Mauro orsatti per lui, con lui, in lui



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MAURO ORSATTI

PER LUI, CON LUI, IN LUI

(TITOLO PROVVISORIO)



Lettera ai Colossesi


LUGANO 2013
PREFAZIONE

La Lettera ai Colossesi non brilla come stella di prima grandezza nell’universo paolino. Altre lettere sono più importanti per messaggio teologico e per valore storico. Eppure, nella sua brevità, sprigiona una simpatica originalità che la valorizza e qualifica. Basti pensare all’originalissima presentazione di Cristo, aureolato di universalità, responsabile della creazione e della redenzione, Signore della storia e Capo della Chiesa.


Sono numerosi i commentari e gli studi sull’argomento. Il presente lavoro vuole mettersi in coda con umile discrezione e fornire – se fosse possibile – altro materiale per la comprensione del testo biblico e la riflessione personale. Si colloca a metà strada tra i ponderosi commentari e le spiegazioni spicciole.

Da un lato evita di attardarsi nell’elencare le infinite sfumature delle problematiche – si pensi ad esempio a quelle attinenti la paternità dello scritto o l’origine dell’inno cristologico – perché non pertinenti per il lettore non specialista. Certamente i problemi sono richiamati, per rigore intellettuale e non solo per dovere di cronaca, ma non prolungati in spericolate argomentazioni. Di norma è offerta anche una soluzione, ricordando la sua condizione di precarietà, perché altre sono possibili e fatte proprie da alcuni autori.

Dall’altro lato il presente commento si distanzia da una spiegazione veloce e non motivata. Oltre al commento in se stesso, le numerose note a piè di pagina servono a rintracciare le fonti, a identificare le persone che hanno guidato o stimolato il pensiero e le scelte, a indicare proposte alternative, a spalancare l’orizzonte su altre possibilità interpretative, ad accennare possibili svilluppi. Il lettore frettoloso o desideroso solo di capire meglio il testo può seguire il commento senza curarsi delle note. Quello che ha più tempo e anche voglia di documentarsi può fare tesoro dei rimandi.
Ogni testo biblico dovrebbe sempre svolgere la triplice funzione di illuminare la mente, di riscaldare il cuore, di rinnovare la vita quotidiana. Sarà il lettore a giudicare alla fine se l’obiettivo è stato raggiunto oppure mancato.
Questo scritto è uno dei frutti del mio semestre sabbatico trascorso a Gerusalemme. Sento il piacere e il dovere della gratitudine alle persone che lo hanno favorito e reso possibile. Ringrazio la Facoltà di Teologia di Lugano, nella persona del rettore prof. dr. Azzolino Chiappini, che mi lasciato libero da impegni accademici nel semestre primaverile 2013, il vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari che ha permesso la mia assenza dalla diocesi e sollevato temporaneamente dagli incarichi, il padre gesuita Joseph Doan, direttore dell’Istituto Biblico di Gerusalemme, che mi ha accolto ed ospitato con fraterna benevolenza. E poi dovrei elencare, ma sarebbe molto difficile, quasi impossibile, le numerose persone che ho incontrato e mi hanno fatto dono del loro aiuto e della loro amicizia. Su tutti e su ciascuno scenda copiosa la benedizione del Signore.

Mauro Orsatti

Gerusalemme, Pentecoste 2013
I N T R O D U Z I O N E

Un libro vale per il suo contenuto, per il messaggio che porta e che sa deporre nella mente e nel cuore del lettore. Tale principio, applicabile a qualsiasi testo letterario, assume rilievo ancora maggiore per la Bibbia che noi valorizziamo perché Parola di Dio. Verso la comprensione del contenuto devono convergere le migliori energie dell’interprete.

La comprensione di un testo è la somma di tanti elementi: occorre conoscere l’autore e la sua personalità, l’ambiente sociale, culturale e religioso, le circostanze che hanno spinto a scrivere e altro ancora. Pur non facendo necessariamene parte del contenuto, la loro conoscenza favorisce una sintonia tra il lettore e lo scritto. Sono gli elementi che costituiscono la “introduzione”, una specie di mappa orientativa che guida al cuore del messaggio. Le viene attribuito un compito arduo e ambizioso, svolto nelle pagine seguenti.

Non ci dilungheremo sulle numerose questioni ancora aperte, per non perderci nei mille rivoli delle possibilità, bruciando tempo prezioso per il testo. Lasciamo ad altri commentari di affrontare le diverse sfaccettature dei problemi, accontentandoci di aprire il ventaglio delle possibilità e anche di indicare qualche accettabile soluzione.

Ci concentremo sul testo, così lo Spirito l’ha composto, conservato e tramandato fino a noi, nel tentativo di far sprizzare qualche fiammella che possa illuminare la nostra comprensione e accendere un’ulteriore passione per la Parola di Dio, fonte di vita.


Colosse e la comunità cristiana

La fede cristiana conobbe fin dagli inizi una prodigiosa fioritura nell'antica regione della Frigia - parte sud occidentale dell'attuale Turchia - e precisamente nella valle del Lico, affluente del Meandro. L'una accanto all'altra sorgevano le città di Colosse (o Colossi), Laodicea e Gerapoli. La prima era un piccolo centro di provincia, posto alle falde del monte Cadmo, che acquistò sempre più interesse per la favorevole posizione commerciale sulla via che da Sardi portava a Celene. Erodoto e Senofonte la conoscono come città bella e popolosa.1 La fondazione di Laodicea ad opera di Antioco II (261-246 a.C.) decretò l'inesorabile declino di Colosse. Distrutta da un terremoto nel 61 d.C., fu subito ricostruita; nuovamente oggetto di sconvolgimenti tellurici nel 628, fu definitivamente abbandonata. Scoperta dall’archeologia nel 1835, non ricevette mai grande attenzione. Oggi rimangono solo poche rovine a quattro chilometri a nord del villaggio di Khonas.

La prima comunità cristiana non risale direttamente a Paolo che probabilmente non visitò mai la città. Al suo tempo era ridotta a «piccola città», secondo la testimonianza di Strabone,2 forse poco più di un villaggio. La sua piccolezza e poca importanza possono spiegare l’assenza di Paolo che preferiva grandi centri urbani, pensando di poter irradiare meglio il Vangelo. Si trovava però ad Efeso - distante all’incirca centocinquanta chilometri - dove soggiornò a lungo, come riferito dagli Atti degli Apostoli 19,9-10: «… continuò a discutere ogni giorno nella scuola di Tiranno. Questo durò per due anni, e così tutti gli abitanti della provincia d’Asia, Giudei e Greci, poterono ascoltare la parola del Signore». Proprio la relativa vicinanza di Efeso spiega come alcuni potessero venire da Colosse per ascoltare Paolo.

Infatti sappiamo dell'attività missionaria di Epafra che, probabilmente originario di Colosse, può essere definito a ragione il fondatore della comunità cristiana. Attinse l’insegnamento da Paolo e lo distribuì nella comunità, sviluppando una catechesi che potremmo definire “a quattro mani”. Paolo ne elogia l'indefesso lavoro con toccanti parole all’inizio della lettera: «nostro caro compagno nel ministero: egli è presso di voi un fedele ministro di Cristo e ci ha pure manifesato il vostro amore nello Spirito» (1,7-8). E alla fine regala altri spunti per conoscere meglio il personaggio: «Vi saluta Epafra, servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non smette di lottare per voi nelle sue preghiere… Io do testimonianza che egli si dà molto da fare per voi e per quelli di Laodicea e Gerapoli» (4,12-13). L’impegno di Epafra supera i confini cittadini e arriva a Laodicea e a Gerapoli. Le tre città, geograficamente vicine, erano legate anche da un’affinità spirituale,3 che ha nell’Apostolo la sua sorgente e in questo zelante missionario la sua trasmissione.

Paolo, sebbene fisicamente assente, conosce bene la comunità per le informazioni di Epafra; ad essa invia uno scritto che conosciamo come Lettera ai Colossesi.
Autore della lettera

Non tutti sarebbero disposti a sottoscrivere l’ultima affermazione, poiché la paternità paolina della lettera costituisce una vexata questio, uno dei tanti punti di confronto e di scontro tra gli studiosi.

Presso i Padri non si dubitò mai di Colossesi né di Efesini,4 due lettere trattate spesso insieme per l’evidente affinità. Bisogna attendere il 1792 per trovare una documentata negazione della loro paternità paolina. Nel 1843 De Wette dimostrò la non autenticità di Efesini offrendo i motivi sempre utilizzati anche in seguito: la somiglianza con Colossesi, lo stile e il contenuto. Analoghi motivi sono addotti per negare anche l'autenticità di Colossesi:

- stile: il pensiero si snoda in periodi lunghi e contorti, sintatticamente non sempre corretti; le frasi sono ridondanti per l'accumulo di sinonimi e di molti complementi e di incisi;

- vocabolario e contenuto: Colossesi ha una lunga lista di hapax, cioè parole che ricorrono una volta sola in tutto il NT. Abbott ne ha inventariate 34, di cui ben 18 nel capitolo secondo;5 altre 28 parole non ricorrono più in tutti gli scritti paolini;

Per quanto concerne il contenuto, il Vangelo tende a divenire “Mistero”; il tema del pleroma (= “pienezza”), insieme a quello di “sapienza” e di “illuminazione”, sostituisce le nozioni giuridiche di Paolo; si è affievolita l'attesa del futuro e la salvezza è presentata come evento presente anziché futuro, come appare molto evidente nella teologia battesimale. La figura di Cristo offre tratti totalmente inediti, basti pensare alla dimensione cosmica che lo pone sopra di tutto. Le categorie spaziali (alto e basso) prendono il sopravvento su quelle temporali ed escatologiche. Il Regno è “sopra”, più che “davanti” o “dentro”. Sembrano presenti riferimenti a gruppi gnostici, tipici del II secolo;

- affinità con Efesini:6 ha nociuto a Colossesi perché la non autenticità di quella ha finito per diventare la non autenticità anche di questa.

Le ragioni per la paternità o meno della lettera dipendono molto dal peso che si vuole attribuire loro. Solo qualche esempio di confronto tra la nostra lettera e quelle ritenute pacificamente paoline.Si potrebbe sostenere che lo Spirito è presente solo in 1,8 e così dimostrare la “insufficienza paolina”; quelli della parte opposta potrebbero obiettare che l'aggettivo «spirituale» compare a 1,9 e 3,16 con riferimento allo Spirito, che sarebbe quindi richiamato altre due volte. Per quanto concerne il vocabolario si potrebbe dire, con gli uni, che «verbo di verità», per indicare il Vangelo, compare solo un'altra volta e precisamente a Ef 1,13; con gli altri, che la formula «parole di verità», anche se non espressamente riferita all'annuncio evangelico, si trova in 2Cor 6,7. I sostenitori dell'autenticità potrebbero citare espressioni come «quelli di fuori» (4,5) per sostenere di essere alla presenza di un vocabolario tipicamente paolino, documentato in più lettere.7 Aggiungiamo anche che un vocabolo caratteristico come «elementi del mondo» di 2,8.20 trova riscontro in Gal 4,1-11.

Il gioco del confronto oppositivo sarebbe lungo e, alla fine, infruttuoso. Ognuno, forte delle proprie ragioni, difenderebbe la propria posizione.

Una domanda sorge spontanea alla fine della lettura: nel caso si trattasse di semplice attribuzione a Paolo, perché aggiungere i saluti a persone sicuramente note nell'ambiente cristiano? E più ancora, perché garantire che «il saluto è di mia mano, di me, Paolo» (4,18)? L'imitatore sarebbe un falsario, un perfetto falsario. Questo, sembra, dovrebbe esulare dai normali intenti di dare autorità apostolica ad uno scritto che non lo fosse. Difficilmente si può addurre, per questo caso, il tema della pseudoepigrafia, da tanti invocato per risolvere il problema della paternità della lettera.8

Noi facciamo una scelta che ci sembra criticamente accettabile anche se notevolmente in controtendenza rispetto al pensiero dominante tra gli studiosi,9 sebbene oggi la scuola esegetica anglo-americana riveli una sorprendente propensione ad accettare la paternità paolina.10 La lettera appartiene a Paolo che, nella pienezza della maturità umana e teologica, scrive ai Colossesi per rispondere ad una situazione problematica locale e presenta la figura di Cristo da un'angolatura teologica finora sconosciuta. Una problematica nuova e la possibile collaborazione di un segretario-amanuense,11 giustificano sufficientemente la diversità della lettera dalle altre.12

Lettere della prigionia e data di Colossesi

La nostra lettera è classificata, nell'universo letterario paolino, anche come Lettera della prigionia insieme a Filippesi, Efesini, e Filemone. È un gruppo concorde nel parlare di Paolo come prigioniero, sia pure nella varietà delle formule: «prigioniero per Cristo» (Fil 1,13), «prigioniero per Cristo Gesù» (Fm 9), suo «ambasciatore in catene» (Ef 6,20) e, comunque, si trova in carcere (cf. Col 4,10). La molteplicità e la lucida chiarezza del testo non lasciano dubbi che si tratti di una condizione reale, non allegorica o iperbolica.

Ci sentiamo meno sicuri nell'identificare il luogo di prigionia e nel fissare, sia pure indicativamente, il tempo. Nella Seconda Lettera ai Corinti sono riportate parole come «prigioni» (6,5) e «prigionie» (11,23), lasciando intendere che Paolo fu privato più volte della sua libertà. Anche se non possiamo sottoscrivere con assoluta tranquillità i sette imprigionamenti di cui parla Clemente Romano,13 siamo informati dal Libro degli Atti che Paolo conobbe la prigione a Filippi, sia pure per il breve spazio di una notte, a Gerusalemme, pure per un periodo ristretto, quindi a Cesarea per circa due anni, e infine a Roma, dove rimase in libertà vigilata per altri due anni.14

Per molto tempo si è pensato al carcere romano come alla fucina dalla quale provenivano gli scritti paolini della prigionia. Dalla fine del secolo scorso si prospettò anche l'ipotesi di Cesarea e poi addirittura una terza, Efeso. La più fragile è quella di Cesarea perché anticiperebbe nel tempo le lettere che rivelano un maturo pensiero teologico. Non si dà nessuna seria probabilità. Più attendibile l'ipotesi di Efeso: forse qui Paolo compose la Lettera ai Filippesi, che rivela una certa indipendenza dalle altre. Lasciando da parte quella a Filemone, poco più di un biglietto da visita, le altre due richiedono una visione organica della storia della salvezza, una valutazione serena e complessiva, propria dell'età matura. Questa sarebbe confermata dal titolo di «vecchio» che Paolo si attribuisce in Fm 9.

A livello di seria ipotesi, Roma resta ancora il luogo più probabile della composizione delle lettere della prigionia, almeno per Efesini e Colossesi.15 Di conseguenza, la data indicativa sarebbe l'inizio degli anni 60.16

Occasione della lettera

Le lettere paoline sono scritti occasionali che rispondono a precisi interrogativi o a particolari situazioni. Anche nel caso della lettera ai Colossesi la conoscenza, sia pure parziale, della vita della comunità crisiana favorisce una più approfondita comprensione della lettera stessa.

Paolo scrive dalla prigione dopo aver ricevuto la visita di Epafra che l’ha informato sulla vita quotidiana dei cristiani di Colosse. Accanto a confortanti notizie circa l'impegno spirituale imperniato sulla triade fede, carità e speranza,17 è denunciata la turbolente presenza di falsi maestri. Costoro sono con tutta probabilità dei credenti che hanno accettato Cristo, tuttavia vanno propagandando osservanze e credenze che minacciano di oscurare la figura di Cristo.18

Non è possibile precisare nel dettaglio la natura dell'errore che si profilava nella comunità. Esso consisteva sostanzialmente nel prospettare vie e mezzi supplementari o diversi da quelli insegnati da Paolo per arrivare al mistero di Cristo. L'errore non era di poco conto perché minacciava il cuore della dottrina cristologica, infirmando il primato di Cristo nella creazione e nella redenzione, allontanando inoltre i credenti dall'autentico mistero di Cristo come Paolo lo insegnava: si veda, per esempio, il passo di 4,3.

Il tono colloquiale della lettera permette di capire che la situazione era preoccupante ma non ancora sfuggita di mano e, nell’insieme, sotto controllo. Siamo ben lontani dai toni infuocati della lettera ai Galati, dove l'adesione a dottrine false ha preceduto e motivato la lettera stessa.

Per prevenire la diffusione degli errori, per riportare chiarezza nelle menti e serenità negli animi, Paolo scrive alla comunità di Colosse la presente lettera.19



Divisione e struttura

All’interno dell’epistolario paolino la Lettera ai Colossesi è uno degli scritti più brevi, composto da soli 95 versetti distribuiti in quattro capitoli. Per la divisione del materiale c'è generale consenso nel riconoscere un indirizzo iniziale, un saluto conclusivo e all'interno, una parte più dottrinale e una più esortativa.

Quando si tratta di individuare l'inizio e la conclusione di ogni blocco o di articolare le sezioni minori, il consenso diventa fragile e finisce per frantumarsi.20

Anche se la proposta di J.N. Aletti della struttura letteraria influenzata dalla retorica21 va molto di moda,22 con buona parte dei commentatori riteniamo ancora valida una articolazione tematica. Proponiamo:


INTESTAZIONE (1,1-2): mittente, destinatari e augurio iniziale, i tre elementi caratteristici dell'indirizzo.
CORPO DELLA LETTERA (1,3 - 4,6)

È composto dal diffuso ringraziamento e da tre grandi parti, le prime due densamente teologiche


Ringraziamento (1,3-12)

ringraziamento per la comunità (1,3-8)

preghiera di intercessione (1,9-12)
Prima parte: Il mistero di Cristo e il suo annuncio a Colossi (1,13 - 2,5)

Introduzione (1,13-14)

La persona e l'opera di Cristo (1,15-23): L'inno celebra il primato di Cristo sulla creazione e nella redenzione (1,15-20); effetti dell'opera di Cristo nella comunità di Colossi e accenno alla sezione successiva (1,21-23).

Il ministero di Paolo (1,24 - 2,5): Paolo annunciatore e realizzatore del mistero di Cristo (1,24-29); Paolo impegnato per la comunità di Colossi e accenno alla sezione successiva (2,1-5).
Seconda parte: Il primato di Cristo nella comunità e le resistenze ad esso (2,6 - 3,4)

Introduzione (2,6-8): vivere Cristo senza cedere ad inganni;

La salvezza della comunità viene solo da Cristo (2,9-15); altri culti sono inutili e dannosi (2,16-19);

Centralità ed essenzialità di Cristo (2,20 - 3,4): con lui si è morti (2,20-23) e con lui si risorge alla vita nuova (3,1-4)
Terza parte: La vita nuova in Cristo (3,5 - 4,6)

Deporre l'uomo vecchio e rivestire il nuovo (3,5-11);

Il ritratto dell'uomo nuovo (3,12-17);

Il codice familiare (3,18 - 4,1);

Esortazioni conclusive (4,2-6)

CONCLUSIONE (4,7-18): precedono alcune notizie personali (4,7-9), quindi gli elementi abituali della conclusione: i saluti (4,10-17) e l’augurio finale (4,18).



C O M M E N T O

INTESTAZIONE (1,1-2)
1Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timòteo, 2ai santi e credenti fratelli in Cristo che sono a Colosse: grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro.
Tutte le lettere antiche iniziano allo stesso modo seguendo la formula "Cicerone ad Attico, salute", comprensiva di tre elementi fondamentali: mittente, destinatario e saluto. Paolo, pur rispettando il sistema codificato dall'uso, non si accontenta di una ripetizione formale, rivelandosi ancora una volta originale e innovativo. Si presenta identificando se stesso e i destinatari con titoli che rivelano subito e facilmente la loro nuova identità di cristiani. Il comune riferimento alla divinità stabilisce un inedito rapporto che pone le premesse per la triplice relazione: Dio/Cristo, Paolo e comunità, sviluppata ampiamente all’interno della lettera.

Paolo propone solo il suo nome romano, tralasciando quello giudaico. Nelle sue lettere, scritte in greco e destinate a un pubblico prevalentemente non giudaico, il nome Saulo che richiamava l'antico re di Israele non sembrava necessario. Saranno solo gli Atti degli Apostoli a tener vivo il ricordo del suo nome giudaico.23

Accanto al nome esibisce subito le credenziali di «apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio», riportate in molte lettere.24 «Apostolo» richiama il giorno della sua vocazione quando, bloccato sulla strada di Damasco, fu scelto da Cristo per la missione ai pagani: «Va', perché io ti manderò lontano, alle nazioni» (At 22,21). Il verbo “mandare” ha in greco la radice da cui viene la parola italiana “apostolo”.25

Paolo specifica di essere «apostolo di Cristo Gesù» per rilevare che la sua missione proviene direttamente dall’alto, senza mediazione umana. Cristo lo ha chiamato, e lui ha risposto. L'aggiunta «per volontà di Dio», non strettamente necessaria dopo la precedente specificazione, esprime l'unità del disegno salvifico che ha in Dio il grande progettista. Il riferimento a Cristo e a Dio, lungi dall'esprimere superiorità o millanteria, riconosce la suprema autorità divina a cui Paolo si sottomette docilmente.26 Proprio perché svolge un compito che gli è stato affidato dall’alto, potrà intervenire autorevolmente anche in comunità non fondate da lui, com’è appunto quella di Colosse.


Paolo menziona anche Timoteo, uno stimato cristiano di Listra incontrato durante il primo viaggio missionario e divenuto in seguito uno dei più preziosi collaboratori.27 Sappiamo della sua attività a Tessalonica, nulla invece conosciamo del suo apostolato a Colosse. La sua menzione ci permette di dedurre che fosse noto ai destinatari, forse per la sua collaborazione all’evangelizzazione di quelle zone. Di lui non si parlerà più nel corso della lettera. Paolo lo chiama «fratello», titolo che si dà a un membro di famiglia, certamente perché condivide la stessa fede; allo stesso tempo opera una distinzione, perché non lo identifica come apostolo. Troviamo qui abbozzato un principio che sarà sempre da tenere presente: uguale la dignità, diversi i ruoli. La uguale dignità accomuna, la diversità dei ruoli distingue, senza dividere.28

I destinatari della lettera sono i cristiani della comunità di Colosse, definiti «santi e credenti fratelli in Cristo». A differenza del nostro comune sentire, nel linguaggio paolino il titolo ”santo” non aggiunge nulla a quello di “cristiano”, perché identifica l’uomo raggiunto e trasformato dalla grazia ricevuta nel battesimo. La santità, considerata nel suo punto di partenza, valorizza l’azione divina. La santità è legame di comunione con la divinità.29 Già l'Antico Testamento designava così il popolo ebraico, prezioso possesso di Dio: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,6). Inteso nel senso paolino, tutti i cristiani sono santi, perché radicati «in Cristo». La precisazione è decisiva per la retta comprensione, mostrando in Cristo (o Dio) la sorgente della santità, come ricorda l’incipit della seconda Preghiera Eucaristica: «Padre santo, fonte di ogni santità». Così inteso, l'appellativo appare comprensibile e pertinente,30 riguarda l’uomo che vive l’oggi in Cristo e con Cristo, in controtendenza con l’accezione popolare che immagina la santità solo come luminoso punto di arrivo.

Incontriamo il titolo di «fratelli», usuale nel mondo giudaico e nella primitiva comunità cristiana che lo dava con facilità ai suoi membri,31 ma eccezionale, anzi, caso unico, all’inizio di una lettera paolina. La fratellanza veniva ai cristiani dall'avere un unico Padre, invocato come Abbà (Gal 4,6), e soprattutto nell'essere riconciliati da Cristo divenuto il «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). Qui il titolo è arricchito dall'aggettivo «credenti» che intende rimarcare il legame alla genuina dottrina apostolica, come richiesto in seguito dalla lettera.32

Al termine del saluto sta l'invocazione, con forte connotazione teologica. Essa chiede beni spirituali quali «grazia a voi e pace da Dio»: il primo indica il favore divino che sta alla base di tutta l'esistenza cristiana;33 l’altro è il dono del Cristo risorto alla comunità ecclesiale:34 una pienezza di benessere che ha nella benevolenza divina la sua sorgente. Sono beni di eccezionale valore, che solo Dio può dare. Per la loro importanza e per la capacità di riassumere una condizione molto favorevole, Paolo li utilizza sempre come augurio, collocato all'inizio di tutte le sue lettere. Lo sbiadito saluto “salute!” o “salve!” del mondo antico lascia il posto all’innovativa e coinvolgente proposta dell’Apostolo.

L’inizio della lettera, che avrebbe dovuto riportare solo comuni e scontate informazioni, lascia echeggiare vibranti note spirituali che inaugurano la successiva sinfonia. Fin dalle prime battute il lettore percepisce che una novità coinvolgente può colorare una sbiadita massa di semplici notizie.

CORPO DELLA LETTERA (1,3 - 4,6)


Inizia il corpo della lettera composto dal diffuso ringraziamento (1,3-12) e da tre grandi parti, accomunate dallo spiccato interesse cristologico: la prima presenta il mistero di Cristo e il suo annuncio a Colosse (1,13 - 2,5), la seconda il primato di Cristo nella comunità e le resistenze ad esso (2,6 - 3,4), la terza la vita nuova in Cristo (3,5 - 4,6).

Le prime due parti hanno una connotazione più teologica, la terza più esortativa.



Ringraziamento (1,3-12)
Prima parte il mistero di cristo
L’opera di cristo nella comunità di colosse (1,21-23)
Paolo e il mistero di cristo a colosse (2,1-5)
Morti con cristo agli elementi del mondo (2,20-23)
Il ritratto dell’uomo nuovo (3,12-17)
Esortazioni conclusive (4,2-6)
L'errore a colosse
Conclusione:
Letteratura su colossesi



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