Maestro dove abiti



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L’autorità del Figlio dell’Uomo

    • Se guardiamo bene a queste controversie, troviamo che la tematica delle prime due si incentra attorno al perdono che Gesù concede: il paralitico è perdonato e ai pubblicani e peccatori è concessa la comunione di mensa come segno di salvezza e perdono. La tematica della quarta e quinta controversia è pure unitaria e verte sul precetto del sabato: prima lo trasgrediscono i discepoli, cogliendo le spighe, poi Gesù stesso, davanti all’uomo dalla mano paralizzata, non si sente legato da questo precetto.

    • Ora una attenta lettura di questo complesso narrativo, rivela la presenza di due significative menzioni del titolo “Figlio dell’uomo”. Sono le uniche due presenze di questo titolo in tutta la prima parte del Vangelo; esse invece diventeranno davvero frequenti nella seconda parte. La prima menzione del Figlio dell’uomo è in 2,10: “Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. La seconda menzione si ritrova in 2,28: “Perciò il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato”.

    • Non è difficile notare come al titolo Figlio dell’uomo sia legata la attribuzione di un potere che riguarda proprio la materia che diverrà oggetto di controversia e di contestazione: Egli ha il potere di rimettere i peccati, Egli è il Signore del sabato. Gesù, riferendosi con discrezione alle parole di Dan 7,13-14, si appropria di questo titolo di potere e attribuisce alla propria persona una autorità straordinaria ed umanamente impensabile. E’ questo che i suoi nemici non possono accettare ed è questo che provoca la loro reazione violenta. Essa si riversa prima ancora che contro i segni o le trasgressioni che Gesù compie, contro l’autorità che Egli rivendica alla sua persona. Per gli scribi e farisei è inammissibile che un uomo possa rivendicare un’autorità, quale Gesù l’afferma, sul peccato e sul sabato. La persona di Gesù perciò è divenuta pericolosa, sovversiva degli schemi e delle attese religiose, ed è quindi su di essa che alla fine si riverserà l’astio e il proposito omicida.


Lo sposo della nuova alleanza

    • Al centro di queste discussioni, in occasione della questione sul digiuno, Gesù pronuncia le parole più significative e più illuminanti di tutto questo tratto (cfr. 2,19-22). Gesù parla di sé come dello sposo, afferma che lo sposo è per un certo tempo coi suoi, con coloro che sono invitati a nozze, ma che poi lo sposo sarà tolto. Successivamente, con un’altra serie di immagini, si parla del “nuovo” (il vestito nuovo, il vino nuovo, gli otri nuovi) che è assolutamente incompatibile con ciò che è vecchio. Sono simboli questi che vanno rivisti in tutta la loro densità di significato.

    • È abituale al linguaggio biblico rappresentare il tempo messianico, il tempo della salvezza definitiva, come il tempo delle nozze. Ora Gesù proclama solennemente che questo tempo è finalmente arrivato. Esso è ormai nel cuore della storia, a portata degli uomini che vogliono accoglierlo. Egli stesso, in quanto è lo sposo, ne è divenuto il portatore. Con Lui ha fatto irruzione l’assoluta novità del Regno di Dio in mezzo agli uomini e questa novità non sopporta di essere costretta e ricondotta dentro l’angustia dell’antica mentalità legalista.

    • Le affermazioni di Gesù, la sua stessa presenza diventano quindi un invito alla gioia per la salvezza di Dio ormai presente ed operante. Coloro che hanno colto l’importanza e la novità di questo tempo, coloro che hanno accolto il Regno di Dio nella persona di Gesù, non possono essere nella tristezza e nel dolore. A loro si addice soltanto una gioia riconoscente per ciò che Dio sta operando!

    • Ma dentro questo annuncio di festa si intravvedono già le ombre della sofferenza e della croce. Gesù lascia chiaramente capire che ci sarà un tempo nel quale lo sposo “sarà tolto”. E’ un’espressione questa chiaramente allusiva alla morte di Gesù, sulla scorta della figura del Servo sofferente (cfr. Is 53,8). Sarà quello il tempo nel quale i discepoli saranno provati dalla tristezza e dalla sofferenza. Finché però quest’ora non sarà arrivata, la presenza luminosa di Gesù non potrà che essere motivo di una gioia che ha le sue radici nello stesso operare misericordioso e salvifico di Dio.

    • Nell’ottica di questi versetti centrali, tutte le affermazioni che siamo venuti raccogliendo nella lettura di questo tratto del Vangelo diventano più chiare. Ecco la profonda novità che Gesù, lo sposo messianico, è venuto a portare. Essa è sconfinato perdono per gli uomini peccatori, essa è libertà sconvolgente di fronte alle asfissianti pretese della legge farisaica. Proprio perché Gesù rende presente il Regno di Dio, non è assurda ma pienamente giustificata la sua pretesa di autorità sul peccato e sul sabato.

    • Per riscontro, la contestazione che gli scribi e farisei avviano non si rivela più come un semplice, seppur drammatico, scontro tra visioni religiose diverse e differenti interpretazioni della legge ebraica. Essa assume il tono di una progressiva chiusura all’azione sovrana di Dio che è presente in Gesù Cristo. Questi oppositori di Gesù si manifestano come i “duri di cuore” di fronte ai quali Gesù stesso non può che provare “tristezza” (cfr. 3,5).

    • Essi stanno chiudendo il loro animo, là dove invece Dio domanda di poter entrare con il suo perdono e con la sua libertà. Una tale durezza ed un tale accecamento di fronte alla offerta salvifica di Gesù non può che portarli a maturare un proposito omicida. Essi decideranno, nella tenebra del loro ostinato rifiuto, di togliere dall’orizzonte della nostra storia, con una morte violenta, l’unico mediatore della misericordia e della libertà divina.






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