Metodi: strategie di costruzione dei modelli politici a richiamo



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Schematismi per la politica (per i modelli politici)

Strategie di costruzione dei modelli politici o schematismo e schemi per la razionalità politica resi espliciti e messi a confronto.

Il motivo, in metafora: «Una mappa utile non descrive soltanto l’organizzazione del territorio, ma contiene anche un simbolo ben visibile “Voi siete qui”».


0. in premessa generale: logica: schematismo e modelli

Modelli e schemi (per tradizione filosofica attribuiti all’immaginzione) servono a indicare la realtà nella varietà possibile delle sue forme di lettura e la predispongono ad una definizione concettuale secondo categorie.

«L’immaginazione non è infatti fantasia, o sognante rêverie, bensì la precondizione mentale per il riconoscimento percettivo delle cose, degli oggetti.» Arendt Hannah 1994, Antologia. Pensiero, azione e critica nell’epoca dei totalitarismi, Feltrinelli, Milano 2006, dall’introduzione di Paolo Costa.

… la tecnica di Kafka potrebbe essere descritta al meglio come la costruzione di modelli. Se un uomo vuole costruire una casa o vuole conoscere una casa sufficientemente bene da poterne prevedere la stabilità, si procurerà uno schema dell’edificio o ne disegnerà uno lui stesso. I racconti di Kafka non sono altro che simili schemi; sono il prodotto del pensiero più che della mera esperienza sensoriale. Paragonato a una casa reale, ovviamente, uno schema è qualcosa di assai irreale; ma senza di esso la casa non sarebbe mai potuta venire alla luce, e non si potrebbero ravvisare le fondamenta e le strutture che la rendono una casa reale. É la stessa immaginazione - cioè quell’immaginazione che, per usare le parole di Kant crea “un’altra natura a partire dal materiale che la natura reale gli offre" — che dev'essere usata tanto per la costruzione di case quanto per la loro comprensione. Gli schemi non possono essere compresi se non da coloro che vogliono e possono realizzare con la loro immaginazione le intenzioni degli architetti e le future sembianze degli edifici. (Arendt 1994, 33)

[dunque, forse, applicativamente, due direzione degli schemi: 1. Analisi strutturale per evidenziare componenti e logica (più o meno antinomica); 2. Modelli di orientamento per la costruzione]

0.1. non si presentano come elementi di definizione secondo essenza della realtà cui vengono applicati, tuttavia, analiticamente contribuiscono a metterne in luce le diverse specificità indicando la strada di diverse concettualizzazioni possibili. Mentre la definizione secondo categorie si presenta infatti come univoca (definita), la lettura secondo modelli ha lo scopo di mettere in luce la natura complessa, non univocamente definibile, della realtà oggetto di studio. Si può ricorrere ad un esempio: la forma di triangolo permette di cogliere un oggetto, di avvertirlo nella sua esistenza e presenza ma non contribuisce ad una definizione; non posso dire, di un oggetto a forma di triangolo, che è un triangolo, perché il triangolo è quello che la geometria costruisce e mette a disposizione con definizioni astratte; il triangolo è dunque, da questo punto di vista, uno schema; del resto la geometria e la matematica, nella impostazione di Kant, sono, nel cammino di costruzione conoscitiva dell’oggetto, la sede dello schematismo trascendentale. La forma dell’albero, meglio sarebbe dire la nozione, la categoria di albero, definisce un oggetto e ne indica l’essenza, il che cos’è. Non posso dire, di fronte a un albero, che ha la forma di albero, ma che è un albero, di cui poi posso descrivere la forma. Senza schemi le categorie non possono essere applicate all’esperienza; lo schema percepisce e collega rilevando una costanza temporale e spaziale dei dati dell’esperienza; conservati in questa sintesi spazio-temporale i dati sono messi nella condizione di venire definiti, di poter subire una lettura secondo concetti.

0.2. a spiegare la natura e la funzione dello schematismo può servire la mania delle previsioni e dei pronostici e la varietà estrema delle basi su cui la previsione è fondata (più o meno fondatamente).

«Il polpo fa scuola, uno zoo di pronostici. Il polpo, il panda, il coccodrillo, il pappagallo, il gatto e lo scimpanzè. Non è un nuovo gioco. Cos’hanno allora in comune? Il pronostico della finale che, più che un gioco, è diventato una gara da zoo. Il celeberrimo polpo Paul dice Spagna? Eccogli contrapposto lo scimpanzè Pino che ‘divina’ l’Olanda. Il successo di Paul (è arrivata anche un’offerta da calciomercato per strapparlo all’acquario di Oberhausen) ha scatenato la corsa così il custode dello zoo di Amersford (Olanda) assicura che lemuri e cammelli hanno sentenziato il trionfo orange. Una gara globale che ha coinvolto anche i paesi neutrali: a Singapore il pappagallo Mani ha detto Olanda, in Australia il coccodrillo Harry era per la Spagna. Domani tutti grideranno al prodigio. O torneranno al silenzio.

L’insostenibile leggerezza delle previsioni.
Yogi Berra, il grande giocatore di baseball che divenne famoso anche per i suoi aforismi surreali, disse una volta che fare previsioni è sempre difficile, soprattutto sul futuro. Rispetto al baseball, il calcio è evidentemente uno sport meno sofisticato: lo testimonia l’incredibile vicenda del «polpo indovino», che sarebbe in grado di prevedere i risultati delle partite del mondiale, semplicemente andando a mangiare nella vaschetta con la bandierina della nazione vincente.
La polp fiction è stata doverosamente raccontata in questi giorni ed è un po’ il simbolo della nostra ossessione per le previsioni. Leggere le carte, leggere la mano, leggere i fondi di caffè per conoscere il destino. Ma non solo. Oggi, infatti, la fame di futuro si è estesa: proviamo a indovinarlo, proviamo a controllarlo. Con una presunzione di scientificità, grazie anche alla suggestione di film celebri, come Gattaca, dove alcuni esseri umani vengono fatti nascere con un corredo genetico quasi perfetto, o come Minority Report. Fino alla serie tv FlashForward, dove per due minuti ogni uomo ha visto il futuro. «Vedere poco può essere pericoloso, ma accidenti... e se si vede troppo?» scriveva Philip Dick già nei primi anni Sessanta. Eppure. (Piergiorgio Odifreddi, Il futuro ad ogni costo, la Repubblica 11.07.2010)

1. la teoria dei giochi e la strategia politica (Ulrich Beck)

2. centro, periferia, semiperiferia (Immanuel Wallerstein)

3. locale e globale (Bruno Latour)

4. nodo e connessione, sfera e canale (Lelio Demichelis)

5. flussi, luoghi, territorio (Aldo Bonomi)

6. curve di livello e bulldozer di piano (James Hillman)

7. vita: bios e zoé (Giorgio Agamben)

1. la teoria dei giochi e la strategia politica

1.1. la nozione di gioco e la logica dei giochi

1.1.1.ogni gioco è definito da una doppia imprescindibile componente: 1. la rigidità e la chiarezza delle regole, definite e non modificabili nel corso del gioco, non rispettarle equivale a non stare al gioco, non giocare; 2. l’assoluta libertà e imprevedibilità delle combinazioni, la non previsionalità dell’esito del gioco (sarebbe barare al gioco). Si tratta di una doppia apertura o una doppia fonte di libertà e possibilità: 1. nelle regole che rendono possibile il gioco: senza regole non c’è gioco; le regole non sono dunque costrizioni, ma condizioni di esistenza (Kant ricorda come anche in una comunità di diavoli, intelligenti, si avvertono come sono necessarie delle regole) del gioco e della loro capacità di dar vita a una serie senza fine di giochi: quante regole…tanti giochi; da questo punto di vista, dalla infinità possibile delle regole di gioco, ogni gioco rappresenta un qualcosa di gratuito, è un “che è”, un ineffabile… è, infatti, un gioco, 2. nelle combinazioni e negli esiti possibili, risultati senza numero definito, indefiniti all’interno e nel rispetto delle regole, resi possibili dalle e da un’ampiezza in(de)finita di combinazioni degli stessi elementi (si potrà giocare la stessa partita a carte o a scacchi?); la possibilità di prevedere le combinazioni e gli esiti del gioco annienta il gioco e il rischio che lo caratterizza, lo rende una questione di calcolo, rende il gioco truccato, negato (dall’imbroglio e dalla truffa). Dunque un possibile motto, quello di Wittgenstein: “regole, ma senza confini” (del resto, questi… non sono visibili dall’interno e noi siamo all’interno del mondo, della storia…). L’impossibilità di prevedere la partita e la consapevolezza delle infinite combinazioni possibili non rende il gioco arbitrario o addirittura privo di valore, anzi, è proprio questo a costituirne il valore e l’attrattiva.

1.1.2. in sintesi, gli aspetti logici perché vi sia un gioco (la logica del gioco): 1. le regole non contengono la loro legittimazione (gratuità e sovranità del gioco e delle sue regole); 2. non esiste gioco senza regole (modificare le regole è cambiare gioco o annullarlo); 3. ogni enunciato è una mossa all’interno di un gioco: ha senso all’interno delle regole del gioco, non ha senso assoluto; se si pensa al “gioco linguistico, all’interno del gioco e della sua funzione ogni espressione è dotata di un suo proprio senso / certezza / esattezza / pertinenza / efficacia … (es. all’interno del gioco: esclamare, invocare, denominare, ammiccare, alludere, annunciare, sottolineare, far capire, segnalare, ribadire, ricordare…); 4. per comprendere un enunciato (una mossa ): “trova le regole del gioco” (in teoria nessun enunciato è privo di senso, forse occorre solo trovare le regole del gioco, come suona l’invito di Wittgenstein).
1.2. questi aspetti e definizioni del gioco possono essere applicati alla politica (come sistema) allo scopo di comprenderne la natura, la funzione, il destino. (Wittgenstein, in senso più ampio, formula con essi la situazione del gioco linguistico come passaggio per comprendere la natura e la funzione del linguaggio.)

1.2.1. Alla politica si possono applicare, allo scopo di comprenderne in generale la situazione e la logica, quelle due regole complessive del gioco: la chiarezza, la definizione e la conoscenza delle regole come primo dato, la non prevedibilità delle combinazioni e degli esiti, come secondo dato. Vi è una doppia costante in politica, in proposito: la prima è la richiesta di regole chiare e definite che diano la certezza dell’agire e del giudicare; la seconda è la consapevolezza (quasi certezza, di carattere storico) che le conseguenze delle scelte attuate e dai modelli costruiti non saranno quelle previste al momento delle scelte. E, come nel caso del gioco, le due caratteristiche non sono fonte di arbitrio o sconcerto, ma condizione di esistenza e di valore della politica.

1.2.2. parlare di scienza con riferimento alla politica significa indicare queste caratteristiche richiamate; queste stesse mettono in chiaro la profonda differenza tra il fare scienza e il fare politica. Nella scienza le variabili prese in considerazione sono note e controllate, in politica le variabili dichiarate e note e controllate non sono le uniche in azione né sono pienamente controllabili. Si sa per certo anzi che una situazione complessa unitaria (un tutto) non è riconducibile alla somma degli elementi che la compongono (il comportamento di un gruppo, di una massa, di una gang non è riconducibile alla somma delle volontà e intenzioni dei suoi componenti). Per ironia della sorte, si conferma una costante come una certezza: le conseguenze e gli esiti delle decisioni prese e dei processi avviati sicuramente non sono quelli previsti; questo, a sua volta, per due motivi: a. il numero non calcolabile delle variabili in gioco, b. la consapevolezza che il risultato di insieme non è deducibile dalla somme degli elementi che lo compongono (mentre l’unione di 7 e 3 o 6 e 4 … dà come risultato 10, l’unione di individui nella massa non spiega né determina il comportamento della massa). Allora alla politica compete un livello di complessità che il gioco è in grado di evidenziare ma non di gestire e di risolvere; il contributo del gioco è portare a situazioni più semplici il dato complesso del reale allo scopo di gestirne i cammini risolutivi.

1.2.2.1. Il gioco semplifica (questo è pregio e rischio) la realtà a causa dei postulati (più o meno espliciti) su cui si fonda: l’individualismo metodologico, il primato dato al calcolo e alla razionalità (come nel dilemma del prigionirero)

1.2.2.2. Il gioco possiede correttivi per ridurre e correggere quella semplificazione che rischia di stravolgere o non prendere in considerazione il dato reale nella sua complessità: quello della infinita varietà possibile dei giochi immaginabili, quello delle combinazioni o situazioni interne al gioco-partita, delle soluzioni. Si tratta di correttivi che si rivolgono anche ai postulati del gioco, in particolare all’individualismo metodologico spesso considerato eccessivamente razionalista – calcolatore: al posto di individuo si parla di “attori” sociali (non solo persona ma anche istituzioni, gruppi, movimenti, masse…); alla situazione di razionalità si affiancano altre componenti come emotività, sentimenti, paure … in generale irrazionalità e anche inconscio razionale o, in generale, quanto messo in studio dalla scienze cognitive oltre che dalle scienze psicologiche … dell’uomo; la situazione di gioco viene posizionata in contesto, in cornice (frame) per fissare in modo specifico il quadro, la situazione, che permette di leggere e intendere i comportamenti (scelte e azioni) dell’attore senza ridurre eccessivamente la complessità della situazione reale.

1.2.3. Le situazioni che definiscono l’essenza e la validità del gioco, applicate alla politica, attestano la contingenza della politica, la sua appartenenza al campo delle possibilità come condizioni di una politica che si ispira al rispetto delle regole (l’esito certo di un gioco si ha solo non rispettandone le regole).



1.3. giochi e strategia: la teoria dei giochi e la sua diversa specificazione a partire dalla strategia

Le due coordinate di metodo e di logica per comprendere i comportamenti degli attori, vedere e fare (“altre”) previsioni, sostenere realtà e progetto sono dunque: 1. strategia (potere e contropotere; mossa e contromossa); 2. livelli di gioco nella situazione politica: gioco e meta-gioco (politica nazionale, politica transnazionale; esempio in metafora corrispondente come una proporzione: dama e scacchi; cioè politica nazionale : politica internazionale = la dama : gli scacchi). Lo sviluppo è però consegnato all’intreccio tra le due componenti: strategia e livelli di gioco. Può valere provvisoriamente una formula come titolo e direzione: strategie del gioco nel meta-gioco.

1.3.1. strategie: strategia come spazio strategico; né struttura, né caos, è un concetto di potere “non sostanzializzato”, si tratta di “quasi-istituzioni”, fa emergere la “contingenza del politico” e conserva al politica la sua funzione fondamentale di rendere reali, concrete le possibilità (come nel gioco) e non escluderle a priori in nome di uno “Stato assoluto”.

1.3.2. gioco: il gioco è la possibilità considerata e conservata nella sua ampiezza: « Il linguaggio del gioco ci insegna perché occorre dischiudere concettualmente il possibile affinché il reale non sia ritenuto a torto l’unica realtà possibile. […] Perciò è importante non confondere gli spazi oggettivi di possibilità della globalizzazione economica o politica con le mosse reali, cioè con l’empiria della globalizzazione. Ma è altrettanto vero il contrario: l’azione politica basata soltanto sull’empiria disconosce la contingenza dell’agire politico e quindi il politico in quanto tale. » (Beck Urlich 2002 Potere e contropotere nell’età globale, Laterza Roma-Bari 2010 p. 27; si riprendono qui i ragionamenti e le tesi presenti nel testo, già richiamate nell’intervento n° 3. tappa numero tre: Stati nazionali e globalizzazione cosmopolita; 2000 - )

1.3.3. livelli del gioco e il loro intreccio. I livelli di gioco sono molti, possono venire individuati attraverso la chiarificazione del contesto in cui si muove la riflessione (sul gioco-politico): 1. la relazione tra la legge ordinaria (e le istituzioni che la definiscono e la emanano) e la legge costituzionale (meta-legge, che pone condizioni e vincoli di controllo e di garanzia della correttezza dell’operato legislativo, ma dipende dallo stesso legislativo per i suoi possibili mutamenti); 2. il gioco combinato delle istituzioni e delle organizzazioni nella gestione della realtà nazionale e internazionale (organismi / istituzioni internazionali); 3. il meta-gioco della politica mondiale che segue la logica della modificazione delle regole, nell’ambito cosmopolitico (ancora in una specie di proporzione: gioco = stati nazionale, meta-gioco = cosmopolitismo. Ragionando sui due ultimi livelli di gioco, quello nazionale e quello internazionale, quelli che segnano in modo più specifico la politica nazionale per la situazione di globalizzazione in cui si colloca storicamente, va sottolineato come non siano tra loro distanti o distinte per sede e aree applicative; i due livelli agiscono (interagiscono), si attuano, si esercitano nella stessa (nelle stesse) area: il cosmopolitismo negli Stati nazionali e gli Stati nazionali come Stati cosmopoliti. La distinzione, anzi contrapposizione, tra internazionale e cosmopolitico impone un discorso che non riguarda i rapporti tra lo Stato nazionale, o gli Stati nazionali e le Istituzioni internazionali o sopranazionali, ma riguarda la natura cosmopolitica dei singoli Stati nazionali. «Un regime cosmopolitico non è affatto un regime nazional-statale proiettato su scala più ampia. […] Diventa pertanto necessario un cambio di paradigma caratterizzato dai concetti antitetici di internazionale e cosmopolitico» (Beck 2002 p.62). Se allora il livello gioco riguarda la dimensione nazionale (di prima modernità) dello Stato, che deve continuare ad essere garantita, il livello di meta-gioco riguarda la dimensione cosmopolita (di seconda modernità) degli Stati che si materializza nel primo livello e tende strategicamente a formalizzarlo allo scopo di renderlo efficace e rispondente all’interno di un mondo dai flussi globali.

Tra i due livelli vi è dunque un continuo intreccio, per due motivi: 1. per la natura cosmopolitica dello Stato nazionale; 2. perché, più in generale: «La politica che segue le regole e la politica che modifica le regole si sovrappongono, si mescolano e si incrociano.» (Beck 2002 p.324).

«Con il meta-gioco riflessivo irrompe nella realtà la questione di fino a che punto i fondamenti stessi del potere statale diventino oggetto delle strategie di potere per la politica mondiale e per l’economia mondiale. Questo, però, significa che è la globalizzazione e non «lo Stato» a definire e modificare le arene dell’agire collettivo. Qui il tema centrale è una trasformazione di secondo ordine: la grande trasformazione dell’ordine centrato sugli Stati in quanto tale! Lo scenario unico nel quale gli Stati nazionali e il sistema delle relazioni internazionali tra gli Stati determinano lo spazio dell’agire politico collettivo viene infranto contemporaneamente dall’interno e dall’esterno e successivamente viene sostituito da un meta-gioco di potere dall’esito aperto, che investe tanto la sfera sub-politica quanto quella della politica mondiale; un meta-gioco ricco di paradossi, imprevedibile, più complesso, che travalica i confini e modifica le regole di potere.» (Beck 2002 p.5-6)

« In questo contesto, lo spazio della strategia, il concetto di strategia si riferisce a un «né ... né»: né struttura né caos, ma la reciproca e contraddittoria relazione tra meta-strategie di potere nel senso di un concetto di potere non sostanzializzato. «Né… né» significa anche che le strategie vanno intese come quasi-istituzioni — non esiste, non governa né il vecchio ordine fondato sugli Stati nazionali, né un nuovo ordine fondato su uno Stato mondiale o su una cittadinanza mondiale — e dunque: ci sono soltanto «strategie», che sono la forma nella quale la contingenza del politico diviene azione e che si differenziano in diversi gruppi di attori — il capitale, la società civile globale, gli Stati. Il termine «strategia» è un altro modo di denominare la mancanza di uno Stato mondiale combinata con un cosmopolitismo ancora in fase di fondazione: lo sforzo di dar vita a un sistema di regole globale.» (Beck 2002 p. 150)

1.3.3.1. nel gioco e meta-gioco le strategie operano secondo la dialettica di potere e contropotere: ogni direzione e scelta strategica genera, tra gli effetti collaterali per lo più indesiderati, una controdirezione di segno opposto che, servendosi degli stessi elementi e della stessa logica ne mette in dubbio il successo e può determinarne / ne determina la sconfitta. Ogni direzione strategica è quindi interessata dalle caratteristiche di potere e contropotere, all’interno di una insopprimibile contingenza delle situazioni storiche.

1.3.3.2. ciò che è in atto nella relazione tra nazione e cosmopolitismo (in termini di gioco: dama e scacchi, Stati nazionali e cosmopolitismo), tra individuo e cosmopolitismo (il tema della dialettica platonica dell’uno-molti; dottrina degli elementi), nella strategia condotto con riferimento ai livelli di gioco è dunque riconducibile alla logica del gioco.

(Del resto, sembra utile se non doveroso prendere ispirazione dalla logica dei giochi anche per definisce sociologicamente i comportamenti individuali; la teoria dei giochi si impone cioè anche nel processo di costruzione definizione di sé secondo il metodo della frame analysis di Goffman: «Io parto dal presupposto che l’oggetto dello studio dell’interazione non debba essere l’individuo e la sua psicologia, ma piuttosto le relazioni sintattiche esistenti fra gli atti di persone che vengono a trovarsi a contatto diretto. […] E nell’ultimo saggio del volume, il titolo Where the Action is [Goffman] rimanda al potente configurarsi dello scenario in cui l’interazione si svolge, che è appunto dato dal palcoscenico reale della vita, dove i personaggi nascono e periscono, in quanto tali privi di un’essenza propria. Nel contempo, facendo riferimento alla teoria dei giochi, introduce anche l’elemento della competizione intrinseca all’interazione.» Straniero Giovanni 2004 Faccia a faccia. Interazione sociale e osservazione partecipante nell’opera di Erving Goffman, ed. Bollati Boringhieri, Torino, p. 5, 61)

1.3.3.2.1. Nella logica del gioco agiscono due imprescindibili dimensioni: le regole e l’utopia. “regole, ma senza confini” (Wittgenstein Ludwig, Ricerche filosofiche, 1953).

«… la teoria del meta-potere non ha la pretesa di determinare la direzione, e ancor meno il risultato, del mutamento globale; essa non suppone nemmeno l’esistenza di un soggetto storico universale della cosmopolitizzazione. Piuttosto, essa dischiude diverse e contrastanti risposte di tipo teorico ed empirico a situazioni problematiche globali e le pone al centro della scena. Nello stesso tempo, però, la teoria del meta-potere rinvia alla dinamica propria dei processi globali di negoziazione che producono le condizioni minimali dell’orizzonte di aspettativa normativo — politicamente molto potente — di una governance transnazionale.» (Beck 2002 p. 107)

La conoscenza delle regole del gioco (esempio degli scacchi) non ci mette nelle condizioni di prevedere quale gioco verrà giocato, come si svolgerà la partita (la insopprimibile contingenza della politica); a maggior ragione se le relazioni transnazionali fissando regole e indicando direzioni sono, contestualmente, trasformatori delle regole. Risulta però essenziale e indispensabile che le regole [radici] del gioco vengano rispettate perché si possa giocare una (qualsiasi e sempre imprevedibile [ali]) partita. In tale contesto, «… il rinnovamento dei contenuti della politica, cioè il rinnovamento cosmopolitico della politica, è una risorsa di potere fondamentale. In altri termini, la rinuncia all’utopia [ali] equivale alla rinuncia al potere [radici].» (Beck 2002 p. 275)

1.3.3.2.2. «Uno dei massimi filosofi e scienziati sociali di questo secolo, Friedrich von Hayek, ha lanciato da par suo l’anatema nei confronti del delirio di onnipotenza del «costruttivismo cartesiano». E uno dei grandi maestri di saggezza del secolo breve, il pluralista Isaiah Berlin, ha mostrato che cosa c’è di sbagliato teoricamente, moralmente e politicamente, nell’ideale ricorrente della società perfetta. Chi condivide l’anatema di Hayek e l’elogio dell’imperfezione di Berlin, come io li condivido, non è tenuto tuttavia al congedo, se le circostanze per la ricerca filosofica sono quelle che chiedono ragionevoli utopie.
Così a me sembra essere per quelle difficili e ineludibili sfide che chiedono una teoria della giustizia globale… La ragionevolezza dell’utopia dipende in fondo dall’accettazione sobria dei vincoli descrittivi e dall’umiltà di chi sa che, come i marinai della mitica barca di Neurath, noi siamo, in casi come questi, perennemente indaffarati a riparare la barca in navigazione, senza poter contare sul rifugio in cantieri ospitali.» Veca Salvatore 20102 La filosofia politica Laterza, Roma-Bari p. 30
2. centro, periferia, semiperiferia (Immanuel Wallerstein)

Presentando l’economia moderna (del mondo moderno) come sistema integrato, Immanuel Wallerstein, nell’opera Il sistema mondiale dell’economia moderna, in linea con gli studi di F. Braudel e T. Todorov, utilizza i concetti schema: centro, periferia, semiperiferia.





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