Maestro dove abiti


La risposta di don Domenico



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La risposta di don Domenico


Nella postfazione al libro, mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, prova a dare alcune risposte. Proponiamo questa parte per sottoporre le due mail inserite al giudizio dei ragazzi
Ecco, io credo che un elemento da chiarire sia la plausibilità dell'esistenza di qualcosa che va oltre la nostra ra­zionalità e che è nello stesso tempo vitale per noi. Esiste una forma di conoscenza che non si contrappone, ma che si collega a quella razionale, che ha una sua plausibilità, ma che non si risolve nelle leggi ferree di un ragionamento razionale. Si avverte quasi nel pro­cedere della ricerca onesta e appassionata che la ra­zionalità è come una gabbia che ti è imposta e che è l'unica garanzia della verità di una vita. È un pro­blema cui penso sempre. Capisco con Marco che se mi è stato dato questo modo di ragionare, devo stare fede­le a questo, ma capisco anche il grande atto di fede dell'apostolo Tommaso che vuoi mettere il dito nella piaga del costato di Cristo e che poi si arrende o, me­glio, si affida e dice: «Mio Signore e mio Dio»; è sem­pre e ancora davanti a un corpo per di più martoriato, non vede, né tocca nemmeno lui il Signore, ma il cor­po di Gesù.. Questo gli dicono i suoi occhi e la sua ra­zionalità, i suoi sensi.

Apprezzo i puntuali affondi razionali di Marco. Oggi sono necessari per uscire da una sorta di atteggiamen­to da talebani in cui anche il cattolicesimo rischia di rifugiarsi, pensando di risolvere così il problema del confronto con la cultura di oggi. Questo non si oppo­ne alla necessità di una proposta convinta, di una identità coraggiosa del cristiano, una identità vera, sofferta, radicata sulla Parola e sull'uso corretto della ragione. Non è dicendo cento volte il nome di Ge­sù che si aiuta la persona ad accogliere la fede, ma è facendo risuonare questo annuncio in tutta l'estensio­ne affettiva e intellettuale della persona. Stiamo passando da una generazione che ha avuto le risposte senza farsi le domande, a una generazione che si fa tante domande e non trova risposte. La risposta non può mai essere un ipse dixit, ma una continua sfida a tut­ta la vita della persona, razionalità compresa.

Marco ci aiuta anche a superare un'altra deriva, che è la tentazione più grande che oggi avanza nella nostra società postmoderna, quella della magia, che sussiste anche in persone razionalmente attrezzate e che non riescono a trovare nella razionalità la forza di vive­re al cospetto di ogni fatto con la dignità della pro­pria persona umana. È una sorta di schizofrenia. Dio è spodestato dall'essere riferimento della vita, però al suo posto ci sta di tutto: oroscopi e maghi, fattuc­chiere e lettura delle carte, la negazione pratica del­la razionalità.

Ma credo che il problema che sempre ha fatto da sfondo ai dialoghi tra Marco e don Umberto sia stato il grosso, insolubile problema del dolore innocente. Accosto allora, nei confini di questo grande interro­gativo, due e-mail che mi sono giunte alcuni anni fa da due giovani diciottenni: due posizioni serie, due ri­cerche che rievocano il carteggio Marco - don Umberto e che dicono quanto siamo chiamati sempre a questo con­fronto, a questa ricerca, a questa amicizia profonda nel nome di una umanità aperta al mistero e non scon­fitta da esso.

Eravamo nei tempi burrascosi del delitto di Novi: una ragazza, aiutata dal suo ragazzo, uccide la mamma e un fratellino. La TV è stata per troppo tempo cassa di ri­sonanza al fatto e molti ragazzi si sono confrontati e immedesimati negli autori. E giustamente il problema ha riportato la riflessione degli stessi giovani sul senso della vita e sulla fede.




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