Marzo è lo stesso di venticinque anni fa



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28.03.2019
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Intervento di Pierre Carniti al Convegno internazionale su Ezio Tarantelli


Roma, 26 Marzo 2010-Facoltà di Economia e Commercio- Università “La Sapienza”
Ricordando Tarantelli
Marzo è sempre più o meno lo stesso. Oggi come venticinque anni fa. Talora controverso di sole e nubi. Assolato come la mattina del 27 quando Ezio Tarantelli fu ciecamente estratto e ferocemente spento sulla cabala della violenza omicida. Incerto come invece due giorni dopo, quando in tanti si sono dati appuntamento sul piazzale della chiesa di S. Lorenzo al Verano per recargli l’ultimo addio. Ricordo il lento indugio dei suoi cari, dei suoi amici e dei suoi colleghi, quasi per trattenersi ancora un poco, al di qua del punto in cui si misura la certezza di un commiato irrimediabile.

La nostra memoria è fatta di cenere e vento. Lungo la frana dei giorni e dei sentimenti, in venticinque anni accadono tante cose che vogliono essere inseguite, anche quando non hanno alcun serio costrutto. Solo quando la convenzione degli anniversari costringe ad una intermittenza ci riesce di vedere che, forse, accade ben poco che non sia la verità di queste lacune, di queste sottrazioni, di quest’algebra in cui si racconta e si calcola la vita di ciascuno.

Eppure se guardiamo alla parole ed alle trame sempre più esili della politica sociale, non necessariamente al centro della scena, ma nei punti in cui si dipana la fatica di una riflessione si può dire che in tutti questi anni la memoria ed il lavoro di Ezio Tarantelli è stata ripetutamente evocata. La cosa è più che comprensibile considerato che Tarantelli è stato indiscutibilmente un personaggio emblematico. Lo è stato per la sua spiccata personalità; per la sua posizione scientifica; per le sue radici culturali; per la sua carica umana; per il suo apporto alle teorie ed alle politiche del lavoro. Disponeva di solide basi teoriche dell’economia e di padronanza dell’econometria, acquisite sotto la guida di Federico Caffè e successivamente in America al MIT, dove aveva studiato e poi lavorato con Franco Modigliani. Sarà proprio Modigliani (che avevo informato dell’intenzione di dare vita ad un modello econometrico per valutare ed orientare, nel limite del possibile, le politiche rivendicative) a suggerirmi di affidare a Tarantelli, considerata la sua competenza ed autorevolezza, il compito di progettarlo e realizzarlo.

In proposito, il mio personale convincimento era che sarebbe stato opportuno costituire un organismo unitario. L’idea fu quindi discussa con Cgil ed Uil che, in diverse occasioni, confermarono il loro interesse al progetto. Interesse che purtroppo, dopo alcuni mesi, non era riuscito a trasformarsi in impegno concreto. Preso atto dello stallo, sia pure con qualche rammarico la Cisl, d’intesa con Tarantelli, decise di procedere da sola. Fu quindi costituito il Momel e successivamente l’Isel di cui Tarantelli divenne presidente. La responsabilità politica di seguire, per conto della segreteria confederale Cisl, la realizzazione del programma fu assunta da Eraldo Crea. Che, per le sue qualità culturali ed umane non ebbe alcuna difficoltà a trovarsi, da subito, in piena sintonia con Tarantelli creando insieme le condizioni per una rapido ed efficace avvio del progetto.

Chi lo ha conosciuto non avrà difficoltà a ricordare come, riflettendo sui problemi economici e sociali e sui costi umani che ne derivavano, Tarantelli sia giunto a formulare un giudizio meditato anche sulla crisi della scienza economica. Credo che per molti le vicende economico e sociali con le quali siamo ora alle prese costituiscano una dura, ma non inattesa, conferma di quel suo giudizio. Resta il fatto che Tarantelli era convinto che fosse ormai impossibile trovare una soluzione ai problemi sempre più acuti dell’inflazione e della disoccupazione (che rendevano drammatica la condizione sociale della prima metà degli anni ’80) ricorrendo ai contrapposti modelli teorici Keynesiani e monetaristi, allora dominanti. Questa pensiero lo spinge a riflettere sugli aspetti istituzionali maturando il convincimento che gli assetti socio-politici dell’epoca condizionavano tanto la scelta del modello teorico di conduzione della politica economica, che l’efficacia degli interventi. Giunge così alla conclusione che, soprattutto nelle società complesse e fortemente strutturate l’economia non può essere governata sulla base di una teoria appesa a presunte ed astratte leggi “naturali”, alle quali anche le istituzioni ed i conflitti sociali sarebbero obbligati a piegarsi.

Sulla base di queste premesse teoriche, accompagnate da una accurata analisi economica (anche di tipo comparato con altri paesi) Tarantelli dimostra che le spinte salariali eccedenti la produttività non modificano permanentemente la distribuzione del reddito. Anzi la spirale prezzi-salari, innescata anche da aumenti di salario puramente nominale, di norma, si ritorce contro i lavoratori. Perché minaccia la stabilità, la continuità dello sviluppo del reddito e quindi dell’occupazione. Nasce da queste riflessioni la sua proposta di contrastare l’inflazione (che all’inizio degli anni ’80 viaggiava sopra il 20 per cento mangiandosi il lavoro e, se fosse cresciuta ancora, rischiava di mangiarsi anche la libertà e la democrazia, da lui intese come “ideale umano e valori morali”) con la predeterminazione della scala mobile nell’ambito di un intervento concordato sulle “aspettative inflazionistiche”. Intervento realizzabile nel quadro di uno “scambio politico” finalizzato a garantire: il salario reale, lo sviluppo dell’occupazione, l’equità sociale. Inizialmente, quasi tutti i dirigenti confederali di Cgil, Cisl ed Uil non ebbero difficoltà a ritenere la sua proposta convincente e ragionevole. Anche per la buona ragione che le numerose misure adottate unitariamente per cercare di arginare le conseguenze inflazionistiche innescate dalle crisi energetiche del ’73 e del 79 si erano rivelate, al tempo stesso, tanto socialmente dolorose quanto economicamente inefficaci.

I suoi contributi hanno quindi avuto una grande influenza sugli accordi tra Governo, Sindacati e Confindustria del gennaio 1983 e del febbraio 1984. Come è noto, purtroppo, alla conclusione di quest’ultimo non si registrerà l’adesione unanime dell’intero movimento sindacale. Alla divisione farà seguito anche una aspra dialettica politica e sociale che terminerà solo nel 1985 con la conferma referendaria delle intese raggiunte. Resta, in ogni caso, il fatto incontrovertibile che le idee, le elaborazioni, l’apporto di Tarantelli hanno avuto in quegli anni una funzione importante nel costruire soluzioni in grado di scongiurare una dissoluzione economico e sociale, altrimenti inevitabile.

A venticinque anni di distanza dal suo assassinio i problemi economici e sociali che affliggono il mondo e l’Italia sono ovviamente mutati. Ma sono convinto che continua a restare attuale il suo accorato richiamo indirizzato ai colleghi economisti circa il pericolo che “L’economia rischia […] di esibire i suoi eleganti modelli matematici sulle scene di un teatro accademico chiuso per lavori di restauro, mentre il vero dramma si consuma altrove”. Ed oggi, come ben sappiamo, si consuma tra i cassaintegrati, tra chi ha perso il lavoro, tra chi non riesce a trovarlo, tra chi non ce la fa con il salario, mentre l’Irpef (ora Ire) da imposta sulle persone fisiche si è di fatto trasformata in imposta sui salari e sulle pensioni, contribuendo all’ulteriore peggioramento della politica distributiva.

Naturalmente le ragioni di questo stato di cose sono molte. Non ultimo, a mio giudizio, il fatto che alla base della destrutturazione sociale dell’ultimo quarto di secolo ha influito pesantemente una cultura ed una visione del mondo secondo la quale le società costruite sull’individualismo e la competizione sarebbero più dinamiche di quelle orientate ai valori di solidarietà ed eguaglianza. Anzi, le prime sarebbero addirittura più felici. Per contro, le seconde sarebbero invece più malinconiche ed anche più tristi. Si è finito così con l’esaltare l’egoismo ed accantonare l’etica. Con i risultati che ora sono sotto gli occhi di tutti.

Dove abbiano portato queste pseudo-teorie ce ne rendiamo conto leggendo i bollettini quotidiani delle emergenze sociali. Che lasciate a sé stesse, come in gran parte sta accadendo, rischiano soltanto di produrre tensioni potenzialmente esplosive. Problema questo colpevolmente sottovalutato non solo dagli accademici (come lamentava Tarantelli) ma quel che è più grave dalla politica. Succede così, e non a caso, che al posto dello “scudo dei disoccupati” invocato da Tarantelli, sia stato deciso lo “scudo fiscale” per gli evasori. Cambiamento di priorità che conferma, come scriveva Manzoni, che “Non sempre quello che viene dopo è progresso”.

Personalmente non credo comunque che la “maionese impazzita”, a cui sembra ormai ridotta l’economia globale, sia semplicemente il prodotto di azioni dissennate, di errori anche criminali, di calcoli sbagliati. Penso, al contrario, che essa sia il prodotto avvelenato di un percorso sistematico che ha avuto i suoi teorici, i suoi strateghi, i suoi intellettuali organici, i suoi ausiliari politici e sociali, ed una sostanziale egemonia culturale. Egemonia che è servita ad inculcare nella mente delle persone che quello che veniva proposto era il migliore dei mondi possibili e che l’oggettivo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro per milioni di persone era il prezzo necessario da pagare alla crescita ed al miglioramento delle prospettive future. Rimediare ai guasti causati da questa egemonia culturale non sarà facile e soprattutto si rivelerà compito di non breve durata.

Resta comunque il fatto che oggi ci ritroviamo con una sola certezza: dalla crisi usciremo con più debiti, con una crescita più stentata, soprattutto con meno posti di lavoro. Ed a pagare il costo maggiore saranno in particolare i giovani, le donne, i precari. In sostanza la nuova generazione. Di fronte a questa prospettiva il ricordo di Tarantelli non può, dunque, che acuire il rimpianto.



Purtroppo un fatto, più precisamente un misfatto separa come un macigno da venticinque anni le nostre parole ed il suo silenzio. Per la sua morte non ci sono parole, tranne quelle che speravamo avrebbero pronunciato i giudici nei confronti degli assassini. Disgraziatamente questo non è accaduto. O meglio, è accaduto tardivamente e solo parzialmente. Lasciando dolorosamente irrisolto il bisogno di verità e giustizia. Per quel che mi riguarda posso solo dire che ai sicari che hanno compito quel crimine orrendo non si potrà mai concedere la simulazione di un significato politico. Non si potrà mai stabilire una relazione – sia pure antagonistica – tra Tarantelli e chi lo ha trucidato. Anche per questo penso che la solitudine della sua morte vada tutelata. Perché sia ancora più chiaro che il più alto onore della vittima è quello di non potere venire mai accostato, neanche indirettamente, ai suoi carnefici.
Roma, 26 Marzo 2010





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