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Il decesso e le sue cause



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1. Il decesso e le sue cause

Medicina legale e storia

Cause del decesso


Percosso, flagellato, coronato di spine, caricato del patibolum, fissato e issato sulla croce, Gesù muore.

Le cause ultime del decesso per crocifissione sono: collasso circolatorio e asfissia da crocifissione con infossamento epigastrico per contrattura del dia­framma. Possibile anche una forma di infarto cardiaco nel corso della via crucis.


Strumenti di morte
Flagelli

Per la tortura tramite flagelli, i Romani usavano una frusta fornita di molte corregge (strisce di cuoio). All'estremità delle strisce venivano annodate delle schegge di osso o di metallo.

Le lesioni da flagellazione, come le ustioni, potevano raggiungere il terzo grado: scarnificare il malcapitato fino alle ossa.

Spesso la flagellazione serviva da preparazione alla condanna a morte. Il nu­mero delle percosse non era fissato dalla legge.


Croce

Nella classifica romana dei supplizi, la morte in croce viene dopo solo all'es­sere bruciati vivi.

La croce poteva essere un semplice palo verticale, lo stipes, su cui si appen­deva il condannato, oppure una jurea in cui veniva incastrata con forza la testa. In questi casi il condannato veniva flagellato finché moriva.

Un'altra modalità era quella del patibolum: il malcapitato veniva fissato su un trave orizzontale che poi era posto sulla cima di uno stipes formando una «T» o una croce.

I condannati venivano bloccati con lacci o con chiodi. Sotto i piedi o tra le gambe veniva aggiunto un supporto che, permettendo al condannato di fare forza sulle gambe e di respirare, ne prolungava l'agonia.
Esposizione

Per rendere la punizione ancora più dura i Romani, nei territori dell'impero, lasciavano i morti esposti. In Egitto, invece, prima delle festività solenni i cada­veri venivano deposti e affidati ai parenti. La consegna del corpo di un giustizia­to era comunque un atto di grazia.

Sulle disposizioni vigenti in Palestina non siamo informati. Visto però che le autorità di Roma tolleravano la religione ebraica, che vieta l'esposizione dei ca­daveri, possiamo supporre che anche l'usanza della sepoltura fosse accettata.

Morire in croce

II sole brucia sui corpi nudi. Il dolore delle ferite provocate dai chiodi è sem­pre acutissimo e bruciante. La tensione dei muscoli provoca crampi che un po' alla volta si fanno sentire in tutto l'organismo, a iniziare dalle braccia per giun­gere poi alla zona centrale del corpo. Ad un certo punto anche la muscolatura della respirazione ne resta colpita e bloccata. Il condannato si sente mancare il respiro. La pressione sanguigna si abbassa, diminuisce la percentuale di ossige­no, aumenta l'anidride carbonica. La sete si fa tormentosa, il cuore accelera i battiti, il corpo si copre di sudore, la temperatura sale.

Finché rimangono le forze, il crocifisso, nonostante il dolore, riesce a tratti a sollevarsi e diminuire per breve tempo la tensione muscolare nelle braccia, favo­rendo così la respirazione. Ma alla fine ogni più piccolo movimento costa sem­pre più e le gambe cedono.

Il respiro si fa più affannoso. Il morente prova un'intollerabile pressione sulla cassa toracica ed è preso dall'angoscia. La circolazione del sangue nel cervello si fa sempre più insufficiente. Il corpo è ormai quasi privo di ossigeno. Alla fine il cuore cessa di pulsare e la testa si abbandona in avanti sul petto.

Questo processo può durare una intera giornata.


Via crucis

Nel palazzo che era stato di Erode, i soldati romani caricano il patibolum sul­le spalle di un uomo. Un centurione e quattro legionari lo scortano al luogo del­l'esecuzione. Attraversano i vicoli più frequentati della città perché la vista della sorte toccata al condannato sia di monito a tutti. Se al malcapitato vengono meno le forze, i soldati obbligano un passante a farsi carico della croce. Il corteo si avvia fuori città verso il Golgolta, promi­nenza dal sinistro nome di cranio che i Romani storpiano in Golgota e traduco­no con Calvarium. Una tavoletta appesa al collo del condannato ne rende noto il nome, la provenienza e la causa della pena inflitta. A crocifissione avvenuta, co­me prescrive il Talmud, alcuni giudei porgono ai condannati vino mescolato a incenso.






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