Medioevo – connessioni improbabili



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22.12.2017
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MEDIOEVO – CONNESSIONI IMPROBABILI
Ma che c’entra il Prete Gianni coi Templari?
La figura di Johannes Presbyter è una delle più note dell’immaginario medievale. In epoca più recente i “cacciatori di miti” hanno cercato di metterla in relazione a due delle più importanti reliquie cristiane, il Santo Graal e la Sindone. E in tutto questo non potevano mancare i Templari, oramai onnipresenti. Eppure, nessun elemento scientifico dimostra alcuna possibile relazione fra Prete Gianni, sacre reliquie e i cavalieri del Tempio
Di Massimo Centini

“I cavalieri che fecero l’impresa” è sicuramente un bel film: Pupi Avati, nel 2001, ha realizzato una pellicola che sulla scia di un altro suo omaggio al medioevo, “Magnificat” (1983), propone un angolo di lettura originale della storia e della religiosità, ma anche delle credenze e dell’agiografia dei primi secoli del Mille. Nella pellicola è narrata l’impresa di alcuni di cavalieri che, nel 1274, riportano la Sindone in Occidente. Tralasciando lo sviluppo della vicenda, che per imprimere il moto narrativo al film non sempre si mantiene aderente alla realtà storica, quanto in questa sede ci riguarda da vicino è l’incipit. Infatti, all’inizio, il protagonista e narratore, Giovanni da Cantalupo, viene a conoscenza del mezzo necessario per ritrovare una reliquia che “si venerava ad Edessa e poi a Bisanzio”, prima “che su queste terre calasse la distruzione portata dai cavalieri segnati dalla croce”. Giovanni da Cantalupo ottiene l’informazione da un personaggio che in realtà è un po’ la sorpresa del film: il Prete Gianni.


Questo mitico sovrano fornisce indicazioni contrassegnate da tonalità quasi profetiche, con tipica impostazione sibillina ed enigmatica. Dalle poche indicazioni iniziali e relative alla reliquia, si evince chiaramente che si venerava ad Edessa e poi a Costantinopoli e che ciò avveniva prima della distruzione portata dai “cavalieri segnati con la croce” (i Crociati, i Templari?). Sin nota inoltre che nella descrizione dei cavalieri scelti per l’impresa, sono evidenti caratteristiche e peculiarità che fanno pensare ai cavalieri della Tavola Rotonda, che svolgono un ruolo non solo militare, ma contrassegnato da toni colmi di grande spiritualità. Toni che raggiungono l’apoteosi nel cavaliere che contribuirà al rinvenimento della preziosa reliquia. In esso sono infatti evidenti elementi caratteriali e comportamentali che fanno riaffiorare alla mente l’immagine di Parsifal, il cavaliere a cui sarà riservato il privilegio di ritrovare il Santo Graal. La mistica coppa in cui, tradizionalmente, sarebbe stata celebrata l’Eucarestia nel corso dell’ultima cena e nella quale sarebbe stato raccolto il sangue di Cristo crocifisso, consente comunque un’astrazione che non è possibile effettuare con la Sindone. Infatti nel sudario prevalgono soprattutto aspetti antropologici concreti che lo correlano a correlare senza mediazione simbolica, per ovvi motivi, a Cristo.
Il legame tra il Prete Gianni e i Templari è strutturato su una base sostanzialmente mitica, che si sviluppa in una dimensione leggendaria difficile da correlare alla storia. Ciò perché il Prete Gianni, signore di misteriosi regni posti ai limiti del mondo conosciuto, è una figura che ebbe una certa fortuna nel medioevo, trovando però nella tradizione apocrifa una notevole cassa di risonanza. Infatti, le indicazioni storiche su questo personaggio sono tuttavia scarne e subirono nel tempo continue modificazioni, fino a fargli perdere la sua originale fisionomia. Occorre premettere che il nome Prete Gianni circolava ampiamente nel mondo bizantino, in quanto esponente del movimento iconoclasta, maestro dell’Imperatore Teofilo, noto anche come Giovanni il Grammatico. Alla fine dell’iconoclastia, l’immagine questo personaggio perse molte delle sue prerogative e fu circondata da un alone di magia e di eresia: da qui ad essere considerato un essere misterioso, con poteri soprannaturali il passo fu breve.
Si narra che, intorno al 1165, a Manuele Comneno, Imperatore di Bisanzio, a Federico Barbarossa e al Papa Alessandro III, giunse la lettera di un certo Johannes Presbyter rex-sacerdos, sovrano di un reame ricchissimo e rigoglioso, abitato da genti di pelle scura. Questo regno era diviso in settanta province e comprendeva le tre Indie, l'Asia centrale e si estendeva in Mesopotamia, fino alla Torre di Babele. Nella lettera sono presenti alcuni indizi importanti sul misterioso regno del Prete Gianni. Il quelle terre vi erano creature di ogni specie, tra le quali si indicano anche inoltre “uomini cornuti, fauni, satiri e donne della stessa specie, pigmei, cinocefali, giganti, monocoli, ciclopi e un uccello chiamato fenice”. Nella lettera si dedica molta attenzione al fiume Indo, che attraversava tutto il regno del Prete Gianni: sgorgava dal Paradiso Terrestre ed aveva acque ricche di “smeraldi, zaffiri, carbonchi, topazi, ametiste e molte altre pietre preziose”. Tra quelle popolazioni erano del tutto assenti i sentimenti malvagi: odio, invidia e guerra non esistevano. La maggior parte si nutriva di una specie di manna celeste, che permetteva agli uomini di vivere fino a cinquecento anni, ciò anche con il contributo di un’acqua miracolosa. I vessilli dell’esercito del Prete Gianni erano costituiti da tredici croci riccamente decorate. Nella missiva si dice anche che il regno era disposto ad accogliere chiunque avesse chiesto ospitalità e aiuto. Va detto che nello scritto attribuito al Prete Gianni non vi sono riferimenti diretti o indiretti alla Sindone e neppure ai Templari: questa assenza in fondo è plausibile perché – al di là dell’esistenza o meno dell’enigmatico personaggio – ci pare piuttosto difficile che “proprio quella” Sindone fosse custodita presso il fantastico regno. Ciò non esclude che – accettandone l’esistenza – il Prete Gianni fosse in possesso di una copia (o l’originale?) di un’immagine acheropita (forse quella di Edessa?).
Nel misterioso scritto il Prete Gianni si definiva “signore” e sovrano “per la potenza e la pietà di Dio e del signore nostro Gesù Cristo”, suggerendo una sorta di unificazione tra Papato e Impero, così da rafforzare il potere e garantire una più forte assistenza ai cristiani. Questa particolare posizione ne fece quindi un personaggio con caratteristiche idonee per essere relazionato ai cavalieri Templari: la tradizione apocrifa – anche recente – ha molto ricamato su questa connessione, suggerendo che le presunte “conoscenze occulte” dei Templari provenissero appunto dai loro contatti con il Prete Gianni. I temi mitici e l’enfasi caratterizzanti questa lettera la rendono, agli occhi dello storico moderno, piuttosto sospetta anche se fu presa molto seriamente nel medioevo. Nel 1177 Alessandro III, in accordo con il Barbarossa, inviò una risposta al Prete Gianni, ma della spedizione incaricata dell'ambasciata, non si seppe più nulla e svanì per sempre nel deserto dell'Irak. Le fonti più antiche pongono quindi il Prete Gianni in Asia; da qui si sarebbe mosso più volte per portare aiuto ai luoghi santi insidiati dai mussulmani. In seguito, senza una motivazione particolare, il regno di questo sovrano cristiano divenne l'Africa. Il documento certo più antico che conferma questa tradizione, è una carta del 1339 realizzata da Angiolino Dalorto. Mancano fonti certe sulla testimonianza di Giovanni da Carignano che, nel 1306, secondo il “Supplementum Chronicarum” di Filippo Foresti da Bergamo (1483), incontrò a Genova gli ambasciatori del Prete Gianni, di passaggio nella città ligure in occasione di una loro missione diretta nel territorio del re di Aragona. A consolidare la collocazione asiatica di questo personaggio, contribuirono invece numerose tradizioni occidentali, che vedevano nel misterioso sovrano un coraggioso difensore del Cristianesimo contro gli attacchi dei mongoli.
Per meglio comprendere lo spostamento del regno dall'Asia all'Africa, bisogna considerare che secondo la tradizione geografica classica, ancora affermata nel medioevo, l'attuale Etiopia (che in quel periodo poteva indicare anche la Nubia o, più generalmente, l’Africa) era ritenuta parte dell'India e gli Etiopi venivano chiamati “indiani neri”... Marco Polo in più occasioni si riferisce al Preste Giovanni o Presto Giovanni, che dai commentatori è in genere identificato con Togril, principe nestoriano dei Keraiti, sconfitto nel 1203 da Gengis Khan. Ne “Il Milione” (cap. LV), il grande viaggiatore veneziano narra che Gengis Khan chiese al Prete Gianni sua figlia in moglie, ma gli fu negata: il rifiuto di fatto fu la scintilla destinata ad innescare la guerra. Agli inizi del XIV secolo, i missionari e i viaggiatori riportavano frequenti memorie sul sovrano d’Etiopia, i cui poteri e ricchezze erano sconfinati: molti di loro chiamavano quest’uomo così potente Prete Gianni, preparando così il terreno per quel trasferimento geografico di un mito che finalmente trovò una propria posizione geografica. In realtà, nel medioevo si sognò a lungo che in Asia, nelle aree più orientali, al di là dei territori denominati dall’Islam, sorgessero dei regni cristiani. Regni con i quali l’Europa avrebbe potuto unirsi, per chiudere in una morsa i musulmani. Questa speranza prese forma intorno al XII secolo con il Regno del Prete Gianni, sovrano di un favoloso e potente regno, che avrebbe posto le sue forze e la sua fede al fianco dei cristiani. In quest’ottica, anche il possesso della Sindone poteva costituire un valido contributo per difendere il Cristianesimo: un simbolo che come straordinario magnete attirava a sé i fedeli e soprattutto chi intendeva ostacolare con ogni mezzo l’avanzata musulmana. Nella sostanza, il Prete Gianni sembrerebbe soprattutto il risultato del bisogno di rassicurare l’Occidente sulla presenza del Cristianesimo in terre lontane e sconosciute.
Si rendono quindi necessarie alcune considerazioni: la lettera inviata dal Prete Gianni è del 1165; nel 1144 Edessa era stata perduta dai cristiani ed era entrata a far parte del dominio musulmano; vent’anni dopo (1187) anche Gerusalemme sarebbe ritornata musulmana. Quindi la notizia sulla presenza cristiana in un’area alle spalle degli arabi, costituiva un incentivo per sorreggere la lotta e forniva una generale ondata di entusiasmo. Malgrado la problematicità e la difficoltà di giungere a un’identificazione precisa, alcuni storici ipotizzano che il regno del Prete Gianni non sia una totale invenzione agiografica, bensì l’interpretazione enfatizzata con toni mitici di una realtà oggettiva. Infatti, il grande regno cristiano del “rex-sacerdos” sarebbe quello di Uighur, situato nel Sinkiang (ad oriente del deserto dei Gobi) in Cina e che giunse ad estendersi fino dal lago Aral alla Manciuria. Gli abitanti di quelle terre, di stirpe mongolo-tartara, si convertirono al Cristianesimo nestoriano. Su questa base storica (per altro abbastanza tenue) si innesta l’interpretazione mitico-leggendaria che possiamo ragionevolmente considerare di origine moderna. Alla radice uno spunto che si vorrebbe storico: il rapporto tra i Templari e Uighur. Se questi contatti vi furono probabilmente ebbero connotazioni sostanzialmente commerciali, non ci sentiamo di spingerci oltre e indicare relazioni di altro tipo. Ma se vogliamo farci un’idea del punto a cui può giungere la fantasia, dobbiamo limitarci a digitare “Uighur-Templari” su qualunque motore di ricerca per incontrare spericolate intersezioni che dal regno sotterraneo di Agharti giungono ad Atlantide…
Complice certamente la lettera del Pietre Gianni in cui si fa riferimento ad un regno meraviglioso, arricchito con la presenza di una fontana della giovinezza! Quindi, ai fini della nostra indagine, c’è ben poco da salvare? In effetti, sembrerebbe proprio che il legame Prete Gianni-Templari-Sindone non regga l’analisi storica. Pur non avendo elementi per negare in toto sia l’esistenza del Prete Gianni che il suo rapporto con i Cavalieri Templari, razionalmente è possibile escludere il possesso della Sindone da parte del “rex-sacerdos”. Resta però aperta comunque una ipotesi: forse il mitico sovrano cristiano possedeva una reliquia acheropita? Forse proprio il Mandylion di Edessa? Ed è proprio il Santo Volto di Edessa ad indicarci una strada per individuare qualche “correlazione templare”: certamente ben diversa da quella che vorrebbero i sostenitori della reale esistenza del Prete Gianni e dei suoi rapporti con i Cavalieri del Tempio. Partiamo da un dato essenziale: nel 1165, anno in cui fa la sua comparsa la lettera del fantomatico Presbyter Johannes, la Sindone non era ancora entrata ufficialmente nella storia, al contrario il Volto di Edessa era già ben noto e venerato. Questo è comunque un dato marginale: ha solo il ruolo di porre in rilievo che volendo relazionare il Prete Gianni alla “reliquia più importante della cristianità”, è necessario guardare in direzione del Volto di Edessa, allora la principale reliquia di Cristo. Osservando con attenzione la lettera – teoricamente diretta a tutti i sovrani d’Occidente – constatiamo che l’autore descrive un regno colmo di mirabilia, che ne fanno quasi una sorta di “Eldorado cristiano”, dominato dal bene e dalla pace, ma anche ricco di ogni genere di meraviglie, miracoli e con la fonte che guariva ogni male. In quella fonte, simile ad un catino abbastanza grande da contenere un uomo, avvenivano i miracoli se chi si immergeva era di provata fede cristiana.
Nella lettera si affermarono via via le descrizioni e le localizzazioni del regno del Prete Gianni: in alcuni casi le ricostruzioni giungevano da autori comunque affidabili che riportavano testimonianze raccolte nel corso dei viaggi dalla viva voce di testimoni oculari. Comunque, tutti gli elementi raccolti nella lettera sono tali da rendere credibile una sua redazione in ambito occidentale cristiano. In quello scritto non c’è infatti nulla che non fosse noto in Europa e costituisse – in particolare i mirabilia – l’immagine mitica dell’“Oriente”. Che senso poteva avere quel falso? Certamente la lettera costituiva un valido apporto per sostenere le speranze cristiane sul possibile mantenimento dei regni cristiani extra-europei che dovevano fare i conti con l’ondata espansionistica musulmana. È quindi credibile che la lettera del Prete Gianni sia stata scritta in Europa da un autore cristiano – da alcuni indicato perfino nello stesso Federico Barbarossa – mirata a determinare un effetto domino che, nel corso del tempo, ha coinvolto soggetti originariamente ignorati. I Cavalieri del Tempio e in particolare la Sindone, sarebbero entrati sulla scia del mitico regno in tempi successivi, senza uscirne più…
Massimo Centini

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Il Mandylion di Edessa

Dal II secolo fino al 944, ad Edessa (l'attuale Urfa, in Turchia) era conservato un Mandylion (ritratto di Cristo detto acheropito, cioè non realizzato da mano umana) e vi è la possibilità che quella reliquia fosse la Sindone ripiegata in otto [vedi “Storia in Rete” n° 45-46 NdR]. È documentato che il modello del volto di Edessa fu ampiamente utilizzato nella tradizione pittorica a partire dal VI secolo, condizionando profondamente il modello rappresentativo delle icone. Mandylion (greco), mandìl (arabo), mantilium (latino), mantile (italiano arcaico); generalmente mandilion è indicato come una parola siriaca con valore semantico abbastanza ampio, può infatti significare fazzoletto, asciugamano, ma anche sudario. In ambiente siro-palestinese del VIII secolo, il termine mandilio indicava il velo posto sopra la testa dei decapitati. Tradizionalmente il Mandylion era considerato un’immagine prodigiosa: infatti si produsse miracolosamente quando il Cristo appoggiò un telo sul proprio volto. La leggenda – riferita negli Atti di Taddeo – narra che Abgar, re di Edessa negli anni a cavallo fra I secolo a.C. e I d.C., caduto ammalato, aveva chiesto al Cristo di intercedere per la sua guarigione. Gesù non si recò dal sovrano, e questi gli inviò un pittore affinché ne realizzasse almeno un ritratto. Ma il Nazareno accorciò il lavoro del pittore appoggiando il proprio volto su un “panno quattro volte piegato doppio” e imprimendovi miracolosamente le proprie sembianze. Vi sono poi diverse versioni sulle modalità che condussero Edessa a possedere la singolare reliquia e sul mistero della formazione dell’immagine. In seguito alla conquista araba di Edessa (VII secolo), il Mandylion fu riscattato nel 944 in cambio di 200 prigionieri mussulmani e fu traslata a Costantinopoli. [MC]
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