Martino Marazzi



Scaricare 84.4 Kb.
22.12.2017
Dimensione del file84.4 Kb.




Martino Marazzi

Università degli Studi di Milano




Perfetti sconosciuti

Quattro voci recenti della letteratura italiana
Conferenza all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid, 8 aprile 2010

Da quasi due anni ormai si fa un gran parlare di crisi, di recessione. Non c’è motivo per metterlo in dubbio, tanto più essendo io un letterato e dunque, per definizione, un incompetente in materia. Ma quando i toni si fanno apocalittici mi viene sempre in mente un passaggio di quel grandissimo e dimenticato scrittore russo di fine Novecento che è stato Sergej Dovlatov, il quale, dopo essere riuscito a scampare rocambolescamente alla cappa deprimente dell’URSS brezneviana, racconta di essersi incontrato a Vienna con un amico rifugiatosi in Occidente ben prima di lui. Questo suo conoscente continuava a lamentare la propria condizione economica, il mutuo da pagare, le rate in arretrato dell’auto, cose del genere. Al profugo dal socialismo reale sembrava un marziano. Ecco, quel russo occidentalizzato, lui sì che aveva qualcosa, o anche parecchio, di cui lamentarsi. Persino un conto in banca, persino il pensiero dei tassi d’interesse. Per l’altro, lo scrittore rifugiato politico, erano davvero discorsi dell’altro mondo.

Quando parliamo di crisi, anche in Italia, sarebbe credo istruttivo provare a pensare che la condizione italiana, che lo si voglia ammettere oppure no, da un ventennio a questa parte non è, perlopiù, quella dei cosiddetti cittadini della Repubblica italiana, ma con assai maggiore urgenza quella di coloro e di ciò che si verifica quotidianamente intorno a quei cittadini, sia sul territorio della penisola, che essi considerano “loro”, sia al di fuori dei confini. La condizione italiana è quella che ha luogo, per capirci al volo, a Rosarno e a Castel Volturno, nel terziario proletarizzato di Prato e nella casbah slandra e nebbiosa delle periferie della megalopoli lombarda che si estende da Novara a Brescia, da Como a Milano, oppure nella pulciosa “arrangiopoli” di Piazza Vittorio a Roma. L’Italia è un paese opulento in crisi, basato su una capillare e insidiosa solidarietà, frutto di una secolare cultura cattolico-nazionalista. Il nazionalismo italiano è fondato sui valori della famiglia a tutti i costi e del “particulare”. Circa l’80% degli italiani risulta vivere in una casa di proprietà loro o di un altro membro della famiglia. Diffusissime, poi, le seconde proprietà, al mare, ai monti e in campagna. In italiano, “cristiano” è sinonimo di “uomo”. Ma basta vivere minimamente a lungo nella penisola per rendersi conto che la solidarietà Italian style è fondata su un pervasivo consociativismo che sancisce e rafforza quello stare insieme detestandosi che, solo, dà un senso quasi eroico, avventuroso, all’esercizio del proprio potere, dentro e fuori le mura.

La crisi, ora conclamata globalmente, si è innestata su una stagnazione di bassa intensità e lungo periodo che data dai primi anni Novanta. Forse, si potrebbe azzardare con qualche paradosso, la crisi attuale si è rivelata persino salutare, da un punto di vista creativo. Se consideriamo il libro di Roberto Saviano, Gomorra (che esce nell’aprile 2006), come sorprendente, magistrale, epifenomeno detonatore di un risveglio civile e creativo, possiamo rilevare che nell’ultimo quadriennio sembrano essersi destate molte voci nuove nel panorama a lungo, appunto, stagnante delle arti italiane. Quest’oggi vorrei presentare e concentrarmi, in maniera – lo ammetto – necessariamente personale, su una manciata di libri, storie, autori, che mi paiono per diversi aspetti molto significativi, per qualità, intensità, novità.


* * * * *
Come Mussolini e il fascismo, anche la mafia e più in genere la criminalità organizzata di casa (o cosa) nostra è da decenni uno dei maggiori generi di esportazione del sistema Italia. Non parlo qui della mafia reale, ma di quella mediatizzata, al centro di rappresentazioni letterarie e variamente cinematografiche. All’estero, la terra di eroi santi poeti e naviganti è più spesso riconosciuta come la terra dei Padrini. Pochi anni fa, lo stereotipo ha ricevuto, come si conviene, una consacrazione pienamente in linea con la sensibilità smart dei nostri tempi grazie al glamour chic della serie televisiva newyorkese dei Sopranos. In Italia potremmo accostarle due serie di largo successo, che in maniera simile ma per diversi aspetti opposta reimpostano il cliché della diversità del Sud mediterraneo. Penso alla rappresentazione patinata e zuccherosa del paradiso turistico di mare & amore in Capri, e per opposizione all’aggiornamento del cosiddetto genere “poliziottesco” nei telefilm della Squadra, girati a Napoli. Napoli condensa mirabilmente parecchi tratti dell’Italia da cartolina: nel bene – Vesuvio Marechiaro e fasti archeologico-artistici –, e nel male – con le sue eterne emergenze (tipico ossimoro), dai rifiuti in su. Il luogo comune della napoletanità – quasi si trattasse di un carattere etnologico universale, distintivo e nobilitante – è uno dei grandi alibi che confortano la visione che gli italiani nutrono con compiacenza di sé come popolo “diverso”, creativo, furbo, che può e sa arrangiarsi perché popolo “originario” e che la sa lunga. Un paese che ama far sfoggio di perdono per meglio difendere il senso della propria identità come continua riproposizione dell’identico. L’industria della napoletanità non conosce crisi o battute d’arresto, semmai si aggiorna con eleganza proponendo sempre nuovi modelli. Solo nei mesi scorsi, annotiamo l’uscita di opere diversamente notevoli come lo squisito ritratto psicologico d’insieme di Francesco Durante in Scuorno, la divagazione gastronomico-culturale dell’antropologo partenopeo Marino Niola Si fa presto a dire cotto, e soprattutto i magistrali, inappuntabili cinque volumi Utet dedicati a Il Regno di Napoli, autentico capolavoro di storiografia del decano degli studiosi napoletani, erede diretto di Benedetto Croce: Giuseppe Galasso.

In questo panorama, la letteratura – se praticata con radicalità e abbandono – può ancora mostrare di essere un mezzo d’espressione che dà voce a una differenza irriducibile. Non è tanto, come dev’essere, una questione di che cosa si dice, ma di come lo si dice: con quale tipo di sguardo, di voce, funzionale a una visione fatta di bioritmi oltre che di immagini. Un affresco coraggioso, estremo, massimalista, è quello proposto dal trentenne Angelo Petrella con La città perfetta, uscito da Garzanti a fine estate 2008. È la prima opera che vorrei portare alla vostra attenzione.

Si tratta, esteriormente, di un corposissimo thriller poliziesco, che supera le 500 pagine, ma che come si suol dire, si legge d’un fiato. Sempre, s’intende, che si accetti sin dall’inizio la provocazione, davvero da “pugno in pancia” (anche di questi tempi, dove tutto pare essere permesso, nella vita e nel regno del verosimile), costituita da un linguaggio rigorosamente volgare, diretto, tagliente, tutto riferito alla mentalità rasoterra e senza peli sulla lingua dei tre personaggi principali: Sanguetta (uno scugnizzo dei Quartieri Spagnoli, pesce piccolo della camorra cittadina), Chimicone (il figlio di un operaio disoccupato, leaderino della contestazione in un Liceo e presto aspirante rivoluzionario-terrorista), e L’Americano (uno spregiudicato Ispettore di Polizia, dedito tanto alle indagini quanto al consumo di cocaina e alle sue fantasie erotiche). Ecco come veniamo a conoscere dalle parole (che poi sono pensieri riportati in prima persona) di quest’ultimo l’omicidio di un camorrista (il primo dei tanti che costellano il romanzo, come infinite altre nefandezze) – crimine che può essere assunto a motivo detonatore del complesso e indiavolato intreccio che si ingarbuglia e si dipana, a mozzafiato, da lì in avanti:
Faccio inversione di marcia e mi avvio per prendere la strada per il Vomero: si allunga ma c’è meno traffico, e poi mi rompo di accendere le sirene. Brucio un semaforo e mentre sto svoltando su via Consalvo vedo un gruppo di gente radunata attorno a qualcosa, dietro una macchina. Non capisco bene cosa stiano facendo. Faccio segno a Gomez e lui mi dice di accostare. Ora che sono vicino vedo meglio: i quattro tizi stanno pestando a calci e pugni un altro che sta a terra, rannicchiato, quasi sotto la macchina. Nessuno ci nota perché sono presi dalla foga. Tre di loro c’hanno le sciarpe del Napoli al collo e quindi capisco che è una rissa tra tifosi. E poi c’è un’altra cosa: uno di loro ha i capelli biondo platino. E ha i denti rotti. Cazzo, è il figlio di puttana dello stadio.

«Bastardo di merda!» dico a Gomez indicando la sciarpa insanguinata. «Becchiamo quello!»

Gomez sfila il manganello e apre lo sportello di botto per scendere. Uno dei tizi gli salta addosso come per bloccarlo, Gomez lo colpisce in testa, ma quello si getta contro le sue gambe, tipo placcaggio. Gli altri tre schizzano via in tutte le direzioni, come gatti. Due di loro s’infilano in un vicolo, il biondo invece corre attraversando la strada, facendosi quasi investire da un autobus.

«Blinda quel bastardo!» urla Gomez indicando il biondo.

Metto la prima e sgommo bussando il clacson. Due auto si tamponano a sinistra e sento i conducenti urlare. Salgo sul marciapiede e urto contro il cassonetto dell’immondizia. Cazzo, il cliente sta guadagnando terreno. Sorpasso tre macchine ferme al semaforo, poi scalo in seconda per riprendere il povero coglione che nel frattempo si è messo a correre contromano sulla corsia di sinistra, a piedi. Se non dovessi blindarlo mi metterei a ridere. Sta duecento metri avanti a me, lo vedo che si sta infilando nel traffico di una strada laterale. Metto su la sirena e raggiungo anch’io la strada, ma il traffico del dopo partita è veramente un casino. Nessuna macchina mi fa strada.

«Levatevi dai coglioni!» urlo con la paletta in mano, ma niente.

Allora tiro il freno a mano e prendo il manganello mentre salto giù dalla macchina. Il figlio di puttana sa correre, non c’è che dire. Salta sopra il cofano di una Panda, poi corre sul marciapiede buttando a terra due o tre persone. Io lo inseguo correndo sulla strada affianco alle macchine parcheggiate, dove c’è più spazio. Quando la gente mi vede e inizia a capire che lo sto inseguendo, succede il casino, come sempre a Napoli. Sento le donne che urlano: «Lasciatelo stare». Una di loro prova pure a rallentarmi aprendo le braccia, ma io la spingo e continuo a correre. Sento qualcosa che si spacca alle mie spalle, forse una bottiglia o un vaso di fiori: ci vorrebbe una bomba a mano per fare pulizia in mezzo a questa gente del cazzo. Superiamo l’isolato, il cliente mi sta sempre a cinquanta metri di distanza, poi vedo che s’infila in un vicolo a destra. Se sono fortunato è un vicolo cieco. Prima di girare l’angolo intravedo il muro in fondo alla strada, mi ricordavo bene. Ma non faccio in tempo a infilarmici dentro che mi arriva una botta fortissima in faccia. Il bastardo sdentato mi è addosso in un attimo.

C’ha una pietra in mano e mi colpisce un’altra volta in faccia. Cazzo, che dolore. Prova a colpirmi una terza volta ma riesco a scostarmi rotolando per terra. Urto contro la tubatura di un palazzo: il vicolo è piccolo e non c’è molto spazio. Mi è di nuovo addosso, gli tiro un calcio nelle palle, lui si accovaccia e stavolta gli sono addosso io. Lo colpisco due volte in pancia. Lui prova a scappare, lo afferro per il maglione che si strappa e il tizio cade a terra. Continua a urlare: «Lasciami stare, non ho fatto niente, figlio di zoccola». Poi riesce a raccogliere un pezzo di ferro che stava là per terra, mi tira un colpo ma riesco a scostarmi e mi prende di striscio in faccia. «Cazzo», urlo. Mi ha beccato nel posto dove s’erano già conficcate le schegge del casco. Gli do un altro calcio nelle palle, poi prendo le manette per immobilizzarlo ma lui mi dà una testata in pancia e mi fa perdere l’equilibrio. Sbatto contro la tubatura, mi giro e vedo che il bastardo mi ha sfilato la pistola dalla cintura e me la punta addosso. Mi blocco. Mi sembra la fine.

«E mo’ che fai, eh? Stronzo!» urla lui e toglie la sicura.

Ora mi uccide, penso. Chiudo gli occhi. Il sangue mi scorre sulla guancia. Il cuore mi pulsa.

Sento uno sparo. Poi un altro.

Penso: sono morto.

Invece apro gli occhi e vedo il bastardo biondo che si tocca il petto, poi mi guarda in faccia, prova a muovere un passo ma crolla a terra. Dietro a lui c’è Gomez che ha ancora la pistola puntata. Mi guarda e sorride.

Che figlio di puttana.


Ambientato quasi esclusivamente a Napoli e immediati dintorni tra fine anni Ottanta e primi anni Novanta, fine della prima grande guerra di camorra, crollo dei muri, ridefinizione degli equilibri politici e di potere anche locali e persino di quartiere, fra droga e appalti, Tangentopoli e crollo della cosiddetta Prima Repubblica, il racconto di Petrella, alternando continuamente brevi capitoli ascritti ai tre protagonisti, stilisticamente molto vicini, sorretti da un ritmo indiavolato nella dizione e nella girandola pazzesca ma calibratissima di fatti, mette in scena un gioco sconcertante di guardie e ladri in cui i camorristi sorvegliano e ricattano i poliziotti, i quali a loro volta – stressati, sottopagati e con incerte prospettive di carriera – fanno il doppio e il triplo gioco. Il dissestato tessuto sociale e produttivo dà forza agli ultimi focolai di ribellione giovanile, che prendono il vicolo cieco di un terrorismo dai toni anarchico-sudamericani: un gruppo di liceali spostati danno vita al gruppo della «Barricata Silenziosa» che ricorda i sanguinari maoisti peruviani di Sendero Luminoso. E a tutto pare presiedere la longa manus dei Servizi Segreti, che mischia ulteriormente le carte, al servizio del potente di turno. L’irregolare alternanza delle tre voci si placa e si chiarisce al termine di ogni capitolo dando spazio alla citazione dei rapporti investigativi siglati da un misterioso personaggio che si designa come Omissis, dunque una specie di Nessuno, che è anche, propone il narratore, «colui che è» – in ultima istanza un occulto burattinaio.

Il problema è, appunto, anche questo: che chi siano i potenti in grado di garantire gli equilibri, in quella congiuntura storica, a noi così vicina, non si riesce proprio a capire. La guerra è di tutti contro tutti: una guerra totale dove i ruoli, ben presto, sembrano non contare, e ogni definizione di giusto e ingiusto suona come un’illusione romantica, un’ingenuità priva di senso. Un universo, dunque, violentissimo e spietato nei modi e negli atti, terribile, orrendo, matrice di un disordine assai più esteso: quasi il codice genetico di un’intera realtà cittadina e nazionale ormai in preda agli istinti più bassi. Al massimo guadagno, alla più estrema ed esclusiva cura del proprio tornaconto. E tale è l’abilità, l’efficacia della rappresentazione di questa integrale, bestiale semplicità, che essa finisce per colpirci per la sua raccapricciante coerenza. Quella illegalità assoluta è, come avverte persino Sanguetta, il meno consapevole dei protagonisti, un «sistema», aggiungiamo noi, in cui tout se tient. Ciò che poi colpisce quasi subliminarmente il lettore è che quel sistema socio-ideologico, per così dire, trovi una sua perfetta immagine nella struttura solidissima, “massiccia” (per usare un aggettivo molto amato dall’Ispettore Americano), del romanzo. Se appena appena ci fermiamo a mente fredda ad esaminare le armi del mestiere letterario, dai nomi in su, cogliamo la scioltezza persino virtuosistica con cui il giovane Petrella (non a caso anche sceneggiatore, oltre che studioso di sociologia urbana) ha costruito il suo thriller, pieno sino allo spasimo, al cardiopalma, di inganni e incontri, di inseguimenti e delitti, di sesso, droga, musica (non rock’n’roll, ma perlopiù melodici italiani). Già la scelta dei nomi, o meglio, perlopiù, dei soprannomi, la dice lunga sul suo talento esuberante. I camorristi si chiamano Sarracino (che è il boss, destinato ad una fine ingloriosa), Polifemo, Barracuda, Piragna, Beckenbauer (la curva Sud dello stadio San Paolo è un semenzaio del più ripugnante sottomondo: implicita denuncia della calcistizzazione italiana, funzionale alla costruzione di un nuovo, becero populismo), Champagne (il giovane tossico, ci torneremo), Settemezzo, ecc. I “compagni” della Barricata Silenziosa che affiancano Chimicone (asmatico che si barcamena fra droghe leggere e spruzzate di Ventolin) hanno nomi come Messico, Zapatino, Zagor, Red Ronnie, Sole. Si ripropone, anche qui, un’opposizione fra una figura femminile a suo modo “pura”, di ideali perlomeno (la compagna di scuola Betta), ed una decisamente perversa: Eva Borrelli, dal nome fumettistico (la compagna di Diabolik) e dal cognome allusivo ad uno dei magistrati più in vista del team di Mani Pulite.

I traffici di coca debbono servire come anticamera dei traffici di cemento; la droga è l’anticamera dell’edilizia, che crea lavoro e investimenti, dunque consenso assai più sicuro, diffuso, rispettabile. Anche i “chiattilli”, i rivoluzionari in erba, fanno senza rendersene conto il gioco degli altri, perché le loro azioni servono a distogliere l’attenzione della pubblica opinione dai movimenti molto più nascosti che dietro le quinte preparano un epocale cambio della guardia fra le classi dirigenti. La simbiosi di queste ultime con i mammasantissima è fluida ma costante. Si tratta, come esplicita il titolo, di una «città perfetta», retta dall’ordine del disordine. C’è ben più di un tocco di ammiccante compiacimento nella tessitura di Petrella, di cui non si può tuttavia che ammirare la suprema capacità registica. Una coralità straordinaria nella resa di quell’universo urbano: Petrella, memore forse dell’impassibile, glaciale distacco del De Roberto dei Viceré, riesce ad essere dappertutto e al tempo stesso a non farsi sentire da nessuna parte; fa in modo di provocare moralmente, politicamente, stilisticamente, dando vita nel contempo a una vicenda a suo modo assoluta, inattaccabile, che per la sua incredibile compattezza si erge al di là di frettolosi giudizi di gusto. Quello che ad apertura pare un libro di genere anche abbastanza convenzionale, una specie di Camilleri cattivissimo e immorale, si rivela un’inquietante proposta di letteratura, a suo modo, “totale”. Il taglio e il linguaggio di genere non sono qui semplici obiettivi, ma un mezzo per andare oltre, per spingersi più in là e dar vita a qualcosa di nuovo.

Ecco, prima di passare ad altro, a metà del romanzo, la riproposizione sul filo della bestemmia dell’omicidio rituale tra fratelli. Sanguetta si presenta di soppiatto all’ospedale di Fuorigrotta dove è piantonato, con napoletana noncuranza, suo fratello eroinomane, ormai solo un imbarazzo e un pericolo per tutti.


Il lunedì non ci sta quasi nessuno negli ospedali. Forse lo dovevo sparare. Però mio padre... Sempre ospedali. Una vita fatta di ospedali. “C’è il mio avvocato a disposizione. Se fai quello che ti dico fra cinque anni sei fuori. E fai parte della famiglia. Che so’ cinque anni in confronto a tutta la vita? E a un mare di soldi?” Al primo piano ci so’ due donne sedute sulla panca. Una piange appoggiata all’altra. Un infermiere colla sigaretta in bocca e gli occhi che pare che dorme ancora cammina per il corridoio portando un caffè. Per terra è sporco. Sporco dappertutto. Salgo le scale, lento. Arrivo al piano. Non c’ero mai stato in quest’ospedale. Non si può entrare dall’altro lato, bisogna bussare al citofono interno. Premo il pulsante e dico: «So’ Capunzo, so’ venuto a trovare mio fratello». Aspetto appoggiato alla parete. Non so quanto passa. Mi accendo una Merit, faccio due tiri e la spengo. Mi brucia il collo, la testa mi fa male. Forse c’ho la febbre. Ma non ci devo pensare. Davanti a me c’è un cane che sta scendendo le scale. Un cane. Che cazzo ci fa, non lo so. Il cane si ferma ad annusarmi, un’infermiera apre la porta e mi guarda, poi si accorge del cane e gli dà un calcio. «Ancora qua? Sciò, via!» Il cane abbaia e se ne scappa giù, l’infermiera lo insegue. Apro la porta e entro. Sento qualcuno che piange. Cammino per il corridoio che è quasi vuoto. “Fra cinque minuti sei fuori.” In una stanza c’è un vecchio steso su un lettino che si lamenta, un dottore gli sta facendo un’iniezione. Mi affaccio nella stanza ma il dottore mi sbatte la porta in faccia. Vado più avanti nel corridoio, un caramba sta parlando al telefono. C’è silenzio. Nessuno fa caso a me. Passo la prima porta, la seconda è aperta ma non mi fermo a guardare. Arrivo alla quarta che è chiusa. Fuori c’è un caramba in piedi. È il piantone. A finale so’ sicuro che Champagne è qua dentro. Dico al piantone chi so’ e gli faccio vedere il documento, lui apre la porta e mi lascia entrare. C’è ombra, è quasi scuro. C’è una sola persona, ci stanno un sacco di macchinari strani per controllare se è vivo o se si risveglia, forse. È Champagne. “Un mare di soldi.”

«Champagne... Champa’», chiamo a bassa voce.

Non mi risponde. Forse non mi sente nemmeno. Mia madre chissà dove sta. Forse all’altro ospedale. Sembra come quando dorme, solo che mo’ non russa. C’ha i lavaggi e c’ha un sacco di macchinari attorno. La luce entra appena da dentro alle veneziane. La stanza è più pulita del resto dell’ospedale. È più pulita di dove hanno messo papà. “Basta che gli spruzzi questa siringa al posto della flebo.” Come se voglio fargli un favore, non per vendetta. Tanto è uguale. Stacco il filo dei lavaggi. Gli resta l’ago ficcato dentro alla vena. Piglio la siringa dalla tasca, è già preparata. Tolgo il tappo e la attacco all’ago. Poi gliela spruzzo tutta nella vena. Mi gira la testa, voglio fumare. Champagne non si scompone nemmeno. Riattacco il filo dei lavaggi, saluto il piantone e esco. “Non ti devi fidare di nessuno, manco di me.” Che figlio di zoccola. Quando sto in corridoio sento che i macchinari dentro la stanza iniziano a fare bordello a livello. Il piantone urla. Poi arriva un’infermiera. Non capisco quello che dice, ma a finale sta parlando co’ me. Champagne, mi dispiace. C’ho gli occhi che si so’ fatti neri. Chi ha spento la luce? C’ho la febbre, mi brucia la testa. Il piantone mi insegue. Scappo. Scappo giù per l’ospedale. Sento gente attorno, urlano. Riesco a scavalcare tutti, poi salgo sul mezzo e corro verso casa.

Mi addormento. Sì, mi addormento. Non so quante volte mi sveglio. Non mi ricordo niente. Forse due, tre volte. Sembrano passati mille anni. C’ho l’impressione che ci stanno un po’ di sbirri vicino a me. Che ci fanno? Mi so’ venuti a pigliare? Dormo ancora un po’, è meglio. La testa mi fa meno male ma sento ancora la febbre. Mi brucia il collo. Voglio alzare la mano, non ci riesco. Provo a parlare ma non esce niente. Non è che so’ morto? No, quest’odore lo conosco. È una Merit. Cazzo, è una Merit. Chi è che fuma? Voglio fumare pure io. Forse è meglio che dormo di nuovo. Buio. Sto in una macchina? E chi so’ questi che guidano? Là, lontano, ci sta qualcosa. Il mare. Ah, stiamo andando a mare? È un ricordo di quando ero piccolo? No no no no no. È una macchina vera, questa. Dove stiamo andando? Cos’è quell’isola? Non è un’isola, no. E cos’è allora? Cazzo, le grate, i palazzi.

No. Nisida, no.

No.
* * * * *


C’è chi parla di nuova epica, di una nuova tendenza al romanzo storico, magari ambientato di preferenza nel contemporaneo. Se ci spostiamo solo di poco, nelle sale cinematografiche e nei festival, assistiamo in effetti a una gran fortuna di un filone, peraltro parecchio eterogeneo, che potremmo chiamare neo-neorealista. Storie e vicende prese dalla vita attuale o dal più o meno recente passato. Tinteggiature di impegno politico. Personaggi presi dalla strada, o supposti tali. Rispolvero dei dialetti, e sottotitoli in volgare toscano mentre, sullo schermo, ci si parla in napoletano, barese, emiliano, provenzale, mantovano. Si parla del proprio piccolo mondo, moderno o antico che sia. Anche con fremiti di compassione, e un certo cattolicesimo populista. Una certa moralità. Effetti di realtà ed effetti di improvvisazione, perlopiù costruita, appunto. Riuso di materiali d’archivio, più o meno pubblico o privato. Il neo-neorealismo si impegna anche nel recupero della memoria del sé: dunque, può essere orientato in direzione autobiografica. Ma un’autobiografia quasi mai semplice, allo stato puro o grado zero. E questo, delle autobiografie finzionali, è un linguaggio, se non vogliamo proprio dire un genere o una tendenza, che ha dato vita ad alcune fra le opere più interessanti degli ultimi tempi.

Fra queste, una che spicca per lucidità di osservazione, asciuttezza di linguaggio, rattenuta, dolente e matura pietà, è quella di Nicola Gardini, poeta, saggista, docente di Letteratura italiana a Oxford (suo un bruciante volume, questo sì autobiografico senza infingimenti, sulla “espulsione” dalle Università italiane, Baroni), presenza intellettuale a tutto campo. Con Lo sconosciuto, pubblicato da Sironi nel 2007, Gardini usa le armi della letteratura romanzesca per confrontarsi con un nodo che è all’origine, in fondo, del suo stesso essere al mondo. Ripercorre la sua infanzia, esperienza universale, ma lo fa spinto e quasi, sia pure con incredibile compostezza, assillato, dalla nuova, tragica e precipitosa condizione nella quale è sprofondato il padre Bruno, vittima della crudele e insensata malattia di Alzheimer. Mentre Bruno viene fatto affondare da una mano inesorabile e inumana nel pozzo senza fondo, dapprima della più totale incoerenza intellettiva e comportamentale, poi dell’ancor più lancinante e irreparabile disabilità fisica, il figlio ne va, inversamente, recuperando la storia, intrecciandola alla propria – presente e appena passata –, e soprattutto a quella della madre Maria, dolcissima figura di donna che, quasi silenziosamente, si impone come porto sicuro, anche se tutt’altro che passivo, per i due uomini della sua vita. Da questo progressivo scavo a ritroso compiuto a partire da un oggi variamente frammentato e in disfacimento emerge a mano a mano la problematicità umana della figura di Bruno, esempio anche quasi sociologicamente tipico della deriva di un soggetto assolutamente reale della classe popolare italiana del Novecento. Una giovinezza da orfano nella Bassa profonda, un apprendistato da fornaio, poi appena possibile l’emigrazione in Germania e qui, dopo vari anni, l’incontro con la futura sposa. Una gravidanza tragicamente fallita, poi un’altra felice, quella del narratore, Nicola. Maria è anche lei un’emigrata, ha trovato il coraggio di rompere il cerchio del familismo amorale del Sud rurale. Poco dopo la nascita del figlio, decidono di rientrare in Italia, e si installano in una delle periferie proletarie di Milano. Bruno entra in fabbrica, un lavoro che non può appassionarlo, anzi lo sfibra. Ma mentre il bimbo cresce e mostra i primi segni di un carattere forte, deciso e diverso da quello di molti suoi coetanei, i genitori coltivano un segreto.

Le impalcature della mente di Bruno progressivamente cadono, si confondono, vengono meno, e il figlio-narratore si trova a recuperare il filo di una vicenda della quale è sempre stato tenuto all’oscuro. Lo “sconosciuto” del titolo è quindi prima di tutto il genitore difficile da capire, da conoscere, da amare, ma è anche il “nuovo” fratello tedesco, figlio di una relazione mai confessata a Nicola, che emerge si può dire dal nulla proprio negli ultimi mesi dell’Alzheimer, facendosi vivo con un tempismo fatale dopo la morte di sua madre, all’inizio degli anni Sessanta una ragazza sedotta e prontamente abbandonata, che col tempo si era rifatta una famiglia. Pare quasi che la coscienza di Bruno se ne vada, si inabissi, per non doversi confrontare con un evento, e addirittura con una vita reale, del tutto rimossi. Ma lo sconosciuto, a questo punto, diventa anche Nicola ai suoi stessi occhi.
«Hai visto? Hai un fratello» mi disse la mamma, a bassa voce. «Tre ne ha fatti, uno in fila all’altro, e tutti maschi».

Andammo a prendere il dolce al bar e ci sedemmo fuori, davanti alla chiesa.

«Come ti senti?» mi domandò mia madre.

Come mi sentivo? Quello sconosciuto aveva cercato mio padre tutta la vita, mentre io, per tutta la vita, avevo desiderato liberarmene. Tirai fuori le foto e lo guardai. Ecco chi non ero. Eppure: ecco chi sarei potuto essere. Quell’uomo ero io e non ero io. All’improvviso la mia vita – quella che avevo vissuto nel disgusto e nella solitudine della mia individualità – valeva di più, perché l’avevo vissuta al posto di un altro. Adesso tutto aveva senso. Mi veniva da piangere. Non mi ero mai sentito vicino a qualcun altro in quel modo – sentendomi lui.



Ma c’era una ragione più profonda per piangere. Mio padre, in quel momento così nero – in cui non era più in grado di creare niente ed era il fantoccio della più meticolosa autodistruzione –, in quel deserto, mi donava qualcosa: niente meno che un fratello, ciò che avevo desiderato da bambino. La ginestra di Bruno! La trama si compiva: tardi, troppo tardi. Eppure, non c’era niente di sbagliato. Una trama non è mai quella che sembra, non è mai sola, ma è fatta dei punti in cui più trame si sovrappongono, in tempi inattesi. La trama di Jonas si stava sovrapponendo, proprio ora, alla mia. Non era il momento giusto, ma così era. Così voleva il nostro strano romanzo. In fondo, che stupido dire: «tardi!». Rispetto a che cosa? Niente accade troppo tardi. Niente accade rispetto a qualcos’altro. Accade e basta. Credere il contrario è un errore. Significa non ammettere quello che non sapevamo. È pretendere di conoscere il passato. Che pretesa! Il nostro futuro è il passato!... Mi lasciai andare e piansi. Le mie lacrime esprimevano, oltre che compassione per Jonas, gratitudine per l’uomo che gli aveva dato la vita. Questa parola, vita, mi riempiva il cuore e i pensieri. La vita! La vita! Ero pronto a cadere ancora una volta nell’illusione, a credere che mio padre fosse migliore di quanto io avessi capito, come quando avevo osato sperare, a dispetto di tutto, che lui, dopo il prepensionamento, trovasse un nuovo lavoro. Non si guarisce del tutto dalle tentazioni sbagliate, ma almeno, col tempo, si sa di esserne vittime.
La vita, per esplicita ammissione del narratore (che, in pieno accordo alle regole non scritte dell’autobiografismo classico, ha lo stesso nome dell’autore), assomiglia a un romanzo. Eppure non c’è nulla di romantico in tutto ciò. Semmai, l’espressione di una fiducia nella parola come logos. Il racconto – raccontarsi e raccontare gli altri – non è semplicemente “terapeutico”, ma permette di cercare, e forse – talvolta – trovare, un senso: un percorso di senso. La parola-logos è anche un metodo. Per questo diventa fondante in una riflessione non solo sulle proprie radici familiari, ma più intimamente sul proprio io. Magari, come qui, per sentirsi tanto più “io” quanto meno siamo centrati su noi stessi, ma ci allacciamo alla catena vitale che ci lega ineluttabilmente, tanto nel passato quanto nel presente e nel futuro, ai nostri consanguinei. Quell’io è tanto più sé stesso quanto più comprende di essere ben poca cosa, da solo. Il racconto, la scrittura, sono un passaggio, un esercizio irrinunciabile e fondamentale in questo processo quasi socratico. Autobiografia che è anche nel contempo auto-finzione e storia degli altri, eterobiografia. La scrittura, in questo lucidissimo e commovente romanzo familiare – così diverso da un esempio classico per le lettere italiane qual è il quasi umoristico Lessico famigliare della Ginzburg –, ha una chiarezza cristallina e una pregnanza degna del migliore saggismo. Il racconto, appunto, cresce e si fa raccontando i dubbi e tentando di venirne a capo: non è preordinato, lo leggiamo mentre prende forma davanti ai nostri occhi. Tanto maggiore il coinvolgimento emotivo del lettore, che quasi non si accorge dell’incredibile asciuttezza di uno stile diretto e tagliente, semplice ma mai facile, perfetto per un libro, come questo, corto per numero di pagine ma niente affatto breve, in virtù della sua umanissima densità.

Gardini fa uso di una lingua agli antipodi di quella elaborata dal romanziere Petrella. Lingua piana, razionale, che va dritto al cuore delle cose e dei pensieri anche perché senza aloni, senza sbavature – quasi un argine rispetto allo sfaldamento subìto da quella del padre. La malattia terribile di cui soffre Bruno ha infatti prima di tutto effetti devastanti proprio sul linguaggio e sulla capacità logica.


La perdita più penosa, comunque, era un’altra – quella che immediatamente rivelava a chiunque lo stato di mio padre: il linguaggio. Dalla sua bocca non usciva più – se non di rado, brevissimo, e forse non per volontà di lui – un discorso che avesse senso, neanche se gli facevi una domanda precisa. A «oggi che tempo fa?» lui rispondeva «è andata con quella, ma di sopra non è vero che si vede». Le frasi si susseguivano senza formare una trama, o un ragionamento, per quanto sbagliato. Era come se qualcuno avesse infilato le mani nel puzzle – il linguaggio di mio padre – e lo avesse fatto saltare per aria, in tutte le direzioni. Molte parole andarono perse, altre si spezzettarono nei loro elementi sillabici e si ricombinarono in nuove sequenze, che nella maggior parte dei casi era difficile decodificare. Di certo mi chiamava Franco perché quel nome conteneva alcune lettere del mio. Mia madre la chiamava non più Maria, ma Carmela – che era una delle sue sorelle. La Carmela, invece, era diventata, in ipogramma, Milena. Con un po’ di esercizio era possibile, a volte, capirlo. Bastava individuare il criterio per le sostituzioni e le ricombinazioni. Mio padre aveva in mente il pensiero, ma il pensiero non era più in grado di tradursi in segni linguistici che fossero comprensibili anche per le altre persone. In quei giorni vidi quanto è illusorio, se non presuntuoso il nostro identificare il pensiero con le parole. Il pensiero – almeno in una certa fase – esiste indipendentemente da quelle, come sanno i grandi poeti. Alle parole il poeta ricorre perché non esiste la telepatia; ma sa che non deve abusarne, perché la telepatia – che è il fine ultimo della vera comunicazione, come l’amore – non venga disturbata troppo. Infatti, il poeta non usa le parole come parole, ma come qualcos’altro, affinché ci dimentichiamo che siano parole e le superiamo, andiamo oltre: le costringe a innalzarsi o ad abbassarsi, ma non a essere quello che sono per tutti, per i dizionari. Mio padre era diventato poeta. Componeva ininterrottamente, come in una specie di trance da cui era difficile distrarlo. Veramente non era più lui. Era un medium, il portavoce di una voce superiore che si pronunciava prima di eclissarsi per sempre.

Mia madre la buttava sul ridere. Indicandomelo con gli occhi, si toccava la tempia con la punta del dito.


Ecco allora, come nella classicità più alta, l’arte della parola messa al servizio di una catarsi che parte dall’individuo ma parla poi subito al suo pubblico. La scelta, il taglio autobiografico è particolarmente difficile, e niente affatto una scorciatoia, perché il racconto cerca di far luce su qualcosa, su un dato, o meglio, parecchi dati, parecchi aspetti, di una vita, che non hanno un senso, che non hanno una vera ragion d’essere. Non ce l’ha quella malattia, rispetto alla quale non può valere alcun alibi provvidenzialistico di origine religiosa, poiché inghiotte insensatamente l’individuo nella dannazione di un buco nero, ma ancora più estesamente non pare averla neppure la vita, sia del malato che dei suoi cari, che di tutti. Questo romanzo modernamente catartico evoca e parla del dolore, ma non può sconfiggerlo; può, semmai, aiutare a “tirarlo fuori”, a es-primerlo. Una storia in cui, come Enea col vecchio Anchise, il figlio ormai maturo “assume su di sé”, si prende sulle spalle il genitore, e lo trasporta al di là, lo accompagna, nella maniera sempre diversa che le circostanze ci impongono, verso una nuova, definitiva terra incognita. Nella sua asciuttezza, un libro di toccante solennità, in cui l’autobiografia è affatto estranea ad ogni tentazione narcisistica. Peraltro, in misura non marginale, un romanzo che fa in modo di raccontare pezzi non secondari della storia dell’Italia del boom vista dal basso; un libro che parla di lavoro, di scuola e infanzia-adolescenza, che offre un inedito ritratto di una Milano postindustriale, che offre amarissime immagini del mondo dell’assistenza sanitaria, pubblica e privata.
* * * * *
Lasciamo da parte i più o meno consolidati codici della produzione in prosa e volgiamoci verso territori se vogliamo ancora più venerandi, anche se ormai spesso considerati spesso elitari, per happy few: il teatro e la poesia. Entrambi godono in Italia di grande salute e di un sèguito appassionato. Rassegne, festival, concorsi, iniziative varie a livello locale e “di giro” coinvolgono lungo tutta la penisola, con particolare intensità durante la bella stagione, un pubblico folto, informato, fedele, con una presa particolare presso gli strati più motivati della gioventù studentesca e giovanile. Nell’ultimo decennio, la mia personale opinione è che i testi più nuovi e sorprendenti, e al tempo stesso quelli più intelligentemente “letterari”, siano nati per le scene. Il teatro dei ventenni, dei trentenni, ha negli ultimi anni saputo coniugare tradizione e sperimentalismo, in un confronto libero, critico, spigliato con la realtà, da quella più pubblica, “politica”, a quella intima, “borghese”, d’interni. Non sono poche le compagnie e i nomi che si potrebbero fare. Ma esemplifico qui facendone solo tre – tutti di trentenni –, procedendo dal più noto al meno noto: Filippo Timi, pluripremiato attore cinematografico (è stato il Mussolini di Bellocchio in Vincere!), autore di fortunati volumi, ancora una volta, di umore autobiografico, ma per quel che ci importa quest’oggi istrionico mattatore e inventore drammaturgico. Fausto Paravidino, enfant prodige di questo decennio, coccolato a ragione dalla critica più attenta: autore, attore, regista anche cinematografico (suo un coraggioso film presentato qualche anno fa a Venezia, Texas, sulla solitudine socializzata dei giovani di provincia), caustico e diretto nel mettere allo scoperto debolezze e rabbie dei suoi coetanei. Infine Gianfelice Facchetti, figlio d’arte o meglio figlio di una grande star popolare come l’ex capitano di una Nazionale calcistica azzurra di tempi calcisticamente mitologici, anch’egli autore e attore fuori dagli schemi, coraggioso innovatore. Autori “giovani” dunque, i cui testi sono costruiti con una professionalità già solida e inappuntabile. I personaggi vengono fatti “girare”, parlare, interagire fra entrate e uscite con un’attenzione stupefacente alla coerenza d’insieme, il che vuol dire anche capacità di far scaturire dalle situazioni concrete emozioni, sentimenti, opinioni e all’occorrenza visioni del mondo. Con un gusto particolare, meno esibito nei romanzi, per le capriole creative, giocose, della lingua, in grado di sbeffeggiare la realtà e di prendere in giro anche sé stessa. Nella nuova drammaturgia si sentono ben più che echi dei classici antichi e moderni: da Sofocle a Shakespeare, da Cechov a Pirandello, da Shepard e Mamet a Petrolini, Kantor e Carmelo Bene. Tutti assorbiti, amati, stravolti per andare sempre “più in là”, ed esprimere qualcosa di proprio.

Facchetti ha pubblicato sino ad oggi tre pièces. Quella forse più originale, Nel mondo dei +, è del 2007. Ricorda i dialoghi di Luciano, certe provocazioni ilari, tragiche e funeree di Giorgio Manganelli, ma soprattutto alcune delle sulfuree, assolute operette morali di Leopardi. Pensiamo al dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, che si apre con un’indimenticabile Coro di morti in cui il poeta usa le armi della fantasia e dell’immaginazione per declinare la sua visione materialista dell’esistenza. Ad esprimersi nel coro leopardiano, con paradossale levità, è niente meno che il nulla. Ma il nulla, la morte, propone Facchetti in una Preme$$a al dramma, sono oggi pensieri ormai aggirati, rimossi, in nome della spettacolarizzazione perenne, in nome del più esibito principio di piacere: «Nel numero dei più (+) è un dramma da poco, come i tanti, quotidiani, $palmati qua e là tra uno $chermo e un foglio di giornale, tra la cronaca nera e il cicaleccio del go$$ip. Voleva e$$ere una tragedia ma la po$$ibilità di ricorrere al tragico $i è di$$olta, proprio perché il mondo $i è ridotto a fanta$ma: con e$$o non ci $i può più $contrare!» (p. 9).

Il dio Denaro detta legge anche al livello più elementare della comunicazione. Strisciante, sibilante, ogni fonema “s” viene, nel libretto della pièce, trascritto con il simbolo del dio Dollaro: $. In una terra e in un tempo di nessuno, ultimale, si incontrano, alla presenza di una vecchia infermiera, Vivenzio, un becchino-impresario di pompe funebri, che è il simulacro del “vivo” al giorno d’oggi – o, come recita la didascalia, «una celebrità, un uomo “noto per la sua notorietà”» – e il Signor Camillo, aspirante morituro, sul limitare del suo giorno estremo: l’individuo normale, ancora dotato di barlumi di umanità e di buon senso: «né martire né eroe». Camillo è colui che ha tratto qualche insegnamento, sia pure incerto, dalla vita, e che giudica il tempo come una dimensione arcana che ci sovrasta e, misteriosamente, ci accomuna, nell’assenza come nella presenza, nella lontananza come nella prossimità. Per questo coniuga i verbi solo all’infinito, «rivolgendo$i, $enza di$tinzione di ieri, oggi o domani, all’umanità in generale». Vivenzio cerca di tenergli su il morale e di introdurlo alla sua nuova “vita” con fuochi di fila degni di un ciarlatano-imbonitore.
VIVENZIO: [...] Fratelli e $orelle, eccomi a confortare il fu Camillo. Una lumine$cenza $ovrumana mi ha $pinto qui per dirvi che di $offerenza è intri$a la natura: ogni e$$ere vivente è nato per $offrire! Quante pene patì la puzzola per il $uo $pirito di corpo? E il cane, che in corpo aveva la rabbia? Quanto dolore $opportarono le gatte $iame$i nel giorno in cui deci$ero di $epararle per $empre? E le gatte per$iane a cui $battevano $i$tematicamente le fine$tre in faccia? Perché il topo dovette far$i carico di tante tribolazioni per imparare ad andare a gattoni? È accettabile che un pe$ce muoia la prima volta che dice, “Amo!”? Co$’è l’amore per un pe$ce: un’occhiata e via? $i con$oli Camillo, guardi quanta de$olazione in quella capra che chie$e aiuto una $ola volta nella $ua vita e $i $entì ri$pondere, “Col cavolo!”!

Ripen$i quanto fu difficile per il gaypardo fare accettare in famiglia la propria omo$e$$ualità!

Qualcuno le ha mai parlato della rivendicazione dei diritti delle donnole? Qualcun altro, del comple$$o di edipopotamo o dei problemi d’alcooli$mo del bo-vino? $a che la pa$$ione per i petardi alla tigre del bengala co$tò un occhio della te$ta? Bum! I $uoi crucci $on $ciocchezze davanti a quel gabbiano che non riu$civa a volare nemmeno $ulle ali dell’entu$ia$mo, davanti a quella frettolo$a gatta $lovacca che faceva $olo micini cechi o davanti a quel convoglio di a$ini in gita $u un binario morto e che a pochi metri dall’arrivo iniziò a deragliare. E quando arrivò il capo$tazione cercando il re$pon$abile, gli a$ini in coro: “I-o, i-o, io!”. È evidente che anche l’a$ino, come lei, è una be$tia indeci$a; $ennò perché ri$pondere a ogni domanda, “Ah...$ì... no!”? For$e i $uoi dubbi non $a tenerli a biada?

Caro Camillo, io vorrei che Soprattutto lei capi$$e che que$to luogo di tran$umanza è attraver$ato da e$$eri tribolati in ogni cantone, tacchini che $’incapponiscono, neri cavalli che $chiattano in fretta... e furia?... pappagalli in e$tinzione e non $i $a $e per colpa degli idraulici o degli infermieri, $cimmie femmine a caccia di pretendenti $olo di un cert-orango: è la vita... $i vive... $i muore... $i vive e $i muore; eppure una $peranza per il poi c’è ed è $empre la natura a mo$trarcela: $i ricordi che nel $uo piccolo anche il maiale $ugna!


Al non-sense metafisico della morte, Vivenzio contrappone il non-sense grottesco della lingua che si arrotola e gioca con sé stessa, anche se la velocità degli scambi verbali e il continuo scambio di battute generato dal lungo dialogo al quale si riduce la rappresentazione fanno sì che le posizioni non siano così nette e manichee: Vivenzio mostra, se non altro per accondiscendenza, di condividere certe malinconie del suo interlocutore, e Camillo, appunto, non è privo di rimpianti, e impreca contro il «Maledetto imbroglio!». Vuole portarsi nella bara le sue scarpe, morire, insomma, da uomo libero. Anche in punto di morte richiede di poter operare delle scelte; invoca a gran voce «Fuoco, libertà!», richiesta alla quale Vivenzio replica: «Acqua ovunque [...] Acqua da tutte le parti». Ci sono echi della Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, e di certi astratti furori del teatro epico di Brecht. Al grottesco si contrappone un tono lirico che pare quasi funzionale all’espressione di un ultimo, possibile profetismo. Proprio in extremis Camillo riesce a far zittire per qualche minuto Vivenzio e a dar voce ad una desolazione tutt’altro che rassegnata.
VIVENZIO: Ma che co$a vuole dimo$trare, eh? Co$a?

CAMILLO: Niente, non voglio dimo$trare proprio niente! Voglio $olo dire al mondo di cercare una grande $alute, per $vegliar$i ogni $acro$anta mattina e u$cire di ca$a a $tanare i nuovi $tregoni... trave$titi $empre da bottegai, con la pi$tola in una mano e il libro nell’altra. Ma quanta minchioneria può $opportare una per$ona? Certi giorni mi $embra che la putrefazione abbia un che di circolare, che l’indecenza con l’abitudine diventi i$tinto... allora in mezzo a tutte le co$e non vedo altro che la volontà della fine, il delitto contro la vita. Che fregatura $arebbe non farcela! Che fregatura, non riu$cire a $crollar$i di do$$o il ciarpame della no$tra poltroneria e $tare qui, inchiodati e malintenzionati per l’eternità! Imbal$amati per $empre, come i $uper$titi che $ta$era hanno preferito re$tare a ca$a per non $entir$i in imbarazzo! Ma co$’era la rivoluzione? Co$’era, $e non lo $pinger$i almeno un passo più in là dell’evidenza di una bocca che gridava, re$pirava e baciava con coraggio. Amare o morire, que$to è il problema. Allora, in nome del bene comune, che tutto bruci e $i con$umi, una volta per tutte...


Coerentemente con il tema, Facchetti propone due versioni del dialogo. Una “in chiaro”, per così dire, con un uso simbolico di oggetti di scena che i due si contendono, usano, mangiano; un’altra, divenuta da più di un anno pressoché di culto, recitata nel buio più assoluto all’Istituto dei Ciechi di Milano, esaltando ancora di più la percezione del valore quasi fisico, icastico, evocativo e al tempo stesso corporeo, realistico, della parola sul palcoscenico, mentre i due personaggi altercano e si inseguono tutt’attorno al pubblico immerso, appunto, nella più completa oscurità. Si ribaltano così anche le più ovvie certezze: nel buio si dice e si svolge ciò che davvero conta; ciò che vediamo e viviamo al di fuori è cicaleccio, è mancanza di concentrazione, è vuoto pourparler. Un teatro di parola di grande vivacità nonostante e quasi in virtù della sua ambientazione per così dire cimiteriale, e che riesce a “fare spettacolo” delle inquietudini metafisiche senza rinunciare ad esprimere il suo disagio nei confronti del presente, ma anche senza cadere nel tranello di una satira dal respiro corto.
* * * * *
Chiudo queste note sulla più recente e a mio parere notevole letteratura italiana con solo qualche accenno ai pensieri e alla musica tagliente, distorta, iper-moderna del profeta-saggio-veggente della cultura italiana, il grande vecchio, il più vecchio (si avvicina ai 90 anni essendo nato nel 1921) e probabilmente – per quel che contano questi modi di dire – il più grande fra gli intellettuali della penisola: Andrea Zanzotto. Dall’a alla z, verrebbe da dire: fedele ossessivamente, con tutti i rischi di un uso estremo, idiosincratico, esoterico del linguaggio, ai fantasmi della sua psiche, Zanzotto è anche pensatore e osservatore fra i più acuti, e colti, innovativi, provocatori, della contemporaneità. Le due raccolte di scritti critici degli anni Novanta, Fantasie di avvicinamento e Aure e disincanti, sono da annoverarsi fra i capolavori del saggismo dello scorso secolo: mostrano un’ampiezza d’orizzonti, una originalità di pensiero e una freschezza di proposte che hanno davvero pochi paragoni. La sua poesia è notoriamente aspra e difficile; segue trasalimenti imperscrutabili, si muove fra immagini a tratti astratte a tratti enigmatiche, con una densità di vocaboli inediti, di usi spiazzanti della lingua, con una sintassi spesso così libera da apparire inesistente. E l’impressione è non di rado quella di essere chiamati ad ascoltare i deragliamenti di una mente ai limiti della ragione. Si capisce altresì che tutto è questo è calcolato, è uno stile; il che aggiunge uno strano elemento di programmaticità alla sistematica irregolarità di cui sopra, con effetti che possono francamente sconcertare, persino infastidire. Eppure.

Eppure se prendiamo in mano le poesie dopo avere, invece, prestato attenzione ai ragionamenti critici del Zanzotto intellettuale “militante” non possiamo fare a meno di restare impressionati dal coraggio e dalla radicalità con cui il poeta lascia filtrare quel linguaggio così estremo, e sovente oltre i limiti della comprensibilità, per dare espressione al fondo di incertezze, di contraddizioni, di turbamenti che le “regole” non fanno che coprire, dall’infanzia in avanti. L’anno scorso, l’ultima raccolta del maestro, dal titolo Conglomerati, “geologico” e al tempo stesso arieggiante alla crisi del capitalismo finanziario delle megacorporations, è stata preceduta da un aureo libretto di conversazioni fra l’autore e un giornalista del «Corriere della Sera», Marzio Breda. Qualcuno potrebbe ricordare che verso la fine della loro vita libri analoghi servirono a illuminare sia la poesia di Eugenio Montale, sia l’arte di Federico Fellini. Con In questo progresso scorsoio ci troviamo di fronte a qualcosa di analogo. Il titolo, geniale e illuminante, viene esplicitato verso la fine del primo dei sei densi capitoli tematici; si tratta dell’incipit di un aforisma che parla da sé: «In questo progresso scorsoio/ non so se vengo ingoiato/ o se ingoio».

Zanzotto vi parla con libertà e chiarezza del suo passato, dei suoi anni di formazione fra regime fascista e Resistenza (alla quale partecipò con posizioni di intransigente e difficile pacifismo), del clima pesante del primo dopoguerra, segnato dagli opposti schieramenti, come diceva Saba, dei chierici rossi e neri; affronta con molta onestà i suoi rapporti con le fedi, da quella cristiana a quelle orientali; offre naturalmente con larghezza profonde riflessioni sulla natura del linguaggio e sul senso della poesia, «una sorta di “piacere del principio” che sta al di qua del “principio di piacere” di freudiana memoria», e che nel suo caso attinge «all’albuminosa atmosfera fatta di voci, di nenie cantilenanti di madri e balie, di ipnotiche alternanze di armonie, ritmi e suoni del mio “nido”»: la poesia non «nasce necessariamente dal dolore e dalla frustrazione. Al contrario – propone il vegliardo – mi pare che essa sortisca dall’“entusiasmo” e dalla sovrabbondanza del sentire [...] da una meraviglia adorante per qualche cosa che, nella sua bellezza o sublimità, chiama insistentemente alla sua esaltazione». Ma per tornare al titolo così forte: Zanzotto è legato a filo doppio al territorio, alla campagna, al suo paesaggio (non bucolico, ma sempre carico di storia) e alle tracce che vi incide chi vi abita. Per questo, da alcuni decenni ormai, la sua musa non ha potuto non confrontarsi con una modernità che strozza e annichila, con un progresso che soffoca l’uomo e la sua aspirazione di pace e lavoro, di serenità, di amore e persino di benessere stringendogli sempre di più il cappio intorno al collo. Un progresso-impiccagione instaurato da una vera e propria «dittatura del consumismo universale», che ci riversa addosso «troppo di tutto» – soldi e soldi in cambio, faustianamente, dell’anima. Ovvietà e lamentazioni senili? Zanzotto ha uno sguardo e un orecchio acutissimi. Osserva la deriva miope dei fondamentalismi localistici, e intanto assiste ad una proliferazione urbanistico-architettonica che ha mutato, deturpandoli, i connotati del Veneto felix del passato. Tutto questo si regge non tanto, genericamente, su decisioni “cattive” e per questo sbagliate, ma su una compiaciuta ignoranza e sull’offuscamento dei procedimenti logici: proprio quelli sui quali lavora un poeta, magari per scardinarli ma in maniera liberatoria. Il progresso del «soprasviluppo senza regole», invece, produce una «indecidibilità tra i concetti di vero e falso [...] una struttura oscillante di nonsensi [...] entro cui è destinata a naufragare ogni logica». Si è venuto a creare «un vuoto epistemologico [...] il vero non è più praticabile [...]: lo è solo il falso».

Lo stesso impegno del poeta può apparire «fatica sprecata», perché una schizofrenia di massa rende deboli le scelte, e si disfa di notte quello che di giorno ci si è illusi di costruire. Le ragioni dell’ambiente si trovano a dover fare i conti con le disragioni dell’uomo. Per Zanzotto, che al declino di Venezia dedicò anni fa alcune prose memorabili, un «caso esemplare lo offre la vicenda di Porto Marghera: fino a qualche anno fa si volevano smantellare, a furor di popolo, tutte le linee di produzione petrolchimiche perché altamente inquinanti [...] adesso, sempre a furor di popolo, si rivendica un rilancio industriale che avrebbe un impatto incompatibile con [...] un ambiente delicatissimo come la gronda lagunare». Ne è nato un poemetto con qualche eco persino infernale, dantesca, Fu Marghera (?), di cui leggo solo due estratti.


(1)
Vuoto come di denti cavati

quadri e intarsi di nulla diversi

l’abbandono non è

né morte né liberazione

l’abbandono è crollo disarticolazione

è strappo di colori e di forme del nulla

che non si rivelò più creante

che in questa spenta saccagnata ridda

secche scadenze dei fuochi del niente

sono bocche slinguate pelli bruciate

forze defenestrate ma per niente

domate o patafisiche in nero in cinerino

smascherate, virate, creative nell’essere

puri colmi di morte della stessa morte


(3)
Morte delle morti

scheletri rimasti delle stesse fiamme

paralizzate

di cui siete l’imprevedibile

filiazione,

forte spinta a città di malora

città perduta,

tanto morte da essere impegnata

a farsi fantasma di se stessa,

che stridi muta

tuoi gerghi anche

nell’annientamento protervi

di chimici spettri

mal protesi nervi
Un poeta come Zanzotto, per vari motivi, non ultimo quello anagrafico, appare come l’ultimo, venerabile confine di una tradizione ormai a tutti gli effetti scomparsa, travolta, forse anche con qualche ragione. Una tradizione peraltro non solo angustamente “italiana”, ma, dal piccolo paesello di Pieve di Soligo, pienamente europea e occidentale, risalente alle origini greco-latine, e sempre aperta all’apporto di culture altre. Costruendosi una lingua, un modo di dire, tutto suo, associativo, sognante e al tempo stesso, acceso da illuminazioni implacabili, intende portare avanti e consegnare, tradĕre, l’idea pre-moderna dell’aura. Il poeta è chi cerca di dare nuovi nomi alle cose, ai sentimenti. Si propone ancora come avanguardia di una più piena e condivisa umanità, dando espressione a «tutte le manifestazioni dell’emozionalità umana», incluso l’eterno fantasma dell’amore.

E sull’amore, a quasi 90 anni, ha ancora qualcosa da dire: «è purtroppo vero che nell’amore spesso si nasconde il gioco meschino dell’aggressività: e forse è vera pure l’affermazione secondo cui nell’amore noi diamo ciò che “non” abbiamo, cioè offriamo il nostro vuoto, il nostro mancamento, e in questa donazione reciproca del nulla spesso vanno a picco i componenti della coppia... aperta o meno che sia. Resta il fatto che solo nell’amore si sperimenta l’unicità, l’insostituibilità di un essere, ciò che lo fa assolutamente prezioso in sé e per sé. Non importa quanto debba durare questa che forse è soltanto un’allucinazione, l’importante è che ci sia». Vorrei allora congedarmi leggendo uno dei componimenti più piani, esposti, dell’ultimo Zanzotto, che evoca appunto col flusso delle parole una corrente emotiva in cui si mescolano dolci allucinazioni e sfuocate immagini del passato. Un addio a un amore perduto, e forse solo poco più che sognato.


verso London

Si rincorrono rincorrono

sotto la pioggia –

e ci distanziavamo sempre più

sotto la pioggia

neve pioggia

ma con abbondanti luci

di ferali inferi inclusi

che fatica – lei doveva

io non potevo

sempre più distanti ma

come nell’intuizione di un inseguimento rovesciamento

che ci rendeva per sempre

sempre più distanti

anche se il tuo minimo fiocchìo

neve, non la pioggia ne era causa –

e poi nel fondo l’autocorriera,

e poi la piazza intera



vuota e vuota l’autocorriera.
Alla fine, ecco, meravigliosa e inaspettata, una rima: una presenza intima, antica, a fornire un po’ di conforto.



©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale