Massime 62/63/64/65 e 66/67/68 2°



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Massime 62/63/64/65 e 66/67/68 – 2°

(…) Ora l’uomo può guardar fuori nel mondo dei sensi e dire: esso non è solamente colore, suono, calore; in esso operano anche le esperienze delle anime, le esperienze che le anime hanno attraversato prima della loro attuale vita terrena. Egli può guardar dentro di sé e dire: qui non vi è soltanto il mio io, qui si manifesta un mondo spirituale (…) (p. 41).


Che cosa abbiamo detto fin qui? Abbiamo detto che mediante il pensare guadagniamo l'autocoscienza (cogito, ergo sum), che guadagnando l'autocoscienza perdiamo il mondo, ma che poi, approfondendo l’autocoscienza, lo ritroviamo.

Ma quale mondo ritroviamo? Non certo il mondo dei sensi, perché questo lo si trova mediante il corpo, bensì il mondo dello spirito: ossia quello che abbiamo indicato come l'”esterno dell'interno”.

Quando ci riferiamo all’”interno”, cioè all’anima, dobbiamo parlare di pensare, sentire e volere; quando ci riferiamo all’”esterno dell’interno”, cioè allo spirito, dobbiamo invece parlare dell'attività delle Gerarchie.

Ciò dipende dal fatto che nel passaggio dall’anima allo spirito, il pensare, il sentire e il volere si trasformano, da realtà “soggettive” (appartenenti cioè al soggetto), in realtà “oggettive” (appartenenti cioè al mondo): vale a dire, appunto, in esseri o entità spirituali.

Leggiamo adesso le massime che seguono.

62) “Il mondo dei sensi fa affiorare nelle percezioni dei sensi solo una parte dell'essere che esso cela nelle profondità dei suoi flutti. Ad una penetrante osservazione conforme allo spirito, si mostra che in queste profondità vi sono gli effetti di quanto anime umane hanno compiuto ancora in tempi remotissimi”.


Dire che “il mondo dei sensi fa affiorare nelle percezioni dei sensi solo una parte dell'essere che esso cela nelle profondità dei suoi flutti” equivale a dire che tali percezioni non fanno affiorare il volere racchiuso nelle profondità degli eventi di destino.

Ma qual è questo volere?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo ricordare quanto abbiamo detto quando ci siamo occupati dell'elaborazione del karma, e cioè che, dopo la morte, ciò che abbandoniamo nel mondo eterico viene accolto dalla terza Gerarchia, ch’è quella del pensare, che, durante il kamaloka, veniamo giudicati dalla seconda Gerarchia, ch’è quella del sentire (della giustizia), e che tali giudizi vengono infine realizzati, quali effetti di cause remote o “remotissime” dalla prima Gerarchia, ch’è quella del volere.
63) “Il mondo interiore dell'uomo rivela all'ordinaria auto-osservazione solo una parte di ciò in cui è immerso. Venendo sperimentato più intensamente, mostra di trovarsi in una vivente realtà spirituale”.
Notate che qui si parla di “mondo interiore”, e non, come nella massima precedente, di “mondo dei sensi”.

Per quale ragione, “il mondo interiore dell'uomo rivela all'ordinaria auto-osservazione solo una parte di ciò in cui è immerso”? Per la semplice ragione che le rappresentazioni non rivelano, “all'ordinaria auto-osservazione”, né le immaginazioni, né l'attività del giudicare, né tanto meno la realtà dei concetti.

Qual è infatti la nostra ordinaria esperienza? Esteriormente, quella delle immagini percettive e, interiormente, quella appunto delle rappresentazioni. Normalmente, non sperimentiamo che questo.

Lo riprova il fatto che, all’interno di questo ristretto orizzonte, i realisti ingenui fanno derivare le rappresentazioni dalle immagini percettive, mentre gli idealisti critici fanno derivare le immagini percettive dalle rappresentazioni.


64) Nel destino umano si manifesta non soltanto l'attività di un mondo esteriore, ma anche quella del nostro proprio sé”.
Ritengo utile aggiungere, a quanto detto, la seguente meditazione:
“Cerca nell’essere tuo proprio:

E trovi il mondo;

Cerca nell’agire del mondo:

E trovi te stesso;

Poni l’attenzione al moto pendolare

Fra sé e mondo:

E ti si manifesterà:

Umano essere cosmico

Cosmico essere umano” (8).
Per prepararsi a questa meditazione, e in specie a porre “l’attenzione al moto pendolare”, sarà opportuno “mettere in moto” il nostro schema dell’Io, dell’ego e del non-ego, immaginando appunto un pendolo, il cui fulcro sia l’Io, e la cui oscillazione muova alternativamente dal polo dell’ego (del “sé”) a quello del non-ego (del “mondo”).

La qualcosa mette tra l’altro in evidenza – come ho detto una sera, rispondendo a una domanda – che un conto è la centralità spirituale dell’Io (il fulcro), altro la centralità animica del sentire: di quel sentire che l’Io attraversa ogni volta che va dal polo del pensare (dell’ego) a quello del volere (del non-ego), e viceversa.


65) Nelle esperienze animiche dell'uomo si manifesta non soltanto un sé, ma anche un mondo dello spirito che il sé, in una conoscenza conforme allo spirito, può saper connesso con la propria entità”.
Dovremmo ammettere di essere tutti, di fatto, dei nominalisti, per i quali il concetto non è che un nome o una parola (flatus vocis).

In questo sta il nostro limite, giacché la moderna esperienza cosciente del mondo dello spirito comincia proprio con l’esperienza della realtà del concetto.

Sentite ciò che dice Hegel: “Certamente, in tempi moderni, a nessun concetto è andata così male come al concetto stesso, al concetto in sé e per sé” (9).

Facciamo, al riguardo, una piccola riflessione. La Grammatica insegna che il “nome” (concreto, astratto, proprio, comune o collettivo), designa sempre qualcosa: che il nome “tavolo”, ad esempio, designa una cosa concreta (in quanto materiale), mentre il nome “amore” designa una cosa astratta (in quanto immateriale).

Si distingue dunque il “nome” dalla “cosa” designata, ma non ci si rende conto che il designato non è una cosa (materiale), bensì un concetto, e quindi un pensiero, un’entità o un essere (immateriale): non ci si rende conto, insomma, che si dà un nome al concetto, e non alla cosa (“Nessun assertore della fraternità – osserva ad esempio Scaligero – crede che esista come fraternità una forza univoca non fisica, concretamente operante appunto grazie al suo essere non fisica”) (10).

Fatto sta che un conto è l’immateriale (il non fisico), altro l’astratto, giacché il primo si presenta “astratto” o “concreto” in rapporto al livello di coscienza che l’osserva e lo considera.

Il concetto, che all’ordinaria coscienza rappresentativa (basata sul cervello e sui sensi fisici) appare astratto, a un livello di coscienza superiore si rivela infatti (spiritualmente) concreto.

Allorché, in virtù dello sviluppo interiore, il pensare diviene un percepire e il percepire diviene un pensare, si scopre dunque che ciò che usiamo chiamare “concetto” è la manifestazione, nella sfera del pensare umano, di un’entità spirituale.

“I concetti – afferma appunto Unger – sono la partecipazione cosciente del mondo spirituale alla coscienza abituale” (11).
66) “Le entità della terza gerarchia si manifestano nella vita che si dispiega come sfondo spirituale nel pensare umano. Questa vita si cela nell'attività pensante umana. Se continuasse ad agirvi di per sé, l'uomo non potrebbe giungere alla libertà. Dove cessa l'attività pensante cosmica, comincia l'attività pensante umana”.
Le entità della terza Gerarchia non si manifestano dunque nell’abituale pensiero riflesso, ma sul suo “sfondo”.

Ricordate? “La parte fisica e quella eterica del capo stanno come immagini concluse dello spirituale, e accanto ad esse stanno la parte astrale e quella dell’io, come entità animico spirituale autonoma” (massima 32).

Grazie alla parte fisico-eterica, nella quale si rispecchia quella animico-spirituale, godiamo dunque del solo inerte riflesso dell’attività degli Angeli, degli Arcangeli e delle Archài (dai quali discendono – ricordiamolo - gli esseri elementari denominati, rispettivamente, “silfidi”, “ondine” e “gnomi”) (12).

Se il risultato (immaginativo) dell’attività di questa Gerarchia non venisse riflesso, se non ne avessimo cioè una coscienza indiretta (rappresentativa), non potremmo essere liberi (non dimentichiamo, a questo proposito, che gli esseri naturali sono al di qua della libertà, mentre le entità spirituali sono al di là della libertà): in tal caso, infatti, gli Dèi (chiamo così le entità delle Gerarchie) penserebbero noi, ma noi non potremmo pensare, né gli Dèi, né noi stessi. Affinché potessimo giungere alla libertà è stato perciò necessario far sì che usufruissimo, nell’ordinario stato di veglia, non del pensiero reale, bensì della sua mera immagine: ossia del suo non-essere (nel nostro tempo, osserva Berdjaev, “all’essere si è preferito il non-essere”) (13).

Il concetto di “non-essere” può in effetti aiutare a chiarire le cose. Un conto, infatti, è il pensiero vivo, altro il cervello morto, e altro ancora il non-essere (la “parvenza” di Hegel) che sorge allorché il primo si specchia o si riflette nel secondo.

In che cosa consiste, dunque, l'attività pensante umana? Nel pensare l'attività pensante cosmica o divina, così che questa divenga cosciente di sé grazie all'uomo. Per ora, tuttavia, l’uomo ha preso coscienza (e si è quindi appropriato) soltanto del pensiero che governa la sfera inorganica o (come pure la chiamerà Steiner) l’”opera compiuta” degli Dèi.

Siamo dunque liberi, perché le ordinarie rappresentazioni, in quanto riflesse, non esercitano alcuna coercizione.

Per questo riusciamo non solo a pensare quel che ci pare, ci aggrada o ci fa comodo, ma perfino a dubitare o a negare che esista la verità (la terza Gerarchia, detta da Steiner degli “Spiriti delle anime”, può essere anche detta degli “Spiriti della verità”. La sostanza della loro manifestazione, osserva Carl Unger, “è essenza di verità”, poiché “coloro che appartengono alla terza gerarchia possono vivere soltanto nella più pura verità e veridicità”) (14).

E’ per questa ragione che hanno potuto attecchire, ad esempio, l’agnosticismo, il relativismo e il nichilismo (e che si è arrivati, come osserva amaramente Nietzsche, a sostituire “la lettura del giornale alla preghiera del mattino”) (15).

Ricordo che in un mio breve scritto di diversi anni fa, dedicato al rapporto tra la logica di Hegel e le Gerarchie spirituali (16), caratterizzai, la terza, come la Gerarchia dei “conoscitori del creato”; la seconda (detta, da Steiner, degli “Spiriti della luce”), come la Gerarchia dei “custodi del creato”; e la prima (detta, sempre da Steiner, degli “Spiriti delle forze”), come quella dei “creatori del creato”.

In ogni caso, non appena lasciamo questo livello, ch’è quello che sta all’origine, come abbiamo detto, del nostro ordinario pensare, della nostra ordinaria coscienza e della nostra ordinaria autocoscienza, per portarci al livello della seconda e della prima Gerarchia, ci troviamo alle prese con le attività subcoscienti che presiedono al nostro sentire e con quelle incoscienti che presiedono al nostro volere.

67) “Le entità della seconda gerarchia si manifestano in un elemento animico extraumano che, in quanto avvenimento cosmico-animico, è nascosto al sentire umano. Questo elemento cosmico-animico opera nello sfondo del sentire umano. Esso conforma la sostanzialità umana in un organismo di sentimento, prima che vi possa vivere il sentire”.

Se la terza può essere detta la Gerarchia degli “Spiriti della verità”, la seconda, quella degli Spiriti della forma o Potestà, degli Spiriti del movimento o Virtù (dai quali discendono gli “io di gruppo” degli animali) e degli Spiriti della saggezza o Dominazioni (dai quali discendono gli “io di gruppo” delle piante), può invece essere detta la Gerarchia degli “Spiriti della bellezza”: della bellezza, fate bene attenzione, della verità.

So che Unger afferma che “come il pensiero, mediante gli esseri della terza gerarchia, è predisposto alla verità”, così “il sentimento umano”, “mediante l’attività della seconda gerarchia”, “ha la predisposizione per l’amore” (17); preferisco tuttavia parlare di una “predisposizione per la bellezza”, giacché ritengo che l’amore non si manifesti mediante una particolare Gerarchia, bensì (in quanto Uno e Trino), mediante la terza quale “verità”, mediante la seconda quale “bellezza” (della verità), e mediante la prima quale “bene” o “moralità” (della bellezza della verità). “L’azione degli esseri della prima gerarchia – scrive infatti Unger - ha predisposto la volontà umana verso la moralità”.

Mi conforta, in questa scelta, quest’affermazione di Steiner: “L’amore può svilupparsi, nel congegno universale, soltanto stabilendo [grazie all’attività dell’Io] un assoluto equilibrio delle tre forze [quella del volere, legata all’antico-Saturno; quella del sentire, legata all’antico-Sole; quella del pensare, legata all’antica-Luna] che alternativamente tennero l’egemonia nelle epoche precedenti (…) Così il nostro pianeta è il pianeta dell’amore; perciò l’equilibrio che consegue dalla cooperazione di queste tre forze, è per così dire nel suo risultato un’azione d’amore; la missione della Terra, cui essa giunge attraverso tutte le sue successive incarnazioni, è appunto quella di intessere azione d’amore nell’evoluzione complessiva. In tal modo l’elemento ternario diventa quaternario; esso comincia col suo quarto elemento al grado più infimo, comincia con le forme inferiori d’amore, forme che vengono via via purificate e affinate fino al punto che, alla fine dell’evoluzione terrestre complessiva, l’amore apparirà come un elemento pienamente equivalente agli altri. Adempiere la missione dell’equilibrio per il nostro pianeta significa in sostanza fare del ternario un quaternario” (18).

(Che tale “quarto” elemento altro non sia che l’”Uno” dei tre, ce lo ricorda questo detto, attribuito a Ermete Trismegisto: “Dall’uno nasce il due, dal due nasce il tre, e dal tre nasce il quattro come uno”.)

Naturalmente, tanto l’esperienza della bellezza della verità, quanto quella della bellezza del bene o della moralità, non hanno carattere ordinario (“Conosco una sola strada che porta a Dio, l’arte…”, diceva la grande pianista russa Marija Judina).

Ordinaria, invece, è l’esperienza esclusivamente noetica della verità (che frustra la brama), così come quella esclusivamente estetica della bellezza (che appaga la brama). Per quanto riguarda il rapporto di queste con la vita dell’anima vi rimando alla terza conferenza del ciclo dedicato da Steiner alla Psicosofia (19).

La seconda Gerarchia, lo abbiamo detto, è la Gerarchia del sentire, ma di un sentire ordinariamente ignoto, che non ha nulla a che fare con il sentimentalismo o con l’emotività.

Pensate alla pubblicità: perché fa continuamente e grottescamente appello alle emozioni? Per la semplice ragione che le anime umane stanno diventando sempre più frigide, e sempre più incapaci, perciò, di provare veri, sani e profondi sentimenti o vere, sane e profonde emozioni: vale a dire, quei sentimenti o quelle emozioni mediante i quali si esprime l’accordo o l’armonia del pensare col volere, e del volere col pensare.

Considerando che il sentire viene reso algido e cinico dalle forze ari maniche, e focoso e fanatico da quelle luciferiche, si realizza allora, come sempre, che l'umano è una “terza” realtà, chiamata costantemente a creare e ricreare un equilibrio tra forze opposte e contrastanti (tra quelle “apollinee”, direbbe Nietzsche, e quelle “dionisiache”).
68) “Le entità della prima gerarchia si manifestano in una creatività extraumana che dimora nel volere umano come mondo cosmico-spirituale di entità. Questo elemento cosmico-spirituale sperimenta creativamente se stesso nell'atto della volizione umana. Esso conforma il rapporto della sostanzialità umana col mondo extraumano, prima che l'uomo, per mezzo del suo organismo di volontà, divenga un'entità che vuole liberamente”.
Parlando del pensare in rapporto alla terza Gerarchia, e del sentire in rapporto alla seconda, abbiamo detto qualcosa anche della prima, che è la Gerarchia del volere, la più elevata o profonda.

Come nell’uomo, infatti, la realtà del volere è quella più vicina alla realtà dell’Io, così, nel cosmo, la realtà della prima Gerarchia (degli Spiriti della volontà o Troni, degli Spiriti delle armonie o Cherubini, degli Spiriti dell’amore o Serafini) è quella più vicina alla realtà della Trinità (ch’è la “creatrice dei creatori”).


Note:


  1. R.Steiner: Una fisiologia occulta – Antroposofica, Milano 1981, p. 131;

  2. R.Steiner: Teosofia – Antroposofica, Milano 1957, p. 60;




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