Maestro dove abiti


Commento al vangelo: per capire di più



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Commento al vangelo: per capire di più
La com­posizione si sviluppa in tre tempi: l'incontro di Gesù con la folla e il primo dialogo con il padre del ragazzo epilettico (9,14-19), la pre­sentazione dell'ammalato e il secondo dialogo di Gesù con il padre (9,20-24), l'esorcismo e il dialogo di Gesù con i discepoli (9,25-29). La struttura della narrazione mostra che non è l'episodio in sé che interessa l'evangelista, non è il miracolo, ma il dialogo — fra Gesù e il padre, fra Gesù e i discepoli — che percorre tutto il racconto. Sono le tre affermazioni di Gesù che interessano, e tutte e tre riguardano la fede. Ma il tema della fede è, a sua volta, incluso in un interesse più ampio: la formazio­ne dei discepoli. Tutto infatti termina con un dialogo, in privato, fra Gesù e i suoi discepoli. Ho detto che il centro dell'interesse sta nel dialogo, non nel racconto. Questo è vero: però è anche vero che il racconto è costruito con arte, in modo da servire, appunto, al dia­logo.

Mentre i discepoli, gli scribi e la folla stanno di­scutendo, ecco che compare Gesù. È’ un arrivo inaspettato e opportuno: cosa dirà? La folla gli si fa attorno, ed Egli rivolge una domanda ai discepoli: ma mentre essi esitano (dovrebbe­ro ammettere la loro sconfitta e preferirebbero parlarne in privato), il padre, indiscreto, in­terviene spiegando: i tuoi discepoli non sono riusciti a liberare mio figlio dal demonio.

È qui che si inserisce la prima parola di Gesù: « O generazione incredula! Fino a quando dovrò stare con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatemelo ». Questa prima parola di Gesù non è rivolta solo al padre, ma ai discepoli e alla fol­la. Neppure si limita al caso preciso: sembra, an­zi, una valutazione di tutto ciò che Gesù ha fatto finora. Che cosa hanno prodotto la sua predica­zione, la sua pazienza, i molti segni compiuti? Nulla! I discepoli non hanno una fede suffi­ciente per cacciare il demonio (poveri discepo­li perennemente sconfitti!). La gente è avida di prodigi, come sempre, ma pur avendone già visti molti non ne capisce mai la lezione. Gli scribi hanno sempre prove dalla loro — sem­bra di vederli sorridere con sufficienza di fron­te all'inutile tentativo dei discepoli — per met­terlo in discussione. Il rimprovero di Gesù non tradisce rabbia e tanto meno meraviglia, ma piuttosto sofferenza, stanchezza. Alcuni com­mentatori scorgono nell'esclamazione di Gesù un'allusione ad alcuni testi celebri dell'A.T., quali Is. 42,14; 46,4; 63,15. È il lamento del profeta che si sente stanco della sua situa­zione — una situazione che sembra ripetersi senza fine, monotona, senza sbocchi — e delu­so di fronte a Dio che nasconde la sua poten­za. Ma con tutto questo Gesù ricomincia: non si ritira, non rifiuta il suo aiuto. Dice: porta­temelo. È in questa ostinazione la grandezza di Dio.

L'intervento del padre — che sentendo il ri­chiamo del Maestro ha ritrovato una speran­za — non piace del tutto a Gesù: se puoi! . . . È già un avvio alla fede, d'accordo, ma è una fede ancora debole e incerta. « Ogni cosa è possibile a chi crede » : questa seconda parola di Gesù è una affermazione della potenza della fede. La fede è il modo giusto di porsi di fron­te a Dio, ed è l'unica strada per vincere Satana. Dicendo « credo » affermiamo simultaneamen­te due cose: la nostra radicale insufficienza (da soli siamo incapaci: i discepoli invece si erano fidati di se stessi) e la infinita possibilità della misericordia divina (in Cristo è la nostra sal­vezza). È solo con la fede che possiamo riem­pire la nostra debolezza con la potenza di Dio.

(Bruno Maggioni)





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