L'uso dei beni culturali e l'uomo moderno



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Giovedì 27 agosto 1981

L'USO DEI BENI CULTURALI E L'UOMO MODERNO

Intervento dell'On. Vincenzo Scotti. Ministro dei Beni Culturali.



A qualsiasi osservatore, attento ai modi d'essere della società contemporanea, non potrà sfuggire il continuo accrescimento d'interesse per le più varie forme dell'arte e della cultura. E non solo per quelle in atto, che vengono svolgendosi sotto i nostri occhi ed esprimono esigenze e problemi propri dell'uomo contemporaneo, ma anche per quelle dei passato, quasi in una ricerca d'identità attraverso le più o meno lontane matrici. Né si tratta di uno sviluppo lento e progressivo come di un organismo biologico, bensì di uno scatto quantitativo come per l'esplosione di un’energia insospettata e nascosta. Il fenomeno potrà essere giudicato positivamente o negativamente, secondo la prospettiva in cui lo s’inquadri e i presupposti ideologici sottesi alla valutazione. Il successo di pubblico che sempre più ottengono mostre e convegni, il moltiplicarsi dei visitatori di gallerie e musei, l'infittirsi dei frequentatori delle biblioteche, le folle di giovani richiamate dai concerti di musica classica, la diffusione dei libro (benché più lenta e condizionata dai contraccolpi della crisi economica) ad alcuni appariranno segni di una crescita intellettuale e morale, di una scoperta da parte di una cerchia sempre più vasta dei valori che esaltano e rendono umana la vita. Altri invece in questo rapido moltiplicarsi dei fruitori di un patrimonio, una volta riservato ad elette minoranze, vedranno il pericolo della banalizzazione di un'esperienza, che per essere colta nella sua autenticità richiede doti non comuni di natura, affinate dalla riflessione e dallo studio. Resterà ineliminabile per costoro il sospetto che la mera curiosità, l'obbedienza alla persuasione più o meno occulta delle mode, il bisogno di facili e superficiali evasioni in una realtà diversa da quella scolorita e monotona d’ogni giorno siano la radice vera dei fenomeno. Giudizi così nettamente contrapposti peccano d’astrazione. Nel ritmo dei reale, nello svolgimento della storia umana, non c'è bene che sorga e si sviluppi senza inconvenienti, non c'è valore che si affermi senza dover sottomettere e superare continuamente gli elementi negativi da cui è insidiato. D'altro canto ogni realtà storica va commisurata non in rapporto ad un chimerico ideale, ma in rapporto al suo immediato passato, alle condizioni e forme di vita cui si contrappone, sia che le neghi clamorosamente sia che le neghi in modi più pacati svolgendole in nuove condizioni e nuove forme. Il pessimismo può individuare con acutezza difetti e limiti di qualsiasi realtà storica, ma non ne coglie la intima dialettica; e poi si condanna alla sterilità dell'inazione. Non resta, dunque, che prendere atto dei fenomeno, intenderlo nelle sue ragioni storiche, intervenire a promuoverne lo sviluppo e a contrastarne le possibili degenerazioni. Dì per sé non può che ritenersi positivo il dilatarsi dei numero dei fruitori di un patrimonio destinato all'uomo al di là d’ogni barriera di nazione, di razza, d’ideologia, di classe, e positivo l'emergere sempre più vivo dei desiderio di conoscere le caratteristiche naturali e le vicende storiche di quel territorio, quale che sia, in cui l'uomo per destino o per elezione trascorra la sua vita. E' insito, dei resto, in ciascuno di noi, quale che sia il suo orizzonte culturale e la tradizione alle sue spalle, il senso dei bello e il desiderio di conoscere, per cui solo un'infondata boria di famiglie, di gruppi, di ceti può indurre a ritenere che l'arte e la cultura siano privilegio di pochi. Questa disposizione nativa non può che affinarsi con l'esperienza, con la conoscenza d’opere significative, anche se i primi contatti possono essere stimolati dal caso, dall'obbedienza ad una moda, o deviati dalla mancanza della necessaria preparazione. Spesso l'ingenuità è un diaframma molto più permeabile dei pregiudizio. E se anche in questo interesse, così nuovo nelle sue caratteristiche sociali e nei suoi modi d'essere, volesse scorgersi il bisogno di un ritorno alla tradizione e di un rifugio nella sfera dei privato come conseguenza di una delusione storica ~ sfiducia nelle ideologie, crollo dei miti, diffidenza verso ogni forma d’intellettualismo astratto che pretendeva di offrire i parametri per radicali rivoluzioni, timori dei domani e senso dell’estrema precarietà non appena della propria vita, ma della vita stessa - si dovrà forse riconoscere che ciò che muore non è lo spirito comunitario, ma un modo astratto di sentire e vivere la socialità, e che H ricercare nel passato la propria identità umana e storica non implica il rifiuto dell'oggi, ma il rifiuto dell'oggi come momento di negazione totale, di solitaria e disperata rivolta. La società contemporanea, pur fra lacerazioni e contraddizioni, specie e soprattutto nei paesi di più antica tradizione culturale si avvia ad uscire da una fase in cui troppe mistificazioni e troppi miti astratti hanno attentato al modo d'essere naturale ed umano, alla concretezza dei reale, al riconoscimento dell’autenticità degli impegni e dei valori. Il vero male non è, in effetti, il male, ma il disconoscimento dei bene, il ridurre, in nome di un astratto moralismo, compagno d’ogni visione totalitaria, ad espressione d’inconfessati interessi quanto di bello, di gentile, di vero fiorisce nel mondo degli uomini. Il nuovo senso, che va maturando nella nostra epoca, è quello delle diverse condizioni umane: non artificiali ed astratte partizioni, ma reali forme naturali e storiche di cui la società si articola distinguendosi nell'essere e nell'operare. Di qui deriva non una dialettica d’opposizione e di scontro, ma una dinamica di scambio d’esperienze diverse: la cultura in questo modo non viene più intesa come strumento di difesa di privilegi o di lotta contro di essi, ma come consapevolezza riflessa di problemi reali, d’esigenze autentiche, come forza di coesione e punto di confronto di una realtà che necessariamente si fraziona in molteplicità d’attitudini, di condizioni, di compiti Così, in luogo dei bisogni e non solo per l'affrancamento da essi, che in fondo nessun benessere economico ha il potere di determinare, nasce il desiderio, che è segno non solo di maggiori possibilità, ma anche di una libera espansione della persona umana. La domanda del bene di cultura è autentica ove nasca da quest’impulso consapevole. E' sua caratteristica che, soddisfatta, generi nuova domanda, in un processo che non può arrestarsi ove abbia preso le mosse. Tra le altre ragioni che hanno incrementato nella società moderna la crescente richiesta di fruizione dei beni culturali va annoverata anche la demitizzazione dei momento industriale, di cui era simbolo la macchina e di cui era presupposto e conseguenza la filosofia del consumismo. Di contro l'evoluzione tecnologica con le conseguenti innovazioni d’ordine produttivo che mettono in circuito impegni nuovi e sistemi avanzati - dalla telematica all’informatica -, ha dilatato l'area dei servizi e quindi l'uso dei beni destinati a soddisfare sempre più elevate esigenze di civiltà e di progresso. Tra queste, la domanda dei beni culturali assume particolare importanza: d'altro canto la tutela e la valorizzazione di tali beni riflettono non solo interessi scientifici ma anche interessi d’ordine economico, coinvolgendo ampi settori della società. Una società attenta alle esigenze e ai problemi delle varie "condizioni" (giovani, donne, anziani, operai, studenti, ecc.) avrà di mira i due elementi - natura e cultura - come i fondamenti della vita comunitaria. Cultura non intesa nel senso di divulgazione omogenea e acritica dell'informazione a livelli sempre più bassi, di cui ben a ragione può dirsi che di cultura usurpa il nome, dei resto come vanificato da quell'aggiunta offensiva della dignità umana "di massa". Non c'è in realtà persona, a meno che non sia menomata nella sua costituzione da irreparabile difetto di natura, che non possa con maggiore o minore sforzo secondo le sue attitudini e la sua preparazione, comprendere i pensieri più profondi di un filosofo, le espressioni più alte di un poeta. Se il ritorno al privato significa disdegno e rifiuto di questo processo di massificazione, esso in realtà può costituire il punto di partenza per una rifondazione del concetto autentico di cultura. In effetti, l'uomo sradicato dalla società, dall'ambiente, dalla tradizione è in una situazione contraria alla sua vera natura. Ma questo rifiuto è anche segno dei livello di disumanità alienante raggiunto dalla vita sociale contemporanea: e può essere segno di una fede non spenta. Così quella che può sembrare evasione nel passato, disimpegno e abbandono al potere consolatorio dell'arte, può non solo avere il significato di una tacita protesta, ma anche portare alla scoperta di una tradizione in cui riconoscersi, i cui valori sono degni d’essere dissepolti e rivissuti. D'altro canto il dilatarsi del concetto tradizionale di cultura, cui viene ad affiancarsi la cultura in senso antropologico, ha richiamato l'attenzione sulle varie espressioni della civiltà contadina ed artigiana; non forme minori, ma forme diverse in cui si manifesta il senso dei bello, l'amore di particolari tradizioni, quella dedizione all'opera quale che sia in cui l'uomo si realizza e si trascende. Ma il recupero dei passato resterebbe una mera operazione archeologica ove nascesse da mera e indifferente curiosità, fine a se stessa. In realtà questa ricerca nasce sempre ed è sempre illuminata da interessi vivi, contemporanei. Questo fervore di ricerche, questo desiderio di conoscenza che accomuna impegnati ricercatori, studiosi, artisti, lettori, visitatori di musei, produttori e fruitori di cultura è segno che la società contemporanea pur fra contraddizioni e lacerazioni, crede nei valori, esprime disagi, avanza esigenze. Ci convince della realtà di questo nuovo processo l'osservare che esso è fenomeno comune a tutte le società, e in ogni parte dei mondo; che ovunque, pur tra i disagi economici e le tensioni politiche e sociali esistenti, la ricerca delle proprie tradizioni e delle matrici culturali comuni, spinge a nuove forme d’avvicinamento e di collaborazione fra i Paesi. Vorrei soffermarmi brevemente sul problema europeo, sull'esigenza - sentita ormai da tutti i Paesi - di giungere ad un’integrazione sociale e politica che superi gli interessi individuali. Lo sforzo per la valorizzazione e la diffusione dei patrimonio culturale, comune ai paesi europei, può costituire certamente un elemento fondamentale per un’effettiva integrazione europea. E' pur vero che l’istituzione della Comunità Economica Europea è stata determinata da esigenze di natura economica, ma alla base di questo processo di cooperazione esistono delle affinità e delle tradizioni culturali comuni, che ne costituiscono motivo essenziale e ne garantiscono la continuità, al di là degli interessi contingenti. Le radici della Comunità sono forti e sono ben radicate nel suolo europeo. Esse sono sopravvissute a momenti difficili e saranno in grado di fronteggiarne degli altri. Anche di fronte al susseguirsi dei mutamenti nei comportamenti e nelle abitudini - ed è normale col succedersi delle generazioni che hanno ambizioni diverse - il sentimento europeo resiste in uno scenario che muta perennemente. La forza di questo movimento di fondo è tale che, anche di fronte a ostacoli e difficoltà, le forze che furono alla sua origine non sono state sostituite da altre. La lezione è chiara, soprattutto nel pensiero dei popoli, anche se la difficoltà sta nel raggiungere i centri della volontà politica e di superare le forze che si oppongono a tale movimento. Mantenere e creare progressivamente, tra i popoli d'Europa, il più largo interesse comune è il compito che le forze politiche devono proporsi. La valorizzazione dei patrimonio culturale che abbiamo in comune creerà interessi comuni, una più approfondita conoscenza reciproca e potrà spianare la strada alle difficoltà che i conflitti di interesse frappongono al processo di integrazione. Diceva Jean Monnet: "Noi non coalizziamo stati, ma uniamo uomini". E, se questa frase era riferita in particolare agli europei, non si può non rilevare che sia valida anche in un quadro internazionale travagliato da preoccupanti tensioni. Lo sviluppo della conoscenza allontana il sospetto che spesso è alla base di relazioni distorte fra i paesi. Il rispetto dei valori culturali di popoli che pur hanno radici diverse può costituire elemento di integrazione e solidarietà e può essere punto di partenza di una cooperazione fra i popoli più costruttiva e non basata sullo sfruttamento e sulla sfida reciproca.

 


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