Mauro Mezzina: la scultura come tensione etica e come tensione materica



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29.12.2017
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Mauro Mezzina: la scultura come tensione etica e come tensione materica
Il Monumento ai Caduti della Guardia di Finanza dello scultore Mauro Mezzina se presenta ben determinate soluzioni formali e di contenuto, lo fa perché esse sono originate dagl’interrogativi di natura etica che l’artista pone alla base del proprio lavoro. Impegno costante dell’attività di Mezzina è, infatti, la domanda sul senso che oggi riveste la scultura, sul valore per gli altri del monumento che la committenza gli richiede e se, fondamentalmente, la scultura in quanto monumento - come nel caso presente - debba assolvere il compito connesso al suo stesso nome: servire a ricordare e/o ad ammonire (dal monére latino, da cui monumentum ) nella proiezione dell’opera verso l’esterno e verso il tempo futuro, per il suo costituzionale porsi e proporsi in relazione allo spazio ed ai fruitori.

Un monumento inteso in senso retorico - la retorica del “bel gesto” del martire e dell’eroe - e soprattutto la dimensione del raccontare attraverso l’opera sono intendimenti lontani dalla sensibilità dell’artista Mezzina; e probabilmente sono anche lontani dalla sensibilità degli uomini contemporanei. Un’impostazione narrativa della scultura, infatti, ha bisogno della mediazione della letteratura: se il racconto scritto non supporta l’opera, ben presto si perde la memoria di ciò che l’opera visiva rappresenta. E dunque la scultura, parafrasando il Virgilio dell’Eneide che col suo poema si propose di scrivere un monumento perenne alla gloria di Roma, come può conquistare eternità di linguaggio? La scultura ed ogni opera d’arte riescono in ciò, come nel caso presente, solo se si depurano dall’enfasi celebrativa, dall’episodio contingente; e, quanto più sono in grado di affrontare il tempo, tanto più sono in grado di universalizzare il particolare, parlando a ciascuno ed a tutti, risvegliando in ognuno i ricordi ed i sentimenti che ognuno possiede per propria stratificazione culturale. C’è bisogno, però, che il monumento sia fondato su simboli e figure in cui riconoscersi e, se la memoria ed i sentimenti comuni sono affievoliti, la scultura deve avere come ulteriore compito quello di rinvigorirli.

È facendo propria l’idea di una scultura fatta di allegorie e di significati simbolici che Mauro Mezzina ha realizzato il Monumento ai Caduti della Guardia di Finanza. Una scelta di a-contingenza la sua, la ferma volontà di non collocare in un dato momento storico le due figure (l’uomo e la donna) che compongono la “scena”, la decisione di non ricorrere alla riconoscibilità con episodi del passato o della cronaca recente della storia della Guardia di Finanza: l’insieme di tali fattori rende il monumento un monumento perenne. Se pure il cappello, la cintura, il moschetto e la pistola, gli anfibi fanno parte dell’iconografia del finanziere, un’iconografia che, come si nota, poggia su elementi del passato ma si completa nell’immagine novecentesca della Guardia di Finanza, nella figura del giovane milite tali elementi realizzano una fusione che si svincola dal legame con un particolare tempo storico.

Sempre molto attento ai valori etici, che il monumento in questione deve testimoniare e sviluppare, Mezzina afferma plasticamente che tali valori sono, nello specifico, quelli della solidarietà del singolo nei confronti del cittadino e dell’utilità dello spendere la propria vita per arginare il male. Il richiamo alla fedeltà alla Patria, che ha il suo simbolo nella bandiera nazionale, è un altro dei valori fondanti il monumento; una Patria intesa qui come comunità di persone radicate nel terreno comune delle lotte, delle sofferenze ed anche delle ricorrenze festose che si condividono come Nazione. Si parlava di simboli, ma anche di allegorie, com’è nella migliore tradizione figurativa italiana: è, infatti, un’allegoria la donna che porge il serto d’alloro al finanziere; è l’alta allegoria della Nazione italiana, che il finanziere ha bisogno di sentire vicina, con le fattezze della propria donna o della madre.

Infatti, il significato etico più grande del monumento è nel pieno riconoscimento del sacrificio, che la donna-Nazione mostra al suo umile servitore. L’abnegazione del caduto nel servizio per la Patria assume un valore altissimo: l’etica dell’essere, e dell’essere per l’altro, contrapposta all’egoismo individualista, il valore elevatissimo della solidarietà opposto al perseguimento del proprio utile e dunque all’aver salva la vita.

La scultura è un richiamo a non morire due volte: la prima è la morte nel sacrificio di sé, la seconda morte, quella della dimenticanza della propria Patria, non tocca questo finanziere perché nella scultura di Mezzina si muore per vivere in eterno nella memoria civile; il milite non si accascia, ma mostra il vigore del vivente. Questa scelta da parte dello scultore di primo acchito potrebbe parere un ossimoro visivo (ossia potrebbe apparire un controsenso che in un Monumento ai Caduti di cadùco non vi sia nulla), ma risulta una scelta consona non appena si riflette sul fatto che la morte ha consegnato il finanziere alla perennità e, di più, alla perennità attraverso l’arte.

La scultura di Mauro Mezzina comunica l’intensità valoriale di cui si diceva poiché è sostenuta da un’altrettanto evidente tensione stilistica: sul piano formale l’intenzionalità trova attuazione in una scultura “forte”, dalle superfici vibranti e scabre, che rifuggono ogni leziosità di natura estetica. È una scultura più di volumi che di linee, fedele anche formalmente all’impronta etica; l’espressione è qui più urgente della bella rappresentazione. Dal punto di vista sostanziale tale scultura, che vuole proporsi come etica, che pone in secondo piano l’estetica, che non ammicca, che non purifica le forme nell’ornamento, ha un grande padre nelle figure di Arturo Martini, di quei protagonisti di un’etica del quotidiano, figure comuni non meno grandi degli eroi, dei miti e degli imperatori celebrati da tutto un altro filone plastico italiano. Le due figure di Mauro Mezzina si situano nel solco della tradizione martiniana. Ben ha rilevato, infatti, la commissione che ha attribuito l’incarico allo scultore nella motivazione: «nell’ambito dell’impostazione classicamente monumentale indicata nel bando, l’impostazione figurativa esprime la tensione materica nella vibrazione delle superfici che esalta la tensione etica del complesso monumentale».

L’intenzionalità che l’artista ha voluto dare all’opera è dispiegata in modo così palese e chiaro da poter affermare che contenuto e forma siano in totale sintonia. Tale coincidenza tra l’impianto formale e l’intento contenutistico ha reso vincenti le soluzioni adottate da Mauro Mezzina per tale Monumento ai Caduti della Guardia di Finanza.

Giusy Petruzzelli
Monumento ai caduti della Guardia di Finanza di Mauro Antonio Mezzina, Conferenza Stampa del 6 febbraio 2009

La professione critica prevede due momenti: il primo è quello in cui innanzitutto il critico d’arte seleziona gli artisti e tra questi sceglie di seguirne alcuni, quelli che ritiene i migliori; il secondo momento è quello in cui il critico si fa’ mediatore tra l’opera dell’artista ed il pubblico. La selezione dell’artista avviene sulla qualità dell’opera ed in questo caso, a monte del critico vi è stata una commissione nazionale che ha decretato l’assegnazione: dunque la qualità dell’opera è risultata subito evidente anche a chi non fa il critico di professione, ma è stato convinto dall’immagine proposta per realizzare il tema, dal materiale adoperato, il bronzo che sfida i millenni, e dal curriculum dello scultore. Il critico in questione, così, ha trovato la strada aperta da una selezione che sta a monte ed il proprio parere e la stima per il lavoro di Mezzina, che si conosce da tempo come artista e con cui si lavora gomito a gomito presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, è coinciso con quello della commissione. Un parere direi esperto, che mi piace citare: «nell’ambito dell’impostazione classicamente monumentale indicata nel bando, l’impostazione figurativa esprime la tensione materica nella vibrazione delle superfici, che esalta la tensione etica del complesso monumentale»: la commissione si è espressa criticamente nel rilevare i nodi fondamentali del lavoro: la tensione etica del monumento che ha la piena attuazione nella tensione materica.

Per giungere a tale risultato, gli addetti ai lavori sanno che il procedimento della scultura in bronzo è lungo e faticoso. Innanzitutto la committenza riceve un modello in scala a dimensioni ridotte che rende visibile l’idea che lo scultore ha nella mente sulla base del tema assegnato: è singolare come, infatti, pur essendo medesimo il tema, ogni partecipante alla gara lo interpreti secondo una propria visione e soprattutto secondo dei caratteri stilistici che appartengono a lui solo. Il procedimento laborioso della scultura in bronzo passa poi dal modello approvato alla sagoma in argilla a grandezza naturale e poi attraverso vari altri passaggi, in cui la statua vive in fonderia con lo scultore ed il fonditore, si giunge alla fusione in bronzo dei calchi ricavati dal modello in argilla. Un delicato lavoro di assemblaggio segue poi, e l’ultimo passaggio è quello della patinatura e dalla lucidatura del metallo. Una tecnica collaudata che ha consentito, ad esempio ai bronzi di Riace di giungere fino a noi dal V secolo a.C. e nonostante l’inabissamento marino essi hanno conservato il loro splendore.

Il monumento ai Caduti della Guardia di Finanza di Mauro Mezzina percorrerà il tempo a venire e se noi comuni mortali vivremo al massimo nei ricordi dei nostri figli e dei nostri nipoti per un paio di generazioni, l’artista vede ripagata ampiamente la propria fatica da un prolungamento di vita che l’opera gli garantisce.

Si diceva poc’anzi che il critico si fa mediatore: magari nell’occasione ristretta della presentazione alla stampa ciò avviene, ma in questo caso, trattandosi di un monumento pubblico, era necessario che l’opera parlasse con le parole proprie per l’oggi e per gli anni a venire e per ogni tipo di pubblico che se la troverà dinanzi. Il carattere “parlante” di tale gruppo scultoreo è evidente.

Riflettiamo. Il tema poteva svilupparsi in senso astratto: figure geometriche o informali a cui si sarebbe potuto dare lo stesso titolo; oppure la scultura avrebbe potuto avere carattere simbolico: sarebbe bastata una bandiera ed un copricapo da finanziere, per esempio. O, anche, il tema si sarebbe potuto mettere in opera con il riferimento a fatti di cronaca pugliese recente in cui i finanzieri sono morti in servizio nella lotta al contrabbando. Ma quanto sarebbe durata nel pubblico la memoria di questi fatti? Pochi anni, probabilmente. La scelta di Mezzina è stata quella di non collocare in un dato momento storico le due figure (l’uomo e la donna) che compongono la “scena”, non ricorrere alla riconoscibilità con episodi del passato o della cronaca recente della storia della Guardia di Finanza: l’insieme di tali fattori rende il monumento un monumento perenne. Il cappello, la cintura, il moschetto e la pistola, gli anfibi fanno parte dell’iconografia del finanziere, un’iconografia che, come si nota, poggia su elementi del passato ma si completa nell’immagine novecentesca della Guardia di Finanza, tuttavia nella figura del giovane milite tali elementi realizzano una fusione che si svincola dal legame con un particolare tempo storico.

Vi è stata un’immediata sintonia fra il tema proposto dall’Arma e il carattere etico che Mezzina imprime alle proprie opere scultoree, indipendentemente dai soggetti: basti pensare ai Santi Francesco e Chiara collocati sulla facciata della Basilica della Madonna dei Martiri a Molfetta: due figure di grande levatura morale per come sono state realizzate, per il carattere che Mezzina ha impresso ai loro volti.

Qual era, allora, il valore etico e universale, ossia valido per ogni nazione e per ogni tempo storico, che l’artista si proponeva di far risaltare per il monumento di oggi? L’utilità dello spendere la propria vita per arginare il male, qualunque tipo di male connesso con l’attività della Guardia di Finanza, ed il farsi scudo con il proprio corpo (si veda la nudità del torace del finanziere), al cittadino. Il richiamo alla fedeltà alla Patria, che ha il suo simbolo nella bandiera nazionale, è un altro dei valori fondanti il monumento; una Patria, adombrata nelle fattezze di una donna, intesa qui come comunità di persone radicate nel terreno comune delle lotte, delle sofferenze ed anche delle ricorrenze festose che si condividono come Nazione. La donna che porge il serto d’alloro al finanziere è così l’alta allegoria della Nazione italiana, che il finanziere ha bisogno di sentire vicina, con le fattezze della propria donna o della madre. Infatti, il significato etico più grande del monumento è nel pieno riconoscimento del sacrificio, che la donna-Nazione mostra al suo umile servitore. L’abnegazione del caduto nel servizio per la Patria assume un valore altissimo: l’etica dell’essere, e dell’essere per l’altro, contrapposta all’egoismo individualista, il valore elevatissimo della solidarietà opposto al perseguimento del proprio utile e dunque all’aver salva la vita. Per questo l’Italia porge il serto d’alloro del vincitore al finanziere.

La scultura è un richiamo a non morire due volte: la prima è la morte nel sacrificio di sé, la seconda morte, quella della dimenticanza della propria Patria, non tocca questo finanziere perché nella scultura di Mezzina si muore per vivere in eterno nella memoria civile; il milite non si accascia, ma mostra il vigore del vivente. Questa scelta da parte dello scultore di primo acchito potrebbe parere un ossimoro visivo (ossia potrebbe apparire un controsenso che in un Monumento ai Caduti di cadùco non vi sia nulla), ma risulta una scelta consona non appena si riflette sul fatto che la morte ha consegnato il finanziere alla perennità e, di più, alla perennità attraverso l’arte.

La scultura di Mauro Mezzina comunica l’intensità valoriale di cui si diceva poiché è sostenuta da un’altrettanto evidente tensione stilistica: sul piano formale l’intenzionalità trova attuazione in una scultura “forte”, dalle superfici vibranti e scabre, che rifuggono ogni leziosità di natura estetica. È una scultura più di volumi che di linee, fedele anche formalmente all’impronta etica; l’espressione è qui più urgente della bella rappresentazione. Dal punto di vista sostanziale tale scultura, che vuole proporsi come etica, che pone in secondo piano l’estetica, che non ammicca, che non purifica le forme nell’ornamento, ha un grande padre nelle figure di Arturo Martini, di quei protagonisti di un’etica del quotidiano, figure comuni non meno grandi degli eroi, dei miti e degli imperatori celebrati da tutto un altro filone plastico italiano. Le due figure di Mauro Mezzina si situano nel solco della tradizione martiniana e non poteva essere altrimenti per uno scultore che riconosce il valore della tradizione e l’importanza della trasmissione ai giovani del valore della buona scultura anche per il ruolo accademico che ricopre di docente di Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bari dopo aver insegnato pure nella prestigiosa Accademia di Brera a Milano.



Giusy Petruzzelli Critico e docente dell’Accademia di Belle Arti di Bari e dell’Università di Bari (giusypetr@libero.it)


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