Marco sacchi



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MARCO SACCHI

la questione spaziale

Indice:


La vita nello spazio

Dove è finita la conquista del cosmo?

la ricaduta geo economica della corsa allo spazio

Gli aspetti commerciali

Lo stato attuale dell’esplorazione spaziale e lo della ricerca

La militarizzazione dello spazio

La minaccia che viene dallo spazio

Alcune considerazioni relative alla questione spaziale

La conquista dello spazio e il relativo sviluppo delle forze produttive pongono tutta una serie di quesiti teorici (che hanno anche un risvolto pratico) a cui bisogna cercare di dare una risposta.

LA VITA NELLO SPAZIO

Grossa questione, che al di là dei sogni e dei desideri umani (che si racchiudono nell’epoca contemporanea nei supereroi dei fumetti), trova che le forme e le attività dei viventi sono profondamente condizionate dalla forza di gravità alla superfice del nostro pianeta. La gravità non solo controlla le attività, ma anche la forma di tutti gli organismi.

L’esperienza empirica ha dimostrato da una parte che l’essere umano può vivere in stato di imponderabilitài anche per periodi molto lunghi. Ma il quesito vero è: quanto lunghi? Per quanto riguarda il campo gravitazionale, in teoria non si è mai fuori da esso, dato che la forza di gravità di un corpo celeste, pur essendo inversamente proporzionale al quadrato della distanza, non cessa mai di far valere il suo effetto, cioè tende a essere zero solo all’infinito. Vi sarebbe quindi un assoluto stato d’imponderabilità soltanto a distanza infinita dal corpo attraente. Ma allora, in che stato si trova l’astronauta nella sua navicella?.

Dipende. La questione deve essere precisata per essere capita fino in fondo. Ogni massa, grande o piccola che sia, comporta necessariamente come un campo gravitazionale; ogni altra massa ne è attratta e, nello stesso tempo, fa sentire la sua influenza. Fra masse nello spazio vi è quindi interazione reciproca. Quando è notevole la differenza tra le due masse, l’influenza di quella piccola su quella grande può essere trascurabile, come nel caso di un satellite artificiale nei confronti della terra. La Luna, secondo l’intuizione di Newton, percorre un’orbita cadendo sulla Terra ed è il modo di cadere a tenerla “sospesa”. Lo stesso vale per un satellite artificiale. Ora, un corpo che cade, come in un ascensore dove si spezza il cavo, si trova in stato d’imponderabilità, anche se è immerso nel campo gravitazione da cui il suo precipitare è causato. Chiunque si trovasse nell’ascensore sarebbe nelle stesse condizioni di un astronauta in orbita: galleggerebbe nell’aria. Tale situazione sarebbe riprodotta da un’eventuale navicella che, invece di cadere sulla Terra tracciando la sua orbita percorresse uno spazio vuoto a velocità costante.ii L’abitante della nostra ipotetica navicella (o ascensore) si sentirebbe esattamente come quello che girava in orbita o che cadeva a precipizio.

I viaggi umani sulla Luna sono stati troppo brevi (circa otto giorni) per avere dati sperimentali sull’eventuale differenza che l’abbandono della prossimità di un pianeta comporta.

Per ora sappiamo che la lunga permanenza dei russi nello spazio orbitale vicino alla Terra dimostra la possibilità di vivere nello spazio. Gli effetti dell’imponderabilità dovuta al particolare modo di cadere di tutti i satelliti non sembrano così dannosi come in un primo tempo si era ipotizzato.

Prima di inviare uomini nello spazio si fecero prove con animali, infatti, già nel secondo satellite inviato (ufficialmente) nello spazio. Comunque sia, anche dopo che gli uomini si erano dimostrati adattabili alle condizioni d’imponderabilità, gli animali fornirono dati ulteriori da paragonare a quelli ottenuti con gli umani. Questo anche perché cani, conigli, scimmie, topi, rane, ecc. solo raramente venivano fatti tornare per le analisi, erano delle cavie di “infimo costo” (che in una società dove predomina il profitto è il massimo). Furono analizzate le conseguenze dell’esposizione ai raggi cosmici e all’imponderabilità anche in orbite molte alte, fino a 2.000 Km. Finissimi elettrodi furono impiantati negli organi e furono misurate, trasmesse a terra ed elaborate le reazioni del cervello e dell’apparato auditivo. Quest’ultima localizzazione si dimostrò molto utile per studiare le reazioni dell’organismo in un ambiente a gravità zero e quindi furono sviluppati sistemi di microchirurgia per immettere elettrodi direttamente nel vestibolo dell’orecchio interno. Qui si trovano gli otoliti (cristalli di carbonato di calcio) che trasmettono l’inerzia del movimento, e quindi anche la direzione della gravità, alle fibre nervose. Gli elettrodi, già negli anni ’70, erano in grado di captare gli stimoli di un singolo neurone nel nervo vestibolare, il quale esercita, tramite il cervello, un controllo su molte funzioni muscolari dell’organismo, sull’attività cardiaca e sulla circolazione del sangue, sui movimenti dell’apparato digerente e sulle condizioni di passaggio del cibo. L’apparato vestibolare dei mammiferi è perciò molto adatto allo studio degli effetti micro gravitazionali. iii

I dati dimostrano che le possibilità di ambientazione degli organismi adulti in assenza di peso sono accettabili; solo le cellule in crescita ponevano seri problemi, e gli esperimenti sia con animali a vita brevissima, specialmente insetti con le drosofile,iv sia con veri vegetali, i cui semi venivano sottoposti ad esperimento durante la germinazione, diedero risultati sconfortanti. Essi confermavano ciò che già s’ipotizzava in via teorica. Anche se la situazione parve meno tragica di quanto si pensasse, i risultati della maggior parte degli esperimenti biologici, condotti da aziende private che ci tengono al riserbo commerciale, furono sempre tenuti segreti. Questo è un segno evidente del fatto che vi sono scoperte non pubblicizzabili, per ragioni commerciali o meno, sul comportamento degli organismi viventi nello spazio. Sulla stazione spaziale russa Mir, si sono avvicendati per lunghissimi periodi molti astronauti e gruppi di scienziati anche di altri paesi e di aziende paganti; non è mai morto nessuno, pochi sono stati colpiti da patologie molto gravi mentre spesso si sono verificati casi di stati psicofisici alterati.

L’uomo, a differenza dei conigli e delle scimmie, reagisce consapevolmente alle inusuali condizioni ed è perciò in grado di prendere provvedimenti, sia assumendo farmaci appositamente studiati, sia intervenendo sul proprio comportamento tramite condizionamenti psicofisici. Gl studi americani sulle reazioni biologiche e comportamentali degli animali dimostrano la grande differenza di adattamento rispetto all’uomo proprio perché, a differenza di essi, l’uomo può modificare rapidamente il suo comportamento in base agli stimoli dell’ambiente.

La NASA lanciò un programma scientifico nel 1966 per conoscere le conseguenze dell’esposizione prolungata degli organismi viventi all’assenza di peso e al bombardamento di radiazioni dallo spazio.v Si sarebbero dovuti effettuare sei lanci di satelliti biologici: i primi due con piante e organismi unicellulari; altri due con scimmie ritenute particolarmente adatte, e gli ultimi due roditori; i primi due esperimenti (Bios 1 e 2) furono insoddisfacenti dal punto di vista tecnico. Il terzo, nel 1969, con la scimmia Bonny, fu un disastro e provocò la sospensione del programma. La povera bestia fu monitorizzata con 24 sensori innestati nel corpo, 10 nel cervello, 2 negli occhi e gli altri nei vari organi. Era stata condizionata a guadagnarsi (secondo l’espressione di un testo specializzato) il cibo e l’acqua due volte al giorno tramite la manovra di pulsanti che comandavano esperimenti per quindici minuti alla volta, ma rifiutò di lavorare (sempre dallo stesso testo) e fu fatta rientrare dopo nove dei trenta giorni programmati, mandando in fumo 96 milioni di dollari dell’epoca. La sua morte, sopraggiunta poco dopo il rientro, provocò un’ondata di protesta da parte degli animalisti e non solo l’intero programma fu soppresso, ma gli oppositori ottennero la fine di tali esperimenti.

Ovviamente gli esperimenti cessarono negli Stati Uniti (ufficialmente ovviamente) ma continuarono altrove. Con l’acquisto di spazi a pagamento sui satelliti di altri paesi, specialmente i Bion russi, la serie continuò per diversi anni. Sui Bion si provò di tutto, dall’accoppiamento in orbita di vari mammiferi (sempre fallito) al monitoraggio di scimmie costrette a sopportare un numero sempre più alto di sensori impiantati nei vari organi. Anche il contenuto dei satelliti biologici russi, poiché vivo, fu il più difficile da controllare. Il Bioscosmos 1887 (numero che vuol dire proprio 1887° della serie Cosmos) lanciato nel 1987 “ospitava” due scimmie Rhesus oltre a topi, rane toro, pesci, insetti e diverse varietà di piante. Essendo stato appositamente progettato per lunghe missioni biologiche con grandi carichi paganti, l’ambiente risultava sovraccarico di congegni. Dopo soli tre giorni il sistema principale di distribuzione del cibo si ruppe e le scimmie incominciarono a dimagrire; una di esse riuscì così a sgusciare dai sistemi che la bloccavano e si mosse per “esplorare i dintorni fra la costernazione dei controllori della missione” che seguivano gli esperimenti da terra. Questi non interruppero l’esperimento che 10 giorni dopo, sbagliando di 3.000 Km il luogo di atterraggio in Siberia, cosa che comportò lunghi tempi di recupero e il congelamento dell’interno. I cadaveri recuperati consegnati ai co-sperimentatori americani, dimostrarono che già dopo pochi giorni vi era stata nei mammiferi una riduzione delle risposte immunologiche, una degenerazione dei muscoli cardiaci, un cambiamento in alcune fibre muscolari e nella struttura e nella struttura minerale di tutte le ossa, il cui carico di rottura era diminuito del 40%.vi

Questo satellite era stato progettato esplicitamente per evitare i punti più rischiosi delle fasce radioattive anziché entrarvi, quindi presubilmente allo scopo di fare esperimenti non sull’effetto ionizzante delle radiazioni ma come gli organismi umani, a differenza di quelli animali, si possano tenere in condizioni accettabili tramite espedienti psicofisici e chimici.

In sostanza ciò che è parzialmente confermata è l’impossibilità della vita nello spazio lontano dalla terra. Le missioni lunari Apollo non hanno risposto del tutto alla prova richiesta: degli otto giorni circa di durata di ognuna, gli astronauti ne trascorrevano meno di quattro lontano dalla massa terrestre e da quella lunare.

La ginnastica è un fattore essenziale e ogni astronauta è tenuto a fare esercizi specifici fino a quattro ore al giorno, secondo i tipi di missione. La lunga permanenza nello spazio provoca una perdita di massa muscolare e soprattutto di massa ossea, specialmente nell’organismo femminile. Si atrofizzano le gambe e si gonfia la parte superiore del corpo, mentre le ossa perdono calcio diminuendo di peso al ritmo di circa l’1% al mese senza che sia ancora stato scoperto il motivo né il modo per bloccare questo inconveniente. Oggi le tecnologie di sopravvivenza nello spazio si sono affinate per cui anche l’organismo femminile può resistere per lunghi periodi nelle capsule orbitanti. Le prime donne astronauta ebbero gravi problemi tanto che si pensò al sesso come a un impedimento insormontabile.

Dopo il volo di Valentina Tereshkova (che fu la prima donna astronauta, nel 1963) i ricercatori dichiararono addirittura che l’organismo femminile non avrebbe assolutamente potuto adattarsi alla lunga permanenza nello spazio. Tre giorni d’imponderabilità furono sufficienti a mandare fuori controllo tutti i meccanismi biologici di regolazione dell’astronauta russa. Si era innescato un processo di decalcificazione delle ossa che sembrava irreversibile perché continuò per un mese senza che ci fosse reazione ai farmaci, mentre il fenomeno era accompagnato da forti emorragie. I problemi furono superati e molte astronaute russe fecero parte degli equipaggi, anche grazie all’esperienza della Tereshkova, che continuò a essere oggetto di studio negli anni successivi. Non si rimise mai più completamente e dovette sottoporsi a cure periodiche per il periodo di fratture.

Lo stress della permanenza in spazi totalmente artificiali e ristrettissimi in stato d’imponderabilità provoca la depressione grave delle difese immunitarie, per cui è necessario ricorrere a farmaci anche per ristabilire le capacità di resistenza dell’organismo. Tutto ciò che si accompagna a una perdita di calcio simile al meccanismo dell’osteoporosi, ha fatto pensare a patologie simili a quelle degli anziani e forse è per questo, oltre che per ragioni propagandistiche, che il vecchio astronauta Glenn fu rispedito nello spazio.

La gravità è uno dei fattori che più hanno influito nell’evoluzione delle specie, sulla loro morfogenesi, sul loro bagaglio genetico e quindi sulle azioni istintive, vale a dire sulla “psicologia” degli organismi viventi. La relazione tra gravità ed essere biologico non è una questione secondaria e il perdurare degli esperimenti in questo campo lo dimostra, come lo dimostrano i risultati delle prove di ambientazione condotte con mezzi meccanici-chimici. L’impiccato capovolto, molto probabilmente poteva vivere di più di quanto ci possiamo immaginare, ma è un fatto che anche solo il passaggio dalla posizione coricata a quella eretta provoca l’immediata reazione del sistema venoso che si adatta al variare della pressione idrostatica del sangue. Le capsule di prima generazione, tenendo gli astronauti in posizione obbligata per molte ore, provocano molti guai al loro organismo. I tentativi di stazioni orbitanti della seconda generazione (Skilab, Salinu, Spacelab, Mir) e la Shuttle permise un po’ di ginnastica e gli astronauti ne trassero giovamento. L’equipaggio dell’Apollo 15, che rimase nello spazio e sulla Luna per complessivi 12 giorni, ebbe dei problemi di nausea e vertigini fino a qualche giorno dopo il rientro e ciò fu imputato allo scarso uso degli attrezzi da ginnastica montati a bordo.

Nelle vecchie capsule anche le operazioni fisiologiche, espletate in promiscuità, provocavano blocchi psicologici per cui si beveva e si mangiava poco per non dover ricorrere troppo spesso ai marchingegni escogitati dai tecnici onde evitare che spiacevoli materiali organici invadessero gli ambienti senza gravità. Così gli astronauti pativano l’accumulo di tossine, di disidratavano, avevano febbri da blocco renale e finivano per soffrire maggiormente le condizioni di nausea dovute alla condizione di imponderabilità. In molte occasioni ebbero semplicemente un rendimento basso, in altre ebbero vere e proprie crisi che sfociarono in comportamenti pericolosi per sé e per le missioni.

La Stazione Spaziale Internazionale, è palesamente una replica della Mir e, anche se avrà molto più spazio per il moto fisico degli equipaggi, la sua configurazione è ancora ben primitiva rispetto ai tanti progetti di basi spaziali sfornati nel passato dagli esperti. La sua orbita bassa (335 Km di perigeo e 460 di apogeo), ancora nell’atmosfera, è stata scelta ufficialmente per motivi di ottimizzazione dei rendimenti nel rapporto vettore/carico pagante e questo ci dimostra come sia con le Shuttle che con le Progress si sia ben lontani dall’aver superato i problemi inerenti al rendimento dei sistemi; per cui per ora vi saranno stazioni piccole e senza gravità simulata. Le stazioni orbitanti di terza generazione, quelle di solito raffigurate a forma di ciambella che ruota attorno ad una asse per simulare la gravità, sono ancora nei cassetti dei disegnatori.

DOVE È FINITA LA CONQUISTA DEL COSMO?

All’inizio degli anni ’80 la NASA avviò un progetto per il montaggio di una stazione spaziale di servizio che doveva servire da base per le ulteriori costruzioni nello spazio e per i viaggi interplanetari. Il Centro Operativo Spaziale (SOC) doveva essere montato in un’orbita di 350 Km di altezza, e ricevere, tramite la Shuttle, i satelliti commerciali da assemblare, lanciare e gestire. Era prevista la presenza permanente di otto uomini di equipaggio alloggiati in moduli d’abitazione collegati ai laboratori e alle officine. Questo progetto “minimalista” era accompagnato da sogni ben più ambiziosi.

Nello stesso periodo lo stesso ente americano commissionava diversi progetti molto più ambiziosi. I tecnici prevedevano che nel volgere di qualche decennio si sarebbe potuto costruire una colonia spaziale per 10.000 abitanti in orbita solare a 400 milioni di Km dalla Terra, a forma di ciambella, rivestita interamente da rocce prelevate sulla Luna tranne che in una larga fascia sul diametro minore, dove erano previsti finestroni per far entrare la luce. I disegni ci mostravano sia l’insieme nello spazio, con vari aggeggi di servizio svolazzanti all’interno, dove la lieve curva dell’orizzonte fa da cornice a case, isolette e barche. Un altro progetto sempre commissionato dalla NASA, mostra invece una colonia cilindrica di diametro di 6,4 Km e lunga 32, con i soliti campi, case, alberi, fiumi, laghetti. In questo caso il disegno mostra addirittura delle nuvole galleggiano leggiadramente a mezz’aria. In tutti i progetti, naturalmente sono presi in considerazione i particolari più minuti, come quello del ciclo biologico continuo o quello delle fattorie spaziali con tanto di coltivazioni, pescicoltura e allevamento.

La questione delle colonie spaziali e (questione importante) dello sfruttamento economico della Luna e dei pianeti è presa sul serio. Molti dei progetti sono talmente incredibili che il governo istituì delle commissioni apposite per cercare di non essere bidonato. Il 18 gennaio 1976, per esempio, l’Ente per le Tecnologie Spaziali e le Necessità Nazionali del Senato degli Stati Uniti, chiamò Gerard O’ Neil, uno dei massimi esperti in materia di colonie orbitanti, affinché rendesse conto al governo sui risultati dei suoi studi. Il punto centrale degli incontri fu la produzione di energia nello spazio, da inviare a terra mediante fasci di microonde, ma ovviamente coinvolse la necessità di costruire allo scopo grandi stazioni permanenti, con tutto ciò che comporta un progetto del genere: scavo dei materiali sulla Luna, loro trasporto e lavorazione nello spazio, collegamenti con la Terra ecc.

O’ Neil era un giovane fisico che insegnava alla Princeton University e aveva partecipato alla progettazione di grandi acceleratori di particelle. Oltre che uno studioso era uno attivissimo nelle lobby dell’industria spaziale. La sua teoria era semplice e chiara. Si chiamava “planetologia comparata”. Comparando gli altri pianeti alla Terra e stabilita la loro inospitabilità, tanto valeva, affermava, decidere di ricreare ex novo l’ambiente terrestre nello spazio. Di lì sarebbe stato più economico far partire astronavi o comunque muoversi nello spazio per via della minore energia occorrente per vincere la gravità. La su filosofia era semplice: poiché tutte le proiezioni dei dati di crescita indicavano che il numero degli abitanti e la produzione di risorse del pianeta sarebbero giunti ben presto a un punto critico, l’umanità non avrebbe potuto far altro che emigrare nello spazio. Intrecciando la soluzione tecnica con quella filosofica, l’intraprendente fisico costruì un mondo che contribuì a lubrificare per un po’ di tempo con della pubblicistica spaziale.vii

Il fulcro di tutta l’attività spaziale di O’ Neil è stato la progettazione di un cannone elettromagnetico chiamato “lanciatore di massa”, che avrebbe dovuto spedire in orbita dalla Luna i milioni di tonnellate di rocce, metalli e ossigeno (ricavato dagli ossidi solidi) necessari ai cantieri. Siccome l’autore dei progetti era un fisico, egli non si sottraeva al calcolo delle energie e qualche volta anche dei costi.

Che ne è stato di tutti questi progetti? Come mai a 56 anni da quando è stato ufficialmente lanciato in orbita il primo satellite artificiale non c’è stata la tanto sbandierata colonizzazione spaziale? La mancata colonizzazione dello spazio nasce dal fatto che in regime capitalista qualunque cosa non produce plusvalore, è nulla, per questo motivo i Cristoforo Colombo in scafandro, non hanno aperto la via a flotte di caravelle e galeoni.

Che si tratti della stazione spaziale o della missione su Marte, la potenza del capitale non si misura tanto con la potenza dei missili o con la precisione dei manufatti spaziali, quanto con il loro significato economico. Fintanto che si riesce a produrli e farli partecipare alla valorizzazione, essi sono per il Capitale come l’ossigeno per l’asfittico o l’antibiotico per l’infetto. Essi invertono l’aspetto fondamentale dell’industria moderna che produce merci a milioni mediante pochi uomini e tante macchine: mentre infatti nelle merci normali si assiste ad una diminuzione del valore unitario per via della produzione di massa con sempre meno uomini, nel manufatto spaziale, al contrario, si concentra il lavoro di migliaia di uomini; esso è prodotto in pezzi unici o limitati e ha verso di sé masse enormi di capitale, valorizzandolo in concentrato. Con ciò è in controtendenza rispetto alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, anche se non influisce sull’economia come in genere si tende a credere.viii I manufatti spaziali sono dei paradossi, merci di lusso prodotte alla stregua di preziosi gioielli d’artigianato. Solo che tutto ciò, invece di essere linfa che alimenta una nascita, è ossigeno che impedisce una morte. Come le armi e guerre attuali, che rappresentano un campo di produzione e consumi utili alla rianimazione capitalista. Non è un caso che la “conquista spaziale” è figlia degli Stati Maggiori militari.

Poiché ogni merce che viene prodotta nel tempo ad un valore decrescente, l’unico affare sarebbe la keynesiana continuazione dei lanci e degli esperimenti in modo di aumentare la massa di materia messa in moto in rapporto ai capitali investiti; si darebbe dovuto passare dalle merci di lusso alle merci popolari, in modo da compensare in modo classico la caduta del saggio di profitto con la realizzazione di una massa crescente. Ma la merce alla lunga deve anche avere un valore d’uso oltre che un valore di scambio, altrimenti è negata la realizzazione del plusvalore. Insomma, non si possono vendere missili come automobili. Keynes aveva un bel dire che si poteva guarire dalla crisi scavando delle buche con lo scopo di riempirle di nuovo: le buche sono già state scavate e riempite.

Rimarrebbe il campo militare, grande consumatore di merci che hanno il pregio di diventare obsolete senza passare per l’uso effettivo o, se usate, passibili di elevato consumo. Anche in questo campo però il numero, la massa, diventa un ostacolo insormontabile quando già si possiede un arsenale di per sé sufficiente per distruggere diverse volte tutto il pianeta. D’altra parte l’innalzamento della soglia tecnologica non ha funzionato per le armi spaziali: le stupefacenti Guerre Stellari che piacevano tanto a Reagan cozzarono contro un elementare ragionamento, che all’epoca, fece un imperturbabile tecnico russo: quei marchingegni supertecnologici nello spazio si potevano neutralizzare acquistando dal primo rigattiere un bidone di chiodi arrugginiti e sparpagliandoli sulla stessa orbita in direzione contraria; alla velocità relativa di 60.000 Km all’ora la supercostosa supertecnologia reaganiana sarebbe stata ridotta a un colabrodo al costo di pochi rubli. Anche in questo caso si ha la conferma che dietro la mitologia della conquista spaziale, comprese le sue diramazioni militari, non c’è tanto l’efficienza scientifica quanto il volgarissimo business.

È ben noto che i militari non badano a spese e che sono avidi consumatori di nuove tecnologie, che spesso e volentieri si rivelano assurde e in ogni caso si rivelano inutilizzabili in caso di guerra vera. Ma anche i civili non scherzano. La nuova stazione spaziale, paralizzata lungo un decennio dalla lotta per il profitto e dalla concorrenza fra Stati, è un monumento alla scienza decadente: è obsoleta prima ancora di nascere, è complicata e costosa, in sostanza è un assemblaggio di egoismi e di strutture che rispondono più alle lobby industriali che ad un progetto razionale e unitario.

Non si salva dunque nulla dell’avventura spaziale? Queste affermazioni che non sono in contrasto con quanto il marxismo ha sempre sostenuto che lo sviluppo delle forze produttive è di per sé rivoluzionario?


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