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Conversione come incontro con Dio e ripresa in mano della propria fede cattolica



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Conversione come incontro con Dio e ripresa in mano della propria fede cattolica
La conversione: punto di arrivo o punto di partenza?

(Alessandra Borghese, Sete di Dio)
L'approdo alla fede è da considerarsi un punto di ar­rivo o, piuttosto, un punto di partenza?

Credo siano vere entrambe le cose.

Una conversione è un punto di arrivo, perché chiude una fase della vita qualche volta caratterizzata dalla super­ficialità, dalla distrazione, dalla indifferenza incosciente verso il Mistero dell'esistenza umana e verso Dio. Altre volte, invece, dalla sofferenza, dalla mancanza di senso, da una ricerca che a tratti può essere stata anche dolorosa.

La persona che giunge alla fede, trova in essa il suo ag­gancio naturale, riscopre la gerarchia del valori, si pone nella verità. Sperimenta concretamente una risposta a quel bisogno di amore che si sente dentro e che prima non riusciva a soddisfare. Il suo sguardo diventa davvero nuovo e vede in modo diverso se stesso, gli altri, il mondo.

Certo, la vita continua. Magari, esteriormente, nulla o poco cambia. Tuttavia, è come se ci fosse stata una sorta di rivoluzione copernicana. Ha lasciato scritto il beato Charles de Foucauld, anch'egli sconvolto dalla percezione viva di Dio nel momento in cui, dopo molti anni, si era riaccostato alla Confessione: «Appena fui certo che Dio esiste, capii che non potevo far altro che vivere per Lui».

Una volta incontrato Dio, il cuore umano finalmente può aprirsi in tutte le direzioni: quella orizzontale, che è importante e che, dunque, va mantenuta. Ma anche quella verticale. Anzi, quest'ultima diventa alimento per la prima. Potremmo dunque dire che ogni uomo che in­contra Gesù Cristo, e tramite Lui, il Padre, si imbatte nel­la Croce (un braccio orizzontale unito a uno verticale) che diventa così, in ogni senso, il riferimento fondamen­tale. Per colui che ha ritrovato la fede e riscoperto, come destino ultimo, il suo ritorno al Cielo, il mondo non co­stituirà più una gabbia capace di rinchiuderlo in un oriz­zonte stretto e soffocante. Esso, al contrario, sarà la pale­stra dove testimoniare la fede, nutrire la speranza ed esercitare la carità.

E tuttavia, al contempo, la conversione non sarà che un punto di partenza. Colui che ha trovato la fede, ha certamente incontrato in modo cosciente quel Dio che, comunque, era già dentro di lui. Ma questo rapporto è solo l'inizio di un'avventura senza fine, che comporterà ancora e sempre nuove esperienze spirituali.

Il Mistero di Dio è insondabile e ci supera grande­mente. Noi qui intuiamo solo qualcosa «come in uno specchio», per dirla con le parole di san Paolo. Tutto il resto ci sarà chiaro soltanto quando incontreremo il Si­gnore faccia a faccia.

Già fin d'ora possiamo tuttavia sperimentare, oltre al suo amore, i doni dello Spirito Santo, in una misura che andrà sempre crescendo a mano a mano che, guidati dalla sua Grazia, ne diventeremo degni. Ma ciò non av­verrà mai a causa di qualche nostra abilità o per la gran­dezza delle nostre opere. Questo processo si compirà solo se, umili e abbandonati a Lui, cercheremo di diventare che Gesù stesso nel Vangelo ci indica come la condizione necessaria per entrare nel Regno.

Sì, perché nella vita di fede occorre imparare ad assi­milare e a vivere un paradosso strano. Il mondo ci inse­gna che, per diventare uomini "importanti", dobbiamo darci da fare, sapere molto e molto operare. Dobbiamo potenziare al massimo grado il nostro io, essere i più bra­vi e superare gli altri.

Nella vita spirituale avviene il contrario. I maestri, qui, insegnano che la vera riuscita si ottiene nel modo oppo­sto, affinando soprattutto la capacità di lasciar operare Dio in noi, di diventare strumenti, di diminuire il nostro ego, sempre troppo ingombrante, per lasciare invece un posto sempre più grande a Lui. Fino a poter constatare con san Paolo: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gai 2, 20).

Per questo la conversione è solo l'inizio. Indispensa­bile; ma non sufficiente. Quella fede incontrata per la pri­ma volta, o ritrovata dopo anni di lontananza e di oblio, andrà nutrita, provata, purificata. Andrà alimentata con la preghiera, con l'assimilazione della Scrittura, nella qua­le ancora e sempre Dio si rivela a noi, fortificata con i sa­cramenti.

E, infine, andrà generosamente condivisa con i fratelli. Perché, se è vero che la fede è dono, è altrettanto vero che la nostra testimonianza può diventare quello stru­mento del quale Dio decide di servirsi.





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