Mauro orsatti



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MAURO ORSATTI

UN PADRE DAL CUORE DI MADRE


Riflessioni sul Vangelo di Luca

EDITRICE ANCORA - MILANO


1998





PREFAZIONE1
Il Vangelo di Luca ha sempre goduto la simpatia di tutti: gli studiosi vi hanno trovato materiale originale e ben organizzato, poeti e artisti vi hanno attinto ispirazione per le loro opere, teologi e maestri di spirito si sono lasciati guidare dalla sua sapiente pedagogia spirituale, la gente semplice ha fissato nella memoria espressioni e immagini che appartengono al patrimonio della cristianità. Non è possibile recensire le opere d'arte che hanno esaltato brani lucani: pensiamo anche solo alle infinite rappresentazioni dell'annuncio dell'angelo a Maria. Praticamente impossibile individuare l'incidenza spirituale dei messaggi che vengono da pagine, a dir poco stupende, come la parabola del padre che mostra benevolenza e comprensione verso i due figli o come quella del buon samaritano che presta soccorso senza dare spazio ad antiche ruggini.

Quello di Luca è, quantitativamente, il più lungo scritto evangelico, con un totale di quasi 1200 versetti. Lasciando da parte il Vangelo di Giovanni che ha un impianto e una sensibilità propri, all'interno dei vangeli sinottici (Matteo, Marco, Luca) che pure hanno un tracciato comune e materiale affine, Luca dimostra la più spiccata originalità perché riporta in esclusiva oltre 600 versetti. Il che significa che una buona metà del suo vangelo non ha riscontro sinottico, cioè non è possibile confrontarlo con gli altri due. L'attenzione delle pagine che seguiranno verte proprio su alcuni brani presi tutti da tale materiale 'esclusivo'.

Nella scelta del materiale solo lucano, mi sono attenuto a due criteri che sono altresì due spiccate sensibilità della sua teologia: l'attenzione alle donne in generale e a Maria in particolare, nonché una evidente predilezione per il mondo degli emarginati, primi fra tutti i peccatori. Ne vengono le due parti del libro, la prima (già pubblicata), una specie di 'vangelo in rosa' che esalta la maternità e la femminilità, e la seconda che celebra la misericordia di un Dio che, padre dal cuore di madre, si rende vicino all'uomo nella persona del Figlio, Gesù di Nazaret. La tenerezza femminile (della donna o di Dio) è dunque l'ideale asse attorno a cui ruotano tutti i brani commentati.
La pedagogia del libro secondo lo schema della lectio divina

Il libro è composta da episodi che riproducono lo stesso schema, inteso come una pedagogia di lettura anche per altri brani evangelici che il lettore vorrà esaminare personalmente.

Dopo una breve premessa che avvia il discorso, viene proposto il TESTO. Vorrei insistere sulla necessità di leggere - e rileggere - il testo biblico, rifuggendo dalla perniciosa tentazione del «lo conosco già». Il testo possiede una sua 'sacramentalita', cioè un valore intrinseco che non viene dal commento altrui, ma dalla meditata lettura di ciò che il credente riconosce e professa 'Parola di Dio'. A questo punto il lettore potrebbe imbastire una sua riflessione, dialogare con il testo, per cercare di comprenderlo e di far sprigionare un po' della sua vitalità.

Se il lettore desidera una collaborazione, potrà continuare e troverà il passo successivo: CONTESTO E DINAMICA DEL BRANO. Questo momento aiuta a inserire il brano, che è pur sempre uno 'scampolo', in un tessuto più ampio al quale appartiene, dal quale prende luce e al quale apporta il suo contributo. Idealmente si dovrebbe leggere il brano da una Bibbia per avere l'intero piano della storia della salvezza e per poter così confrontare tutti i rimandi possibili. Nell'attesa di raggiungere l'optimum, il testo evangelico riportato presenta l'indiscusso vantaggio di essere letto anche da chi, per esempio in viaggio, non può avere appresso la Bibbia. Oltre al contesto del brano, si indica anche una dinamica che è una specie di 'radiografia' per mostrare che il brano possiede una sua logica narrativa, una costruzione e uno sviluppo che occorre conoscere per meglio interpretare il messaggio.

Segue il punto più esteso, chiamato BREVE COMMENTO. Non è certo pleonastico quel 'breve' perché si vuole ricordare al lettore che molte cose si potrebbero e si dovrebbero dire per una maggiore esplicitazione della esuberante ricchezza che ogni testo biblico contiene. Se è vero, come affermavano i maestri giudaici, che ogni parola contiene 70 significati (numero simbolico che viene dal prodotto di 7, cifra della completezza per 10, cifra base), un commento non sarebbe mai concluso. Il 'breve' sottende almeno due cose: non si vuole appesantire il commento così da renderlo pletorico e quindi più facilmente 'indigesto' al lettore; inoltre, ed è la cosa decisamente più importante, si preferisce lasciare a quest'ultimo la possibilità, che si tramuta presto in gioia, della ricerca, della riflessione, dell'applicazione alla propria esistenza.

A questo punto si è pronti per un ulteriore passo, DAL TESTO ALLA VITA, che, mediante una griglia di domande-stimolo, vorrebbe aiutare a passare dal testo, valido per tutti, alla specificità della propria condizione per vederne l'applicazione e il riscontro. La Parola deve diventare soffio di vita, illuminare la storia quotidiana, guidarla, sorreggerla, eventualmente anche rimproverarla, comunque alimentarla. Mi rendo conto del rischio delle domande proposte, non conoscendo il lettore e, di conseguenza, non potendo offrire interrogativi mirati. Un po' di esperienza e l'analogia di alcune situazioni mi autorizzano ad avanzare timidamente quanto è stato proposto. Si tratta di un modesto sussidio che, dato il suo genere letterario, si utilizza nella misura in cui serve. Ognuno, conoscendo se stesso e la sua storia, può porsi domande più pertinenti e più fruttuose. Resta comunque un passaggio fondamentale per aprire lo scrigno della Parola di Dio.

Resterebbe da compiere un ultimo passo, quello più importante ma anche quello più personale e perciò lo affido totalmente al lettore: usare il testo per PREGARE. Alla obiezione spesso sollevata: «Non so come pregare, non so che cosa dire», si può ovviare facilmente prendendo in mano il testo biblico e trasformarlo in preghiera. Alcune frasi sono 'già pronte per l'uso'; penso, ad esempio, al canto di lode e di ringraziamento di Maria: «L'anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (1,46-47) o alla semplice e verace giaculatoria del pubblicano al tempio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (18,13). Altre frasi sono da adattare un poco, secondo lo stile cui ci siamo educati nella liturgia della Parola quando ripetiamo il ritornello del salmo responsoriale.

Senza troppa teoria, l'uso regolare e costante ci educa alla lectio divina che è la lettura della Parola di Dio per capire la nostra vita alla luce di Dio e orientarla in merito. Si parte dalla lettura e comprensione del testo, con tutte le sue implicanze (lectio), si applica il testo così compreso alla propria vita mediante interrogativi che vanno nelle profondità del nostro rapporto con Dio, con gli altri e con noi stessi (meditatio), si giunge a pregare con il testo biblico, sicuri che le parole sono giuste e accette, perché parole ispirate da Dio stesso (oratio). Alla fine o già in itinere si potrà gustare la contemplatio che è la sintonia di tutta la nostra persona con Dio.


Utilizzo

Lo schema precedente si ripete puntualmente per ogni brano e permette un utilizzo molto libero del libro. Certamente esso può essere letto dall'inizio alla fine nella successione proposta. I singoli episodi non sono però legati tra di loro da una logica successione e possono essere presi isolatamente, secondo esigenze particolari, come per esempio il tempo liturgico, motivi pastorali o particolari sensibilità del proprio spirito.

Vorrei tanto che si concretizzasse il principio che ha ispirato queste pagine: i brani sono pensati per essere degli 'esercizi' che educano alla lettura del Vangelo, in grado di fornire un habitus da utilizzare poi anche con altri testi non riportati qui.

Faccio diventare augurio e preghiera la convinzione del salmista: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino [...]. La tua parola nel rivelarsi illumina, dona saggezza ai semplici» (Sal 119,105.130), cui fa eco la testimonianza di Pietro a Gesù: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).


Mauro Orsatti

Festa di s. Luca evangelista, 18 ottobre 1998
UN PADRE DAL CUORE DI MADRE
Così Giovanni Paolo II parla di Dio Padre nella lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente: «Tutta la vita cristiana è come un grande pellegrinaggio verso la casa del Padre, di cui si riscopre ogni giorno l'amore incondizionato per ogni creatura umana ed in particolare per il 'figlio perduto' [...]. Il Giubileo, centrato sulla figura di Cristo, diventa così un grande atto di lode al Padre» (n. 49).

Prendendo lo spunto da questa suggestione, offriamo una succinta rassegna biblica che ci metterà a contatto con alcuni elementi essenziali della paternità divina. Capita bene questa, sarà facile capire la 'maternità' di Dio e vederla concretamente operante in Gesù.


Il padre all'origine di tutto

Lo scorrere del tempo e il succedersi delle generazioni animano lo stupendo miracolo della vita. Questa è ritmata dall'altalena di chi nasce e di chi muore. Quando si prende coscienza di essere vivi e di aver ricevuto la vita in dono, non si ha difficoltà ad ammettere un padre. Ciò che vale per il singolo vale pure per la comunità e per questo gli antichi ricercavano un padre comune, un essere o una divinità che presiedesse al flusso della vita.

'Padre' è il raccordo con la vita ricevuta: la radice della parola sembra derivare dal balbettio del bambino (papà è una delle prime parole che si pronunciano). Ma 'padre' è altresì il raccordo con tutta l'esistenza: i 'padri' sono gli avi, gli antenati, coloro che ci hanno preceduto nella vita e che hanno permesso a noi di entrarvi. Presiede a tutto questo l'idea di origine o di principio e, conseguentemente, quella di autorità e di dignità. Non si genera solo alla vita fisica; in senso figurato si può essere 'padre' di un progetto, di un'opera artistica; si può essere 'padri' anche nella vita spirituale e di tale titolo è insignito il sacerdote, secondo un antichissimo uso, attestato già in Gdc 17,10: «Rimani con noi e sii per me padre e sacerdote» (cf anche Gdc 18,19).

Invocare la divinità con il titolo di padre è un fenomeno che si riscontra in tutte le religioni. Se si tratta di vita, perché privilegiare la figura maschile del padre e non piuttosto quella femminile della madre? Perché la storia mostra che nella struttura giuridico-sociale della famiglia può darsi una pluralità di donne (poligamia), ma sempre una semplicità di figura maschile, quella del padre appunto. Inoltre è lui ad esercitare nel quadro dell'economia domestica la suprema autorità, non a caso chiamata 'patria potestà'. Il padre esprime meglio il vertice e la comune origine; logico quindi ricondurre tutto a lui, piuttosto che alla madre.


ANTICO TESTAMENTO

La Bibbia condivide con le altre religioni la sensibilità a ricondurre tutto ad un comune principio. Su un denominatore comune si stagliano però nette e interessanti differenze. Se l'AT fa ampio uso del termine 'padre' che ricorre oltre 1200 volte, solo in 15 casi viene riferito a Dio; non possiamo dire perciò che tale idea abbia un posto centrale nella fede di Israele. Tuttavia una sua considerazione prepara la comprensione successiva perché pone le basi per concetti inediti e decisamente innovativi.

La verticistica costruzione della famiglia con a capo il padre, spiega l'uso del termine per indicare l'autorità e, su questo modello, Dio è padre perché tutto viene da lui e a lui si deve rispetto ed obbedienza, come indica l'espressione: «Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani» (Is 64,7). Dalla responsabilità verso gli uomini, il passaggio alla responsabilità su tutto il creato è breve; da qui la celebrazione di Dio come padre e come signore (cf Mal 1,6). L'AT presenta Dio come padre, mai come genitore. Mentre il mondo antico celebra la paternità come generazione, cosicché nella mitologia greca - solo per fare un esempio - Zeus (il latino Giove) è chiamato «padre degli uomini e degli dèi», la fede di Israele salvaguarda da una visione panteistica e non confonde minimamente Dio con le creature.

Altra novità di rilievo, la nozione di paternità è legata all'elezione che Dio opera a favore del suo popolo. L'idea di paternità si intreccia con quella di benevolenza e di amore. Più che padre di un individuo, la paternità riguarda la comunità che Dio si è scelto come figlio primogenito. Ma, rilievo ancor più sorprendente e senza paralleli, la paternità di Dio è legata ad un fatto storico, alla liberazione dall'Egitto: «Quando Israele era giovinetto, io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio» (Os 11,1). Dalla paternità viene la vita e pure sorge un rapporto. Dalla scelta e dall'evento dell'esodo vengono impegni per Israele, sollecitato a rispondere con amore alla premure divine. L'osservanza dei comandamenti diventa epifania di amore e quando questo tende ad atrofizzarsi, si alza vigorosa la parola dei profeti: «Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l'uno contro l'altro profanando l'alleanza dei nostri padri?» (Ml 2,10).

A partire da Davide la paternità divina si orienta in modo particolare verso il re, chiamato figlio di Dio (cf 2Sam 7,14); in questa luce va letto il salmo 2,7: «Egli mi ha detto: Tu sei mio figlio» che indirizzato inizialmente al re, trascende poi il suo significato storico per assumere quello messianico e preparare così la strada alla comprensione della figliolanza divina di Gesù. Ormai un gigantesco ponte è gettato sul NT.
NUOVO TESTAMENTO

Alla timida presenza del concetto di padre nell'AT si contrappone una esuberante ricorrenza nel NT. Dio padre degli uomini e padre di Gesù è come il midollo della rivelazione neotestamentaria.

Per parlare correttamente di Dio Padre, a poco o a nulla servono le analogie con il padre terreno; bisogna tralasciare le copie e puntare diretto all'originale. Padre diventa per Dio un titolo di sintesi, un nome che polarizza tanti altri e la sua importanza emerge da questo tassativo divieto: «Non chiamate nessuno 'padre' sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Mt 23,9).

Il padre che è nei cieli esplica la sua autorità con sovrana liberalità, prodigandosi nel donare senza distinzioni perché considera tutti suoi figli: «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45). Anche per questa universalità dimostra la sua perfezione, che poi richiede a tutti i credenti (cf Mt 5,48). Non pretende una preghiera che sia noiosa come una filastrocca, infarcita di querula petulanza o di magica insistenza; le molte parole devono lasciare il posto ad una serena fiducia che, come il padre terreno provvede al bene dei suoi figli, a maggior ragione quello celeste si prende a cuore la situazione degli uomini. Il testo di Mt 7,9-11 è un'icastica rappresentazione della disponibilità senza confini di Dio. Egli è quindi il padre provvidente che conosce le necessità dei suoi figli, ai quali prodiga i beni necessari alla vita quotidiana e tra essi il dono dello Spirito: «[...] il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo richiedono» (Lc 11,13).

Il concetto del Dio provvidente tiene lontano da una analogia vacua alla fortuna che come dea bendata distribuisce irrazionalmente a persone ignare. Dio entra in rapporto con l'uomo che è un essere intelligente e responsabile: questi è associato sia con una domanda corretta, sia con un comportamento coerente. La domanda dovrà seguire la modalità di una valida gerarchia, che ordina i beni secondo la priorità di valore: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini» (Mt 6,33-34). All'uomo è richiesto un rapporto che si fonda sull'attenzione alla volontà del Padre e sull'amoroso impegno ad eseguirne la volontà: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). Inoltre, l'amore del Padre fa tutt'uno con una efficace opera educativa e disciplinare non aliena da esigenze forti: «Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (Mc 11,24-25; cf Mt 6,14). Come si vede, la provvidenza divina cura l'esterno e l'interno, assicura il sostentamento fisico, non meno della sana crescita di tutto l'uomo, educato al perdono. In questo contesto di completezza si comprende l'attenzione della Provvidenza che provvede 'armi e protezione' anche in frangenti difficili o umanamente disperati: «Quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20). Questo testo e altri (cf Mt 6,26 e 10,29) assicurano la vigile presenza del Padre.

Il cantore della paternità divina è, più di tutti gli altri, l'evangelista Giovanni che designa abitualmente Dio con il titolo di padre (oltre cento volte). Soprattutto Gesù usa il termine per esprimere il suo rapporto con Dio. Si tratta di un legame che è insieme dipendenza di amore e unità di sostanza; citiamo, al proposito, due testi: «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18) e «io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). Il primo testo attesta la funzione di rivelazione che il Figlio esercita, facendo conoscere Dio. E ce lo fa conoscere come il Padre, come colui che compie un intervento decisivo nella storia della salvezza. Il secondo testo esprime l'intimo legame tra il Padre e il Figlio, fulcro del messaggio giovanneo e ganglio vitale della rivelazione biblica. Il loro è uno stupendo legame di amore: «il Padre ama il Figlio» (Gv 3,35) e il Figlio è tutto proteso nella realizzazione della volontà del Padre, fino al consummatum est, il «tutto è compiuto» (Gv 19,30) che celebra la glorificazione del Padre e pure del Figlio. La persona e l'attività di Gesù sono la spiegazione di ciò che è il Padre: per questo non si può separare il Padre da Gesù: «[...] perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato» (Gv 5,23). Nella mirabile composizione teologica e poetica del cap. 17, la cosiddetta preghiera sacerdotale, Giovanni canta la vita che in movimento circolare parte dal Padre, passa attraverso il Figlio raggiunge i discepoli e, loro tramite, tutti coloro che saranno lambiti dal salutare effetto della loro parola e della loro azione. Si costruisce una comunità che ha per statuto la comunione nell'unità. Tutto grazie all'opera di Gesù.

Data questa intimità unica e irripetibile, Gesù è e rimane l'unico accesso al Padre, anzi, sua icona che lo ripropone perfettamente, a tal punto che può dire a Filippo: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?» (Gv 14,9). Gesù ha visibilizzato l'amore del Padre, è il suo sacramento: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque creda in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). La risposta dell'uomo nell'amore sarà un'esperienza della paternità divina e condizione di accesso alla vita eterna.

La rivelazione di Dio come Padre e l'esempio di Gesù hanno come conseguenza una rinnovata visione del mondo e dei rapporti tra gli uomini: sono abbattute le barriere di estraneità e di contraddizione: «Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Sono aperti i canali di una nuova comprensione dell'altro, non semplicemente da considerare fratello, ma pure da guardare con la tenerezza con cui lo ama il Padre che ci genera ad un amore nuovo: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio» (1Gv 4,7). Solo con un corretto e completo rapporto con l'altro potrà sgorgare, sincera e degna, la preghiera del «Padre nostro», cioè del Padre comune.


Un titolo inconsueto: abbà

Tre testi del NT (Mc 14,36; Gal 4,6; Rm 8,15) conservano la parola aramaica (lingua del popolo al tempo di Gesù) 'abbà' che significa 'papà', 'babbo' o, meglio ancora 'caro papà', titolo familiare usato per lo più dai bambini. Mai i primi cristiani avrebbero osato impiegare tale termine, se Gesù non lo avesse usato e non avesse autorizzato a ripeterlo. Anche in questo il cristianesimo si differenzia dal giudaismo che temeva di intaccare la sacralità divina con una parola tipica della ingenuità infantile. Gesù propone un rapporto nuovo con Dio, fatto certo di sostanziosa obbedienza, ma anche di nativa semplicità, aliena da una religiosità pomposa e impersonale. La familiarità non va confusa con disinvolta dimestichezza con il divino e tanto meno con la banalizzazione del medesimo, bensì come un segno dei tempi nuovi: il Dio trascendente e creatore dei cieli, sta vicino, grazie alla mediazione del Figlio, in amorosa familiarità. Il nuovo rapporto non crea sconti sull'impegno, ma solo semplifica le procedure di accesso e di relazione. Nasce una nuova intimità che si fonda su una incondizionata e granitica fiducia, resa possibile solo dopo che Gesù ci ha fatto conoscere quale intimità lo legasse al Padre e ci ha introdotti a tale familiarità. Il Padre suo diventa il padre nostro, come egli stesso confida alla Maddalena: «Va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro» (Gv 20,17). Senza mescolare o confondere i ruoli, esiste ora il Padre comune e noi siamo, secondo la felice espressione dei Padri della Chiesa, 'figli nel Figlio'. Tale espressione è ben radicata nel pensiero paolino: Dio è il «Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (2Cor 1,3); noi, rivestiti di Cristo, diventiamo nel battesimo figli adottivi: «Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,26-27). Rivestiti di questa dignità, riceviamo lo Spirito che ci fa gridare «Abbà, Padre» (Gal 4,6; Rm 8,15): dunque noi siamo figlio nello Spirito del Figlio. Siamo così immessi nel circuito dell'amore trinitario di cui siamo beneficiati e beneficiari.


Un padre dal cuore di madre

Può creare un iniziale disagio sentire parlare di Dio come madre, essendo noi abituati a chiamarlo padre. Poiché per noi i due ruoli non si possono confondere, dicendo padre sembra automaticamente escluso la categoria di madre. Eppure già il profeta Isaia aveva rivendicato per Dio una tenerezza femminile superiore a quella di una madre: «Si dimentica una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Il lettore moderno perde buona parte della forza del testo originale, perché là dove si parla di commozione, non coglie l'allusione all'utero materno (in ebraico rahamim indica l'utero ed è tradotto con 'misericordia', 'compassione' 'tenerezza'), simbolo efficace di amore, sensibilità, donazione. Così quando l'ebreo parla di misericordia, anziché un concetto astratto com'è nelle nostre lingua moderne, intende riferirsi ad una precisa parte anatomica, simbolo concreto dell'amore. In questa linea, il NT storicizza l'amore divino nella persona di Gesù. Nella parabola del Padre buono, manca la figura femminile della madre perché compresa in quella del padre. Quando il testo dice che il padre si commosse (cf Lc 15,20), allude al concetto che soggiace alla mentalità ebraica della tenerezza materna. Non occorre quindi la presenza femminile perché inglobata nella figura del Padre. Lo stesso verbo compare in un'altra parabola, quella del buon samaritano («ebbe compassione» Lc 10,33) sempre per alludere ai sentimenti di Gesù, il vero samaritano che si piega sull'umanità ferita ed abbandonata. L'evangelista Luca attribuisce senza ombra di dubbio a Gesù il verbo della compassione quanto, in occasione del funerale del figlio della vedova di Nain riferisce che Gesù alla vista della donna «ebbe compassione» (Lc 7,13). Il nostro Dio e Signore è un padre che sa essere anche madre!


L'altissima dignità conferita all'uomo creato a immagine di Dio è amplificata dalla incomparabile nuova dignità della sua figliolanza. Siamo in presenza di una espressione esplosiva: «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1Gv 3,1). Essere figli di un tale Padre significa essere divinizzati. Insieme alla gioia e alla gratitudine del dono della figliolanza, ottenuto da Cristo e continuamente suggerito dallo Spirito, nasce un rammarico che diventa anche il confiteor di noi, figli spesso ingrati. Per rimediare, il Papa suggerisce nella lettera citata: «[[...]] il senso del 'cammino verso il Padre' dovrà spingere tutti ad intraprendere, nell'adesione a Cristo Redentore dell'uomo, un cammino di autentica conversione» (n. 50). Sarà per noi una rinnovata opportunità per scoprire il «padre delle misericordie» (2Cor 1,3) e per compiere con rinnovato entusiasmo il nostro pellegrinaggio verso la casa del Padre.
Sapientente istruiti da simile carrellata biblica e sollecitati dal documento del Papa, consideriamo ora la misericordia del Padre in alcuni tratti specifici di Luca. Partiamo dalla parabola più bella che Gesù ha regalato alla letteratura universale (15,11-32). Ha parlato del Padre, lo ha collocato come attore principale della scenografia della vita, lo ha presentato come il Padre buono, la madre accogliente che genera alla vita nuova, a ideali inediti e assopiti nel profondo dell'essere. Nella figura del Padre Gesù ha nascosto il suo operato, il modo di intervenire in mezzo agli uomini, si è dimostrato epifania, cioè segno visibile, della tenerezza materna di Dio. Pure soffusa di tanta tenerezza è la parabola del buon samaritano (10,25-37) in cui apprendiamo un delicato amore al prossimo, indipendentemente dalla sua condizione. Un invito a costruire un genuino rapporto con Dio che passa attraverso un ponte di simpatia con gli altri, viene da una terza parabola, quella che mette in scena un fariseo e un pubblicano che salgono al tempio a pregare (18,9-14).

Lasciando la sponda delle parabole, facciamo la conoscenza di uomini veri, in carne ed ossa, che sperimentano la paternità e maternità di Dio incontrando Gesù di Nazaret. Fisseremo dapprima l'attenzione sulla simpatica figura di Zaccheo, capace di ribaltare la propria esistenza dopo aver ottenuto stima e fiducia da Gesù che lo ha 'promosso' a vita nuova (19,1-10). Di rinascita o palingenesi si può parlare per i due discepoli di Emmaus che imparano dal misterioso viandante a scorgere la via della vita che passa attraverso la collina del Calvario (24,13-35). Con il Risorto e grazie a Lui imparano a risorgere a vita nuova e ad essere gioiosi testimoni presso gli altri dell'evento che ha trasformato la loro vita.





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