Maestro dove abiti



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Credere, non credere


Da: Umberto

Oggetto: Io sono credente

Data: 27 maggio 2004

A: Marco

Ccn : Domenico


Carissimo Marco,

a me chi si dichiara ateo fa impressione come chi si dichiara credente. Attorno a Gesù nel Van­gelo c'è molta più diffidenza e mancanza di fede che adesione. E questo mi ha sempre stupito e amareggiato, perché a me Gesù piace, davvero: lo trovo convincente e affascinante come nessun altro. Comunque i veri creden­ti sono relativamente pochi. Ma io sono nato credente. Non ho mai avuto dubbi seri, anche se non capisco la sofferenza ingiusta e gratuita, e gli interrogativi sul mondo sono tanti. Nel mio studio ho messo accanto al computer una rosa: davanti a una rosa non si può non inginocchiarsi. Perché, se quell'armonia e quella bellez­za sono casuali, tutto è assurdo. Mi pare incredibile che noi veniamo dal niente e siamo destinati al nulla, se vediamo la bellezza, se pensiamo, viviamo, amiamo. Tanti saluti. Umberto


Da: Marco

Oggetto: Non mi piace Gesù

Data: 22 giugno 2004

A: Umberto

Ccn : Domenico


Caro Umberto,

Non pensavo che saremmo finiti a discutere di argomen­ti così... «pesanti». È una delle cose che trovo più piacevoli, fra l'altro...

Non c'è senso, non c'è scopo. Non sto dicendo che questa sia una bella prospettiva, anzi. Però è così. Secondo me gli atei si dividono in due categorie. Ci sono gli atei contenti, quelli convinti che la perdi­ta della fede sia una conquista positiva, che pensano alla religione come a una stupida superstizione, re­taggio di secoli bui, dalla quale l'uomo nuovo si li­bera e diventa artefice del proprio destino. Esempi: Marx e Freud. Poi ci sono gli atei infelici, quelli che sanno che credere aiuta, lenisce la sofferenza, dona uno sguardo sul mondo più incantato e sereno, ma che nondimeno non riescono a credere, perché non ne vedo­no motivo sufficiente per la propria razionalità. Esempi: Leopardi e Camus. Quando ho smesso di credere in Dio avevo 16 anni ed ero tutto contento. Entravo in chiesa e guardavo le persone inginocchiate a pregare e dentro di me avvertivo un senso di grande superiorità. Gli anni successivi hanno «smontato» questa mia super­bia intellettuale. Oggi se vedo qualcuno che prega lo invidio un po'. Ma non posso pregare. Perché non cre­do in un Essere Trascendente. Che ci posso fare? Non riesco, non posso. Non è una cosa che si possa ottene­re con lo sforzo. Il verbo «credere» è come il verbo «amare»: non ammette la forma dell'imperativo. Non puoi dire a qualcuno: «Credi! Ti ordino di credere!». Se non ci crede, non ci crede. Punto e basta. Io invi­dio a voialtri la vostra fede. La invidio anche perché mi incuriosisce tantissimo come esperienza che mi man­ca, che desidero per pura curiosità intellettuale. Co­s'è? Cosa si prova ad averla? Mah! Pare (dicono...) che sia un dono. Io non l'ho ricevuto. Boh! Forse sbaglio io. Forse aveva ragione Agostino quando diceva che non lo cercherei se non lo avessi già trovato. Ma io so be­ne di non aver trovato proprio nulla. Se osservo il mondo alla luce della mia ragione (che è l'unica luce che mi consente di avere uno sguardo che, senza la pre­sunzione di essere oggettivo, è almeno intersoggetti-vo) non vedo un solo straccio di motivo per convincer­mi che Dio esiste. Scopro invece una miriade enorme di motivi per convincermi che non esiste. 0, se esiste, che non gliene frega niente di noi. Stammi bene, Marco





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