Meccanicismo in fisica matematica



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Leibniz filosofo dinamista: monadi (percezioni), anime (sensazioni) e spiriti

(riflessioni).


Rivoluzione scientifica 1543 ≈ 1687 (da Copernico a Newton)

Gottfried Wilhelm von Leibniz Lipsia 1646 – Hannover 1716

Illuminismo 1700 - 1789
Le ricerche in fisica, matematica, logica, biologia, metafisica, teologia, chimica, giurisprudenza, storia, geologia, ingegneria e molte altre mostrano la vastità di interessi e di livelli argomentativi del pensiero di Leibniz, caratterizzato secondo Kabitz, uno dei suoi maggiori studiosi, dall’assoluta centralità della nozione di “individuo”; argomentazioni come realtà e autonomia dell’individuo (cosa e quali siamo? gli universali “genere animale” e “specie uomo” sono enti reali in se oppure sono solo concetti della mente?) si confrontano con la “metafisica scolastica” della chiesa cattolica e la tradizione aristotelica di quell’epoca associando una realtà effettiva solo a sostanze individuali e l’esistenza all’universale solo come astrazione intellettuale in individui simili: “l’universale ha una realtà non maggiore della realtà dell’individuo e l’individuo, non essendo una particolarizzazione dell’universale, non è deducibile da esso e ne è quindi autonomo”.

La ricerca del fondamento dell’individualità si inserisce nel dibattito secolare dell’universalità non fermandosi alla semplice descrizione dell’individuo ma promuovendo l’analisi del perché delle distinzioni tra gli individui: questo tipo di approccio al problema, che è stato una costante nelle speculazioni di Leibniz anche negli anni della sua maturità, costituisce una presa di posizione che si innesta in quel contesto tradizionale e lavora nel suo interno per cambiarne il lessico e proporre un nuovo metodo fondazionale; il fondamento dell’individualità dell’ente, o sostanza, non va ricercato nella sua particolarità dell’essere o nella sua differenza individuale ma nella totalità delle determinazioni dell’ente … l’individualità è anteriore ad ogni concettualizzazione.

La rivoluzione scientifica negli anni ’60 del 1600 inserisce, accanto alla visione aristotelica delle categorie di forma e materia, la nuova filosofia della natura dei “novatores” Galilei, Cartesio, Keplero, Newton, etc. con osservazioni fisiche e formulazioni matematiche che contamineranno per sempre le riflessioni di Leibniz, portandolo per es. ad occuparsi dell’armonia dell’universo: una infinita combinazione armonica di infiniti particolari, o parti, ordinatamente relazionate; l’”armonia del cosmo” era disponibile negli scritti di Keplero ma Leibniz fu maggiormente influenzato dall’”armonia del tutto” (di Bisterfeld) come oggetto di conoscenza attraverso l’analisi e la sintesi dai livelli più bassi a quelli più alti fino a dedurre la molteplicità degli enti: l’applicazione sistematica di questo schema operativo avrebbe potuto presentare la scienza come una esposizione completa di tutti i gradi della conoscenza, dalla materialità alla spiritualità; logica e matematica diventano allora un elemento strutturale della riflessione di Leibniz per una conoscenza chiara delle relazioni quantitative tra enti che, SE riconducibili a forme numeriche o logiche, possono produrre un’algebra di concetti capace di insinuarsi nella natura più intima dell’armonia degli enti; la geometria è per Leibniz il ponte tra fisica e metafisica, egli conduce aritmetica e geometria nella logica e logicizza la metafisica riconducendo il modo di essere di un ente alla relazione tra i suoi elementi costitutivi, intesa come rapporto logico di elementi semplici: il calcolo logico è quindi il modo per dedurre, dalla classe dei generi primi o universali in cui è riducibile la totalità della nostra conoscenza, la totalità delle combinazioni possibili tra i generi.

I paradigmi che strutturano la cultura scientifica del ‘600 subiscono dei cambiamenti ad opera dei novatores della filosofia: i nuovi punti cardine riguardano la spazialità dei corpi, la distinzione galileiana tra qualità primarie e secondarie e l’idea di conservazione della quantità di moto nell’universo; nell’idea cartesiana di materia, la proprietà essenziale della corporeità è l’occupazione di uno spazio da parte della massa considerata inerte e amorfa: l’estensione spaziale non è informativa delle proprietà di una sostanza finché non viene tradotta in elementi geometrico-meccanici come scale di grandezze determinate, movimenti misurabili e forme geometriche a cui rapportarsi (di un ente si può conoscere solo ciò che è traducibile matematicamente), cioè le categorie “grandezza”, “movimento” e “figura” sono elementi strutturali della corporeità (da queste considerazioni sono escluse le determinazioni sensoriali come la percezione dei colori, dei suoni, dei sapori, etc.); la traduzione della realtà corporea nelle tre categorie trasferisce la realtà sul piano matematico portando alla luce relazioni, analogie e combinazioni fisico-aritmetiche effettivamente oggettive, ma ciò funziona solo a patto di prescindere totalmente dalle qualità secondarie, a patto di quantificare i fenomeni e a patto di considerare sempre e solo quantitativamente gli enti senza chiedersi ne il come ne il perché si sia prodotta una tale determinazione quantitativa.



Leibniz si accorge che dalla sola considerazione della categoria del “movimento” si possono dedurre le restanti qualità primarie dei corpi e lo studio dei principi che governano il movimento lo porterà in pochi anni alla scoperta del calcolo infinitesimale e alla costruzione di una nuova scienza, la dinamica; sulle qualità primarie dei corpi Leibniz pensava: se la materia è composta da atomi, la struttura

complessiva risultante dipende dal movimento e dalla configurazione che gli atomi assumono al suo interno e quindi la “grandezza” non è una qualità primaria dei corpi ma derivata; analogamente la “figura” che si produce nella materia è intesa a partire da uno scorrimento reciproco delle particelle materiali che si strutturano in differenti configurazioni cinetiche: anche la figura è una qualità derivata; nel paradigma cartesiano, che identifica la corporeità della materia con la spazialità, andava ridefinita la relazione tra questi termini: considerare solo la spazialità non è sufficiente a spiegare la struttura fisica di un ente che è anche affetto da determinazioni cinetiche, è il movimento che genera la struttura interna di un ente e la sua estensione, lo spazio è una determinazione astratta, matematica, e la realtà fisica e la corporeità concreta degli enti naturali assumono consistenza quando in esse si esprimono delle relazioni cinetiche; il movimento va studiato per rendere intelligibile il mondo dei fenomeni naturali, non solo misurando i diversi effetti prodotti dai diversi movimenti ma soprattutto indagando la natura stessa del movimento, cercando di capire quali sono i principi che lo strutturano e che rendono fenomenicamente osservabili i suoi effetti: negli anni ‘70 Leibniz studia i fenomeni del movimento, approfondisce i principi della meccanica cartesiana e rileva un errore: non è la quantità di moto complessiva che si conserva ma la quantità di forza, il movimento fenomenicamente osservabile è sempre e solo l’espressione di una forza applicata ad un ente e tutto il mondo dei fenomeni naturali è interpretato come un enorme campo di applicazione di questo principio; il paradigma di un mondo fatto di sostanze estese e tendenzialmente inerti si trasforma in quello di una natura costituita da un insieme di forze la cui combinazione, trasmissione e conservazione produce, come effetto microscopicamente osservabile, le determinazioni materiali degli enti e la struttura stessa della materia: la materia non è più un qualcosa di inerte che si contrappone al pensiero ma avendo una realtà essenzialmente dinamica è una espressione di energia; l’introduzione del concetto di forza investe direttamente sia la struttura ontologica (al di là della fenomenica) dei corpi e della natura nel suo insieme, sia le specifiche modalità di indagine attraverso cui rapportarsi al mondo dei fenomeni naturali, costituendo un elemento di rottura con l’apparato meccanicistico a cui Leibniz si era affidato nelle sue indagini fisiche: è come se la forza non si vede ma si manifesta nei suoi effetti, non può essere esperita sensibilmente in modo immediato ma esprime una attività che si manifesta attraverso degli effetti che si riverberano sul mondo fisico; la forza è quindi una categoria più metafisica che fisica o meccanica ponendosi oltre l’immediata visibilità dei fenomeni, nonostante si manifesti sempre e solo entro i fenomeni, è una categoria metafisica non astratta che non va oltre il mondo naturale, è un ponte tra il mondo fisico e quello metafisico: è una “forma” cioè una funzione che si esprime attraverso una attività e quindi è oltre la materialità degli enti, e la sua presenza rende ragione anche degli aspetti fisici, materiali o più microscopicamente osservabili degli enti; “forma” e “materia” non sono indipendenti, l’estensione della materia non è più un fattore primario ma la materialità va considerata come funzione di una attività soggiacente: la materia con cui quotidianamente ci confrontiamo è solo l’ultima “concrezione” dell’insieme primigenio delle forze della natura, l’elemento sostanziale di un corpo non è la sua estensione ma l’essere strutturato funzionalmente a determinate attività in esso presenti, si può dire che un corpo è un campo di forza; Leibniz chiama entelechìa la struttura formale della materia, cioè una attività presente in natura che è, nel prodursi e manifestarsi con i suoi effetti, indipendente e autonoma da altro.

La Monadologia, composta nel 1714 ed edita dal 1720 in tedesco e poi in latino, è forse lo scritto leibniziano più famoso nel ‘700 tedesco: venne ritenuta l’opera filosofica fondamentale di Leibniz e fu riduttivo identificare l’intera filosofia leibniziana con le dottrine modadologiche, mettendo in ombra l’imponente costruzione sistematica di combinatoria, calcolo logico, scritti scientifici, etc.; è un testo scarno senza una struttura in grado di sostenere un compito fondativo dell’intero sistema filosofico leibniziano, la lettura dei 90 paragrafi richiede sin dall’inizio una strategia di comprensione delle poche argomentazioni portate a sostegno delle tesi (Leibniz non ha mai scritto un’opera sistematica “definitiva”): inizia col definire una monade come una sostanza semplice, cioè senza parti, che entra nelle cose composte; poiché il composto è un aggregato di semplici, affinché esistano delle cose composte è necessario esistano sostanze semplici; dove non ci sono parti non sono possibili estensione, figura e divisibilità … le monadi sono i veri Atomi della natura (non hanno estensione né figura né divisibilità); Leibniz intende per sostanza (semplice) un ente dotato di vera unità, quindi autosussistente e permanente nella propria identità unicamente grazie alle determinazioni in essa presenti; mentre l’aggregato non possiede una vera unità ma è strutturato dall’insieme delle sostanze in esso presenti, cioè la sua identità è derivata da altro; ed il “fenomeno” è l’apparizione in un qualcuno dell’aggregato come intero: i corpi sono fenomeni reali risultanti dalle sostanze semplici e dalle loro modificazioni, hanno una unità derivata e non sono delle sostanze ma piuttosto strutture fenomeniche (fenomenalismo: è la discrepanza tra la nostra percezione di una cosa e il suo vero modo di essere); il mondo di Leibniz è costituito da sostanze e fenomeni la cui struttura non deriva e deriva rispettivamente da altro, la realtà è un insieme di fenomeni cioè di oggetti di percezione (più o meno cosciente): materia e movimento non sono sostanze o cose ma fenomeni dei soggetti percepenti e la loro realtà è radicata nella congruenza delle rappresentazioni dei soggetti percepenti, e se “essere” significa “essere percepito” potrebbe non esserci una realtà al di fuori delle percezioni …

Leibniz combina fenomenalismo e realismo in una teoria della “sostanza corporea” che non identifica fenomeni e percezioni ma afferma che i fenomeni si manifestano in relazione a delle percezioni: per Leibniz non è incompatibile sostenere che i corpi sono fenomeni e allo stesso tempo aggregati di sostanze, i composti non sono aggregati di percezioni ma al contrario le percezioni si radicano in un fondamento di oggettività perché attraverso la percezione dei corpi percepiamo un qualcosa che è originariamente davvero indipendente dalle nostre menti; questo qualcosa è una infinità di monadi le cui percezioni armoniose rappresentano la fondazione dei fenomeni corporei (corpo=apparenza di monadi).

A proposito della relazione intero /parti Leibniz scrive che la materia non è composta di unità costitutive ma risulta da esse cioè le unità sostanziali (monadi o sostanze dell’aggregato) non sono parti (cioè omogenee all’intero) ma fondamento dei fenomeni: le parti dei fenomeni sono fenomeni più piccoli e parti di aggregato sono aggregati (parte di un corpo è un corpo), mentre le monadi sono in differente relazione ai fenomeni; un corpo è un aggregato di infinite sostanze semplici pensate come elementi e non parti di aggregato o subaggregati i cui elementi primi sono ancora le sostanze semplici: l’aggregato è un fenomeno, le sostanze che lo compongono non sono fenomeni; quindi un aggregato può essere composto di cose reali e risultare nel suo insieme un fenomeno, con un grado di realtà dell’aggregato diverso da quello delle sostanze componenti: un ente come l’aggregato è per Leibniz un fenomeno perché manca di unità intrinseca, la sua unità è estrinsecata solo nella nostra mente che percepisce l’aggregazione come una relazione tra sostanze; se sono reali solo le sostanze ed i loro stati successivi, il resto (aggregati compresi) sono costruzioni logiche o metafisiche, cioè mentali, che si realizzano a partire dalle sostanze.



Le qualità fisiche maggiormente reali nei corpi sono per Leibniz le forze; egli contesta che dai principi cartesiani di inerzia e della composizione degli urti ne consegua che il movimento complessivo del mondo è pari a quello che Dio ha impresso alla materia nell’atto della creazione e che in esso ci sia una continua trasformazione in tutte le sue parti, perché ciò era in contraddizione coi risultati prodotti dall’osservazione del fenomeno della caduta dei gravi che invece erano in accordo con le leggi di gravità espresse da Galilei: per Leibniz non è la quantità di movimento a conservarsi nell’universo ma la quantità di forza (esistevano gli studi di Galilei e contemporaneamente Newton stava elaborando le leggi della gravitazione universale); nel saggio sulla dinamica Leibniz scrive che i corpi sono soggetti ad una duplice forza macroscopicamente osservabile, una morta (passiva, come potenziale e generata da qualche resistenza) e una viva (attiva, dispiegamento concreto delle sollecitazioni presenti nelle forze morte e superamento della resistenza): forza e resistenza sono coessenziali ed entrambe sono qualità derivate o secondarie perché riguardano le relazioni tra corpi; ma per esempio la deformazione della materia non è solo espressione di una passività subita ad opera della forza ma è anche un indice di una attività esercitata dalla materia: oltre l’attività della forza deformante c’è l’attivazione della spontanea capacità della materia di modificare la propria configurazione permanendo uguale a se stessa pur nella modificazione subita, cioè una forza primitiva microscopica e spontanea della materia (qualità primaria, non derivata) anch’essa suddividibile in

  1. forza primitiva attiva: secondo Leibniz in ogni corpo, sostanza o aggregato, sono presenti delle capacità o attività elementari (elasticità, duttilità, riproducibilità cellulare, etc.) che hanno lo scopo di mantenersi attive (entelechèia) e seguono un proprio programma esecutivo (enèrgheia) per organizzare la materia, una sorta di codici vitali autoconsistenti; le entelechie non possono essere modificate dall’esterno e non possono interagire reciprocamente

  2. forza primitiva passiva: è il corrispettivo resistente, passività di fondo o contrasto necessario per ogni tipo di attività, così come la morta per la viva, che rende possibile la distinzione tra le entelechie come attività nel modo di superare la passività che sempre le accompagna.

Leibniz chiama monade l’unione dell’entelechia e della passività associata: le monadi sono diffuse ovunque nella materia, la materia è un aggregato di monadi e non ci sono spazi vuoti nella materia e nella realtà ma tutto è pieno e denso di queste monadi invisibili, che non hanno ne estensione ne divisibilità essendo forze primitive, ognuna contraddistinta dalle altre per la propria qualità (particolare combinazione di attività e passività): non possono essere modificate dall’esterno e non possono interagire tra loro ma si trasformano solo in virtù del loro principio interno (forza primitiva attiva) che come attività o capacità è in grado di coniugare l’unità semplice della monade con una molteplicità di differenti determinazioni (ogni trasformazione avviene per gradi, qualcosa muta e qualcosa permane).

Leibniz identifica nella percezione (sensoriale) un’attività, spontanea e fine a se stessa, prototipo di ciò che si può definire vivente: uno stato istantaneo che implica e rappresenta una molteplicità nell’unità della sostanza semplice, convoglia nella sua semplicità una molteplicità di differenti determinazioni che permettono, ad uomini animali e vegetali (non entrano in gioco elementi coscienziali), di rappresentare il mondo esterno e quindi di interagire con esso; la percezione è una attività indipendente dalla materia la cui origine è da ricercare solo in se stessa, capacità preformata negli organismi viventi senza la quale l’organismo non si sarebbe sviluppato formando gli organi sensoriali (la funzione crea l’organo: l’organo ha senso solo in relazione alla funzione che svolge, è capace di percepire solo perché inserito nel contesto funzionale dell’organismo); l’organismo vivente è quindi anche un insieme di capacità percettive, attività che rappresentano delle funzioni organizzative della materia: la spiegazione della percezione non è meccanica cioè in figure e movimenti dell’aggregato, ma solo nelle sostanze semplici si possono trovare le percezioni e i loro mutamenti.



Il parallelismo materia/forma non permette a Leibniz di spiegare i caratteri di una percezione considerando solo i fattori materiali che la determinano (impossibilità di una spiegazione meccanica della percezione): gli stimoli esterni vengono trasformati dagli organi percettivi in treni di impulsi nervosi, poi trasmessi a diverse aree del cervello che consentono di riprodurre in una serie di rappresentazioni la fisicità degli stimoli, ma le rappresentazioni e i significati sono il risultato di lunghe serie di intermediazioni disposte come una rete: c’è una predisposizione dell’apparato percettivo a riconoscere, tradurre e trasmettere gli stimoli alle reti neurali in cui vengono scomposti e combinati per generare una immagine sensoriale, il significato interiore; la ricostruzione finale non ha un legame intrinseco con l’oggetto rappresentato e fattori emotivi, psicologici, culturali, etc. influiscono pesantemente sul lavoro neurale e quindi sulla qualità finale della percezione prodotta: uno stesso fenomeno è percepito in modo analogo ma non identico da diversi individui; non esiste per gli organismi una relazione lineare di causa/effetto che dalla percezione possa far risalire al fenomeno percepito, non si può assistere alla genesi della percezione perché essa non è solo l’astratto prodotto dell’interazione tra stimoli dell’ambiente e risposta degli organi sensoriali ma è il frutto di una storia molto più complessa e impalpabile, è concretamente determinata dalla sua interazione con una infinità di altri fattori personali, individuali: solo in astratto diversi individui percepiscono lo stesso mondo ma concretamente il mondo percepito individualmente è diverso dagli altri, l’identità personale dà forma e significato alla massa amorfa di stimoli (mediazione soggettiva); nel parallelismo la materia si spiega con la materia e le forme (attività cioè percezioni) si spiegano con le forme: è riduttivo spiegare l’attività espressa dalle percezioni considerando esclusivamente i caratteri materiali degli organi sensoriali; è vero anche il contrario cioè non è possibile ridurre la materia alla forma ma la presenza degli elementi organici è essenziale e necessaria affinché le forme svolgano la loro attività: Leibniz pensa che materia e forma costituiscano due regni da pensare assieme, paralleli e ciascuno con proprie caratteristiche specifiche, concetti distinti ma coessenziali, connessione armoniosa di passività e attività, influenza reciproca di corpo e anima; c’è vita finché c’è capacità percettiva: le percezioni sono le condizioni di possibilità affinché ci sia un mondo; la percezione come forma di attività spinge Leibniz a paragonarla (e qualche volta a identificarla) alla forza primitiva attiva ma, a differenza dei cartesiani, non stabilisce un legame tra percezioni e coscienza perché lo stato percettivo può anche essere accompagnato da passività della coscienza: l’attività della percezione si innesta nello sfondo di passività con una mistura che contraddistingue tra loro le monadi nel rapporto alla loro passività, la limitatezza delle monadi non risiede nell’oggetto delle loro percezioni ma nel modo del loro percepire cioè non sono in grado di percepire distintamente tutte le cose a loro circostanti a causa della passività che sempre accompagna l’attività; se la percezione è ordinatrice, la passività crea confusione: la percezione è pura attività di raccolta e, oltre a essere un mix di attività e passività, è anche un mix di ordine e disordine, chiarezza e confusione; le percezioni in cui predomina l’elemento di passività sono chiamate da Leibniz infracoscienti o inconsce, non superano la soglia della coscienza: quindi ogni monade ha capacità percettiva che di per se non produce fenomeni coscienziali essendo la passività l’elemento per lo più predominante; le percezioni sono confuse se la molteplicità degli elementi percepiti resta correlata e prevale la passività, chiare se tali elementi sono connessi e ordinati e prevale l’attività che supera la soglia di coscienza.

La percezione è lo stato istantaneo che implica e rappresenta una molteplicità nell’unità della sostanza semplice: le rappresentazioni sono come sequele di stati istantanei; l’”appetizione” è l’azione del principio interno alla monade che determina il passaggio da una percezione ad un’altra: non sempre raggiunge l’intera percezione a cui tende ma ne ottiene sempre qualcosa e perviene così a nuove percezioni; l’appetizione è la tendenza di ogni singola monade a raggiungere l’intera percezione a cui tende, che non si placa ma continua a tendere verso nuove percezioni;

il concetto di forza, sia derivata (secondaria o macroscopica tra corpi) che primaria (primitiva, microscopica), è coessenziale a quello di resistenza (passività), cioè esprime sempre una relazione tra attività e passività: dal momento che la monade è un centro di forza e attività, l’appetizione è la relazione dinamica tra forza e resistenza, tra attività e passività, è la tendenza della forza a superare la resistenza che incontra, dell’attività a superare la passività e di diradare le nebbie della confusione; e poiché nel mondo delle forze attività e passività sono continuamente risorgenti per la loro coessenzialità, l’appetizione è uno stimolo destinato a generarsi e prodursi: la percezione è il prodotto finito di un’operazione di appetizione.

Secondo Leibniz, è la qualità delle percezioni provate che distingue gli aggregati in gruppi (criterio di distinzione ontologica tra gli enti) e non la loro conformazione materiale: salendo la scala degli esseri si trovano

- corpi inorganici, minerali: intessuti di monadi percettive, tuttavia le percezioni

monadiche che si realizzano al loro interno sono confuse, l’elemento di passività

prevale su quello di attività e sono quindi prive di attività coscienziali; la loro

identità è debole essendo solo aggregati accidentali di monadi

- anime: monadi la cui percezione è più distinta e accompagnata da memoria

(sensazione);



se percepire significa connettere elementi distinti convogliandoli nell’unità del soggetto rappresentante, percepire distintamente significa connettere il maggior numero possibile di elementi: poiché il tutto è collegato, il contenuto rappresentativo di ogni percezione rimanda necessariamente ai contenuti rappresentativi di altre percezioni, che a loro volta rimandano ai contenuti rappresentativi di ancora altre percezioni, etc. e quindi alcuni particolari tipi di enti sono in grado di connettere i contenuti rappresentativi di percezioni differenti e questa capacità è chiamata memoria: essa consente di stabilire delle connessioni (dette sensazioni) tra percezioni avvenute in stati e momenti diversi ordinandole temporalmente e svolge quindi una funzione unificante nei confronti di rappresentazioni e percezioni tra loro distinte, conferisce unità a quegli enti che sono in grado di esercitare questa capacità e svolge un ruolo di principio di aggregazione delle diverse monadi presenti in un corpo (è come se le infinite monadi presenti in un corpo deponessero la loro reciproca indifferenza per coagulare le infinite percezioni provate da tali infinite monadi); la presenza della memoria rende organici i corpi in cui essa è attiva e conferisce identità: la presenza della memoria, e quindi dell’anima, rappresenta per Leibniz un criterio di organicità, e tra gli enti aggregati quelli dotati di memoria rappresentano delle vere e proprie sostanze composte dotate di identità e unità, mentre il resto è il mondo dell’inorganico e costituiscono delle semplici aggregazioni di materia.

Se le percezioni in generale connettono ciascuna sostanza animata col mondo, il comportamento della sostanza animata è il modo in cui tale sostanza si rapporta alle informazioni fornite dalle percezioni stesse: il comportamento animale, e quindi anche umano, può essere considerato come l’effetto di una interazione dell’animale con le cose percepite perché ad ogni stimolo esterno corrisponde una reazione più o meno corrispondente (comportamentismo); se la memoria è l’unico criterio di relazione tra l’animale ed i suoi stati percettivi, ne deriva un comportamento abitudinario (uso dei ricordi): l’abitudine è un modo di connettere percezioni differenti con l’uso combinato della memoria; ma le capacità cognitive umane differiscono da quelle animali per la presenza di atti riflessivi, che generano la coscienza, la possibilità di riconoscere la propria identità e di fare introspezioni, di concepire pensieri astratti come quelli di essere, sostanza o Dio: percezioni e appetizione costituiscono i principi interni delle monadi ed è tramite l’azione combinata di questi principi che le monadi si differenziano tra loro; l’idea di fondo è quindi che la percezione sia un principio di differenziazione tra le monadi e di riflesso tra gli enti: la distinzione tra gli enti è il riflesso di un progressivo accrescimento di capacità connettive; la struttura della percezione rappresenta la cellula fondamentale da cui si genera ogni tipo di connessione possibile: la percezione, essendo molteplicità nell’unità, costituisce la condizione di possibilità della rappresentazione del mondo e per Leibniz non esiste la sostanza se non c’è percezione; le anime hanno la capacità di incrementare il potere connettivo proprio delle percezioni: non solo hanno percezioni ma possono connettere tra loro più percezioni, ed il livello animale sulla scala degli enti fa segnare uno scarto che è il riflesso di una aumentata capacità connettiva (le anime sono contraddistinte dal provare sensazioni cioè percezioni accompagnate dalla memoria); dalla monade all’anima c’è un enorme incremento di connessioni istituite (somma di infiniti): l’appetizione, che rappresenta la tendenza della monade ad una maggiore chiarezza o distinzione, non è presente nell’anima perché le connessioni della memoria tra i suoi stati percettivi sono aperte cioè c’è sempre la possibilità di incrementare ulteriormente le connessioni istituite e quindi non esiste la possibilità di determinare l’insieme delle proprie rappresentazioni e quindi la propria identità: la percezione trova il suo momento di definizione solo in presenza di una attiva possibilità di essere percepita dagli organi percettivi; la percezione cerca di attuarsi il più possibile e di raggiungere una chiarezza sempre maggiore: il limite della sua chiarezza è l’atto riflessivo o autopercezione cioè il momento in cui la percezione, nella sua corsa verso la perfezione, si rivolge a considerare se stessa (la monade è specchio delle cose e specchia se stessa, percepisce il mondo esterno e se stessa); secondo Leibniz gli enti forniti di atti riflessivi riescono a percepire il mondo ed hanno un proprio modo di percepirsi (hanno coscienza di se stessi, per es. la razionalità umana): quindi lo schema della scala degli esseri è

- percezione senza coscienza e memoria: rende possibile il concetto di

rappresentazione di un mondo in generale (concetti coessenziali); è la cellula

germinale della vita perché, unitamente all’appetizione che sempre l’accompagna,

contiene tutte le caratteristiche essenziali al prodursi della vita stessa; il

corrispettivo di questo livello basico di conoscenza sono le monadi, ovunque

diffuse che pur prive di coscienza e memoria rappresentano qualcosa di sostanziale:

la fondamentale unità delle monadi è pensabile in relazione al fatto che ogni

monade esprime un mondo, in ogni monade è attivo un concetto di infinito

- percezione accompagnata da memoria (sensazione, animale): rimanda all’esistenza

di un mondo determinato, particolare perché le connessioni istituite dalla memoria

costituiscono un germe di individualità (l’animale, per quanto ancora non

cosciente, è in grado di ricordare e quindi di costruire la sua esistenza attorno ad

una identità, per quanto debole e imperfetta); il corrispettivo di questo livello di

conoscenza sono le anime degli animali: non sono semplici aggregati di infinite

monadi ma, proprio perché questo livello è contraddistinto da più relazioni infinite

tra loro (ogni stato percettivo contiene infinite informazioni e la memoria connette

tra loro una molteplicità indefinita di stati percettivi), sono piuttosto aggregati

strutturati di monadi ossia organismi

- atti riflessivi: consentono l’idea di mondo inteso come individualità, essendo il

limite della percezione la sua pensabilità; il corrispettivo di questo livello di

conoscenza sono le anime razionali proprie degli uomini (spiriti), che segnano il



compiuto dispiegamento dell’identità individuale.

Il tentativo della dottrina monadologica di Leibniz di rendere ragione della realtà resta per Kant non controllabile o verificabile oltre i limiti dell’esperienza: accanto ai pensatori metafisici se ne sono affiancati altri come Locke o Hume che hanno proposto l’empirìa come terreno comune di riferimento, Hume avrebbe in particolare dimostrato che se per conoscenza delle cose si intende una sorta di registrazione delle impressioni sensibili, siamo costretti ad accettare anche conclusioni paradossali come quella riguardante la natura della causalità


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