Marzo Fuori dal coro: IL cinema di Raffaele Andreassi 4-8 marzo Ettore Scola, un umanista nel cinema italiano marzo Incontro con IL Cinema Sardo a Roma



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1-2 marzo Elio Petri, un autore inclassificabile

3 marzo Fuori dal coro: il cinema di Raffaele Andreassi

4-8 marzo Ettore Scola, un umanista nel cinema italiano

9 marzo Incontro con il Cinema Sardo a Roma

10 marzo Nicola Rondolino, cineasta

11 marzo Art/Trevi: Invernomuto

12-16 marzo Omaggio a Silvana Pampanini, la prima diva del dopoguerra

16-20 marzo Viaggio in Italia. Il cinema di Antonietta De Lillo

18 marzo Violent Shit the Movie

22 marzo Sound and Vision. Omaggio a David Bowie (parte seconda)

23 marzo L’altro teatro: le cantine romane

24-29 marzo Raf Vallone, un divo anomalo

30 marzo Omaggio a Andrzej Zulawski

31 marzo A tu per tu con il produttore (e distributore): Valerio De Paolis
1-2 marzo

Elio Petri, un autore inclassificabile

Due importanti volumi recentemente usciti hanno fortunatamente riaperto il “caso Elio Petri”, proponendo nuove riflessioni su un cinema più unico che raro, che sfugge da qualsiasi retorica. Quando si parla di cinema di denuncia in Italia il nome di Elio Petri non manca mai, viene recitato come una litania accanto ai nomi di Francesco Rosi e Damiani Damiani, modelli ineguagliabili per chiunque cerchi di indagare la realtà con la macchina da presa ed emblemi di una stagione aggressiva del cinema italiano di fronte agli stimoli proposti dalla società. Ma questo accostamento reiterato nel tempo, destituito di ogni approfondimento critico, non giova alla figura di Petri, elevato a totem di un cinema che vanta molti tentativi di imitazione (anche e soprattutto televisivi), ma che in realtà non ha fatto proseliti. Mentre il regista merita ben altra sorte e considerazione, prescindendo anche dal cinema di denuncia. Il cinema di Petri è stato capace di trascendere la realtà con l’arma del grottesco, ma anche di cogliere con sensibilità i mutamenti sociali in atto. Rimane, infatti, inclassificabile Todo modo, uno dei film più allarmanti del cinema italiano, che a distanza di quasi trentacinque anni non siamo ancora riusciti a definire, delineare, delimitare perché la Storia, con le sue contraddittorie vicende, ha contribuito a rendere ancora più intrigato e intrigante. Il mistero del film è il mistero di un regista che, affrontando prevalentemente (e rileggendo) la realtà circostante, ha quasi sempre evitato di parlare di se stesso, eppure la sua complessa personalità, il suo travaglio interiore (raccontati poi dal suo sceneggiatore di fiducia, Ugo Pirro, nel fondamentale libro Il cinema della nostra vita) sono comunque emersi, tra le righe. Dietro la denuncia si nascondeva un uomo che non si definiva un artista, tantomeno un intellettuale, ma «un adolescente, ancora senz’arte, né parte». Adolescente fino all'ultimo, per allontanare lo spettro della morte: «Se ci penso bene, ogni cosa si fa per sfuggire all’idea della morte, per passare il tempo, perché la mente sia occupata da altro che non dall’idea, o voglia o paura, di morire».


martedì 1

ore 16.30 La proprietà non è più un furto di Elio Petri (1973, 126’)

«Il giovane bancario Total (F. Bucci), marxista-mandrakista e allergico al denaro, si licenzia e decide di colpire un ricco macellaio (U. Tognazzi), prototipo del ladrocinio organizzato, in quel che ha di più caro: la proprietà che, oltre a essere un furto, è una malattia [...]. Storia di una persecuzione e apologo grottesco in chiave espressionista-brechtiana “sulla nascita della disperazione in seno alla sinistra” (E. Petri), il film segna il passaggio del regista, autore della sceneggiatura con Ugo Pirro, a quella fase catastrofica, apocalittica e quaresimale che sarà accentuata in Todo modo (1976). “... sfocia in un nullismo che sfiora l’onda scettica di uno Swift senza concederci il bene di una breve sponda non bagnata, non inquinata da un senso di impotenza e di vuoto” (Pietro Bianchi). Troppo cupo, piuttosto isterico nella constatazione di un fallimento, privo di ironia e di gioia nel gusto della trasgressione. Notevoli il contributo di Luigi Kuveiller con una fotografia livida e deformante e il concertato dagli interpreti» (Morandini).
ore 18.45 La classe operaia va in paradiso di Elio Petri (1971, 115’)

«La classe operaia, e il suo portaparola funzionale Lulù Massa, operaio alla catena di montaggio, riguarda direttamente il problema della rappresentazione sulla scena della “classe operaia”, e dello spessore mitologico di cui “soffre” una tale rappresentazione. […] È dunque il film di Petri più radicalmente esposto, assieme a Todo modo – che ricordiamo fu un film anche di battaglia politica. E fu, conseguentemente, il film che più “divise”, laddove, in certo modo, Indagine poteva unire, nell’equivoco però. […] Così come la scena politica italiana era occupata dalle lotte operaie nelle fabbriche, altrettanto il discorso attorno al politico tendeva a doppiare la scena del reale investendola del desiderio, ammantandola del velo mitologico» (Rossi).
ore 20.45 Incontro moderato da Emiliano Morreale con Goffredo Fofi, Paola Petri, Gabriele Rigola, Alfredo Rossi, Piero Spila

Nel corso dell’incontro verranno presentati i volumi: Alfredo Rossi, Elio Petri e il cinema politico italiano. La piazza carnevalizzata (Mimesis, 2015), Gabriele Rigola (a cura di), Elio Petri, uomo di cinema. Impegno, spettacolo, industria culturale (Bonanno, 2016)


a seguire Buone notizie di Elio Petri (1979, 116’)

Buone notizie, film raro di Elio Petri, manifesta un pessimismo ormai inguaribile, saturo di spinte metafisiche. Racconta di un funzionario della televisione che incontra un vecchio amico ossessionato dalla paura di venire ucciso... «Petri mi spiega il suo “piccolo film”, una storia che non mi dispiaceva. E propone di produrcelo noi [...]. Giriamo tanto materiale. C'era una comicità abbastanza astratta, strana, ma al primo montaggio il film non era niente male. [...] Elio [...] comincia a manipolare il film, a tagliare tutte le scene comiche, divertenti. [...] Petri mi spiega che non voleva ci accusassero di fare un film troppo vicino alla Wertmüller, che si rideva troppo. [...] Io non ero molto d’accordo sui tagli, però avevo un grande rispetto per Elio, persona straordinaria. Il film non ha successo. Forse Elio sapeva già del suo male incurabile perché nel film ogni tanto mi faceva ripetere una cosa strana per cui, inginocchiato davanti a una parete, dicevo agli altri: “io non voglio morire, non voglio morire!”» (Giannini).


mercoledì 2

ore 17.00 Un tranquillo posto di campagna di Elio Petri (1968, 107’)

«Pittore di successo in crisi creativa, dilaniato dalla volontà di contestazione e dalle richieste del mercato, ha un rapporto schizofrenico di amore/odio con la donna che gli fa da amante, amministratrice e infermiera e, per sfuggirla, si rifugia in una villa veneta, da anni disabitata, e cerca la compagnia di un fantasma. Film sulla pittura (sulla pop art, usando i quadri dell'americano Jim Dine), sulla ricerca disperata della bellezza perduta, sulla morte dell'arte, sui rapporti tra arte e realtà, “... è prima di ogni altra cosa un giro di boa tecnico: di tecnica narrativa, di montaggio, di ritmi, di effetti speciali, di fotografia. Senza l’esperienza maturata sarebbero forse impensabili i successivi film...” (A. Rossi)» (Morandini).
ore 19.00 Todo modo di Elio Petri (1976, 137’)

«Mentre in Italia si scatena una terribile epidemia, un centinaio di “notabili” del partito che governa l’Italia da tre decenni si riunisce in un albergo-convento, costruito nel sottosuolo di una pineta, per eseguirvi un corso di esercizi spirituali condotto dal severo gesuita don Gaetano. In realtà, indifferenti alle prediche del sacerdote, che non ha dubbi sulla loro corruzione, ai convenuti preme soltanto concordare una nuova spartizione del potere. Ben presto la riunione si trasforma in rissa; si arriva persino ad un morto cui altri, misteriosamente, seguono nei giorni successivi, gettando il terrore tra i politici riuniti. Forse l’opera più “politicamente scorretta” sulla figura di Aldo Moro (rappresentato da colui che tutti chiamano “il presidente”). Film cupo, grottesco, profetico, nel quale lo statista democristiano vi è rappresentato come colui che dovrà “portare la croce della mediazione sul Monte Calvario dei nuovi assetti”. Il film fu girato nel 1975, proprio nel momento in cui le BR cominciavano a prendere in considerazione come possibili obiettivi di un sequestro, oltre a Moro, personalità politiche come Giulio Andreotti e Amintore Fanfani» (Uva).

Restaurato da Cineteca di Bologna e Museo Nazionale del Cinema di Torino, in collaborazione con Surf Film, presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata

Copia proveniente dal Museo Nazionale del Cinema di Torino
ore 21.30 Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri (1970, 115’)

Un commissario di polizia uccide la sua amante e lascia ovunque, nella casa della donna, indizi contro di sé. Vuole verificare fino a che punto il potere, di cui egli è un esaltato rappresentante, riuscirà a proteggerlo, al di là di ogni prova che possa incriminarlo. «Petri, preso alla gola dall’attualità, e probabilmente compiaciuto del suo ruolo scandaloso, ha insistito su un solo versante, forzando le tinte nella pittura dei metodi polizieschi. Ma basta scalfire con l’unghia il suo film, ricordare il timbro esistenziale che accompagna la sua opera precedente, per toccarne il tessuto più vero, intinto di angoscia storica espressa in forme di paradosso. Impressione accentuata dalla struttura narrativa, da quell’aprirsi e chiudersi del film su toni grotteschi (il delitto iniziale, il rinfresco sul finire) che stringe in una tenaglia di sarcasmo il cuore realistico del racconto» (Grazzini). Fra i tanti premi vinti, spicca l’Oscar per il miglior film straniero.
giovedì 3

Fuori dal coro: il cinema di Raffaele Andreassi

Nato nel 1924 a L’Aquila, cresciuto a Reggio Emilia, trasferitosi a Roma nell’immediato dopoguerra, Andreassi è un autore “isolato”, da scoprire. Oltre a un libro di poesie (Paesi del cuore, 1958) e all’attività di giornalista e di fotografo, ha realizzato, dal 1950, un centinaio fra cortometraggi e documentari, molti dei quali sull’arte. Per la televisione, oltre ad alcuni “caroselli”, ha diretto, fra il 1962 e il 1975, una trentina di servizi a carattere giornalistico e documentaristico. Per il cinema ha diretto Faccia da mascalzone, dai Racconti romani di Moravia, uno dei due episodi del film Hollywood sul Tevere (1955, ma uscito nelle sale e oggi introvabile). Del 1961 è il documentario di lungometraggio La nostra pelle, prodotto da Carlo Ponti e mai terminato. Nel 1963 realizza il film-inchiesta I piaceri proibiti (il cui titolo di lavorazione, cambiato per motivi commerciali, è L’amore povero), mentre del 1969 è il film di finzione Flashback, selezionato in concorso al festival di Cannes. Infine, nel 1999, porta a termine una sorta di summa della sua opera di documentarista d’arte, con risultati che vanno molto al di là delle premesse: I lupi dentro, tre ore sui pittori naïf della bassa padana, dove utilizza anche estratti di alcuni suoi cortometraggi degli anni Cinquanta e Sessanta. Il cinema di Raffaele Andreassi continua ad essere un oggetto misterioso e sconosciuto, nonostante l’evidente importanza storico-culturale e la rara intensità estetica che gli appartengono. L’intento della rassegna, cominciata a gennaio, è riproporre per intero, con appuntamenti a scadenza mensile, tutti i lavori al momento proiettabili, conservati negli archivi della Cineteca Nazionale, dove è depositato il fondo del regista, della Cineteca di Bologna e dell’Archivio del Cinema d’Impresa di Ivrea.



Rassegna a cura di Adriano Aprà e Fulvio Baglivi
ore 17.00 Simone Martini di Raffaele Andreassi (1958, 10’)

Il cortometraggio commemora Simone Martini, tracciando le linee principali della sua esistenza e mostrando allo spettatore alcune delle sue opere migliori, incastonate nei luoghi dove in realtà furono create.

Copia proveniente dall’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea
a seguire Arte di Guido Reni di Raffaele Andreassi (1955, 9’)

«Rievocazione della vita bolognese del Seicento. I costumi dell’epoca, la città antica e i motivi che muovevano interessi religiosi e spirituali inseriti nell’ascesa artistica del pittore Guido Reni. Attraverso le sue opere quindi un’attenta biografia dell’artista e un esame della sua validità di pittore» (Andreassi).
a seguire Napoli borbonica di Raffaele Andreassi (1955, 7’)

«Il documentario tende a presentarci la Napoli borbonica attraverso i monumenti, i palazzi e tutte le opere d’arte dell’epoca: il Maschio Angioino, le Reggia di Capodimonte, Villa Floridiana, il Castello di San Martino e una serie di quadri commemorativi delle famiglie reali del tempo. La nuova città conserva ancora, a tratti, gli aspetti della Napoli di cent’anni fa» (Andreassi).

Copia proveniente dall’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea
a seguire Lorenzo Viani di Raffaele Andreassi (1959, 10’)

«Il soggetto tratta della vita e delle opere del pittore Lorenzo Viani scomparso 20 anni or sono. Attraverso le sue opere rivivremo la vita di questo pittore viareggino che amò più d’ogni altro la sua bella Toscana. I suoi “pescatori” di Toscana saranno messi in giusto risalto in questo documentario» (Andreassi).
a seguire Modigliani di Raffaele Andreassi (1954, 10’)

«Parigi vista da Utrillo. Leggenda di Toulouse-Lautrec. L’ombra di Van Gogh. Rouault. Picasso e i suoi periodi bleu e rosa. In questa Parigi popolata di grandi arriva il giovane Modigliani. Le pitture di Modigliani nel periodo che va dal 1912 al 1920. La sua fine» (Andreassi).
a seguire Primo Conti di Raffaele Andreassi (1964, 10’)

«Primo Conti, uno dei più noti pittori italiani, è toscano e della razza ha preso tutte le caratteristiche di temperamento. Ha cominciato a dipingere a 15 anni ed è arrivato ad essere un maestro del futurismo in un’epoca di ferventi battaglie artistiche. Ora s’è ritirato a Fiesole. Il documentario vuol essere un ritratto di questo grande artista del nostro secolo» (Andreassi).
a seguire Armonia di forme di Raffaele Andreassi (1955, 10’)

«Lo scultore Francesco Messina è uno dei più rappresentativi artisti del nostro tempo. Nello studio di Brera, dove lo scultore lavora, si susseguono alcuni momenti della giornata creativa dell’artista. La materia si trasforma nelle sue mani, prende forma, assume somiglianza e movimento…» (Andreassi).
a seguire Alik Cavaliere di Raffaele Andreassi (1972, 37’)

Documentario sullo scultore milanese, professore e poi direttore dell’Accademia di Brera, alliero di Francesco Messina.
ore 19.00 Gli stregoni di Raffaele Andreassi (1961, 19’)

«Anche nelle grandi città gli uomini afflitti si rivolgono ai sacerdoti delle superstizioni con la speranza di farsi predire un futuro felice. Questo documentario, realizzato a Roma, è la fedele rappresentazione di fatti che realmente accadono e di personaggi realmente esistiti» (didascalia iniziale del film).
a seguire Risveglio di Raffaele Andreassi (1958, 11’)

«La grande città si addormenta faticosamente, le sue arterie pulsano fino a notte alta ed il riposo assoluto, il sonno profondo, dura quasi un attimo: prima dell’alba il silenzio è perfetto, le mille luci circondate da un pallido alone, si confondono, immobili, con le ultime stelle. Solo un attimo, poi alla periferia lo sferragliare di un treno, infine il fischio acuto della locomotiva che si perde nelle strade deserte: ed è un segnale, un richiamo, un grido che trova risposta nell’eco» (Andreassi).
a seguire Mezzafaccia di Raffaele Andreassi (1959, 12’)

«Un venditore ambulante di lamette da barba, visto in due diversi momenti della sua giornata: quando apparentemente contento, spiritoso e pieno di vita cerca di vendere la sua mercanzia e a sera, quando stanco e malinconico, rientra nella sua vera natura di uomo estremamente solo» (Andreassi).
a seguire Tornare all’alba di Raffaele Andreassi (1962, 12’)

«Un uomo giovane, sposato, con un figlio, rientra a casa all’alba, dopo una notte ambigua, trascorsa non si sa dove, ma in una condizione morale evidentemente contraddittoria con ciò ch’è la morale della famiglia. Il documentario, più che i fatti e le situazioni di cronaca, mette a fuoco gli atteggiamenti, i rimorsi, gli scrupoli del personaggio dopo una simile scappatella. La moglie sta ad aspettarlo con gli occhi sbarrati, benché finga di dormire» (Andreassi).
a seguire La città calda di Raffaele Andreassi (1962, 10’)

«Nella mia intenzione, con La città calda mi ripromettevo di evitare commenti parlati e sonori proprio per non accentuare la commozione. A una certa età inizia un processo di rivisitazione del passato e si raccolgono immagini e dati reali e visionari. Per il mio protagonista l’estate, il caldo, il paesaggio intorno che lo assedia e lo seduce portano fatalmente a un esito liberatorio» (Andreassi).
a seguire I fidanzati di Raffaele Andreassi (1958, 11’)

«In una grande città si incontrano vari tipi di fidanzati. Il fidanzamento appartiene ad una stagione particolare della vita. Il fidanzamento è la sosta più o meno lunga degli uomini al bivio della loro vita. I fidanzati vuole seguire ed analizzare vari tipi di fidanzati e seguendoli nei loro vagabondaggi, e osservandoli nei momenti di espansività, ricostruirne la storia. A scenario dei fidanzati vedremo luoghi insoliti, caratteristici e suggestivi della città» (Andreassi).


a seguire Epilogo di Raffaele Andreassi (1960, 10’)

«Una ragazza di provincia aveva lasciato la sua cittadina per una grande città, sperando di poter avere successo. Dopo un periodo di delusioni ed amare esperienze, delusa, decide di ritornare nella sua cittadina. In una camera d’albergo, in attesa del padre che dovrà riaccompagnarla a casa, la ragazza rivive alcuni momenti del suo recente passato» (Andreassi).
ore 20.45 Amore di Raffaele Andreassi (1964, 13’)

«L’amore visto attraverso le testimonianze di alcuni personaggi arrivati al massimo dell'età anagrafica. Il documentario ha il carattere dell’inchiesta giornalistica. Saranno intervistati vecchi e vecchie dell’ospizio di Montedomini in Firenze e attraverso i loro ricordi, i loro sentimenti attuali si cercherà di individuare un certo senso dell’amore, ch’è poi quello più disinteressato: di gente, cioè, ch’è ormai capace di amore perché ha vissuto tutte le esperienze e non aspetta altro che la fine della vita» (Andreassi).
a seguire L’amore povero di Raffaele Andreassi (1963-2015, 115’)

Film a episodi nato da un’inchiesta sulla prostituzione a Roma agli inizi degli anni sessanta, fu distribuito al cinema tagliato dalla produzione e con l’improbabile titolo I piaceri proibiti. Questa versione, più completa e vicina alle intenzioni degli autori, è una ricostruzione fatta a partire dai materiali del regista depositati presso la Cineteca Nazionale.
4-8 marzo

Ettore Scola, un umanista nel cinema italiano

Si è spento a Roma il 19 gennaio 2016, all’età di 84 anni, Ettore Scola. Rubando il titolo al toccante volume di Ennio Bispuri, l’omaggio Ettore Scola, un umanista nel cinema italiano vuole raccontare il mondo di uno dei più grandi autori del cinema italiano: un umanesimo di personaggi a tutto tondo che hanno avuto difficoltà a comprendere le ricette dell’esistenza. Un umanesimo talmente verosimile nei suoi tic e ossessioni che un po’ tutti vi ci possiamo riconoscere. Come scrive giustamente Bíspuri, « Scola è un autore che si è sempre distinto, in ogni sua singola opera, [...] per un umanesimo di fondo, senza il quale i suoi film non avrebbero lasciato una traccia tanto profonda nell’immaginario collettivo e nella cultura italiana. Come tutti gli artisti che scendono in profondità nell’analizzare il rapporto tra gli esseri umani e la loro esistenza, Scola ci parla dei nostri problemi, ma li osserva da una prospettiva che li pone su un piano superiore rispetto a quello che si esaurisce nel quotidiano e nel divenire concreto e banale. Affronta tematiche che spaziano nella filosofia e nella vita che si consuma nel Tempo, come gli ideali che tramontano, le difficoltà dell’amore e dell’amicizia, la drammaticità delle scelte, l’imponderabilità degli eventi esterni che ci condizionano, il sopraggiungere inesorabile della vecchiaia e della morte». Attraverso il volto e il corpo degli attori (Gassman, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Troisi), Scola ha raccontata una storia d’Italia in cifre stilistiche personali sempre diverse, ma con un’attenzione sempre viva verso l’essere umano con risultati sorprendenti nella loro modernità narrativa: la coralità in C’eravamo tanto amati, l’intimistico minimale in Una giornata particolare, o il magnifico viaggio nel tempo di Ballando ballando, film dove «si articola in episodi che ripropongono in epoche differenti una medesima situazione: uomini soli e donne sole che vanno a ballare per conquistare ed essere conquistati. Un canovaccio sul quale una meticolosa sceneggiatura innestò una miriade di situazioni grottesche, paradossali, da clownerie triste, personaggi che vivevano immersi nei loro tic, occhiate seduttive e occhiatacce, alzate di spalle, sospiri, sbuffi» (Stefano Masi, Ettore Scola. Uno sguardo acuto e ironico sull’Italia e gli italiani degli ultimi quarant’anni, Gremese editore, Roma, 2006).


venerdì 4

ore 17.00 Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola (1968, 127’)

Con un titolo che ricorda quelli coevi di Lina Wertmüller, il film di Scola è una commedia il cui obiettivo primario è il provincialismo italiano, presuntuoso e un po’ ignorante, a contatto con i popoli dell’Africa, in quegli anni alla ribalta per le lotte indipendentiste e anticoloniali. Un ricco editore parte con un fidato collaboratore alla volta dell’Africa alla ricerca del cognato scomparso qualche tempo prima. La ricerca è lunga e complicata da numerosi incontri e vicissitudini e il risultato e le conseguenze non sono quelle previste. «Un film come Riusciranno i nostri eroi…, pur senza affrontare il “tema del giorno”, acutizza la rappresentazione di una società in crisi che vedendo sgonfiarsi i miti in cui è cresciuta, cerca soluzioni altrove, in qualche rasserenante vacanza (o impossibile fuga)» (Ellero). «Scola mi aveva interpellato per la parte del protagonista e pensava di far fare lo stregone a Sordi; in effetti era più facile quel ruolo per Sordi, il suo è un personaggio più esasperato, era più naturale immaginarlo con le penne. Io comunque non potevo fare il protagonista, per gli altri impegni di lavoro; così i ruoli vennero invertiti, dato che Scola non voleva rinunciare alla mia partecipazione. Fu per me un personaggio molto difficile: soprattutto perché quello che lo trovava alla fine era Sordi. Era un personaggio più difficile del normale, perché non poteva essere nemmeno il “ragionier Palletti” a farlo, doveva risultare uno che si crede davvero che possa fare cose del genere, come mollare tutto per diventare stregone in Africa. Dentro il personaggio doveva esserci una vena di follia, e anche di ambiguità. Quella caratterizzazione mi riuscì bene: ricordo che, mentre doppiavamo alla Safa Palatino, Blasetti vide quella sequenza e venne ad abbracciarmi entusiasta: “te la sei cavata anche con le penne al culo!”» (Manfredi).

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