Maestro dove abiti



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Leonardo Mondadori

«La vita, per alcuni è cupa, per altri grigia. Per me è radiosa. Ci sono molti elementi che concor­rono alla luminosità della mia esistenza attuale: innanzitutto, un mattino di quattro anni fa ho scoperto, in un colpo solo, di avere un tumore alla tiroide e un carcinoide al pancreas e al fega­to, per cui da allora devo sottopormi ogni giorno alla terapia dell'interferone. Inoltre, svolgo il mio lavoro fra molti contrasti e anche, com'è na­turale, qualche disillusione. Infine, anche per col­pe mie, sono lontano da colei che, malgrado un divorzio, nella prospettiva cristiana resta mia moglie e che mi ha dato una figlia, mentre gli al­tri due figli sono venuti dal mio secondo matri­monio. Eppure, godo di una vita cristiana vi­brante. Ed è questa visione di fede che, malgrado tutto, rende la mia esistenza radiosa.»

È con sorpresa - non disgiunta, confesso, da una certa emozione - che lessi queste parole: la malattia, i fallimenti familiari, le difficoltà professionali come causa non di lamento o di de­pressione, bensì di vita «radiosa» perché illumi­nata dalla luce del vangelo... Con espressioni così inconsuete si apriva un manoscritto che un corriere mi aveva recapitato qualche giorno pri­ma del Natale scorso.

Era un manoscritto che, subito dopo, dichia­rava -con altrettanta, sorprendente chiarezza- l'intenzione di chi lo aveva redatto: «Vorrei, con queste pagine, essere utile ai tanti che hanno messo da parte la vita cristiana, per i motivi più diversi, e che possono percorrere, alla loro ma­niera, un cammino simile al mio... So che ci sono tante obiezioni alla fede, ma li invito a non tirarsi indietro e a esaminare quanto scrivo per cercare un po' di luce e, forse, per trovare la spinta per re­cuperare la prospettiva cattolica».

Le pagine che seguivano precisavano subito di non venire da un credente praticante per tra­dizione e abitudine, bensì da un convertito: «Ho per decenni messo da parte la pratica di vita cri­stiana. Poi, ecco la riscoperta e l'avanzare sem­pre più - e sempre più con convinzione e gioia -in questa strada evangelica ritrovata...».

Sorpresa e un po' di emozione, dicevo. E non senza ragione. In effetti, questo testo che cominciava, e proseguiva, in modo tanto impegnativo - quasi al limite dell'impudicizia, almeno per un certo ambiente sociale e culturale - non era uno dei molti, opera di ignoti, che giungono a chi si occupi di questioni religiose nei libri e sui gior­nali. Al contrario. L'arrivo del manoscritto mi era stato preannunciato da una serie di telefona­te di segretarie premurose ed efficienti: quelle, per intenderci, che hanno di solito un leggero ac­cento straniero, anglosassone di preferenza.

L'autore, insomma, di parole così compromet­tenti era un top manager. Era nientemeno che il presidente di uno dei maggiori gruppi editoriali d'Europa: 3000 miliardi di fatturato, 5100 dipen­denti, impianti tipografici sempre all'avanguar­dia, centinaia di novità librarie ogni anno, com­partecipazioni in mezzo mondo, 49 testate giornalistiche... Ma sì, l'autore era proprio il presidente dell'Arnoldo Mondadori Editore SpA, il colosso che ha superato ogni cambio di regime politico e ogni tempesta economica, mantenendo - anzi, rafforzando - la sua leader­ship indiscussa nel decisivo mercato della cultu­ra e dell'informazione.

Era, insomma, Leonardo Mondadori, nipote di Arnoldo, il Grande Vecchio, il mitico fondatore di quell'impero di carta; era il rappresentante attua­le della maggior dinastia editoriale italiana che mi sottoponeva, per un giudizio, il testo con cui aveva saltato la barricata e si era azzardato - per bruciante passione di apostolato - a farsi, da gran­de editore, autore esordiente.







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