Marzo maggio 1978



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CRONOLOGIA

(8 MARZO – 9 MAGGIO 1978)


MARZO

8 – Riunione tra le direzioni di DC, PCI, PSI, PSDI, PRI: poste le basi per la costituzione del nuovo governo.

9 – Torino. Dopo i due rinvii (17 maggio 1976 e 3 maggio 1977) e nonostante le difficoltà legate alla formazione della giuria popolare, riprende il processo a carico del gruppo storico delle Brigate rosse. «È un arco di sei anni di “attività” quello che entra in discussione, dalle prime sortite alla Sit-Siemens nell’autunno del ’70 sino alle imprese di Curcio e Semeria che hanno preceduto l’assassinio di Coco nel giugno del ’76. Il sangue dunque rimane lontano da questo processo, ma si processa pur sempre il gruppo che, teorizzandolo, gli ha dato una sorta di aberrante legittimazione» (Clemente Granata). Quindici gli imputati in aula: tutti ricusano i loro avvocati di fiducia. L’aula della Corte d’assise è allestita nella caserma Lamarmora, vicino alle Carceri Nuove. Torino è una città militarizzata: oltre quattromila gli uomini delle forze dell’ordine impiegati.

10 – A Torino un commando delle Brigate rosse uccide Rosario Berardi, 52 anni, maresciallo di polizia (aveva fatto parte dell’antiterrorismo), «colpito alle spalle e finito quando era già a terra». L’attentato è rivendicato dalla colonna torinese delle Br, la “Mara Cagol”.

11 – Formazione del quarto governo Andreotti, monocolore DC con appoggio esterno di PSI, PSDI, PRI, PCI.

16 – Alle 9.03 in via Fani a Roma, un commando delle Brigate rosse tende un agguato al presidente della DC, Aldo Moro, che è appena uscito di casa e sta andando alla Camera accompagnato da cinque uomini di scorta. I brigatisti (che bloccano le due auto, sparano e prendono l’ostaggio come nel sequestro di Hanss-Martin Schleyer, presidente della Confindustria della Germania Ovest, rapito e ucciso dopo 43 giorni, nell’autunno del ’77, dalla Rote Armee Fraktion) fanno strage delle guardie del corpo (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino, l’unico che è riuscito a metter mano alla pistola, e Francesco Zizzi), poi rapiscono Moro e si dileguano. Scatta un’imponente caccia all’uomo, mentre l’Italia sconcertata si ferma per protesta. In Parlamento Giulio Andreotti doveva presentare il suo nuovo governo: un monocolore DC con l’appoggio, per la prima volta, dei comunisti. E Moro ne era stato l’artefice principale. Si fa tutto in fretta: in serata il governo ottiene la fiducia a larghissima maggioranza. Enrico Berlinguer interviene dicendo: «Il momento è tale che tutte le energie devono essere unite e raccolte perché l’attacco eversivo sia respinto: con saldezza di nervi, non perdendo la calma, ma anche adottando tutte le iniziative e tutte le misure opportune per salvare le istituzioni e per garantire la sicurezza e l’ordine democratico (…). Si è costituito un governo che, per il modo in cui è stato composto, ha suscitato e suscita una nostra severa critica e seri interrogativi e riserve. E tuttavia c’è la novità costituita dal nostro ingresso, chiaro ed esplicito, nella maggioranza parlamentare. Non ci sono dubbi sulla rilevanza politica di questo fatto (…). Alla classe operaia e ai lavoratori, a tutti i democratici, a tutti gli antifascisti, a tutti i cittadini, a tutti i corpi dello Stato che intendono essere fedeli fermamente alla Costituzione assicuriamo l’impegno pieno, tenace e unitario del partito comunista e rivolgiamo ad essi un appello ad esercitare una vigilanza, a partecipare all’azione necessaria per sventare le manovre e le provocazioni che vogliono sovvertire la nostra democrazia, la nostra convivenza di uomini liberi». Gli viene affidata una scorta.

17 – Interi quartieri di Roma sono circondati e rastrellati casa per casa, casale per casale. Migliaia di persone e veicoli fermati e perquisiti. Il procuratore generale Giovanni De Matteo ha diviso Roma in otto quadrati, ciascuno affidato a duecento poliziotti e carabinieri. Si cerca soprattutto tra la Camilluccia e la Balduina. Ritrovata la seconda 128 dei terroristi: aveva anche una sirena della polizia. Continuano ad arrivare messaggi delle Brigate rosse, ma gli inquirenti li ritengono inattendibili. Il ministro dell’Interno Francesco Cossiga ha diffuso un elenco dei sospetti terroristi, che viene trasmesso anche alla tv. Alle 17 vertice a Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti studia un piano anti-Br con i cinque segretari della nuova maggioranza: Zaccagnini (Dc), Berlinguer (Pci), Craxi (Psi), Romita (Psdi), Biasini (Pri). Al termine dell’incontro, quattro ore dopo, Biasini è l’unico insoddisfatto: il Pri chiedeva un decreto d’urgenza con norme straordinarie. Gli altri hanno preferito procedere con cautela, incaricando un comitato di esperti perché valuti i provvedimenti e stabilisca la loro urgenza. Per il senatore del Pci Ugo Pecchioli esistono collegamenti tra certi gruppi di autonomia operaia e i terroristi: «Cellule eversive si sono infiltrate in grandi aziende industriali e anche in delicatissimi servizi pubblici: all’Enel, alla Sip, in alcuni settori dei trasporti e in alcuni ospedali (...) Bisogna rompere la catena della solidarietà».

18 – Le Brigate rosse telefonano al quotidiano romano Il Messaggero e indicano la cabina di una macchina fotocopiatrice nel sottopassaggio di largo Argentina, nel cuore della città: lì sopra hanno lasciato una busta gialla con il Comunicato numero 1 e una fotografia di Moro. Nella Polaroid in bianco e nero, il presidente della Dc è ritratto di fronte, la testa leggermente reclinata, la camicia aperta sul collo. Sul fondo la bandiera con la stella a cinque punte e la scritta Brigate rosse. Nessun ricatto nel comunicato. Solo un lungo proclama politico e l’annuncio del «processo» a Moro nella «prigione del popolo». Il leader dc è descritto come «il gerarca più autorevole» dopo De Gasperi, «il teorico e lo stratega indiscusso di quel regime democristiano che da 30 anni opprime il popolo italiano», il responsabile «dei programmi controrivoluzionari della borghesia imperialista». Il messaggio delle Br è scritto con tutta probabilità con una Ibm elettrica a testina sferica rotante. Frase finale: «I comunicati verranno battuti tutti con la stessa macchina: questa». La macchina è meno facilmente identificabile perché la testina è intercambiabile. L’esercito affianca da oggi le forze dell’ordine nella caccia ai brigatisti. È la prima volta nella storia della Repubblica che reparti militari, in assetto di guerra, vengono impiegati in un’operazione di polizia giudiziaria. Mobilitati seimila uomini: granatieri di Sardegna, fanti, bersaglieri. Al comando due generali dei carabinieri. L’intervento dell’esercito non è dovuto a una legge speciale ma all’applicazione di una norma dell’ordinamento giudiziario che consente ai magistrati del pubblico ministero di chiedere direttamente l’intervento della forza armata. Iniziativa presa nel pomeriggio nel corso di un vertice al Viminale. Partiti informati in anticipo, nessuno ha mosso obiezioni. I soldati saranno utilizzati ai posti di blocco. Roma stretta in una doppia cintura di sorveglianza. La polizia, nelle sue perquisizioni a tappeto a Roma, arriva a un appartamento in via Gradoli affittato a un certo ingegner Borghi, ma si ferma davanti alla porta chiusa. Si viene a sapere che venti giorni fa un industriale italiano aveva offerto in prestito a Moro una delle sue tre macchine corazzate. Moro aveva rifiutato. Due studenti diciannovenni, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci – d’ora in poi Fausto e Iaio – uccisi a colpi di pistola poco prima delle 20 in una strada di Milano, vicino al circolo sociale Leoncavallo, che raggruppa i giovani della sinistra extraparlamentare. Incidenti nella notte, con vetrine infrante e un centro sportivo incendiato, durante il corteo di protesta che è stato subito organizzato.

19 – Piazza San Pietro è gremita di fedeli per la domenica delle palme. Dalla finestra del suo studio Paolo VI invita tutti a pregare «per l’onorevole Moro, a noi caro, sequestrato in vile agguato, affinché sia restituito a noi al più presto». È a Roma da questa sera un nucleo speciale di agenti anti-guerriglia pronto a intervenire non appena sarà localizzata la «prigione del popolo» in cui le Br tengono in ostaggio lo statista Dc. E da oggi 32 agenti speciali tedeschi collaborano con la polizia italiana. La questura vieta una manifestazione indetta per martedì a Roma dal movimento (autonomia, Lotta continua, studenti che fanno riferimento a Democrazia proletaria ecc.), con lo slogan «Né con lo Stato né con le BR».

20 – Nessuna traccia di Moro. Ora si pensa che sia tenuto in ostaggio in un nascondiglio lontano dal luogo della strage. Anche due esperti dell’antiterrorismo inglese collaborano da oggi con gli inquirenti. Udienza a Torino del processo contro 15 brigatisti rossi. Tra gli imputati anche Renato Curcio e Alberto Franceschini. Curcio grida in aula: «Moro è in mano nostra» e ripete che il presidente della Dc sarà processato dai brigatisti. Otto volantini delle Brigate rosse, fotocopia di quello che accompagnava la foto di Moro, alla Fiat Mirafiori. Tre li ha trovati nel primo pomeriggio un caporeparto nella zona verniciatura carrozzerie, gli altri cinque erano sotto il telefono di una sala usata per le riunioni sindacali.

21 – Il governo approva il decreto anti-terrorismo, restituendo alle forze dell’ordine parte di quei poteri che negli ultimi dieci anni sono stati attribuiti alla magistratura per assicurare ai cittadini maggiori garanzie di libertà. È introdotta una nuova figura di reato, quella del sequestro politico: pene previste, da trent’anni di carcere all’ergastolo (in caso di morte dell’ostaggio). La polizia può fermare le persone da identificare e trattenerle per un massimo di 24 ore; può interrogare anche in assenza di un avvocato (il contenuto dell’interrogatorio non potrà comunque essere utilizzato nel processo); potrà ricorrere alle intercettazioni telefoniche anche per mesi, con il semplice rinnovo del nulla osta del magistrato. Al reparto carrozzerie di Mirafiori trovato un secondo pacco con una cinquantina di volantini firmati Br.

22 – Identificato un membro del commando di via Fani: è Prospero Gallinari, capo storico delle Br, evaso un anno fa. Al processo di Torino, dopo tre ore e mezzo di camera di consiglio la corte nega l’autodifesa ai quindici brigatisti imputati. Curcio e gli altri avranno una regolare assistenza legale, anche contro la loro volontà.

23 – Il ministro dell’Interno Francesco Cossiga assume il ruolo di coordinatore di tutte le forze di polizia. Sui giornali si legge la notizia che il Viminale offre ingenti somme di denaro a chiunque sia in grado di fornire indicazioni utili alla cattura dei brigatisti. Il 113 riceve milleduecento segnalazioni al giorno, il numero indicato dal ministero dell’Interno (4756 989) registra una media di duecento chiamate. In vigore da oggi la nuova legge che impone la comunicazione all’autorità di pubblica sicurezza di tutti i contratti di vendita e di affitto di fabbricati. Nel caso dei contratti che saranno stipulati in futuro, per chi non lo fa è previsto anche, oltre all’ammenda, l’arresto da sei mesi a un anno. I sindacati apprezzano la stretta anti-terrorismo. Chiedono solo che quando il Parlamento trasformerà in legge il decreto stabilisca in modo vincolante i limiti temporali dei provvedimenti.

24 – Un commando delle Brigate rosse ferisce a Torino Giovanni Picco, 46 anni, sposato con tre figli, consigliere regionale Dc, sindaco della città dal dicembre 1973 al luglio ’75. Due giovani a viso scoperto hanno sparato 15 colpi di pistola: quattro hanno colpito Picco alle spalle e alle gambe.

25 – A Torino intorno alle 16, più tardi a Roma, Milano e Genova le Brigate rosse fanno trovare il Comunicato numero 2: due facciate di 126 fittissime righe a spazio uno in cui annunciano che «è in corso l’interrogatorio di Aldo Moro», in quanto «uomo di punta della borghesia, quale più alto fautore di tutta la ristrutturazione dello Sim (Stato imperialista delle multinazionali)», per avere da lui informazioni precise «sulle strutture nazionali e internazionali della controrivoluzione imperialista e sui nomi del personale politico, economico e militare sulle cui gambe cammina il progetto delle multinazionali». I brigatisti polemizzano anche con «il partito di Berlinguer» e i «sindacati collaborazionisti», cui «spetta il compito di funzionare da apparato poliziesco anti-operaio, da delatori, da spie del regime». Ipotesi su via Fani. Prospero Gallinari, Corrado Alunni, Susanna Ronconi, Paolo Peci, Enrico Bianco, Oriana Marchionni, Mario Moretti: un rapporto riservatissimo trasmesso alla Procura di Roma dagli investigatori dà questi nomi per i brigatisti che hanno partecipato all’agguato. Agguato e rapimento sarebbero finanziati con il denaro proveniente dal sequestro dell’armatore Costa (circa un miliardo e mezzo).

26 – È Pasqua. Con un volantino firmato «colonna Mara Cagol» le Brigate rosse rivendicano il ferimento dell’ex sindaco di Torino Giovanni Picco. Il messaggio è stato fatto trovare nel pomeriggio, tramite una telefonata all’Ansa, in una cabina Sip di Torino.

28 – Il quotidiano La Stampa invita il presidente della Repubblica Giovanni Leone a lasciare il Quirinale per consentire l’elezione d’emergenza di Moro alla suprema carica dello Stato. In un editoriale non firmato il giornale diretto da Arrigo Levi definisce «disdicevole» la campagna di stampa rivolta negli ultimi mesi contro Leone, ma accusa: «Il suo quasi totale silenzio in questi ultimi giorni è motivo di grave disagio per la Nazione».

29 – Comunicato numero 3 delle Brigate rosse, con una lettera autografa di Moro a Cossiga. Il leader Dc scrive di trovarsi «sotto un dominio pieno e incontrollato» dei suoi carcerieri, «con il rischio di essere indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa». Accenna alla possibilità di uno scambio con i terroristi, ricordando «gli scambi tra Breznev e Pinochet, i molteplici scambi di spie, l’espulsione dei dissenzienti dal territorio sovietico». Sottolinea che «il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurli a salvarli, è inammissibile. (...) Un preventivo passo della S. Sede potrebbe essere utile». Il messaggio è stato fatto arrivare ai giornali a Milano, Genova, Roma e Torino in fotocopia, circa sei ore dopo che il ministro dell’Interno lo aveva ricevuto, verso le 13, attraverso un intermediario. Scrive il Corriere della Sera: «L’impianto non regge, la tragica “sceneggiata” rivela un dilemma al quale sembra impossibile sfuggire: o Moro non è più padrone di se stesso e delle proprie azioni, o quello che ha scritto gli è stato imposto». Anche Ugo La Malfa, dopo La Stampa, vorrebbe che Leone si facesse da parte. In un articolo non firmato, ma ispirato dal leader repubblicano, che sarà pubblicato domani sulla Voce Repubblicana ed è stato anticipato alle agenzie, si parla di inadeguatezza del capo dello Stato alle responsabilità del momento. Leone replica in serata parlando al Consiglio superiore della magistratura: la discrezione è il modo di esplicare il mandato presidenziale. Il capo dello Stato non pensa a dimettersi.

30 – Al termine di una intera giornata di discussione, la Democrazia cristiana replica al Comunicato numero 3 delle Br contenente la lettera di Moro: «Non è possibile accettare il ricatto posto in essere dalle Brigate rosse». Anche il Pci è rigido nel rifiuto di ogni trattativa. L’Unità va in macchina con un editoriale dal titolo “Fermezza”: «(...) La vera posta in gioco in questa vicenda è l’avvenire della Repubblica. Il dovere è arduo ma semplice: il regime democratico non può cedere al terrorismo. Guai se lo facesse. Cedere su questo terreno potrebbe soltanto aprire la strada a un crescendo di nuovi ricatti e di nuovi cedimenti».

31 – Moro ha scritto una seconda lettera, questa non resa nota dalle Brigate rosse, insieme a quella indirizzata a Cossiga. Sono poche righe destinate alla famiglia, per rassicurare la moglie e i figli sulle sue condizioni ed esortarli ad avere fiducia. Il messaggio è stato fatto recapitare al segretario particolare del presidente Dc, Nicola Rana. Il Vaticano, attraverso un corsivo dell’Osservatore Romano, conferma ufficialmente la sua disponibilità a intervenire, se richiesto, per la soluzione del «dolorosissimo caso dell’onorevole Moro».


APRILE

2 – Nuovo appello del Papa all’Angelus, dalla finestra del suo studio: «Noi rivolgiamo agli ignoti autori del terrificante disegno un appello vivo e pressante per scongiurarli di dare libertà al prigioniero». Dalle parole di Paolo VI si intuisce anche che nessuna trattativa è ancora in corso tra il Vaticano e i rapitori di Moro. In una casa di campagna a Zappolino, nei pressi di Bologna, un gruppo di amici, docenti universitari, s’è riunito per passare il giorno di festa: ci sono fra gli altri Alberto Clò e Romano Prodi, alcuni sono accompagnati dalle mogli e dai figli. Piove: «Nel pomeriggio qualcuno di noi ebbe l’idea di fare il cosiddetto “piattino”, che per me come anche per gli altri doveva essere un semplice passatempo» (Clò). È una seduta spiritica in cui si evoca lo spirito di Giorgio La Pira e don Luigi Sturzo per sapere dov’è tenuto prigioniero Aldo Moro. «Su una carta geografica dispiegata sul tavolino, il piattino si fermò nella parte corrispondente alla località Gradoli, dopo che il piattino precedentemente si era soffermato sulle lettere che formavano le parole Gradoli-Bolsena-Viterbo» (Prodi). Prodi parla della cosa con Umberto Cavina, portavoce di Zaccagnini, che a sua volta informa Luigi Zanda Loy, capo ufficio stampa di Cossiga. [Roberto Martinelli-Antonio Padellaro, Cds 17/10/1978, Bianconi 2008, Miguel Gotor in Moro 2008] Non a Gradoli, ma in via Gradoli, a Roma, le Br hanno da tre anni un appartamento in affitto: «La base è stata usata più volte dalle Brigate rosse e l’indirizzo è noto a decine di persone. È stata centro operativo, deposito di documenti e di armi, rifugio di latitanti (...)». Le parole «via Gradoli» prendono «a scorrere sottovoce in un’area sempre meno ristratta e prendono la via del mondo universitario, in particolare quello di Bologna (...)». L’informazione arriva fino a Prodi, Clò e gli altri. «Ma come farla fruttare? Il metodo scelto è senza precedenti nella storia moderna. I professori si accordano per raccontare che il 2 aprile 1978, in una giornata di pioggia, riuniti in campagna insieme alle loro consorti» ecc. [Deaglio 2009]

3 – Operazione su vasta scala di polizia e carabinieri: oltre duecento perquisizioni, 42 arresti su un totale di 129 fermi. Tra le persone che sono finite in carcere, 11 sono accusate di porto abusivo di armi, le altre (26 uomini e cinque donne) di associazione sovversiva. Sono state interrogate senza la presenza dei loro avvocati di fiducia, in base alle nuove norme anti-terrorismo. Tra i fermati, giovanissimi dell’area del movimento del ’77, ex sessantottini confluiti nell’Autonomia o in gruppi come Lotta continua o Avanguardia operaia. In serata vertice a palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio Andreotti e i segretari dei cinque partiti della maggioranza (Dc, Pci, Psi, Psdi, Pri), presente Cossiga. Confermata la linea di non cedere al ricatto delle Br.

4 – Comunicato numero 4 delle Brigate rosse. Nel plico, annunciato a vari giornali a Milano prima, poi a Genova e a Roma, un messaggio delle Br, una lettera di Moro al segretario della Dc Benigno Zaccagnini, un opuscolo con la Risoluzione della direzione strategica, che incita alla guerra civile e alla lotta clandestina. Moro chiede più esplicitamente uno scambio di prigionieri: «Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute pone in una situazione insostenibile. (...) Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile». A Zaccagnini ricorda «la reiterata e motivata riluttanza ad assumere la carica che tu mi offrivi e che ora mi strappa alla famiglia (...). Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io». Nel loro comunicato i brigatisti scrivono che Moro parla a titolo personale, «la nostra intenzione è solo quella di processarlo». La Dc fa quadrato intorno a Zaccagnini e ribadisce subito il no alla trattativa, «con la morte nel cuore, con indicibile angoscia». In un breve comunicato consegnato al Popolo per la pubblicazione, il vertice del partito sottolinea le condizioni di assoluta coercizione nelle quali vengono scritti i documenti attribuiti a Moro: «Anche questa lettera non è moralmente a lui ascrivibile». Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti alla Camera, tra gli applausi di tutti i deputati, si chiede «quale mai patteggiamento potrebbe essere tollerato verso gente le cui mani grondano di sangue?». Craxi incontra all’hotel Raphael l’avvocato Giannino Guiso, difensore di Renato Curcio.

5 – In tarda mattinata il segretario della Dc Zaccagnini va a casa di Moro, ancora sconvolto dalla lettera del giorno prima e vuole esprimere alla famiglia dell’amico tutta la sua solidarietà. Che cosa intende fare la Dc per salvare la vita del suo presidente?, chiedono i familiari di Moro. Zaccagnini conferma la linea del partito. La famiglia comincia a pensare di muoversi per conto proprio.

6 – In seguito alla segnalazione di Prodi, dopo la seduta spiritica del 2 aprile, la polizia compie un «accurato perlustramento» a Gradoli, in provincia di Viterbo, alla ricerca della prigione di Moro. L’operazione non dà esito.

7 – Messaggio di Eleonora Moro al marito attraverso il quotidiano Il Giorno: «Tutti i componenti della famiglia sono uniti e in salute. (...) Vorremmo sapesse che gli siamo vicini (...), che, avendo nonostante tutto fiducia negli uomini, crediamo sia ancora possibile, dopo tanto dolore, riabbracciarlo». A Genova due giovani sparano sette colpi di pistola alle spalle a Felice Schiavetti, 50 anni, presidente dell’Associazione industriali della provincia. Schiavetti ha tre proiettili conficcati nella gamba sinistra. Con una telefonata al Corriere mercantile le Brigate rosse rivendicano l’attentato. L’avvocato Guiso incontra i brigatisti detenuti a Torino, secondo i quali è necessaria una «risposta politica a quanto Moro sollecita».

8 – Nuova lettera di Moro alla moglie. «L’appello accorato e amaro di un uomo che teme per la sua vita e chiede al suo partito e al governo di rivedere l’atteggiamento di rigida chiusura a qualsiasi trattativa. Emerge dalle parole del prigioniero la sensazione di essere stato abbandonato». Anche questa volta l’intermediario prescelto è Rana. Gli agenti, che tenevano sotto controllo il suo telefono, arrivano però alla lettera prima del collaboratore del leader dc. In serata gli inquirenti consegnano la lettera a Eleonora Moro. Gli autonomi si sentono assediati. La campagna lanciata dalle forze dell’ordine per stanare i fiancheggiatori delle Brigate rosse ha gettato l’allarme tra i militanti del nuovo estremismo metropolitano, che prendono le distanze dal partito armato. La Sezione Problemi dello Stato del Pci ha raccolto i dati sul terrorismo nei primi tre mesi di quest’anno. Gli attentati contro persone o cose sono stati 913, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 1977. Sono state uccise 17 persone, quasi la metà di quelle uccise in tutto il ’77: sette erano esponenti delle forze dell’ordine, dieci i civili.

9 – Dopo un viaggio lampo in Svizzera, il ministro dell’Interno Cossiga è rientrato nel pomeriggio a Roma. Era partito nel tardo pomeriggio di ieri, dopo aver esaminato la lettera di Moro alla moglie che gli era stata consegnata verso le 18.30. A Ginevra Cossiga ha incontrato i colleghi tedeschi, svizzeri e austriaci.

11 – A Torino un commando di terroristi uccide Lorenzo Cotugno, 31 anni, guardia di custodia delle carceri Nuove, addetto ai colloqui dei detenuti. Per la prima volta a Torino e per la seconda in Italia, un terrorista viene gravemente ferito e finisce in ospedale piantonato dalla polizia. Si chiama Cristoforo Piancone, ha 28 anni: perito industriale, ha lavorato alle presse di Mirafiori, è stato iscritto al Pci (che nel ’76 non gli ha rinnovato la tessera) e delegato sindacale, poi ha mollato, è stato licenziato per assenteismo e per due anni di lui non si è più saputo nulla. Agguato alle 7.30, quando Cotugno esce di casa: appena fuori dall’ascensore, in due gli sparano alle gambe, Cotugno reagisce con la sua Beretta, segue una sparatoria violentissima in cui la guardia carceraria resta uccisa (fuori dal portone, ferito a morte da un terzo terrorista). Piancone prima dell’intervento in ospedale: «Sono un brigatista. Sono rimasto ferito in un’azione di guerra. Mi considero un prigioniero di guerra».

12 – Giorgio Amendola (Pci) al Corriere: «Gli esponenti del partito armato sono una estrema minoranza; a sentire certe cifre, non più di qualche migliaio, compresi quelli che stanno in carcere. Ma il vero pericolo, la minaccia più grave, non riguarda solo il partito armato; sta piuttosto nella copertura, nella cintura di protezione, che esiste un po’ dappertutto ed è composita, e coinvolge anche certi nomi del mondo della cultura. (...) Nel ’68, durante quello che fu chiamato l’anno degli studenti, lo sbandamento finì per verificarsi un po’ dappertutto, e riconosco che nemmeno noi ne fummo pienamente immuni. In altri termini, la nostra colpa fu di dare nei confronti di quella irruzione giovanile un apprezzamento eccessivamente positivo, senza comprendere subito che la classe operaia era estranea a simili fenomeni (...)».

13 – La direzione della Dc ribadisce la linea della fermezza. «Salvaguardare le istituzioni ad ogni costo», dice il segretario Zaccagnini. «Nel rispetto dei principi costituzionali e nella piena salvaguardia delle prerogative dello Stato repubblicano, (...) non lasciare inesplorata alcuna strada né disattesa alcuna possibilità di restituire Aldo Moro alla famiglia, a paese e al partito», è scritto nel documento approvato a piazza del Gesù.

15 – Comunicato numero 6, il più breve tra quelli diffusi dal 16 marzo a oggi. «L’interrogatorio al prigioniero Aldo Moro è terminato», le prime parole di ottanta righe battute a macchina. Le ultime: «Non ci sono dubbi, Aldo Moro è colpevole e viene pertanto condannato a morte». «Non ci sono segreti (...). Le responsabilità di Aldo Moro sono le stesse per cui questo Stato è sotto processo. La sua colpevolezza è la stessa per cui la Dc e il suo regime saranno definitivamente battuti, liquidati e dispersi dall’iniziativa delle forze comuniste combattenti». Solito copione: quattro telefonate anonime a giornali e Ansa in città diverse: Genova, Torino, Milano, Roma. È la prima volta che le Br comunicano in anticipo una condanna a morte. In tarda mattinata il segretario del Psi Craxi è andato a casa di Moro, per dire alla moglie che i socialisti sono pronti a sostenere qualunque iniziativa che aiuti a ricondurre in libertà il presidente della Dc. Craxi fa sapere che considera «dovere fondamentale dello Stato» la liberazione di Moro.

16 – Il presidente del Consiglio Andreotti e il ministro dell’Interno Cossiga in mattinata salgono al Quirinale. Al termine del colloquio, il presidente Leone scrive una lettera alla signora Moro in cui auspica che i brigatisti si comportino con «senso di umanità e di intelletto», e preme sulla loro coscienza per indurli «a risparmiare una vita il cui sacrificio non renderebbe loro nulla, assolutamente nulla». La Dc mantiene ferma la decisione di non trattare e al tempo stesso tenta un richiamo estremo ai terroristi: non per via diretta ma sollecitando un intervento esterno al partito e al governo, quello di un’organizzazione umanitaria per esempio, che si faccia megafono dell’appello. A un mese dal rapimento di Moro e dalla strage di via Fani Roma è rimasta una città profondamente traumatizzata. La situazione era tesa anche in precedenza per la montante criminalità comune e il calo drastico dei reati, dovuto all’impegno straordinario delle forze dell’ordine in funzione anti-terrorismo, ha rinfrancato solo in parte i romani. I cinema perdono spettatori anche al penultimo spettacolo, i bar anticipano la chiusura, dai 40 anni in su ora in pochi escono la sera.

17 – Due organizzazioni, la Caritas di ispirazione cattolica e Amnesty International, sono pronte a intervenire per salvare la vita di Moro. Ad Amnesty si è rivolta direttamente la famiglia Moro, la Dc prende le distanze perché ritiene che un contatto diretto di questa organizzazione con i terroristi rischia di accordare agli stessi terroristi una qualche credibilità internazionale. Parlano gli avvocati dei brigatisti sotto processo a Torino: secondo Giannino Guiso e Sergio Spazzali, «Moro è vivo, ci sono ancora margini di trattativa», i tempi però si sono stretti, «lo spazio si è ridotto a settimane, forse a giorni» (Spazzali). «Il problema è il riconoscimento di uno stato politico ai brigatisti. Per esempio, che non li si chiami più terroristi» (Guiso). «Se il governo non può trattare, trattino i partiti», ma molto dipende dal Pci, «l’architrave del fronte del no alle trattative (...). Il Pci ha il problema di stendere un filo spinato che eviti troppe simpatie e fughe, verso i brigatisti, della sua base più militante» (Spazzali). Alla ventunesima udienza del processo di Torino, Renato Curcio minaccia in aula il presidente della corte Guido Barbaro: «Lei è stato insieme a Moro già giudicato. La sentenza che le Brigate rosse hanno emesso contro Moro a questo punto si dimostra valida per tutta la vostra classe e anche per lei». Paolo Bufalini al comitato centrale del Pci: «Le strade e le piazze d’Italia non debbono essere più teatro delle gesta di scalmanati e provocatori (...). Non dimentichiamoci che non siamo più all’opposizione».

18 – Alle 9.30 una telefonata al quotidiano romano Il Messaggero segnala la presenza di un messaggio in un cestino dei rifiuti dietro la statua di Gioacchino Belli, nell’omonima piazza a Trastevere. Dice il Comunicato numero 7: «Oggi 18 aprile 1978 si conclude il periodo dittatoriale della Dc che per ben 30 anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l’avvenuta esecuzione del presidente della Dc Aldo Moro, mediante “suicidio”. Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi del lago Duchessa, altezza metri 1.800 circa, località Cartore (provincia di Rieti) zona confinante tra Abruzzo e Lazio. (...) Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il regime (...)». Dubbi sull’autenticità: l’intestazione Brigate rosse è diversa dalle altre, nel testo compaiono tre errori di ortografia, la sigla Dc è puntata, il volantino, a differenza di tutti gli altri se si eccettua il primo, è stato fatto trovare in una sola città. Nonostante le perplessità sul messaggio, cominciano subito le ricerche nell’area segnalata: polizia e carabinieri, con l’aiuto di elicotteri, uomini del soccorso alpino, finanzieri, vigili del fuoco, passano al setaccio la zona. Il lago della Duchessa si trova in una stretta gola montana: difficilmente raggiungibile in questa stagione, è coperto da una lastra di ghiaccio. Vanno avanti i cani, mentre i sommozzatori cercano nel vicino lago di Cerasolo. Poi cominciano le immersioni anche nelle acque della Duchessa. Ma non si trova nulla. Dal carcere di Torino Curcio e Franceschini dicono che quel comunicato non è delle Brigate rosse. Via Gradoli 96, interno 11, secondo piano. Ore 9.42, un idraulico chiama i vigili del fuoco: c’è una perdita d’acqua dall’appartamento dove abita l’ingegner Vincenzo Borghi (nome sulla cassetta della posta e sul citofono), ma l’uomo non è in casa. I pompieri entrano da una finestra e subito si accorgono che non è una normale abitazione. Nell’appartamento la polizia trova armi (sei rivoltelle con silenziatore, un mitra Km-I, un fucile a pompa con canna mozza: nessuna però usata nella strage di via Fani), divise dell’aviazione civile, della Sip, della Ps e delle poste, esplosivi, targhe e documenti falsi. Borghi o come si chiama, tipo tarchiato con i baffi, faceva vita molto appartata. Molti dei vicini ricordano una donna con i capelli rossi, vistosamente bella, che è entrata anche la sera prima. L’ingegner Borghi è in realtà Mario Moretti, ideatore e principale artefice del sequestro Moro.

19 – Elicotteri, centinaia di uomini, cani poliziotto perlustrano la zona del lago della Duchessa alla ricerca del corpo di Moro. Viene usato il tritolo per aprire un varco ai sommozzatori nel ghiaccio del lago. Polizia e carabinieri anche oggi non trovano nulla. Giannino Guiso, l’avvocato che con Spazzali difende i brigatisti a Torino: «Chi ha dato credito al Comunicato numero 7 ha fatto perdere un giorno prezioso per eventuali trattative». Nel covo di via Gradoli spuntano le minute di alcuni dei comunicati diffusi nei giorni scorsi dalle Br e un libro contabile in cui i brigatisti hanno annotato tutte le spese, anche le più modeste. L’arsenale usato nell’agguato a Moro e alla scorta è costato 18 milioni. Lotta Continua pubblica «un appello per la liberazione di Moro firmato, oltre che da esponenti della sinistra più a sinistra (anche da Dario Fo), da vescovi, da intellettuali laici e cattolici (tra cui Raniero La Valle, cattolico eletto senatore nelle liste del Partito comunista) e persino da due comunisti di prestigio come Umberto Terracini e Lucio Lombardo Radice. Ma le Brigate rosse mettono anche questo nel mazzo degli appelli rivolti loro da “alcune personalità del mondo borghese” e da “alcune autorità religiose”» [Sciascia 1978]. Nel tardo pomeriggio un commando di brigatisti ha lanciato da un’auto due bombe e sparato alcune raffiche di mitra contro il muro di cinta di una caserma dei carabinieri, a Roma. La caserma aveva ospitato l’ufficio romano del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’ufficiale che arrestò Renato Curcio

20 – Aldo Moro è vivo. Le Brigate rosse diffondono l’autentico Comunicato numero 7 in cui pongono un ultimatum preciso: la vita dell’ostaggio in cambio della libertà di «prigionieri comunisti», e alle tre del pomeriggio fanno trovare la prova definitiva: una polaroid in bianco e nero che ritrae il presidente della Dc con in mano una copia del quotidiano la Repubblica del 19 aprile. L’ultimatum dei terroristi ha anche una scadenza: le 15 di sabato 22. Entro quell’ora le Br vogliono dalla Dc «una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada (quella dello scambio di prigionieri, ndr); deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili». Di fronte all’ultimatum reale, non più solo a ipotesi, si precisano le posizioni dei partiti. Il primo «no» è stato quello dei comunisti: lo Stato non può cedere, coi nemici della Repubblica non si tratta. Il primo «sì» è venuto dai socialisti: lo Stato ha innanzitutto il dovere di tutelare la vita dei cittadini, se è impraticabile l’idea di uno scambio, chiudersi in un rifiuto pregiudiziale equivarrebbe ad apporre «la controfirma sulla sentenza di morte contro Moro». A favore del dialogo, fin dall’inizio, anche Manifesto, Pdup, radicali e alcuni settori cattolici. Grande travaglio nella Democrazia cristiana: una lettera di personalità politiche e religiose pugliesi, tra cui nove deputati, apre le porte al dialogo con i terroristi. Nel tardo pomeriggio arriva a Zaccagnini una lettera di Moro. Sei pagine scritte a mano per un nuovo appello sulla falsariga dei precedenti. A Milano le Brigate rosse uccidono con sette colpi di pistola Francesco Di Cataldo, 52 anni, maresciallo maggiore delle guardie di custodia, in un agguato sotto casa. «Torturatore di detenuti» lo definiscono i suoi assassini in una telefonata anonima all’Ansa. Ma i detenuti di San Vittore hanno aperto una sottoscrizione per mandare fiori al suo funerale. A Milano le Brigate rosse finora avevano teso agguati ma non ancora ucciso.

21 – È durato fino alle due del mattino il vertice dei massimi esponenti della Dc, ripreso poi nel pomeriggio. Al termine, il partito ha chiesto alla Caritas di cercare una strada «per indurre i rapitori dell’onorevole Moro a restituirlo in libertà». Mano a mano che si avvicina l’ora dell’ultimatum si accentua la frattura nei partiti tra chi vuole trattare e chi chiede fermezza. La direzione del Psi, dopo tre ore di dibattito, dà l’imprimatur di tutto il partito alla posizione possibilista di Craxi: «Ciò che si può fare o agevolare ai fini della liberazione di Aldo Moro deve essere fatto o agevolato». Resta il «no» a uno scambio di prigionieri. Il sindacato di polizia aderente alla federazione Cgil-Cisl-Uil chiede al governo di escludere qualsiasi mediazione con le Br. Eleonora Moro e i collaboratori più stretti del presidente della Dc scrivono al segretario Zaccagnini: la famiglia e gli amici «chiedono che la Democrazia cristiana, assumendo un atteggiamento realistico, dichiari la propria disponibilità ad accertare quali siano in concreto le condizioni per il rilascio del suo presidente».

22 – «Io scrivo a voi, uomini delle Brigate rosse...»: Paolo VI chiede la liberazione di Aldo Moro, «semplicemente, senza condizioni». Mai prima d’ora il Papa s’era rivolto con un messaggio autografo ai rapitori, mai li aveva «pregati in ginocchio». Paolo VI ha scritto la lettera-appello di suo pugno e senza avvertire nessuno la notte scorsa. Questa mattina il testo è stato diffuso in sala stampa vaticana e poi è stato letto sei volte nel corso della giornata alla Radio Vaticana in tutte le 26 lingue usate dall’emittente. Dice il Papa di Moro: «Lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi e, a titolo tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della chiesa di Cristo». Anche il segretario generale dell’Onu Kurt Waldheim lancia un appello da New York perché i rapitori liberino Moro «senza ulteriori indugi». Alle 15 è scaduto nel silenzio l’ultimatum dei brigatisti. Si parla di un tentativo di trattativa segreta che la famiglia e gli amici di Moro stanno compiendo attraverso vari canali, per accertare le possibilità di un eventuale negoziato che non impegni lo Stato e non comporti la violazione della legge.

23 – Zaccagnini dice che la Dc ha individuato uno strumento attraverso cui le Brigate rosse possono comunicare. Lo strumento è la Caritas. Dieci persone alla Caritas internationalis attendono 24 ore su 24 un segnale delle Br, ma il telefono è preso d’assalto dai mitomani.

24 – Comunicato numero 8 delle Brigate rosse. Sei brigatisti (Renato Curcio, Alberto Franceschini, Roberto Ognibene, Paolo Maurizio Ferrari, Paola Besuschio, Cristoforo Piancone), tre uomini della banda XXII Ottobre (Mario Rossi, Augusto Viel, Giuseppe Battaglia), due nappisti (Giorgio Panizzari e Pasquale Abatangelo) e un delinquente comune politicizzatosi in carcere (Sante Notarnicola, della banda Cavallero): sono i 13 uomini che le Br chiedono di liberare in cambio di Aldo Moro. La Dc respinge la richiesta, da Torino Curcio e gli altri 14 capi storici fanno sapere di gradire le richieste di scambio così come sono. Altra lettera di Moro a Zaccagnini: «Siamo quasi all’ora zero: mancano più secondi che minuti. Siamo al momento dell’eccidio (...). Non accetto l’iniqua e ingrata sentenza della Dc. Ripeto: non assolverò e non giustificherò nessuno. (...) Chiedo che ai miei funerali non partecipino né autorità dello Stato né uomini di partito».

25 – Il segretario generale dell’Onu Kurt Waldheim lancia un nuovo appello per la liberazione del presidente della Dc rivolgendosi questa volta direttamente alle Brigate rosse, in lingua italiana, via satellite: «La continuata detenzione del signor Moro, con la terribile angoscia che essa provoca alla sua famiglia e alle persone che ovunque seguono la vicenda, può soltanto danneggiare i vostri obiettivi, quali che essi siano. (...) Risparmiate la sua vita. Vi chiedo di rilasciarlo immediatamente». Pci e Pri criticano il messaggio di Waldheim, che si è rivolto alle Br come se ne riconoscesse il carattere di entità politica.

26 – Grazia per tre detenuti politici, che si trovino in particolari condizioni e che non siano compresi nell’elenco dei tredici fatto dalle Br; un’indagine sulle carceri speciali per controllarne le condizioni e magari per abolirle: sarebbero due gesti umanitari che lo Stato dovrebbe compiere «autonomamente», al di fuori del ricatto dei brigatisti. È l’idea del Psi per arrivare alla liberazione di Moro. Craxi ne parla con Zaccagnini. A Roma, alle 8.45, agguato a Girolamo Mechelli, democristiano, 55 anni, ex presidente della Regione Lazio. Gli sparano alle gambe, l’attentato è rivendicato dalle Brigate rosse. Il quotidiano Il Giorno pubblica una lettera dei familiari a Moro, un breve messaggio per tranquillizzarlo sulle condizioni della famiglia.

27 – A Torino, alle 7.45, attentato contro Sergio Palmieri, 39 anni, dirigente Fiat, addetto alle relazioni sindacali del reparto Carrozzeria. Dei sette proiettili sparati quattro gli hanno falciato le gambe. L’attentato viene rivendicato con una telefonata all’Ansa. È il ventesimo in due anni a Torino, i morti sono stati cinque: Croce, Ciotta, Casalegno, Berardi, Cotugno.

28 – Andreotti dai microfoni del Tg2 ribadisce il «no» del governo a ogni trattativa. «Abbiamo giurato di rispettare e di far rispettare le leggi. Questo è un limite che nessuno di noi ha il diritto di valicare».

29 – Sesto messaggio di Moro. Viene abbandonato all’1.30 di notte nell’auto di un giornalista del Messaggero. È una «lettera al partito della Democrazia cristiana». Moro sostiene di non scrivere sotto dettatura, dice di essere lucido e in libertà di spirito, precisa di avere sempre scritto in questo modo. In un punto si rivolge anche al segretario socialista: «Guai, caro Craxi, se una tua iniziativa fallisse». Conclude così: «Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia che io adoro (...). Ma questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti né per la Dc né per il Paese, ciascuno porterà la sua responsabilità». Eleonora Moro consegna a Sereno Freato una serie di lettere del marito indirizzate a Leone, Andreotti, Craxi, Fanfani, Ingrao, Misasi, Piccoli. A Craxi ha scritto fra l’altro: «Poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. (...) Credi, non c’è un minuto da perdere».

30 – Duro appello della famiglia Moro alla Dc: «Sappia la delegazione democristiana, sappiano gli onorevoli Zaccagnini, Piccoli, Bartolomei, Galloni e Gaspari che il comportamento di immobilità e di rifiuto di ogni iniziativa proveniente da diverse parti ratifica la condanna a morte. (...) Crediamo, con questo appello, di interpretare anche la volontà del nostro congiunto. Egli infatti non riesce ad esprimerla direttamente senza essere dichiarato sostanzialmente pazzo dalla quasi totalità del mondo politico italiano e in prima linea dalla Dc».


MAGGIO

1 – Durante tutta la giornata si intrecciano telefonate contraddittorie di falsi brigatisti ai centralini dei giornali. Sono ritenute inattendibili. Incontro tra Craxi e l’avvocato Guiso, che invita a «fare presto».

2 – La procura generale di Roma avoca le indagini sul caso Moro trasferendole dal pubblico ministero Luciano Infelisi al sostituto procuratore generale Guido Guasco (lo stesso che, in seguito a un analogo provvedimento di avocazione, condusse e portò a termine l’inchiesta sulla morte di Pasolini).

3 – La Dc ha affidato al governo la valutazione delle proposte umanitarie per la liberazione di Moro avanzate da Craxi (concessione della grazia a qualcuno dei terroristi detenuti, che non si sia macchiato di omicidio, libertà provvisoria per alcuni nappisti in gravi condizioni di salute, “umanizzazione” delle carceri speciali). Il Pci le giudica inaccettabili, il Psdi si divide, con qualche apertura, per il socialista Sandro Pertini «trattare sarebbe offendere la memoria di poliziotti, carabinieri e cittadini assassinati dalle Br». Andreotti in serata fa sapere che la linea del governo «non ipotizza la benché minima deroga alle leggi dello Stato e non dimentica il dovere morale del rispetto del dolore delle famiglie che piangono le tragiche conseguenze dell’operato criminoso degli eversori».

4 – La vedova di uno degli agenti uccisi in via Fani: «Se liberate uno solo di quegli assassini, giuro su Dio che mi brucio in piazza davanti ai miei due figli». [Cds 4/5/1978] Sconcerto a casa Moro, «perché le vedove della strage di via Fani sono due, la signora Leonardi e la signora Ricci, le altre vittime non erano sposate. Entrambe hanno incontrato Nora Moro e non hanno mai pensato di dire una cosa del genere. La signora Leonardi telefona alla moglie di Moro per ribadire che né lei né la vedova Ricci hanno detto quella frase. (...) Anche la diffusione di una falsa informazione può portare a un ulteriore irrigidimento delle posizioni» [Bianconi 2008]. Due agguati delle Br: alle 18, a Milano, un dirigente della Sit-Siemens, Umberto Degli Innocenti, 51 anni, viene ferito alle gambe nell’androne di casa. Poco dopo le 19 analoga azione a Genova: la vittima è Alfredo Lamberti, 37 anni, dirigente dell’Italsider. I brigatisti rivendicano le due azioni telefonando a quotidiani di Milano e Genova. Due attentati all’Alfa Romeo di Milano (uno a segno, l’altro sventato solo per caso) dopo quello al treno carico di Giuliette destinate al mercato francese, bruciato alla stazione della Bovisa. Con una bomba al fosforo è stata incendiata la Giulietta di un dirigente. Poco dopo un operaio ha notato uno sconosciuto all’interno dello stabilimento e ha dato l’allarme: l’uomo è scappato abbandonando una borsa vicino a un serbatoio con 5 mila litri di benzina. Nella borsa c’erano un timer e una tanica di benzina. Il sostituto procuratore generale Guido Guasco interroga a Roma Sereno Freato, Corrado Guerzoni e Nicola Rana, i più stretti collaboratori di Moro che dicono: «Non siamo gli intermediari con le Br, siamo solo i terminali di questo canale».

5 – Comunicato numero 9 delle Brigate rosse: «Alle organizzazioni comuniste combattenti, al movimento rivoluzionario, a tutti i proletari (...) Concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato». Il messaggio, che viene subito ritenuto autentico, è stato fatto trovare nel pomeriggio, come i precedenti, in quattro città: Genova, Milano, Roma e Torino. «Ci si aggrappa a quel gerundio (“eseguendo”) cercando di interpretarlo come un ultimo possibile spiraglio di salvezza» [Massimo Donelli, Cds 9/5/1978]. Per Sciascia nel comunicato c’è anche la confessione di una sconfitta nella decisione di destinare soltanto alla diffusione clandestina le «risultanze» del processo a Moro. In mattinata il Comitato interministeriale per la sicurezza ha ribadito il «no» alle trattative. Il Cis ha discusso la proposta socialista di un atto di clemenza come «sfida umanitaria» ai brigatisti, ma il governo ha risposto con un rifiuto: nessuna concessione è ammissibile. Più tardi il governo si dichiara disponibile a far visitare le carceri di massima sicurezza a una commissione di Amnesty International. Iniziativa «strana e non motivata» per il Pci. Contrario anche il Pri. Moro ha scritto alla moglie Eleonora: due lettere vengono recapitate nella tarda serata da don Antonio Mennini. È l’estremo saluto di un uomo convinto di non avere più speranze di salvezza.

6 – Zaccagnini: «La Dc è ferita, ma non cederà mai». Incontro tra il senatore Landolfi, della direzione del Psi, con Lanfranco Pace, esponente di Autonomia, e Bettino Craxi al Raphael. Rastrellamento su vasta scala a Roma: 23 arresti per associazione sovversiva: sono in gran parte militanti in organizzazioni della sinistra extraparlamentare. A Novara, prima del comizio elettorale del segretario della Dc, viene colpito nel suo studio il medico del supercarcere cittadino, Giorgio Rossanigo, 53 anni: gli sparano due colpi alle gambe.

7 – Si viene a sapere che nel covo di via Gradoli è stato trovato fra le altre cose un piano di attentati della colonna romana delle Brigate rosse: nomi, indirizzi, anche fotografie. Due gli elenchi: il primo comprende nomi e profili, con le relative fotografie, di alti funzionari della Rai, industriali e uomini politici. Il secondo raccoglie le generalità di esponenti della Dc a livello regionale, provinciale e comunale. In questo elenco figura anche Gerolamo Mechelli, l’ex presidente della Regione Lazio ferito in un attentato la mattina del 26 aprile, otto giorno dopo la scoperta della base di via Gradoli con tutti i suoi documenti.



8 – A Milano due giovani sparano tre colpi di pistola a Diego Fava, 52 anni, medico Inam, sovrintendente alle visite fiscali. Tutt’e tre i proiettili vanno a segno colpendo il dottor Fava alla gamba sinistra. L’azione è rivendicata dai Proletari armati per il comunismo. Sempre a Milano viene data alle fiamme l’auto di un sindacalista, Hermes Raineri, 32 anni, membro del consiglio di fabbrica della Sit-Siemens e segretario della sezione aziendale del Pci. Attentato rivendicato con un volantino dalla colonna Walter Alasia delle Brigate rosse.

9 – Aldo Moro è stato ucciso. Le Brigate rosse l’hanno trucidato con una raffica al cuore: nel suo corpo almeno undici colpi d’arma da fuoco. Il cadavere del presidente della Dc è infilato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Michelangelo Caetani, una piccola strada nel cuore della vecchia Roma, a un passo da via delle Botteghe Oscure (dove c’è la sede del Pci) e non lontano da piazza del Gesù (dove c’è quella della Dc). Il corpo, rivestito con gli stessi abiti che indossava la mattina del 16 marzo, è rannicchiato con la testa contro la ruota di scorta, la mano sinistra sul petto, insanguinata. L’auto è lì dal mattino: una donna ha notato tra le otto e le nove due persone, un uomo e una donna, che la parcheggiavano. Solo dopo le 13, però, le Br telefonano a uno dei collaboratori di Moro: «Andate in via Caetani, c’è una Renault rossa, troverete l’ultimo messaggio». Il telefono era sotto controllo, un commissario capo della Digos va subito sul posto, e immediatamente dopo altra polizia, i carabinieri, le autorità, il ministro dell’Interno Cossiga. Per aprire l’auto intervengono gli artificieri: si teme che i terroristi abbiano collegato alle serrature un ordigno esplosivo. La radio dà la notizia pochi minuti dopo le 14. La famiglia Moro diffonde questo comunicato: «La famiglia desidera che sia pienamente rispettata dalle autorità dello Stato e di partito la precisa volontà di Aldo Moro. Ciò vuol dire: nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso; nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia». Il nove maggio di due anni prima era stata ritrovata cadavere Ulrike Meinhof, leader della RAF, impiccata alle sbarre della finestra della sua cella (suicidio su cui si erano sollevati molti dubbi). Pura coincidenza?



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