Maestro dove abiti


Confessione di un condannato a morte la sera del tuo arresto



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Confessione di un condannato a morte la sera del tuo arresto
Gerusalemme era diventata il nome della mia ansia. Il nome del mio destino. Il luogo della mia mor­te. Dovevo completare la mia predicazione a Ge­rusalemme.

Ci ero andato diverse volte, brevemente, a Pasqua, come ogni giudeo osservante. Ora dovevo fare in mo­do di restarci. E così, ci siamo incamminati.

Non potevo nascondermi la verità: stavo cam­biando. L'amarezza e il rimprovero mi s'insinuava­no troppo di frequente nel cuore. Io, che ero solo amore, diventavo aspro, impaziente, irritabile. Io, che più di ogni altra cosa apprezzo la dolcezza, ar­rivavo addirittura a insultare aspramente i miei av­versari. Quando volevo annunciare la buona novel­la, l'avvento del Regno, mi si ingarbugliava la lingua nella mia retorica e udivo la mia voce minacciare, tempestare, promettere i peggiori castighi in nome di Dio. …

A Gerusalemme, sulle prime, ho incontrato solo muraglie di indifferenza. A quei pochi saggi che, co­me Nicodemo o Giuseppe d'Arimatea, s'interessava­no a me, i farisei e i membri del sinedrio tappavano la bocca sbottando: «Non vi aspetterete per caso che un profeta possa essere originario della Galilea!». Sono stato sul punto di arenarmi.

Ma nel giro di sei mesi hanno smesso di sghi­gnazzare. Si sono messi a sputare, a infuriarsi, a schiumare. Ho continuato ad esistere; esisto perché questa sera mi uccideranno. Gerusalemme...

Gerusalemme che mi affascina e che faccio tanta fatica ad amare... Gerusalemme, tu che uccidi i pro­feti e lapidi coloro che ti vengono inviati! Quante vol­te ho voluto raccogliere i tuoi figli proprio come fa la chioccia quando raccoglie i suoi pulcini sotto le ali! Ma tu hai ricusato. Gerusalemme, tutto ciò che all'interno delle tue mura costituisce il vanto di ogni giudeo, io non riesco proprio ad apprezzarlo….

Non riscuotevo nessun successo a Gerusalemme, neppure curiosità. Il solo risultato ottenuto era quel­lo di farmi detestare ogni giorno di più dai sacerdo­ti, dai dottori della Legge, dai sadducei e dai farisei. Più ottimisti di me, essi pensavano che un giorno sa­rei forse riuscito a coinvolgere e radunare il popolo, proprio grazie a un modo diverso di parlare e di pen­sare a Dio. Si sentivano quindi in pericolo. Comin­ciarono a pianificare la mia rovina. Da diversi me­si, nei loro animi, era come se fossi stato già la­pidato.

Quante ore ho trascorso a tentare di convincerli! A difendere la religione del cuore contro la religione dei testi! Spiegavo loro che una cosa non escludeva l'altra, perché l'una, quella del cuore, ispirava l'altra, quella delle Scritture. Pedanti, caviliosi, eruditi, mi facevano sempre ricominciare daccapo; mi costrin­gevano a diventare giurista, esegeta, teologo, a spro­fondarmi nelle controversie di diritto canonico do­ve, per forza, mi rivelavo inferiore a loro perché co­me guida non ho altro che la mia luce. A furia di ri­prendere di continuo la stessa discussione, finivo per dubitare che parlassimo della stessa cosa: Dio. Difendevano il loro potere sulla base delle istituzio­ni, delle tradizioni. Io, invece, parlavo di Dio con le mani vuote. Riconoscevo che Dio aveva comunicato con tutti i nostri profeti: che il suo spirito si era de­positato nei nostri libri e nelle nostre leggi; che il Tempio, la sinagoga, la scuola biblica sono, per la maggior parte dei mortali, l'unica e necessaria via d'accesso alla Rivelazione. Aggiungevo semplice­mente che io, grazie al pozzo d'amore, avevo un ac cesso diretto a Dio. Il che era comunque meglio di un libro di seconda mano!

«Blasfemo! Blasfemo!».

«Non sono venuto ad abolire, bensì a compiere».

«Blasfemo! Blasfemo!».

Sono fuggito dall'odio dei farisei, dall'arresto or­mai prossimo, sono fuggito dalla morte che mi fiu­tava con il suo gran naso umido e minaccioso. Mi ero sottratto appena in tempo alla collera di Ponzio Pilato, il prefetto di Roma, che aveva considerato le mie dichiarazioni sulla fine del vecchio ordine e l'av­vento del Regno come una minaccia contro di lui. Alcune spie mi avevano messo sotto gli occhi una moneta con incisa la sua effigie, o quella di Cesare, chissà: questi Romani glabri, con i capelli corti, si as­somigliano tutti. «Spiegaci, Jeshua, se bisogna rispettare l'occupan­te romano e se è giusto pagargli le imposte». «Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio. Io non sono uno che coman­da in guerra. Il mio Regno non ha nulla a che vede­re con il suo».

Questa risposta aveva tranquillizzato Pilato, ma mi aveva definitivamente alienato gli zeloti, i partigiani di Barabba, che non avrebbero disdegnato di stru­mentalizzarmi per far insorgere la Palestina contro l'occupante romano. Ero perfettamente riuscito nel mio intento. Distribuiti in ogni fazione, in ogni grup­po organizzato, avevo soltanto nemici.

Avevo paura. Ero nudo, con la mia parola disar­mata.

Non cedevo. E neppure indietreggiavo. Ma avevo paura di avere paura. Avevo paura di deludermi, di non mostrarmi all'altezza del mio compito. Temevo, e ancora temo questa sera, che Jeshua di Nazareth, figlio di un falegname, nato su un semplice sentiero ai margini del mondo, non ce la faccia a rimettersi in piedi con le sue sole forze, il suo appetito e il suo desiderio di vivere. Riuscirò a raggiungere ancora il pozzo d'amore quando verrò frustato? Quando ver­rò inchiodato? E se il dolore chiudesse il pozzo? …

Dal pozzo, infine, uscì una voce per dirmi che l'a­more, il grande amore, a volte non ha nulla a che vedere con la giustizia; che l'amore, spesso, deve mo­strarsi crudele; e che mio Padre, anche lui, avrebbe pianto nel vedermi sulla croce.

Siamo arrivati qui, al monte degli Ulivi.

Durante le ultime ore di questo viaggio, ho stu­diato il modo in cui proteggere i miei.

Ho dunque riunito i dodici discepoli della prima chiamata. Le mie mani e le mie labbra tremavano perché io solo sapevo che quello era il nostro ultimo incontro. Come ogni giudeo, da buon padrone di ca­sa ho preso il pane, l'ho benedetto con le mie pre­ghiere e l'ho offerto ai miei commensali. Poi, sempre più commosso, ho benedetto e distribuito il vino. «Pensate sempre a me, a noi, alla nostra storia. Pensate a me in ogni spartizione. Anche quando io non ci sarò più, la mia carne sarà il vostro pane, il mio sangue la vostra bevanda. Quando ci si ama, si diventa un'unità». Li ho visti fremere. Non si aspettavano quel tono. Ho guardato quegli uomini rudi, nel vigore degli anni, e, d'improvviso, ho avuto voglia di trattarli con affetto. L'amore fluiva ormai dal mio cuore in onda­te sempre più grandi. «Figlioli miei, io non sarò più per molto tempo in­sieme a voi. Presto il mondo non mi vedrà più. Ma voi mi vedrete sempre perché io vivrò in voi, e voi ne vivrete. Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Qualcuno cominciava a lacrimare. Io non volevo che ci lasciassimo vincere dalla commozione. «Figlioli miei, voi piangerete all'inizio, ma la vo­stra afflizione si trasformerà in gioia. La donna, quando partorisce, passa per la sofferenza, ma non si ricorda più dei suoi travagli non appena un uomo nuovo è finalmente nato in questo mondo».

Ecco. Scruto la notte. Il cielo è di un nero feroce. Il vento mi porta un odore di morte, un odore da gabbia di leoni. Tra qualche ora conoscerò l'esito della mia scom­messa.

Tra qualche ora si saprà se sono davvero il testi­mone di mio Padre o se non ero altro che un pazzo. Uno di più. La grande prova, l'unica prova, si avrà solo dopo la mia morte. Se mi sbaglio, non me ne renderò nep­pure conto, fluttuerò nel nulla, indifferente, inco­sciente. Se ho ragione, cercherò di non trionfare e porterò agli altri la buona novella. Perché, ragione o torto che abbia, non ho mai vissuto per me stesso. E nemmeno morirò per me stesso.

Rifarei la scommessa anche se questa sera mi si assicurasse che ho torto.

Perché se perdo, non perdo nulla. Ma se vinco, vinco tutto. E faccio vincere tutti.

Mio Dio, fa' che fino all'ultimo istante io sia al­l'altezza del mio destino. Che il dolore non mi faccia dubitare! Coraggio, terrò duro, resisterò. Non un grido mi scapperà. Ma come sono lento nel credere! Com'è forte la natura contro la grazia! Eppure, devo avere fiducia. Ciò che temo non è nulla in confronto a ciò che spero.

Ma ecco la coorte fare la sua comparsa tra gli al­beri. Jehuda regge una lanterna e guida i soldati. Si avvicina. Mi addita.

Ho paura. Dubito.

Vorrei salvarmi.

Padre mio, perché mi hai abbandonato?

«Anche le folle che erano

accorse a questo spettacolo,

… se ne tornavano

percuotendosi il petto»

(Lc 23,48)
«Come ogni parola o evento provocante, la Passione di Cristo spinge a cercare fughe e critiche, perché l’uomo non è abituato a sostenere l’inquietudine del mistero, soprattutto quando si cela dietro la brutalità dell’innocente torturato e ucciso. L’uomo tende costruirsi delle risposte piuttosto che abitare le domande, tende a razionalizzare i sentimenti piuttosto che viverli, comunicarli e condividerli. È fondamentale scoprire che siamo fatti così,

ma questa nuova consapevolezza può suggerirci il miracolo di uscire da questo guscio.

Anche questa visione, questo “spettacolo” può inoltrarci in una situazione simile di inquietudine, è importante non entrarci da soli, troppo sicuri di sé…è importate lasciarsi coinvolgere e provocare, sarà importante parlarne, discuterne, non lasciare tutto nelle immagini ma condividerne le reazioni. Forse, alla fine di questa visione, qualcuno di noi conoscerà la fortuna di mettersi in fila con chi lo spettacolo lo ha visto circa duemila anni fa

e se ne tornò a casa percuotendosi il petto».






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