Milano, Franco Angeli, pp. 13-50



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Testo originariamente pubblicato in I. Siggillino (a cura di), L’islam nelle città. Dalle identità separate alla comunità plurale, Milano, Franco Angeli, pp. 13-50.


La città plurale
Nuove presenze culturali e mutamento urbano

di
Stefano Allievi



Scenario: la città in Occidente
La città occidentale sta vivendo una serie di mutamenti di grande importanza. Nessuno di essi costituisce in senso proprio una novità: in tempi normali, se la parola ha ancora un senso, in tempi di sviluppo lineare e, per così dire, quieto, non troppo rapido, costituirebbero forse solo un mutamento quantitativo. Tuttavia, tutti insieme, finiscono per determinare un mutamento ben più radicale: la quantità, oltre una determinata soglia, si tramuta in qualità. Dopo tutto, non misuriamo forse la qualità della vita nella città (la qualità dell’aria, dell’ambiente acustico, ecc. - non, però, la qualità delle relazioni) attraverso delle soglie di quantità, il cui compito è precisamente quello di avvertirci che è la qualità ad essere cambiata?

Di tutti questi mutamenti occorre ricordarne almeno alcuni, che non necessariamente hanno origine nelle città, ma in esse producono maggiormente i loro effetti, anche se il loro effetto complessivo è quello di fare del mondo intero un’unica megalopoli - realtà assai più problematica e per certi aspetti inquietante dell’immagine gentile che aveva coniato McLuhan a proposito dei mass media, parlando di ‘villaggio globale’. Ci riferiamo a quei fenomeni che vengono ricompresi sotto il termine di rivoluzione mobiletica (Russett, in Scidà 1990): solo per citarne alcuni, dalla copertura mediatica degli eventi mondiali (una copertura, sovente, nel senso etimologico del termine: che nasconde anziché rivelare) al turismo di massa, dall’internazionalizzazione sempre più serrata delle attività economiche e finanziarie agli scambi accademici e scientifici, dalla pervasività dei media interattivi (telefono, fax, lo stesso computer e le applicazioni telematiche relative, fino a internet) al minor costo dei trasporti internazionali, dalla diffusione della ‘moneta elettronica’ fino, ciò che costituisce l’oggetto della presente analisi, alla sempre maggiore presenza di stranieri, cioè di gente ‘strana’ e in movimento, in tutte le metropoli del mondo – e, con essi, delle loro culture di riferimento1.

Tutti insieme questi fenomeni stanno facendo del mondo un unico sistema mondiale urbano (world urban system; King 1991): un sistema che, attraverso le sue interrelazioni, fa sì che la più grande città industriale della Germania sia San Paolo, in Brasile, o che la terza città turca per popolazione sia Francoforte (ed esempi analoghi si potrebbero ripetere all’infinito). E che, complessivamente, fa del mondo anche (la delimitazione è indispensabile, anche se troppo spesso trascurata, perché non è questo il solo processo in corso: altri vanno in altra direzione o, per lo meno, fungono da freno) un’unica, gigantesca, interdipendente città, in cui si muovono continuamente e si scambiano, seppure in direzioni diverse e con scambi ineguali, capitali, merci, lavoro, conoscenze, idee, simboli, mode, immagini e, naturalmente, uomini e donne.

Sappiamo, naturalmente, il ruolo cruciale che in questo processo svolgono gli aspetti economici: non a caso abbiamo cominciato questa elencazione citando capitali, merci e lavoro. Ma sappiamo anche che un ruolo fondamentale giocano anche gli altri fattori, per i quali, tuttavia, c’è meno spazio e meno chiari luoghi di confronto. Non a caso se per i primi ci sono le camere di commercio, o i loro equivalenti, anche a livello globale (il Wto ed altri ancora), per i secondi non sapremmo ancora identificare delle equivalenti ‘camere delle culture’, o magari ‘dei culti’, cui fare riferimento, come luoghi di mediazione.

Quella del world urban system è una realtà anticipata nella finzione letteraria dalle Città invisibili di Calvino (1972), a proposito dell’immaginaria città di Trude: «Se toccando terra a Trude non avessi letto il nome della città scritto a grandi lettere, avrei creduto d’essere arrivato allo stesso aeroporto da cui ero partito. (...) Era la prima volta che venivo a Trude, ma conoscevo già l’albergo in cui mi capitò di scendere; avevo già sentito e detto i miei dialoghi con compratori e venditori di ferraglia (...). Perché venire a Trude? mi chiedevo. E già volevo ripartire. - Puoi riprendere il volo quando vuoi, - mi dissero, - ma arriverai a un’altra Trude, uguale punto per punto, il mondo è ricoperto da un’unica Trude che non comincia e non finisce, cambia solo il nome all’aeroporto».

Vale la pena sottolineare che questo processo è in corso anche nel cosiddetto Terzo Mondo (sempre più impropriamente definito come tale, dato che si è ormai dissolto il Secondo: quello che ieri - ma sembra già preistoria - era l’impero sovietico e dintorni). Latouche (1992) ha insistito del resto sulla progressiva occidentalizzazione del mondo, come riassuntiva di un processo comunque più complesso. Anche perchè per lui l’occidente «ha a che vedere con una entità geografica, l’Europa; con una religione, il cristianesimo; con una filosofia, l’illuminismo; con un sistema economico, il capitalismo; e (...) tuttavia non si identifica con alcuno di questi fenomeni». E resta comunque di difficile definizione: nelle parole stesse di Latouche è più una nozione ideologica che geografica. Ci parrebbe utile notare, quanto meno, che molte realtà urbane (e non solo) del mondo in via di sviluppo, per riprendere quest’altra assai imprecisa e spesso ipocrita definizione, entrano per così dire nella post-modernità senza passare dalla modernità, nell’economia virtuale senza passare da quella reale, nel mondo della tv e di internet, della finanza e degli interessi sul debito, senza passare, per così dire, dalla rivoluzione industriale classica, dallo sviluppo manifatturiero, ecc. Un vantaggio e una soluzione, per certi aspetti: c’è chi ha insistito sul minor inquinamento globale prodotto da questo tipo di sviluppo, ma anche, più immediatamente, sul fatto che esso farebbe risparmiare al Terzo Mondo i danni che la rivoluzione industriale ha inferto alle società del Primo, che abbiamo troppo presto dimenticato. Ma per molti altri versi un problema, un ulteriore gap, informativo e dunque culturale prima ancora che tecnologico, che non mancherà di far sentire i suoi effetti in futuro.

Occidentalizzazione a parte, e limitandoci a quanto accade in occidente, la maggior parte degli studiosi di sociologia urbana è d’accordo nel ritenere che il cambiamento principale avvenuto nelle città europee dal dopoguerra ad oggi sia la modificazione della loro composizione etnica, dovuta in gran parte a migrazioni per motivi di lavoro - laddove la diversità etnica implica la presenza di nuove culture, di modi diversi di intendere la società come di agire nel quotidiano, e infine di nuove religioni. Il fenomeno non è solo europeo: laddove non sta accadendo, è solo perché è già accaduto con qualche generazione d’anticipo, come negli Stati Uniti e altrove. Oggi, ed è questa per noi la novità, comincia ad accadere anche in Italia. Dopo aver contribuito, in un secolo di emigrazioni che ha fatto dell’Italia la più grande riserva di manodopera di tutto l’occidente, a cambiare la composizione etnica delle città del mondo industrializzato e non, ora tocca agli italiani cominciare ad accorgersi che questo potrebbe succedere anche nelle loro città: anzi, che sta già succedendo. E che è ora, pertanto, di prenderne coscienza.
La politica nella polis plurale
La politica (riferimento d’obbligo: da polis, città), dovrebbe introdurci in questo nuovo ambiente, ma è stata a sua volta colta di sorpresa. Reagisce, o retroagisce, più che agire. Questa nuova pluralità la coglie largamente impreparata: il che rappresenta un problema assai serio, perché il tema va a toccare i fondamenti della polis stessa.

All’interno di una linea che va da Socrate al Cicerone della Repubblica romana (Finley 1985), Euripide afferma ad esempio, nelle Supplici, che «il potere che tiene assieme le città degli uomini è la nobile preservazione delle leggi». E’ l’ideologia ufficiale, incessantemente ripetutaci da una sovrabbondante letteratura, secondo la quale democrazia e città nascono insieme, sono contestuali e forse inseparabili. Peraltro alla costruzione ideologica fa eco con cruda ironia la ri-costruzione storica: «Colui che aveva fondato Atene ebbe anche il privilegio di esserne espulso per primo. ‘Dopo che Teseo aveva donato la democrazia agli Ateniesi, un certo Lico riuscì, denunciandolo, a fare in modo che l’eroe venisse ostracizzato’» (Calasso 1988). L’eroe morirà, ucciso, in esilio.

E’ un’altra delle contraddizioni, o delle polarizzazioni, in cui si dibatte la città. Contraddizioni antiche, come si vede. Ma poste in nuova luce dalle modificazioni che la città sta vivendo e a cui abbiamo accennato. Novità che ci costringono a cercare di declinare in forme nuove anche il nesso fondamentale che collega legge e popolazione, oggi plurali, forme della città e forme stesse della politica - dunque, per l’occidente, della partecipazione, della democrazia. E questo in una situazione di pluralità culturale, dunque di ulteriore frazionamento dell’opinione pubblica, che ai greci era come tale sconosciuta – gli stranieri non contribuivano al governo della polis, anche se vi poteva essere un pluralità di credi, anche religiosi, interni, e vi era di casa una pluralità di opinioni2.

Un capitolo ancora tutto da scrivere, questo, ma denso come pochi di conseguenze. Che andrà dunque approfondito ancora (ci torneremo in sede di conclusioni). Perché la città è molto più di uno spazio: è un luogo, con una sua vita, una sua memoria e un suo genio3 - genius loci, appunto. E’ molto più di un insieme di strutture (non solo architettoniche): è un complesso di funzioni, che giocano un ruolo cruciale nei meccanismi della comunicazione tra gli uomini. E’ molto più di un fatto urbanistico: è un fatto urbano - un aggettivo che definisce una civiltà, un modo di essere e di pensare. E’ molto più di un luogo di potere: è un luogo politico, potenzialmente disponibile ai più diversi apporti. E’, soprattutto, un luogo abitato, forse privo in sé di anima ma abitato da persone che spesso ritengono di possederne una. E non solo individualmente: anche come collettività, come culture condivise, come comunità.

Nel solco dello ‘spirito del tempo’ cui apparteneva, Rousseau poteva dire: «Sono le case a fare un borgo, ma sono gli uomini a fare una città» - uomini diversi, città diverse. Noi, oggi, sappiamo che è vero anche il contrario, e questa consapevolezza fonda quel quid di tragico in più che caratterizza la nostra epoca. Ma questo processo bidirezionale non è comunque scontato: una città plurale è capace di creare di per sé uomini e donne plurali? e una pluralità di popolazioni sempre più marcata è in grado di costruire una città in grado di accoglierla e di gestirla?

Cos’è allora – cosa diventa in questo scenario – una città? Una definizione di Louis Wirth, uno dei pionieri dell’approccio ‘ecologico’ alla città inventato dalla ‘scuola di Chicago’, ne parlava negli anni ‘30 come di un insediamento relativamente vasto, denso e duraturo di persone socialmente eterogenee. La definizione è intuitiva ma anche generica, e tiene forse proprio in quanto tale: vasta quanto? densa quanto? eterogenea quanto? comprensiva dei soli cittadini o anche dei residenti temporanei?4 e quanta eterogeneità può sopportare prima di perdere la sua identità, o almeno una qualche forma di unitarietà?

Nella prospettiva di Weber si ha veramente città solo quando questa è ‘autocefala’ in quanto si dà i propri ordinamenti in maniera autonoma (il riferimento classico è alle città-stato greche, in parte ai comuni medievali italiani: un modello che non esiste più). Ma dove è ancora così? E dove la città può dirsi indipendente dai processi, sempre più globali, in cui è inserita, e di cui subisce le conseguenze - una delle quali è la migrazione di uomini e di mondi culturali - più di quanto non ne determini i processi?

E come, soprattutto, questa città sempre più plurale può ancora rispondere all’esigenza fondamentale che è la sua stessa ragion d’essere, e che Aristotele riassumeva con queste parole: «gli uomini si raccolgono nella città per vivere; vi rimangono per vivere bene»?

Porre l’interrogativo non vuol dire precostituire una risposta, né tanto meno pensare che essa non possa essere che negativa. La lucidità non porta necessariamente al cinismo e al disimpegno. Può portare anche a una partecipazione al gioco, e alla costruzione delle sue regole, più consapevole; una partecipazione radicata proprio perché distaccata, duratura proprio perché non legata al contingente, pragmatica anche, proprio perché non crede più a un’unitarietà di fondo (di popolo, cultura, città e quant’altro) che forse del resto non c’è mai stata – un investimento oculato, quindi, in cui l’investitore gioca il meglio di sé proprio perché non ci gioca l’anima, individuale e comunitaria, e non ne cerca una nel risultato perché ce l’ha già: in sé, ed eventualmente nella propria comunità di riferimento, appunto. E’ a questa sfida partecipativa, in un certo senso, che ci obbliga il processo di pluralizzazione che stiamo vivendo; o, in alternativa, alla fuga, all’isolamento, alla chiusura in primo luogo mentale, come da tante parti, anche politiche, siamo sollecitati a fare.




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