Manuale di semiotica



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MANUALE DI SEMIOTICA

(Ugo Volli)
1 COMUNICAZIONE
Comunicazione/significazione
“Non è possibile non comunicare”. Ogni persona, ogni oggetto, ogni elemento naturale o artificiale del nostro paesaggio “comunicano” continuamente.

Comunicare, in questo caso, vuol dire semplicemente diffondere informazioni su di sé, presentarsi al mondo, avere un aspetto che viene interpretato da chiunque sia presente. A proposito di questo fenomeno, seguendo una terminologia semiotica più rigorosa, parleremo di “significare”, ovvero “aver senso”.

La conseguenza di questo fatto elementare, che il mondo abbia senso, è che il comportamento o anche l’assenza di comportamento di ogni persona o organizzazione è una potenziale sorgente di comunicazione. Chiameremo SIGNIFICAZIONE questa condizione di ricchezza di senso.

Accade che ci sia qualcuno (che chiameremo emittente), il quale “trasmette” qualche cosa (che chiameremo messaggio o testo) a qualcun altro (che chiameremo destinatario). In questo tipo di comunicazione vi è un lavoro naturalmente da parte dell’emittente per dare a messaggio un formato accessibile al destinatario.

Il destinatario si trova a ricostruire l’intenzione dell’emittente, a interpretare il messaggio e a reagire ad esso. Questa è la comunicazione vera e propria ma anche la significazione ha una natura comunicativa, come abbiamo accennato prima. Nella significazione il lavoro viene svolto tutto dal destinatario che, innanzitutto, decide in proprio di assumere questo ruolo osservando certi fatti. In secondo luogo il destinatario assume i fatti che lo interessano come oggetto di inferenza applicando ad essi le proprie conoscenze. Possiamo dire che, in questo caso, si applicano delle regole. Per esempio se c’è un incendio, allora si vede del fumo e io effettivamente vedo del fumo. Quindi posso dire che è probabile che ci sia un incendio.



Sulla base dell’ipotesi generalissima che tutto ciò che accade abbia senso, noi costruiamo delle regole ipotetiche per spiegare quel che accade e le applichiamo poi, in via ancor più ipotetica, ai casi che stiamo esaminando. Seguendo Peirce, Chiamiamo abduzione questa forma di ragionamento semi logico comunissimo.

Riassumiamo, quindi, i tre modi possibili in cui può verificarsi comunicazione:




  1. COMUNICAZIONE IN SENSO STRETTO: emittente intenzionale, ricevente intenzionale.

  2. SIGNIFICAZIONE: Emittente non intenzionale, ricevente intenzionale (interpretante).

  3. FORMULAZIONE DI INFERENZE: non c’è emittente, c’è interpretante.

I meccanismi che rendono possibile la comunicazione vera e propria (emittente, testo, destinatario) sono caratterizzati dalla logica della significazione. Perché l’oggetto che viene trasmesso dall’emittente al destinatario possa adempiere alla sua funzione, esso deve risultare significativo. In secondo luogo è spesso facile lavorare sull’aspetto di una cosa o di una persona, manipolare, insomma, la sua significazione dunque si può produrre comunicazione modificando la significazione di un oggetto. Per esempio il packaging, l’abbigliamento, la cura dei capelli, sono tutte pratiche per alterare e in genere migliorare la percezione di un oggetto in modo da ottenere una certa immagine.

In questo modo spesso la significazione nasconde una comunicazione vera e propria: il destinatario riceve una comunicazione accuratamente elaborata da un emittente, non riceve, quindi, solo la significazione di un oggetto che sta osservando.

C’è un terzo concetto importante da non confondere con gli altri due (comunicazione e significazione): è quello di informazione. L’informazione può essere intesa come la capacità di ridurre l’incertezza sullo stato delle cose.


Ricezione
Si definisce ricezione, l’atto con cui un certo messaggio o testo è fatto proprio da un essere umano che in questo caso viene definito destinatario, ricettore o ricevente.

Nella ricezione si trova il punto di partenza del complicato processo di interpretazione e, di conseguenza, si tratta dell’atto decisivo della comunicazione. Si può ammettere facilmente che vi può essere comunicazione senza emittente ma, al contrario, non vi è comunicazione efficace, o addirittura non vi è affatto comunicazione senza ricezione (quindi senza un destinatario).

Tale concetto si applica nell’esempio più tipico nella comunicazione volontaria: la produzione linguistica di un essere umano che può essere pensata anche senza un polo ricettivo (per es. parlare da soli, anche se in effetti il ricevente c’è -siamo noi stessi-).

Si può dire, quindi, che senza una ricezione effettiva si può avere solo tentativi di comunicazione.

Ogni comunicazione presuppone, dunque, a diversi livelli, un atto di ricezione e lo stesso testo che viene comunicato a rigore, si forma solo nell’atto della ricezione. È infatti il ricettore a deciderne definitivamente i confini, cioè a stabilire col suo atto di lettura qual è esattamente il testo recepito.

L’atto semiotico fondamentale non consiste dunque nella produzione di segni, ma nella comprensione del senso.

Da quel che si è detto risulta chiaro che la ricezione è certamente un atto non solo passivo e soprattutto per nulla semplice. Si tratta piuttosto di un processo complesso.


Fattori e funzioni della comunicazione
Quali sono insomma gli elementi in gioco nella comunicazione? Innanzi tutti gli elementi base già citati: EmittenteMessaggioDestinatario. A questi vanno aggiunti altri elementi di particolare importanza:

- Un Contatto è necessario per mettere in comunicazione emittente e destinatario. Spesso il Contatto viene indicato come Canale, ovvero un canale di ordine psicologico e sociale che funga da base per ogni relazione comunicativa.

- Un altro elemento che si trova in tutte le comunicazioni vere e proprie è un Codice (per esempio una certa lingua, un tono di voce).

- Infine i messaggi di solito vengono prodotti per parlare, per riferirsi alla realtà o a un certo Contesto. Sotto questo nome talvolta in semiotica, si indica la capacità del messaggio di riferirsi a elementi del mondo reale.

Da quel che è stato detto risulta lo schema di un grande e famoso linguista russo, Roman Jakobson, il quale l’ha proposto per studiare il linguaggio poetico.





2 Contatto (Canale)




1 Emittente

3 Messaggio

6 Destinatario




4 Codice







5 Contesto (Contenuto)





L’EMITTENTE

È colui che formula ed emette il messaggio. È fondamentale per l’emittente aver ben chiaro qual è il suo “target”, ossia quali sono gli obiettivi del suo dire e soprattutto di che natura è il soggetto a cui si vuole rivolgere. Questo comporta che la modalità di costruzione del messaggio debba tenere conto sia dell’influenza che si vuole esercitare sul destinatario, sia dello stato di conoscenze che si prevedono comuni.


IL CONTATTO o CANALE

Il canale è il mezzo attraverso il quale avviene la comunicazione.

Sono 5 i canali: visivo, uditivo, gustativo, tattile e olfattivo.

Il canale si realizza attraverso diverse tipologie:



  • Livello fonico-acustico = il PARLATO

  • Livello grafico-visivo = lo SCRITTO

Nel caso della scrittura per esempio, il canale è costituito da ogni supporto che consentirà alla scrittura stessa di essere visualizzata (supporti cartacei, video ecc.).
IL MESSAGGIO

Il messaggio è il centro del processo comunicativo, lega emittente e destinatario, costituisce l’atto sociale di instaurare un contatto. Ciò di cui parliamo (ovvero il “contenuto” che trasmettiamo in un messaggio), è ovviamente condizionato dall’obiettivo della nostra comunicazione: ad esempio, scrivere una lettera d’amore, una legge, una relazione, implica di volta in volta un diverso obiettivo che potrebbe essere rispettivamente quello di voler trasmettere un sentimento, imporre un comportamento, commentare dati e informazioni.


IL CODICE

Il codice è il sistema di SEGNI mediante il quale si formula e si comprende il messaggio. Può essere grafico, sonoro, gestuale. Il codice deve essere innanzitutto interpretato, quindi affinché emittente e destinatario si possano capire, essi devono utilizzare un codice comune. L’esempio più classico è dato dal linguaggio: un insieme di regole, il codice più complesso del quale disponiamo.


IL CONTESTO (Contenuto)

Il contesto è l’ambito in cui viene prodotto il testo. Può anche essere esplicitato nel termine di “referente”, vale a dire, l’argomento o l’oggetto del messaggio a cui l’emittente si riferisce.

È la situazione più generale in cui il messaggio si colloca e a cui è necessario riferirsi per capirlo. In sostanza possiamo considerare il contesto come una complessa realtà “extralinguistica” e cioè come l’insieme delle condizioni spazio-temporali, sociali e psicologiche dei soggetti che partecipano all’atto comunicativo.
IL DESTINATARIO

Il ricevente è colui che riceve il messaggio anche se non è diretto a lui (es.: intercettazione di discorsi senza volerlo). Il destinatario invece è colui che è interessato ad assumere il messaggio. In sostanza la figura del destinatario, è speculare a quella dell’emittente: chi riceve il testo deve essere in grado di interpretare il messaggio e risalire al significato che l’emittente aveva voluto dare. Se questo non avviene, si ha un “fallimento” della comunicazione. Nessun messaggio è efficace se non si considera la qualità del destinatario!


Dallo schema di Jakobson, è possibile ricavare le tre principali dimensioni della comunicazione, che corrispondono a tre discipline degli studi linguistici e semiotici.

Innanzitutto vi è la dimensione SINTATTICA della comunicazione, quella che studia l’organizzazione interna del messaggio (nel caso del linguaggio, la morfologia, la sintassi ecc.; nel caso del linguaggio visivo, l’organizzazione formale di un quadro secondo la prospettiva, i rapporti di colori ecc.), secondo il rapporto Messaggio/Codice/Canale.

La dimensione SEMANTICA (Messaggio/Contesto), si occupa di studiare il modo in cui il messaggio si rapporta col suo Contenuto, dunque col suo Contesto.

La dimensione PRAGMATICA è quella invece che lega il Messaggio a Emittente e Destinatario, e riguarda gli effetti, le modalità di enunciazione e così via.


È stato ancora Jakobson a sintetizzare le funzioni della comunicazione. Secondo Jakobson, le funzioni della comunicazione sono corrispondenti ai fattori appena citati: per chiarezza vengono elencati con la stessa numerazione.





2 Fàtica




1 Emotiva (espressiva)

3 Poetica

6 Conativa




4 Metalinguistica







5 Referenziale



La funzione emotiva riguarda la capacità che ogni emittente ha di esprimere sé, i suoi sentimenti, la sua identità nel messaggio. La funzione fàtica consiste nel lavoro che si fa per garantire un contatto e quindi è inerente al canale (per es.: quando rispondiamo al telefono dicendo “pronto” diamo un segnale fàtico all’emittente che ci vuole parlare, che corrisponde pressoché al seguente: “la trasmissione funziona e sono pronto a ricevere il messaggio”. Quando qualcuno ci parla e noi ascoltiamo, spesso assumiamo intercalari come “si”, “già”, “certo!” che hanno la funzione fàtica di assicurare l’emittente che ci siamo e lo stiamo ascoltando). La funzione poetica riguarda l’organizzazione interna del messaggio, il modo in cui esso è realizzato (Jakobson la chiama così perché la considera dominante in poesia e in generale nell’arte, dove il messaggio comunicherebbe soprattutto con la sua forma). La funzione metalinguistica definisce il codice in uso, e quindi implicitamente, i rapporti fra gli interlocutori. Il discorso verte sulla lingua stessa, sui significati delle parole e delle sue regole; spiegazione linguistica del pensiero di emittente e destinatario (i vocabolari si servono di questo). Alcuni esempi si hanno quando si chiede a qualcuno di ripetere quello che ha detto, oppure quando si chiede il significato di una parola, ecc. La funzione referenziale permette al messaggio di mettersi in rapporto con il mondo, di informare, di parlare di qualche cosa e quindi definisce il contesto. La funzione conativa è invece quella per cui si cercano degli effetti sul destinatario: persuadere qualcuno a fare qualcosa o convincerlo di una determinata opinione (uno dei fini del linguaggio). La funzione conativa, può essere espressa come una supplica, una minaccia, un suggerimento o anche solo un’osservazione.



È importante tenere presente che ogni atto comunicativo contiene almeno in potenza tutti i fattori della comunicazione e ne comprende anche tutte le funzioni. Non esiste una comunicazione puramente poetica, puramente metalinguistica o fàtica ecc.

2 SEGNO
Per i semiologi il segno può essere qualunque oggetto della realtà.

Per Ferdinand de Saussure - linguista svizzero -, “Il segno è un’espressione che rimanda a un contenuto”.

Per Luis Hjelmslev, “Il segno è un’entità generata dalla connessione fra espressione e contenuto”.

Che cosa si intende per valore di un segno? In che cosa questo valore differisce dalla significazione?



Il valore è senza dubbio un elemento della significazione. Poiché la lingua è un sistema di cui tutti i termini sono solidali e in cui il valore dell’uno non risulta che dalla presenza simultanea degli altri, possiamo dire che il valore di un segno viene determinato confrontando il segno stesso con i suoi similari o opposti (nell’asse di sistema) e con il contesto dato dall’asse di processo. Facendo parte di un processo una parola viene così investita non solo di un significato ma anche di un valore, che è tutta un’altra cosa. Così il valore di un segno è determinato da ciò che lo circonda (Saussure). Sempre per Saussure un sistema linguistico è una serie di differenze di suoni combinate con una serie di differenze di idee (vedere tratti pertinenti). Ma benché il significato e il significante siano, ciascuno preso a parte, puramente differenziali e negativi, la loro combinazione è un fatto positivo.
Significante e Significato
La comunicazione vera e propria si caratterizza per l’importanza accordata ai tre fattori EmittenteMessaggioDestinatario.

Invece, nei processi che abbiamo chiamato di significazione l’emittente è assente o è virtuale, o si può considerare una proiezione del destinatario. Ed è quest’ultimo che realizza una situazione di tipo comunicativo decidendo di considerare un certo elemento della realtà come messaggio.



Trattare qualcosa come messaggio significa attribuirgli rilevanza rispetto alla realtà, cioè supporre che ci sia un contesto cui esso rimanda o si riferisce.

La situazione che abbiamo appena tratteggiato si descrive di solito come il riconoscimento di un SEGNO.

Studiare un segno vuol dire cercare un livello estremamente semplice del senso. Sia nella comunicazione che nella significazione è facile ritrovare questa cellula fondamentale: il SEGNO è un oggetto a due facce o meglio, una relazione che lega un SIGNIFICANTE a un SIGNIFICATO.
SIGNIFICANTE espressione/suono

SEGNO = ----------------------

SIGNIFICATO contenuto/idea/concetto


Non bisogna pensare però che il segno consista nell’aggiunta di un significato a un significante preesistente o, viceversa, nell’attribuzione di un significante a un significato che sia già dato.

Sicuramente c’erano fumi e fuochi prima che ci fosse l’uomo a ragionarci sopra, ma nel momento in cui la relazione segnica (cioè il rapporto tra le due facce del segno), si instaura, non è più possibile pensare il significato senza il suo significante.

Ma precisiamo immediatamente cosa si intende con questi due termini. Da un punto di vista semiotico, il significato (si pensi alla definizione che un vocabolario dà di una parola) è un concetto, risultato di una costruzione culturale che ci permette di comprendere un certo campo di realtà.

Luis Prieto, che ha approfondito il modello del segno di Saussure, definisce il significato come un insieme, una classe di singoli possibili contenuti mentali. In ogni particolare d’uso un segno assume un senso specifico. Il significato è dunque l’insieme di tutti i possibili sensi che quel segno può avere.

Ma questo vale anche dal lato del significante. Ciascuno di noi nel parlare ha un proprio timbro di voce, delle peculiarità di pronuncia, un’intonazione dovuta alla provenienza regionale: ciò fa si che la stessa frase o anche la stessa parola diano luogo ogni volta a sequenze di suoni assai diverse. Se noi, sulla base di suoni così materialmente diversi, riconosciamo la “stessa parola”, è perché identifichiamo delle entità stabili, fondate su codici e convenzioni culturali e dunque non individuali ma collettive. I significanti sono appunto tali entità, dotati di una identità riconoscibile da tutti i membri del gruppo, dunque realtà psichiche condivise.

Se pensiamo al significato trasmesso da un semaforo rosso e al braccio alzato del vigile è facile vedere come due entità semiotiche che si presentano con significante differente, abbiano comunque lo stesso significato. Così capita quando due persone guardano lo stesso film e danno rilievo a componenti diverse: il significato è lo stesso ma il significante che viene percepito è differente (esempio un linguaggio cinematografico o una storia emozionante).



Questo accade perché le entità semiotiche non sono oggetti materiali bensì costrutti psichici.

Parleremo ora della “funzione segnica” e della solidarietà fra la funzione segnica e suoi funtivi, espressione e contenuto, secondo Hjelmslev. Non si avrà mai la funzione segnica senza la presenza simultanea di questi due funtivi e i due funtivi non si presenteranno mai senza che ci sia fra loro anche la funzione segnica.

La funzione segnica è di per sé una solidarietà: un’espressione è espressione solo grazie al fatto che è espressione di un contenuto e viceversa, un contenuto è visibile e percepibile solo in quanto contenuto di un’espressione. Se pensiamo senza parlare, il pensiero non è contenuto linguistico, non è funtivo di una funzione segnica.
L’interpretante
La relazione segnica (ovvero un segno), implica la correlazione tra un elemento del piano del contenuto (significato) e un elemento del piano dell’espressione (significante), che si costituiscono come tali proprio nella relazione.

L’importante, affinché si possa parlare di relazione segnica, è che ci sia qualcuno in grado di costruire l’associazione tra significato e significante. Il segno non è una cosa ma una relazione sociale e culturale.

Prima che un ipotetico uomo delle caverne scoprisse il legame tra fuoco e fumo (se c’è fumo, c’è fuoco), tra i due fenomeni non vigeva nessuna relazione segnica. Il che non significa che il fuoco non producesse fumo fin da allora, ma semplicemente che nessuna mente aveva ancora collegato l’uno all’altro secondo quelle modalità particolari che costituiscono il segno.

Da queste considerazioni si capiscono due cose:



  1. Bisogna distinguere chiaramente tra stati del mondo (referenti) e contenuti comunicativi: gli oggetti reali non significano alcunché almeno fino a quando non vengono percepiti come cose autonome, diventando così delle unità culturali che si possono nominare.

  2. Il processo di produzione del senso (semiosi), interviene solo nel momento in cui qualcuno (un interprete) istituisce un nesso tra un’unità, che in questo modo diventa espressione (un suono, un fenomeno atmosferico, un’immagine, ecc.), e un’unità che funge da contenuto.

Come si vede, in questa maniera allo schema binario del segno (entità a due facce, o biplanare) bisogna aggiungere un terzo elemento che Peirce ha chiamato interpretante (attenzione che interpretante e interprete non sono la stessa cosa!). Secondo Peirce, “un segno (o representamen, che corrisponde a grosso modo a ciò che abbiamo chiamato significante) è qualcosa che sta a qualcuno per qualcosa sotto qualche aspetto o capacità”. Questa definizione vale per sia per i segni elementari che per quelli molto complessi come un libro o un quadro.

La relazione segnica va presa quindi come “triadica” e non come binaria.
La semiosi secondo Peirce

Il representamen è qualcosa che sta per qualcos’altro, ovvero per il suo oggetto.

Esempio: la macchia sulla pelle del paziente, all’occhio del medico, sta per il morbillo. Ma per cogliere il rapporto tra macchia e morbillo occorre che ci sia un interprete competente (il medico per l’appunto) in grado di farlo: donde il riferimento a “qualcuno” nella definizione di Peirce.

Come fa l’interprete a esprimere l’oggetto (morbillo) di un representamen (macchia)? Usa proprio la parola morbillo, alla quale la nostra società ha assegnato un contenuto piuttosto ricco fatto di sintomi, cause, cure, ecc. che comprende tra le altre cose il riferimento agli macchie come sintomo della malattia. La parola “morbillo” che lega il sintomo alla causa è ciò che chiamiamo l’interpretante del segno.



In ogni caso, l’unico modo che abbiamo per conoscere l’oggetto di un segno, passa per la formulazione di un altro segno che lo interpreti. Questo secondo segno è appunto l’interpretante.

Si osservi che l’interpretante non deve necessariamente assumere forma verbale ma può essere anche un’immagine o un gesto (per spiegare a qualcuno che cosa significa “cane”, posso fargli un disegno o puntare un dito verso un cane che passa per la strada, posso mostrargli una fotografia o mettermi a 4 zampe ecc.). Anche un’immagine mentale, quella che si forma nella mente dell’interprete, per Peirce è considerata un interpretante.




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