Maestro dove abiti



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Atti degli Apostoli:

XXVII. san Pietro; san Paolo; san Giovanni; san Tomaso;

XXVIII. sant’Andrea

XXIX. Atti di Andrea e Matteo nella città degli antropofagi;

XXX. atti dei santi apostoli Pietro e Andrea;

XXXI. atti e martirio dell’apostolo san Barnaba; atti armeni di Bartolomeo; atti di Filippo; atti di san Marco; martirio del santo apostolo Matteo; atti slavi di Pietro; atti di Pietro e Paolo; atti di Taddeo, uno degli apostoli

XXXII. Lettere di Lentulo; corrispondenza tra Abgar e Gesù; degli apostoli; del signore nostro Gesù Cristo; corrispondenza apocrifa di san Paolo; epistola di Tito discepolo di Paolo

XXXIII. Apocalissi di Pietro; di Paolo; di Esdra; di Tomaso; di Giovanni

Testimonianza dei Vangeli Canonici e degli Apocrifi


Può essere interessante per cercare di valuta la rilevanza, la diffusione e l’attendibilità dei Vangeli canonici e di quelli apocrifi, un confronto sui codi e papiri antichi che ne riportano i testi.

Ad esempio, per le opere di un grande autore dell'an­tichità, il poeta Orazio, esistono circa 250 manoscritti, sparsi nelle biblioteche storiche più importanti dell'Occidente; si tratta dell'autore pagano con il mag­gior numero di manoscritti, detti anche "codici". Virgilio ha poco più di 100 codici. Per Platone i codici rimasti scendono a poco più di una decina. Per autori anche di grande importanza, come Euripide e Tacito, disponiamo solo di due o tre codici, preziosissimi in quanto unici documenti su cui fondare qualsiasi critica testuale. Quando lo storico prende visione invece dei codici del Nuovo Testamento rimane quasi sommerso dalla quantità e qualità dei testi a disposizione: abbiamo circa 5.300 codici! Si tratta di un numero straordinario per un documento storico. Spesso questi codici sono antichissimi e quindi riducono la possibilità di interpolazioni ed aggiunte. Si noti inoltre che ai più di 5.300 codi­ci bisogna aggiungere tutto il materiale delle versioni e delle citazioni del Padri della Chiesa diffuse in tutto il mondo antico, dall'Europa, al nord Africa all'Asia.

Un discorso molto interessante riguarda poi la qualità dei codici, cioè la loro antichità, definibile attraverso cri­teri di tipo filologico, archeologico, comparativo, ecc. È chiaro che i codici sono tanto più preziosi per uno sto­rico, quanto più sono antichi, in quanto più vicini all'età di composizione dello scritto originale. Anche qui il con­fronto con gli autori dell'antichità classica è molto importante.

L'autore classico che ha il codice più antico è Virgilio; si tratta di una testo copiato circa 350 anni dopo la morte del poeta latino. Per tutti gli altri autori dell'anti­chità classica la distanza tra la stesura dell'originale è il codice più antico è molto superiore. Per Orazio, ad esempio, il codice più antico rimasto è stato trascritto circa 800 anni dopo la sua morte. Per Cesare i codice più antico risale a 900 anni dopo la stesura dell'o­riginale. Per Platone ci sono 1300 anni di distanza tra l'originale e il codice più antico pervenuto a noi. Per Eschilo ci sono circa 1500 anni di distanza. Comunque, nonostante queste distanze di numerosi secoli tra la ste­sura dell'originale (che è andato perduto) e il codice più antico, nessuno mai ha dubitato dell'attendibilità degli scritti di Virgilio, di Orazio, di Cesare o di altri autori dell'antichità. In molti casi è considerato sufficiente anche un solo codice per dichiarare storicamente fonda­to un testo dell'antichità classica.

Quando invece gli storici iniziano ad esaminare i codi­ci più antichi del Nuovo Testamento rimangono stupiti di fronte all'antichità dei codici a disposizione. Ci trovia­mo di fronte addirittura a centinaia di codici che risalgo­no ai primissimi secoli del cristianesimo; addirittura per numerosi papiri la distanza tra testo autografo e codice si riduce a poche decine di anni. Ne emerge una documen­tazione incomparabilmente più attendibile se applichia­mo anche ai codici evangelici gli stessi criteri adottati per gli autori classici.

Per quanto riguarda i Vangeli apocrifi, significativamente il discorso è presto fatto:



Ad esempio il Vangelo dello pseudo-Tommaso, che rac­conta i miracoli dell'infanzia di Gesù, ha solo cinque codici, il più antico dei quali risale al VI secolo.

Il Vangelo di Pietro, che descrive in termini iperbolici la risurrezione, ha un unico frammento, scoperto ad Akhmin, nell'Alto Egitto, nel 1886, riprende versetti dai quattro vangeli canonici, dai quali dipende completa­mente.

Il Vangelo di Tommaso, con i 120 loghia di Gesù, si basa su un solo codice, scoperto a Kenoboskion in Egitto nel 1945 e risalente al IV secolo d. C.

Il Vangelo di Filippo, trovato a Nag Hammadi in Egitto, ha un solo codice!

Da questo confronto possiamo trarre facilmente la conclusione che esiste un abisso tra la documentazione dei Vangeli canonici e quella degli apocrifi. I primi sono documentati con circa 5.300 codici, molti dei quali anti­chissimi, mentre gli apocrifi hanno un numero di codici che si contano sulle dita di una mano e che risalgono ad almeno un secolo di distanza dagli eventi (nella migliore delle ipotesi e solo, eventualmente, per il vangelo di Filippo, mentre per gli altri apocrifi la distanza si amplia a duecento o trecento anni) (Sergio Fasol, Il Codice svelato)

Appare chiaro quindi che questi testi sono nella loro natura:




  • Testi tardivi, il cui radicamento in una trasmissione storica di dati verificabili è insostenibile

  • Sono pertanto non attribuibili agli apostoli o alla loro cerchia, e quindi non si fondano su una testimonianza diretta dei testimoni oculari della vita di Gesù

  • Erano patrimonio solo di alcune “sette” cristiane e non erano, come i Vangeli canonici, comunemente riconosciuti, letti e universalmente nella chiesa

  • Esprimono una serie di dottrine totalmente estranee al contesto dei Vangeli canonici e della chiesa degli inizi, influenzati come sono dalla visione gnostica della realtà






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