

Punto e fine!-

Due – (quasi malinconicamente) Non così semplice, spiegati meglio, facci capire.-

Alc.- Farvi capire? Dovrei capire prima io. (b.p.) Sapete, fino a qualche anno fa, per me la guerra era necessaria, estremamente necessaria. Poi capii che non era proprio necessaria, finché non si presentò la necessità di renderla di nuovo necessaria. Ma non ci credo… o forse si. Spesso penso: perché la natura ha creato prede e predatori?-

Uno – (ammonendolo) Non filosofare. Ci stavi parlando della necessità della guerra. Ebbene se essa s’intreccia con la tua vita, allora continua, altrimenti risparmiaci questi luoghi comuni.-

Alc- Va bene. Però vi dico che pace è necessaria. La pace fra gli uomini e con la natura. La vita è un intreccio con orrendi incroci: vedi Hiroshima! (breve pausa) L’uomo è pazzo di se stesso ed è savio di un altro. Siete d’accordo?-

Due – Non tergiversare, devi parlarci di te, della tua vita, non delle tue opinioni. Quelle te le puoi tenere per te.-

Uno – Forse comprendo la tua ritrosia e cerchi di prendere tempo per capire. Ma ti assicuriamo che quello che ci dirai resterà riservatissimo.-

Alc.- Non uscirà da questa stanza?-

Due – Se è per questo, nemmeno da te stesso.-

Uno . Allora?-

Arc.- ( dopo una pausa di riflessione, poi annuendo con la testa) Io un giorno nacqui e l’indomani mi trovai qui a parlare con voi, e proprio di me! Allora vi chiedo: nelle ascisse dell’Eternità e nelle ordinate dell’Infinito, mi dite che posto occupo io? Sapreste dirmelo? Se si, continuiamo il discorso, se è no, che ne parliamo a fare?-

Uno – (battendosi il ginocchio) Questa è bella. Tu vorresti conoscere il tuo destino. Se chiedi questo, possiamo dirti solamente: lascia perdere…

Alc.- Ecco, tutti uguali questi signori “Sotuttoio” , quando non avete una precisa risposta ve ne uscite con un laconico: lascia perdere!

Uno – Hai niente di meglio da dirci?-

Arc.- A chi? A te, mio destino? E non lo conosci già, il mio - caro destino (ironico).-

Uno – Cosa ne pensi tu del destino?-

Arc.- Nulla. Per ora. (pausa di riflessione, si alza e va verso lo scrittoio e fruga tra le carte, come a voler trovare lì quello che deve dire) Bene. E allora senti questa a proposito di destino: Un giorno di una lontanissima estate, mi trovai nei pressi del Mattatoio e chiesi di visitarlo. Fui accontentato ed entrai: Dentro c’era un lezzo da mozzare il fiato! La puzza entrava attraverso i vestiti, i pori della pelle, il sangue, le cellule. Eppoi sangue da per tutto. Ma quella visita disgustosa mi dette modo, occasionalmente, di assistere ad una scena che mi si è impressa nella memoria: vidi una mandria di vitelli che procedevano in fila indiana lungo una transenna, che li guidava, dritti dritti, nella camera della morte, dove un uomo armato di una pistola a stantuffo l’appoggiava alla loro fronte stecchendoli all’istante. Ebbene, durante il tragitto verso la famosa camera, essi si incornavano, si ostacolavano, e, qualcuno addirittura, tentava di montare il compagno che lo precedeva. Insomma, essi facevano quello che erano abituati a fare, fin dalla nascita, senza sapere che il proprio destino si sarebbe compiuto tra non molto e che la loro vita sarebbe cessata, da li a poco, con una cilindrata in fronte.(b.p.) Ora a me sembra che anche noi uomini siamo come i vitelli della transenna, andiamo inesorabilmente verso la morte e non sappiamo quando essa avverrà preoccupandoci solo di stuzzicarci a vicenda. Ma, se per caso, uno di noi alza la testa e si chiede che diavolo stiamo facendo? dove andiamo? Perché andiamo? Ecco che c’è sempre qualcuno che ti dice: lascia perdere. Eh no! Lascia perdere un corno: io voglio sapere!-

Uno – E se ti dicessero che vai verso l’uomo con la pistola, tu che faresti?-

Alc.- Mi ribellerei, perbacco!-

Uno – E poi?

Alc.- Come: e poi? Poi cambierei transenna.-

Uno – Per andare verso un nuovo ignoto. Senti a me: lascia perdere...-

Due - …l’incommensurabile e l’inconoscibile e continua il tuo racconto.-

Alc.- Non mi và. La mia vita non interessa a nessuno. Eppoi sono stufo, sissignore! –

Uno – (alzandosi e avvicinandosi ad A.) Se è per questo anche noi siamo stufi. Ma di te! Di questo puerile comportamento, di queste sconclusionate divagazioni.

Ma insomma, pensaci: quante volte hai desiderato parlare con un amico, aprire il tuo cuore, liberarti l’anima; oppure confidarti con una persona discreta, disinteressata, pronta ad ascoltarti - ma senza mai riuscirvi, per diffidenza verso i tuoi simili - per essere confortato delle tue “sfortune”; per sfogarti, o analizzare i tuoi insuccessi? Bene, adesso puoi farlo con noi, riservatamente; e invece fai il capriccioso. Bada, noi siamo molto pazienti e ti ascolteremo volentieri, ma cerca di non abusare però della nostra disponibilità e, soprattutto, della nostra intelligenza. Allora?-

Alc.- No, voi non c’entrate. (si avvia verso la poltrona) Diciamo che sono stufo di me stesso. Vedete ci sono alcune volte che mi guardo allo specchio e dico: ma che cavolo vuoi tu? E sapete cosa mi rispondo? “Già, se lo sapessi lo direi a te!” Allora concludo, invariabilmente, con un sonoro “vaffanculo!” Quindi pari e patta.

E così, giorno dopo giorno, arriva la primavera, quella vera, non la fasulla. Poi aspetto l’estate, l’autunno, e perchèno? Anche l’inverno, per poi lamentarmi che la primavera ritarda. (b.p.)

Vedete nacqui proletario,

volli diventare borghese

e non appena lo divenni,

subito me ne pentii.

Poi, osservando e percependo,

mi avvilisco:

vedo la Bestia in tutti coloro che ce l’hanno

e la Bontà in quelli che la mimetizzano.

Quindi prima le illusioni,

dopo l’Utopia.

Ma all’Utopia mancano i Poeti e gli Artisti.

Punto e basta. (B.P.)

Definizione dell’Artista:

l’Artista è l’Uomo-Angelo. (si siede).

E oso scandalosamente affermare questa verità: Dopo Dio vengono le tre “A” : Amore, Arte, Armonia. Quindi, molto distaccato, segue l’Uomo, nella sua bivalenza di maschio e femmina. (gesticolando) Ed essi si dividono le tre “A “ in modo ineguale, ma paritetico: Mi spiego: il maschio si prende il cinquanta per cento dell’Amore, il settanta per cento dell’Arte e il trenta per cento dell’Armonia. La femmina il resto. Che ve ne pare?-

Uno – (sedendosi a sua volta) Sei molto presuntuoso, oltre che confusionario, ma forse abbiamo capito e, credo, (guarda Due che annuisce) che non siamo proprio d’accordo con te: Poichè di Poeti e Artisti, maschi e femmine, ce ne sono tanti e senza eccessiva differenza di percentuale tra i due sessi, almeno oggigiorno. Però rispettiamo la tua idea.-

Alc.- D’accordo, tralasciamo il sesso, non vorrei apparire maschilista quando, invece, sono femminista. Ma mi sapreste dire quanti di loro sono i veri Artisti? E quanti aspiranti Artisti, o, peggio pseudoartisti? (b.p., poi si alza e va verso il quadro, indicandolo) Fatemi il piacere, girate le gallerie d’Arte e i teatri della città e ditemi, secondo voi, dov’è il pittoresco e dov’è il Sublime; dov’è il Cielo e dov’è la terra; dov’è il Supremo e dov’è l’uomo; dov’è la Fantasia e dov’è il plagio. Poi estendete la vostra indagine alla poesia, alla narrativa, e, con rammarico, anche alla musica: vedrete che delusioni!-

Due – Ma, se non mi sbaglio, proprio nella musica trovasti il vero Artista…-

Alc.- Si, è vero! Ma sono casi talmente rari che me n’ero già dimenticato. (b.p.) Si, con la musica ho provato il fremito rivelatore - peccato che non conosca nemmeno una nota musicale…-

Due – E se non vado errata, anche nella poesia…-

Alc.- Eccezionalmente, molto eccezionalmente. (si risiede).-

Uno – E nel teatro?-

Alc.- Il teatro? Lasciamo perdere, vi prego. (b.p. gesto come per scacciare una mosca) Adesso vi parlo dei fichidindia.-

Uno – Sei terribile passi dal sacro al profano con una disinvoltura che oserei definire, senza offesa, schizofrenica. Ma toglimi una curiosità: perché saresti femminista?-

Alc.- Aspettate, non femminista come corrente ideologica, ma femminista nel senso che sono per le femmine, come profondo convincimento. Senza di esse, cioè dell’Essere Gentile, come mi picco di definirle, non ci sarebbe nel mondo la bellezza, la dolcezza, l’acume, l’armonia, la protezione e, infine, la maternità. Quest’ultima mostruosamente invidiata dall’uomo.-

Due.- Di nuovo filosofia!-

Alc.- E allora vi parlerò delle zanzare.-

Due.- Pagliaccio!-

Alc.- Benissimo ci siamo, l’avete detto: prima uomo d’insuccesso, poi schizzofrenico, adesso pure pagliaccio. Ma bravi.-

Uno – Perché bravi?-

Alc.- Perché avete trovato il titolo e il sottotitolo della mia vita. I titoli degli episodi sono miei.-

Uno – E allora ci parli per titoli?-

Alc.- E’ meglio essere sintetici che prolissi, no?-

Due – Sintetici si, ma chiari.-

Uno – Mi pare giusto…-

Alc.- E’ vero, scusatemi, sono incorreggibile. Vedete sono il tipo ideale per commettere sciocchezze…e ne ho fatte tante in vita mia.-

Due.- Questo lo so.-

Alc.- Lo sai? E sai anche chi vi ha contribuito in modo determinante (guardandola significativamente)?-

Due – Sarei io?-

Alc.- Tu! Proprio tu. Ed ora, accidenti, perché sei qui, cosa cerchi da me, cosa vorresti dal sottoscritto? (sporgendosi verso di lei) Dimmi, vuoi forse dei salamallecchi? Oppure vuoi darmi ancora comandi? O vorresti di nuovo censurarmi? Eh? (Due scuote la testa delusa) Ma vattene và, ipocrita! (si appoggia allo schienale) Mi hai sempre condizionato la vita – tu. Ed io quando t’ho dato ascolto, cosa ne ho ricevuto in cambio? Solo sonori ceffoni ho ricevuto da te e dalla vita - per me e per tutto il mio parentado.(b.p.)

La mia coscienza…(quasi dandole le spalle) ma tu sei stata la mia scemenza: prenditi gioco di qualche altro e lasciami in pace!-

Due – Ti brucia ancora, vero?-

Alc.- Cosa mi brucia! Cosa! (girandosi di scatto).-

Due – Alfina.

Alc.- Alfina? Quale Alfina?-

Due - Di Alfina ce n’è sola una.-

Alc.- Quella?-

Due – Già, ed è proprio quella (sottolinea la parola) che ti tormenta.-

Alc.- Certo, perché, allora, tu eri assente…(beffardo) forse eri in ferie.-

Due – Ero con te e ti supplicai di fermarti, ma non volesti.-

Alc.- Non volli? Non potei!-

Parte la musica, sulla destra della scena si fa lentamente buio, mentre a sinistra con tagli di luce adeguati, oppure con l’occhio di bue, entreranno in scena i due ballerini. Lei sarà in calzamaglia e indosserà un abitino trasparente, mentre lui indosserà i jeans e una maglietta bianca attillata; ambedue avranno calzari bianchi. Rappresenteranno Alcide e Alfina, giovani.

Con movimenti coreografici, dovranno raccontare la vicenda del quasi stupro della ragazza. Essi inizieranno mimando il corteggiamento, poi lo sboccio dell’amore, dopo le prime timide carezze e i primi baci. Quindi la passione prenderà Alcide che intenderà fare sesso, ma Alfina, pur accondiscendendo ai baci e alla carezze, non vuole andare oltre. Alcide insiste, si eccita sempre più, la passione lo divora e la prende con la forza.

Il balletto terminerà con la ragazza stesa per terra e Alcide, pentito, che si dispera. Fine.

Riprendono le luci, prima soffuse poi rosse sul lato destro della scena, e precisamente su Alcide, il quale si alza e urla.

Alc.- Non fu così! Non fu proprio così! (balza in piedi, poi passeggerà nervosamente per la scena).-

Uno - Diccelo tu, allora.-

Alc.- Credevo che volesse essere pregata, che facesse la sostenuta, ma che ci stesse, credevo di potermi azzardare… e invece.-

Due .- Lei all’ospedale e tu in galera!-

Uno – E facesti pure lo sciopero della fame e della sete.-

Alc.- Ma non per l’arresto, no! Il carcere era giusto. No, lo feci per punirmi del gesto animalesco che avevo commesso e - per farmi perdonare da lei.-

Due – Essa non ti perdonò, ma non ti querelò, né si costituì parte civile al processo.-

Uno - E fu un bene per te. Pochi mesi di carcere e poi libero come un uccel di bosco…-

Due – Ma lei…-

Alc.- Ma lei non volle più vedermi. Disse che mi aveva voluto bene, ma che ora le ero indifferente, anzi che mi temeva, quindi che cercassi altre vie… e, nonostante le mie suppliche, mi disse di non farmi più vedere dai suoi occhi, per lei io ero morto!-



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