Martin Heidegger



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2.3. Concludi: nella varietà delle forme fenomenologicamente richiamate dall’analisi, l’aver-da-essere è la specifica trascendenza dell’esserci: «…con l’analisi dell’essere-nel-mondo abbiamo mostrato che alla costituzione ontologica dell’esserci appartiene la trascendenza. L’esserci stesso è il trascendente. Esso si oltrepassa, cioè va oltre se stesso nella trascendenza. La trascendenza rende possibile anzitutto l’esistere inteso come rapporto a sé in quanto ente, agli altri in quanto enti e all’ente nel senso dell’utilizzabile o del sussistente. Perciò la trascendenza in quanto tale, nel senso da noi interpretato, è la condizione di possibilità a noi più vicina della comprensione dell’essere, è ciò che ci è più vicino, ciò rispetto a cui un’ontologia deve progettare l’essere.» (Heidegger 1927/1975, 310).

2.3.1. una proposta etica con radici ontologiche (a comporre il dualismo essere / dover essere) e una trascendenza nel finito. La finitezza è il contesto dell’esserci come esser-nel-mondo, esser-per-la-morte; come sentieri non completati / indicati, segnavie. L’infinito è il modo di vivere la finitezza, non un’esistenza in sé.


3. La "svolta" (Kehre): e-sistere nell'apertura (radura, Lichtung) dell'essere (terza torsione dal 1934)
«che in tale svolta l’oblio si volti in salvaguardia dell’essere invece di lasciare che la dissimulazione avvolga questa essenza … la svolta dell’oblio dell’essere nella verità dell’essere». Una posizione che apre e incoraggia un’altra direzione della filosofia contemporanea: la cultura dell’ascolto, da questa impostazione prende impulso la filosofia ermeneutica del ‘900.

Heidegger analizza e affronta la cultura dell'oblio dell'essere entrando in polemica anche sul tema dell’umanesimo che si presenta come una cultura “metafisica”: l’essere e l’uomo sono ridotti a ente, considerati nella dimensione di oggetti, cose; la tecnica, in questo contesto, è dominio, la storia è ricostruzione per la conferma del presente…


Occorre ricostruire una priorità: «ciò che prima di tutto «è», è l’essere»; occorre ripristinare le condizioni del suo disvelamento / verità (ontologica, fenomenologica, ermeneutica) e pensare dunque l’esistenza nella "radura", nel disvelamento (verità) dell'essere. La svolta, riferita all’uomo e alla filosofia, è giocata su tre termini: pensiero, linguaggio, essere; dalla loro relazione l’essere compare come verità, disvelamento (alètheia), pro-duzione (condurre fuori).

3.1. l’essenza dell’agire è pro-ducere: nell’agire del pensiero l’essere viene al linguaggio.

«Noi non pensiamo ancora in modo abbastanza decisivo l’essenza dell’agire. Non si conosce l’agire se non come il produrre un effetto la cui realtà è valutata in base alla sua utilità. L’essenza dell’agire, invece, è il portare a compimento (Vollbringen). Portare a compimento significa: dispiegare qualcosa nella pienezza della sua essenza, condurre-fuori a questa pienezza, producere. Dunque può essere portato a compimento in senso proprio solo ciò che già è. Ma ciò che prima di tutto «è», è l’essere. Il pensiero porta a compimento il riferimento (Bezug) dell’essere all’essenza dell’uomo. Non che esso produca o provochi questo riferimento. Il pensiero lo offre all’essente soltanto come ciò che gli è stato consegnato dall’essere. Questa offerta consiste nel fatto che nel pensiero l’essere viene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è il portare a compimento la manifestatività dell’essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono. Il pensiero non si fa azione perché da esso scaturisca un effetto o una applicazione. Il pensiero agisce in quanto pensa. Questo agire è probabilmente il più semplice e nello stesso tempo il più alto, perché riguarda il riferimento dell’essere all’uomo. Ma ogni operare riposa nell’essere e mira all’ente. Il pensiero, invece, si lascia reclamare dall’essere per dire la verità dell’essere. Il pensiero porta a compimento questo lasciare.» Heidegger Martin 1936 (corso),1949 (pubblicazione) Lettera sull’umanismo, Segnavia, Adelphi, Milano 1984, p.267-268



3.2. quindi “la svolta”. «Se si intende il «progetto» menzionato in Sein und Zeit come un porre di tipo rappresentativo, allora lo si considera come un’operazione della soggettività, e non lo si pensa nel solo modo in cui la «comprensione dell’essere» può essere pensata nell’ambito dell’«analitica esistenziale» dell’«essere-nel-mondo», cioè come il riferimento estatico alla radura dell’essere. Esperire in modo sufficiente e partecipare a questo pensiero diverso, che abbandona la soggettività, è reso peraltro più difficile dal fatto che con la pubblicazione di Sein und Zeit la terza sezione della prima parte, Sein und Zeit, non fu pubblicata. Qui il tutto si capovolge. La sezione non fu pubblicata perché il pensiero o non riusciva a dire in modo adeguato questa svolta (Kehre) e non ne veniva a capo con l’aiuto del linguaggio della metafisica. (Heidegger 1936/1949, 280-281)

Qual è dunque la svolta? Lo svelarsi dell’essere. Svelamento come uscita dall’oblio, traduzione letterale del termine greco “alètheia”, solitamente tradotto con “verità”, qui inteso etimologicamente: a-lètheia (alfa privativo + léthe = oblio, dimenticanza), uscire dalla dimenticanza, il togliersi della dimenticanza. Detto in forma positiva: l’accadere l’apparire il manifestarsi dell’essere (“to òn fàinetai”); il darsi o l’accadere dell’essere nel linguaggio, il darsi nella parola (“to òn léghetai”); occorrerà specificare in quale parola, che non sia cioè quella descritta nella chiacchiera e nel si dice, si pensa… (fenomenologia dell’esserci nella gettatezza in forma di deiezione). La filosofia prende ora l’avvio non più dall’analisi fenomenologica delle strutture ontologiche dell’esserci, ma dall’essere stesso non considerato nelle forme della metafisica tradizionale che lo assumeva a oggetto della propria indagine, ma dell’essere nel suo disvelarsi, apparire, venire alla luce, darsi… nel suo accadere, nella sua apertura. «…l’epoca dell’essere. Ciò che è propriamente non è affatto questo o quell’ente. Ciò che propriamente è, che dimora e sussiste essenzialmente come proprio nell’è, è solo l’essere. […] Ciò che è non è affatto l’ente. Infatti all’ente vengono accordati l’“esso è” e l’“è” soltanto nella misura in cui ci si rivolge all’ente avendo riguardo al suo essere. Nell’“è” viene espresso l’“essere”; ciò che “è”, nel senso che costituisce l’essere dell’ente, è l’essere.» (Heidegger M. La svolta, il Melangolo, Genova 1990, p. 23, 27) Con la svolta occorre pensare l’essere non più come essere dell’ente, ma in se stesso, nella sua radicale differenza dall’ente. (Volpi F., a cura di, Heidegger, Laterza Roma-Bari 1998, 47)

3.2.1. Sono le indagini sull’esserci e sulla sua intrinseca trascendenza, scritta nella sua essenza, nel suo aver-da-essere, ad aver forse suggerito o indicato la strada della svolta. Ora l’essenza e la trascendenza dell’esserci consiste nello stare nell’apertura dell’essere; stare fuori nell’apertura dell’essere; l’essenza dell’uomo «accede propriamente al suo illuminare». Occorre ridefinire il termine esistenza. (vedi 3.3.)

3.2.2. La svolta è qui il passaggio dall’analitica dell’esserci (condotta in forma di fenomenologia ontologica) allo stare nelle verità (disvelamento) dell’essere. «Il problema della verità non è più affrontato a partire dall’esserci e non è più associato al carattere “aperturale” proprio dell’esistenza. Luogo della verità intesa come svelatezza non è più tanto la Erschlossenheit [apertura, “svelatezza”] dell’esserci, ma è l’apertura, la radura (Lichtung) dell’essere stesso in cui di volta in volta l’esserci si viene a trovare.» (Volpi 1998, 44)

3.2.3. Ma quella svolta è qualcosa di più radicale. È anche la riscrittura e definizione metodologica dell’intera ricerca filosofica di Heidegger. Quella fenomenologia dell’esserci va rivisitata all’interno della disponibilità dell’esserci a stare nell’e-sistenza, nel disvelamento dell’essere. «…che in questa svolta l’oblio si volti in salvaguardia dell’essenza dell’essere invece di lasciare che la dissimulazione avvolga questa essenza … la svolta dell’oblio dell’essere nella verità [disvelamento] dell’essere»(Heidegger M. La svolta, il Melangolo, Genova 1990, p. 21)

«È nell’apertura formata dalla radura dell’Essere che si apre lo spazio-tempo in cui si colloca l’esserci (Da-sein) dell’uomo. E la radura dell’essere non è sempre identica, ma muta a seconda dell’accadere e del succedersi delle epoche della storia.» (Volpi 1998, 49) Non si dimentichi l’Essere e Tempo: l’essere è consegnato alla temporalità, alla sua temporalità; la temporalità come luogo del suo manifestarsi.



3.3. ri-definizione di esistenza. «L’uomo è, ed è uomo, in quanto è colui che e-siste. Egli sta fuori nell’apertura dell’essere, la quale è come tale l’essere stesso che, in quanto getto, si è gettata e acquisita a sè (erworfen) nella «cura» l’essenza dell’uomo. Gettato in tal modo, l’uomo sta «nell’» apertura dell’essere. «Mondo» è la radura dell’essere in cui l’uomo sta fuori a partire dalla sua essenza gettata. L’«essere-nel-mondo» nomina l’essenza dell’esistenza in riferimento alla dimensione diradata (gelichtet) dalla quale l’«e» dell’e-sistenza dispiega la sua essenza (west). Pensato a partire dall’e-sistenza, il «mondo» è in un certo modo proprio l’al di là entro e per l’e-sistenza. L’uomo non è mai anzitutto uomo, al di qua del mondo, come «soggetto», sia questo inteso come un «io» o come un «noi». Inoltre egli non è mai solo un soggetto che si riferisce contemporaneamente sempre a oggetti, cosicché la sua essenza starebbe nella relazione soggetto-oggetto. Piuttosto, nella sua essenza l‘uomo è innanzitutto e-sistente nell’apertura dell’essere, la quale dirada quel «tra» (Zwischen) al cui interno può «essere» una «relazione» tra soggetto e oggetto.» (Heidegger 1936/1949, 302)

Non è immediata la relazione tra soggetto e oggetto, ma è apertura creata nell’essere. Quindi la nuova definizione di esistenza come "e-sistenza": "lo stare nella radura dell'essere, lo chiamo e-sistenza dell'uomo"; "in ordine al contenuto e-sistenza significa stare-fuori (Hin-aus-stehen) nella verità dell'essere" o "lo stare-dentro-estatico nella radura dell'essere", stare nell'apertura dell'essere e della verità. L’essenza dell’Esserci (dell’esistenza) non si configura (genericamente) come un aver-da-essere, o, meglio, l’aver-da-essere indicato in Essere e Tempo è qui declinato nella dimensione e nell’atteggiamento dell’ascolto, stare nell’apertura, disvelamento dell’essere.


3.4. il linguaggio, l'essere e l'e-sistenza
«Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è il portare a compimento la manifestatività dell’essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono. » (Heidegger 1936/1949, 267-268). (ripresa della citazione 3.1.)

«Ma l’uomo non è solo un essere vivente che, accanto ad altre facoltà, possiede anche il linguaggio. Piuttosto il linguaggio è la casa dell'essere, abitando la quale l'uomo e-siste, appartenendo alla verità dell'essere e custodendola. Così, nella determinazione dell’umanità dell’uomo come e-sistenza, ciò che importa è allora che l’essenziale non sia l’uomo, ma l’essere come dimensione dell’estaticità dell’e-sistenza.» (Heidegger 1936/1949, 287)

«L’essere è la protezione che, per la sua verità, protegge l’uomo nella sua essenza e-sistente, in modo da fare dimorare l’e-sistenza nel linguaggio. Per questo il linguaggio è ad un tempo la casa dell’essere e la dimora dell’essere umano.» (Heidegger 1936/1949, 312)
Destino - compito dell'uomo (come Esserci, essere-nel-mondo la cui essenza è aver-da-essere) è porsi in ascolto e custodire l’accadere (il manifestarsi, lo svelarsi, la verità) dell'essere nel linguaggio; svelarsi dell’essere nel linguaggio e ascolto che chiariscono il senso dell’essere-nel-mondo: «Il pensiero lavora a costruire la casa dell’essere; in quanto è tale casa, la compagine (Fuge) dell’essere dispone di volta in volta secondo il destino l’essenza dell’uomo nel suo abitare nella verità dell’essere. Questo abitare è l’essenza dell’«essere-nel-mondo» (cfr. Sein und Zeit).» (Heidegger 1936/1949, 309)

Il mondo (la realtà, l’essere) non si riduce al modo in cui l’uomo (l’Esserci, l’esser nel mondo) ne parla. In tal caso quando l’uomo parla del mondo parlerebbe del suo parlare del mondo, il discorso si chiude su se stesso, il linguaggio si imbozzola nella sua casa fittizia. Nella parola accade l’essere in quanto la parola è apertura e radura dell’essere e non viene trasformata in chiacchiera dell’Esserci. Occorre vivere il linguaggio come radura dell’essere e stare nel linguaggio come nell’accadere dell’essere. Se la filosofia puó essere ancora una guida lo è in quanto sa costruire (ricostruire) le condizioni dell’essere nel suo manifestarsi; manifestarsi che è la realtà.

4. Il linguaggio, stare nell’apertura (radura Lichtung)dell’essere o frequentare il linguaggio. (o torsione linguistica ermeneutica dell’ontologia; quarta torsione)

«…il componimento, inteso come parola che noi non abbiamo davanti, ma che a partire da sé deve accoglierci nello spazio della sua verità… Frequentazioni della parola non sono mai possibili; sarà invece la parola a "trovarci" o a "trascurarci"»



4.1. premessa sul linguaggio: non semplice strumento, ma il prender forma e lo svelarsi della realtà (l’essere accade nella parola o il darsi dell’essere alla parola, secondo l’ardita traduzione che Heidegger compie del passaggio di Aristotele, Metafisica IV, to òn léghetai). Nella filosofia contemporanea, e non solo, il linguaggio non è più inteso come semplice strumento di comunicazione tra parlanti o di trasmissione dei pensieri in segni (vocali o scritti). Non è certo il linguaggio a far esistere la realtà (questa è semmai la concezione mitica e magica della parola) ma è il linguaggio a definire la realtà secondo senso e ad indicare quella che è per noi la natura o l’essenza della realtà, a programmarne, di conseguenza, il rapporto d’uso e di consumo economico o culturale. Del resto l’apprendimento del linguaggio è esperienza del mondo e prassi di orientamento nella realtà; imparare una nuova lingua non è solo possedere un nuovo strumento espressivo ma entrare in una nuova visione della realtà. Il linguaggio è l’apparire, il manifestarsi, il disvelarsi, la verità dell’essere.

4.2. l’arte, la poesia, una sede privilegiata e prima del linguaggio, della parola nella sua funzione di svelamento (verità), accadere dell’essere; il mettersi-in-opera della verità dell’essente, sottratto al destino di cosa; il conseguente ruolo della filosofia. «Il parlato della poesia costituisce il dettato d’origine “stanziandolo” come il fermamente detto alla parola». Note: intorno alla poesia (le citazioni a presentazione dei binomi sono tratte da Heidegger Martin, L'inno Andenken di Hölderlin, ed. Mursia, Milano 1997; e da Heidegger Martin, Trakl Georg Il canto dell’esule, Marietti, Milano 2003; il connesso Heidegger Martin, La parola nella poesia; Heidegger Martin L’origine dell’opera d’arte, Bompiani, Milano 2002)

4.2.1. la parola del poeta è inizio (parola ortiva): "Basta averle dato ascolto per una volta, perché facilmente da quel momento in poi le "introduzioni" estese diventino per noi un impedimento. Ma se una volta siamo riusciti a darle ascolto, è stato solo dopo un lungo cammino. Percorrere questo cammino significa lasciarsi alle spalle molte di quelle cose che ci sono abituali e che probabilmente sono per noi una luce, significa rinunciare alle mete che possono essere raggiunte rapidamente e alle speranze che non contano nulla" .



4.2.2. nella poesia la parola supera il suo dire (poiché è parola ortiva): "La parola del poeta e quel che in tale parola è poetato superano poetando il poeta e il suo dire. Quando attribuiamo "alla poesia" questo carattere, ci limitiamo sempre alla poesia essenziale. Essa soltanto compone poeticamente cose iniziali, essa soltanto svincola cose originarie in vista del loro proprio avvento". Dunque: la parola della poesia è parola ortiva.
4.2.3. l'ascolto: "Ma la parola può essere solo a partire da se stessa e può essere solo parola; quindi solo la parola può "avere la parola"… Ascoltare, infatti, non è soltanto percepire la parola. Ascoltare è in primo luogo concentrare l'attenzione… siamo tra quelli che aspettano"
4.2.4. i binomi ossimorici che rendono la poesia la radura dell’essere, il suo giungere dell’essere alla parola e il luogo dell’e-sistenza come stare fuori nel.
4.2.4.1. pluralità - unità
"È tratto proprio della parola poetante quello di vibrare in una pluralità di significati che si coglie come una proprietà… La ricchezza di ogni parola genuina, ricchezza che non è mai una dispersa molteplicità di significati, bensì l'unità semplice dell'essenziale, ha il suo fondamento nel fatto che tale parola nomina qualcosa di iniziale, ed ogni inizio è inesauribile ed unico nel contempo"
4.2.4.2. ricchezza - semplicità
"La ricchezza della parola poetante non è tuttavia in contrasto con la sua semplicità. La ricchezza di questa parola non è mai altro che l'adempimento della semplicità. … Del tratto celebrativo fa parte lo splendore. Propriamente, però, lo splendore deriva dal rilucere ed apparire dell'essenziale. Non appena risplende l'essenziale, tutto, nelle cose e nelle persone, entra, sciolto dai vincoli, nel suo splendore, e lo splendore, a sua volta, esige l'ornamento e che ci si orni. Non accade mai, però, che gli ornamenti producano di per sé lo splendore della celebrazione"
4.2.4.3. indefinito - rigoroso
"Il pensiero della parola poetante risiede completamente al di fuori dell'opposizione di "esatto" e "inesatto", e tuttavia possiede un rigore suo proprio"
4.2.4.4. agire - senza effetti
"Si apre qui un proprio spazio di un agire storico che non ha bisogno dei "fatti" per produrre effetti e non ha bisogno degli "effetti" per essere"
4.2.4.5. immagini – pensiero (immagini del pensiero; le immagini precedono, generano e sorreggono il pensiero)
"Siamo tentati di dire che sole e vento sono "fenomeni naturali", ai quali poi si assegna "anche" un qualche altro significato; sole e vento sono per noi dei "simboli". Quando parliamo e ragioniamo in questo modo, diamo per assodato di conoscere "il" sole e "il" vento "in se stessi". Crediamo che anche i popoli e gli uomini antichi abbiano "dapprima" conosciuto "il sole", "la luna" e "il vento", per poi utilizzare questi presunti "fenomeni naturali" come "immagini" di certi mondi nascosti. Come se non fosse vero il contrario, ossia che sono "il sole" e "il vento" a diventare fenomeni sempre a partire da un "mondo" e ad essere quel che sono solo in quanto, a partire da questo "mondo", sono messi in poesia, senza affrontare il problema di chi sia a mettere in poesia. … la teoria dell'"immagine" nella poesia, la teoria della "metafora", non apre alcuna porta nell'ambito della poesia innica hölderliniana e non ci conduce ad alcuna soluzione. Un'unica considerazione è qui sufficiente: anche le "cose stesse", prima di diventare dei cosiddetti "simboli", sono già comunque in poesia"
4.2.4.6. essere (stare) - apparire (l’essere come puro presentificarsi)
"…le cose… stanno ora nello splendore della parola poetante, stanno e appaiono [stanno nell'apparire; il loro stare è apparire; il loro essere, la loro essenza, è apparire], cosicchè il poeta d'ora in poi può volgersi con il pensiero verso il loro essere, benchè egli sia lontano…"
4.2.4.7. festa - attesa
"Quanto più solenne è il giorno celebrativo, ossia quanto più grande è l'attesa dell'inconsueto, tanto più ci si scoglie dai vincoli del consueto. Quanto più ci si scioglie da questi vincoli, tanto più ci si atteggia in modo vibrante e aperto".


4.3. il compito della filosofia (ermeneutica); l’incontro del poetare con il filosofare.

La filosofia imposta se stessa come ermeneutica ontologica dell'accadere dell'essere nel linguaggio; con il compito di accompagnare l’uomo come esserci, esser-nel-mondo, mantenerlo nella radura dell’essere sostenendolo nell’ascolto operante. Poichè il testo poetico conserva la parola nel suo punto ortivo, rappresenta l’essere nel darsi alla parola, la realtà che si dà alla parola, si manifesta nel linguaggio, la filosofia evidenzia nel testo poetico l’accadere dell’essere e sostiene il movimento dell’esistenza definito nei vari modi: stare fuori nel, puntualizzare, immettere nel cammino, ascolto del dis-velarsi; e indicato con il ricorso a ossimori che indicano uno stare come trascendersi, un abitare come sentirsi in esilio, un pensare che è un domandare, un dire che è un mostrare il silenzio o ciò che non può essere detto. In citazioni: “l’esilio come punto ortivo del dettato d’origine”, “stanziarsi nell’esilio”, “Ecco: l’anima è un’indole estranea sulla terra”, “Il parlato della poesia costituisce il dettato d’origine stanziandolo come il fermamente disdetto alla parola”, “il domandare è la pietà del pensare”…


4.3.1. L’infinito (dell’arte, della filosofia, dell’etica, dell’esserci, dell’e-sistenza) come modo di vivere il finito, fuori o alla fine di umanistiche filosofie antropocentriche (e come da sensibilità romantica ed hegeliana).

“Il migrare entro la sua notte è ‘infinito tormento’. Il che non ha niente da spartire con una pena senza fine. L’infinito è ciò che resta esente da ogni sconfinamento e da ogni sfinimento. L’infinito tormento è il dolore perfettamente finito, cioè compiuto, giunto a se stesso: è il dolore che raggiunge la pienezza del proprio stanziarsi”. (Heidegger, La parola nella poesia, 353)

4.3.2. L’infinito nella parola finita come sede in cui l’essere si dà alla parola evidenziandosi come ciò che non può essere detto definitivamente e che richiede l’ascolto. Nel senso dell’e-sistenza: «Noi siamo appesi ad una frase che è il proprio commento interminabile, e noi tutti siamo la nostra stessa discussione, siamo la versione di un’esistenza che si complica raccontandosi. Solo allora ci muoviamo, quando rimaniamo fermi sulla frase che è il nostro infinito commento, noi siamo l’esistenza di un commento che racconta l’interminabilità di ogni commento, e sarà per questo che per scrivere e raccontare l’unica cosa che non conta è il punto dal quale si incomincia, non c’è alcun inizio e non c’è alcuna fine; siamo noi e la nostra stessa esistenza il flusso di una frase interminabile che si complica commentandosi, e sarà anche per questo che non conta o che non ha alcun destino un pezzo isolato di questa frase, che non ha rilevanza lo stato immobile della nostra frase, e che invece l’unica realtà di una frase è il suo capovolgersi nel corso del commento che essa svolge di se stessa in modo interminabile. Che una frase dica qualcosa di più e di diverso da quello che dice, questo è l’enigma e insieme il destino della nostra esistenza quando ci mettiamo a scrivere la nostra vita; noi diciamo una frase e contemporaneamente ne intendiamo molte altre che sono ramificate nella prima, la nostra vita è la progressione inarrestabile di una frase che si complica, che contraddice se stessa, noi diciamo una frase e non ci rendiamo conto che questa frase è un destino infinito di frasi, che si sovrappongono le une alle altre e si complicano, e poi non se ne vede la fine.» (Gargani G. Aldo 1990 L’altra storia, A.Mondadori, Milano, p. 45-46)

4.3.3. Linguaggio: appello ascolto e riconoscimento (come commento). «Se io mi racconto, e mi racconto a te, allora la mia narrazione dipende da una struttura interlocutoria, da un rivolgersi. Ma se posso rivolgermi a te, devo essere già stata interpellata, trascinata in una struttura interlocutoria che è possibilità del linguaggio, prima ancora di riuscire a trovare un mio modo di farne uso. Ciò deriva dal fatto che non solo il linguaggio appartiene sempre prima all'altro, e io lo acquisisco attraverso una complicata forma di mimesi, ma anche la stessa possibilità di agire linguisticamente scaturisce da una situazione in cui si viene interpellati da un linguaggio che non si è mai scelto.» (Butler Judith 2005, Critica della violenza etica, Feltrinelli, Milano 2006, 75)

4.3.4. Riprendendo dall’inizio per concludere: «Heidegger ha voluto che la raccolta completa dei suoi scritti recasse il motto “Sentieri, non opere”. L’essere in cammino lungo piste che conducono nel fitto bosco, ma che ad ogni svolta possono immettere nella radura, nella Lichtung dove nuova e inattesa luce si fa incontro a chi si è avventurato lungo il difficile percorso: è questa la metafora che Heidegger ha privilegiato per esprimere il senso del suo pensare.» (Gadamer Hans Georg 1983 I sentieri di Heidegger, Marietti, Genova 1987 risvolto di copertina) e della filosofia.

4.3.5. Nota di riflessione senza fine (provvisoria e fuori contesto per ora): la doppia rilevanza di Heidegger nella filosofia del ‘900. 1. La direzione della filosofia verso nuovi sentieri (esistenza, esserci, mondo, tecnica, linguaggio, ontologia), 2. La cecità della filosofia (tra isolamento e sostegno) nei confronti della tragedia dei totalitarismi del secolo (nazismo e fascismo).



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