Ministero delle politiche agricole e forestali



Scaricare 397.5 Kb.
29.03.2019
Dimensione del file397.5 Kb.

MINISTERO DELLE POLITICHE AGRICOLE E FORESTALI
DECRETO MINISTERIALE 19 aprile 1999

Approvazione del codice di buona pratica agricola.


IL MINISTRO

PER LE POLITICHE AGRICOLE

DI CONCERTO CON IL MINISTRO DELL'AMBIENTE

E

IL MINISTRO DELLA SANITA'


Visto l'art. 4 della direttiva del Consiglio 91/676/CEE del 12

dicembre 1991, relativa alla protezione delle acque dall'inquinamento

provocato dai nitrati provenienti dalle fonti agricole, che prevede

la fissazione di un codice o piu' codici di buona pratica agricola

applicabili a discrezione degli agricoltori in relazione ad appositi

elementi indicati nell'allegato II della medesima direttiva;

Vista la legge n. 146 del 22 febbraio 1994, recante disposizioni

per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia

alle Comunita' europee - legge comunitaria 1993, in particolare

l'art. 37, comma 2, paragrafo c), che prevede la individuazione di

criteri generali per la predisposizione da parte delle regioni e

province autonome di codici di buona pratica agricola che consentano

un adeguato utilizzo degli effluenti zootecnici in relazione alle

caratteristiche territoriali;

Visto il decreto legislativo 4 giugno 1997, n. 143, che istituisce

il Ministero per le politiche agricole in qualita' di centro di

riferimento degli interessi nazionali in materia di politiche

agricole, forestali e agroalimentari con riguardo ai compiti di

elaborazione e coordinamento delle linee di politica agricola in

coerenza con quella comunitaria;

Considerato che, in virtu' della delega contenuta nella citata

legge n. 146 del 22 febbraio 1994, e' demandata al Governo l'adozione

di un apposito decreto legislativo di recepimento della direttiva

citata e che e' stato in tal senso convenuto di inserire le relative

disposizioni nel quadro di una nuova disciplina generale in materia

di acque, attualmente in avanzato stato di definizione presso le

competenti sedi istituzionali;

Considerato altresi' che sul piano operativo il pregresso Ministero

delle risorse agricole, alimentari e forestali con la collaborazione

del Ministero dell'ambiente e delle regioni e province autonome ha da

tempo stabilito un codice di buona pratica agricola recante criteri e

indicazioni di validita' nazionale, se del caso integrabile da parte

delle regioni e province autonome medesime in relazione ad esigenze

locali, dandone diffusione presso le istituzioni comunitarie e i

settori nazionali coinvolti per una adeguata conoscenza degli

orientamenti in materia;

Tenuto conto del ricorso promosso dalla Commissione CE presso la

Corte di giustizia delle Comunita' europee nei confronti del Governo

italiano per mancata adozione di disposizioni relative alla direttiva

91/676/CEE, nel quale fra l'altro i Servizi comunitari rappresentano

l'esigenza di un quadro giuridico chiaro nell'ambito dell'ordinamento

nazionale per considerare formalmente recepita la norma europea,

anche in presenza di documenti tecnici trasmessi alla Commissione

medesima e diffusi negli ambienti interessati allo scopo di dare

comunque a livello operativo una attuazione degli adempimenti

prescritti;

Ritenuto in tale situazione di procedere, date anche le possibili

conseguenze sul piano giurisdizionale del mancato adempimento degli

specifici obblighi derivati dal diritto comunitario, alla attuazione

formale del dispositivo di cui alla citata direttiva, per gli aspetti

di competenza, in particolare con la approvazione del richiamato

codice di buona pratica agricola;

Decreta:

Art. 1.


1. In attuazione dell'art. 4 della direttiva del Consiglio

91/676/CEE del 12 dicembre 1991, recepito con la legge n. 146 del 22

febbraio 1994, e' approvato il codice di buona pratica agricola di

cui in premessa, recante criteri e indicazioni di validita'

nazionale, se del caso integrabile da parte delle regioni e provincie

autonome in relazione a esigenze locali, fermi restando i criteri e

indicazioni ivi fissati. Tale codice e' allegato al presente decreto

e ne costituisce parte integrante.

Il presente decreto verra' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale

della Repubblica italiana.


Roma, 19 aprile 1999
Il Ministro per le politiche agricole

DE CASTRO

Il Ministro dell'ambiente

RONCHI


Il Ministro della sanita'

BINDI

CODICE DI BUONA PRATICA AGRICOLA

ORIGINE E SIGNIFICATO


La Direttiva CEE 91/676, relativa alla protezione delle acque

dall'inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti

agricole, stabilisce che gli Stati membri elaborino uno o piu' codici

di buona pratica agricola (CBPA) da applicarsi a discrezione degli

agricoltori.

La motivazione di fondo del CBPA, nonche' delle altre prescrizioni

della Direttiva richiamata, concerne la tutela della salute umana,

delle risorse viventi e degli ecosistemi acquatici, nonche' la

salvaguardia di altri usi legittimi dell'acqua.

Il presente documento e' un CBPA che prende in considerazione

esclusivamente i problemi dell'azoto in ottemperanza alla Direttiva

comunitaria.

Il CBPA potra' costituire la base per l'elaborazione di codici

mirati ad esigenze regionali o locali a discrezione delle competenti

Amministrazioni, potra' inoltre rappresentare la base anche per

l'elaborazione di altri CBPA riguardanti i problemi piu' diversi,

come per esempio il fosforo, i prodotti organici di sintesi o le

pratiche irrigue, dato che e' stato formulato con un'articolazione

flessibile che ne consente un piu' facile adeguamento ad esigenze fu-

ture di varia natura.

Nel CBPA, in modo complementare rispetto allo spirito della

Direttiva comunitaria, si e' voluto tener conto specificatamente

anche del ruolo positivo che l'agricoltura puo' svolgere nei

confronti di altre fonti di inquinamento di natura extra-agricola.

Per le aree designate vulnerabili ai sensi della Direttiva in

discorso, in quanto connesse con le acque superficiali e profonde

inquinate o potenzialmente inquinabili dai nitrati provenienti da

fonti agricole, la Direttiva prevede la predisposizione di programmi

di azione obbligatori per gli agricoltori, che verranno elaborati

separatamente.

Con un approccio analogo a quello adottato per la Direttiva 91/676

la Comunita' Europea ha affrontato il problema della prevenzione

dell'inquinamento dei corpi idrici causato dalle acque reflue urbane.

La Direttiva in materia, la 91/271 concernente il trattamento delle

acque reflue urbane, prevede che siano individuate "aree sensibili"

costituite da "sistemi idrici" in cui l'inquinamento sia causato da

scarichi fognari, nelle quali attuare interventi di risanamento.

Appare evidente come gli interventi previsti dalle due Direttive

debbano essere coordinati, al fine principalmente di indirizzare in

maniera corretta l'azione di prevenzione e risanamento, con i

relativi oneri, verso le principali fonti di inquinamento presenti

sul territorio.

Questo CBPA e' dedicato in primo luogo ai servizi di sviluppo

agricolo, cioe' ai divulgatori agricoli sia di base - operanti nelle

strutture pubbliche ed in quelle autogestite delle Organizzazioni

professionali, - che, in particolar modo, specializzate in pedologia

e conservazione del suolo nonche' gestione degli allevamenti.

Altri diretti utilizzatori del CBPA potranno comunque senza dubbio

ritrovarsi tra gli agricoltori e gli allevatori, e nel relativo

cospicuo indotto interessato ai problemi dell'inquinamento.

Le Regioni potranno curare, come suggerito dalla Direttiva

richiamata, la formulazione e la realizzazione di programmi per la

formazione e l'informazione degli agricoltori, al fine di promuovere

l'applicazione del CBPA.

Per concludere, mentre, come sopra affermato, il CBPA e'

applicabile a discrezione degli agricoltori, si deve far presente che

le attivita' agricole attuate nelle aree riconosciute come

vulnerabili saranno oggetto di misure restrittive obbligatorie

nell'ambito di programmi di azione definiti dalle competenti

autorita'.

Infine le pratiche piu' incisive definite in questo CBPA, la cui

adozione risultasse particolarmente onerosa da parte degli

agricoltori, potranno essere opportunamente incentivate attraverso

una applicazione mirata della opportunita' offerta dai Programmi

Agroambientali predisposti dalle Regioni in attuazione del

Regolamento CEE N. 2078/92.

OBIETTIVI DEL CODICE

Obiettivo principale del presente CBPA e' quello di contribuire

anche a livello generale a realizzare la maggior protezione di tutte

le acque dall'inquinamento da nitrati riducendo l'impatto ambientale

dell'atti-vita agricola attraverso una piu' attenta gestione del

bilancio dell'azoto.

L'applicazione del CBPA puo' inoltre contribuire a:

- realizzare modelli di agricoltura economicamente e ambientalmente

sostenibili;

- proteggere indirettamente l'ambiente dalle fonti di azoto combinato

anche di origine extra-agricola.

Il CBPA si basa su criteri di flessibilita' sia nel tempo che nello

spazio per tener conto di:

- variabilita' delle condizioni agro-pedologiche e climatiche

italiane;

- nuove conoscenze nel comparto ambientale;

- miglioramenti nel settore genetico;

- miglioramento nelle tecniche colturali;

- nuovi prodotti per la fertilizzazione e la difesa delle piante;

- miglioramenti nel trattamento degli effluenti zootecnici e delle

biomasse di diversa provenienza convenientemente utilizzabili;

- cambiamenti di indirizzo del mercato dei prodotti agricoli;

- nuove tecniche di allevamento e di nutrizione animale.

Il CBPA deve ottimizzare la gestione dell'azoto nel sistema

suolo/pianta (esistente, entrante, uscente) in presenza di colture

agricole che si succedono e alle quali occorre assicurare un livello

produttivo e nutrizionale economicamente ed ambientalmente

sostenibile al fine di minimizzare le possibili perdite con le acque

di ruscellamento e di drenaggio superficiale e profondo.

DEFINIZIONI

Ai fini del presente CBPA vengono richiamate alcune definizioni in

parte desunte dalla direttiva:

- per "COMPOSTO AZOTATO" si intende qualsiasi sostanza contenente

azoto, escluso l'azoto allo stato molecolare gassoso;

- per "BESTIAME" si intendono tutti gli animali allevati per uso

o profitto;

- per "FERTILIZZANTE" si intende qualsiasi sostanza contenente

uno


o piu' elementi fertilizzanti, applicata al terreno per favorire

la crescita della vegetazione, compresi gli effluenti zootecnici,

i residui degli allevamenti ittici e i fanghi degli impianti di

depurazione (ai fini del presente CBPA si considerano

principalmente i fertilizzanti azotati);

- per "CONCIME" si intende qualsiasi fertilizzante minerale,

organico,

organo-minerale, prodotto mediante procedimento industriale;

triale;

- per "EFFLUENTE ZOOTECNICO" si intendono le deiezioni

zootecniche

o una miscela di lettiera e di deiezioni zootecniche, anche sotto

forma di prodotto trasformato;

- per "APPLICAZIONE AL TERRENO" si intende l'apporto di materiale

al terreno mediante distribuzione sulla superficie del terreno,

iniezione nel terreno, interramento, miscelazione con gli strati

superficiali del terreno;

- per "PERCOLAZIONE" si intende il passaggio agli acquiferi

sottostanti

dell'acqua in eccesso rispetto alla capacita' di

ritenzione idrica del terreno e per lisciviazione il trasporto di

composti chimici mediante l'acqua di percolazione;

- per "SCORRIMENTO SUPERFICIALE" si intende il movimento sulla

superficie dell'acqua in eccesso rispetto a quella in grado di

infiltrarsi nel terreno.

INTRODUZIONE

Per ottenere un rapporto corretto fra agricoltura, fertilizzanti

azotati e ambiente e' essenziale avere una conoscenza approfondita

del contesto agronomico nel quale i fertilizzanti vengono impiegati.

L'impano di un particolare tipo e di una certa quantita' di prodotto

impiegato dipende da una serie complessa di parametri ambientali e

antropogenici che favoriscono od ostacolano la mobilizzazione delle

diverse sostanze organiche ed inorganiche dalla superficie verso

l'atmosfera per volatilizzazione e, piu' spesso, per infiltrazione

verso gli strati piu' profondi del suolo. Di fatto per valutare i

rischi di possibile contaminazione delle acque superficiali o

profonde occorre stabilire preliminarmente quali siano i parametri

climatici generali.

Successivamente bisognera' impostare la fertilizzazione azotata su

semplici bilanci tra quanto azoto ogni coltura deve assorbire per far

fronte, senza insufficienze e senza eccessi, al suo fabbisogno

fisiologico, e quanto azoto il terreno mette a disposizione di ogni

coltura; se la fornitura naturale di azoto, come quasi sempre accade,

e' inadeguata ai fabbisogni colturali, la fertilizzazione deve

colmare le insufficienze in modo da renderne massima l'utilizzazione

da parte delle colture e, contemporaneamente, minima la dispersione

per dilavamento.

Per ogni coltura sono disponibili dati analitici che indicano le

quantita' di azoto assorbito ed il ritmo del suo assorbimento. Per

ogni terreno e' possibile stimare l'"offerta" di azoto che esso e' in

grado di fornire prontamente e il ritmo stagionale di questa.

L'entita' della fornitura di azoto e' in funzione delle scorte di

questo elemento presenti nel terreno, oltre che degli eventuali

dilavamenti. Il ritmo e' a sua volta dipendente dalle condizioni,

stagionalmente variabili, di temperatura e di umidita', e dalle

condizioni di aerazione del terreno, funzione della tessitura, della

struttura, ecc..

AMBIENTE


CLIMATICO ITALIANO

L'ambiente climatico condiziona la possibilita' di impatto dei

prodotti impiegati in agricoltura nei confronti delle acque.

Nei climi umidi, la distribuzione delle precipitazioni e'

relativamente omogenea nel corso dell'anno. La quantita' di acqua

apportata dalle precipitazioni meno quella persa per

evapotraspirazione e' spesso vicina a quella drenata dal suolo;

questo eccesso di umidita' nel suolo e' una caratteristica presente

per la maggior parte dell'anno, cosicche' i processi di lisciviazione

sono accentuati e la somministrazione di fertilizzanti comporta

maggiori rischi di trasporto alle acque sotterranee.

In climi tendenzialmente aridi piu' comuni nel sud dell'Italia e

nelle isole le precipitazioni si hanno solo in alcuni mesi dell'anno.

L'umidita' del suolo raramente supera la capacita' di ritenzione

idrica, cosicche' l'acqua difficilmente penetra liberamente verso gli

strati inferiori.

I climi temperati-mediterranei sono caratterizzati da temperature

intermedie, e la piovosita' annua totale puo' essere relativamente

abbondante, anche se la distribuzione nelle diverse stagioni e'

piuttosto irregolare. L'andamento piu' comune e' quello di una

stagione calda e secca con occasionali temporali.

Cosi' la stagione secca coincide con quella in cui

l'evapotraspirazione raggiunge i suoi valori massimi; l'irrigazione

e' essenziale per prevenire stress delle colture a causa della

mancanza di umidita'. Tipicamente in queste fasce climatiche

l'umidita' del terreno puo' superare la capacita' di ritenzione

idrica solo per brevi periodi all'anno.

Come conseguenza la percolazione delle acque verso la falda e'

limitata ad un periodo definito, per cui si possono studiare

possibili interventi per prevenire eventuali processi di trasporto

indesiderati.

La maggior parte della lisciviazione dei nitrati si verifica

durante i mesi invernali ed all'inizio della primavera, quando le

precipitazioni ed i fenomeni di percolazione sono elevati e

l'evapotraspirazione e' limitata. Durante la stagione calda

l'umidita' si muove nel profilo del suolo verso l'alto; se si usano

correttamente le acque irrigue i movimenti dell'acqua si invertono

senza comunque alterare la tendenza generale.

AMBIENTE PEDAGOGICO

Come e' noto ogni suolo e' frutto dell'interazione fra i diversi

fattori pedologici (roccia madre, clima, vegetazione, morfologia,

tempo e uomo), che non sono altro che l'espressione completa

dell'ambiente. Non si puo' pertanto procedere allo studio globale

dell'ambiente, senza un'approfondimento sui suoli. E' dalla lettura

delle caratteristiche intrinseche del terreno (profondita',

tessitura, pH, sostanza organica, ecc.) che e' possibile capire quali

sono i reali equilibri fra i diversi fattori ambientali.

Il suolo e' da sempre il vero nodo degli equilibri ambientali e

come tale ogni studio del territorio teso alla riduzione o al

contenimento di un impatto provocato da una qualsiasi specie chimica

ne deve tener conto adeguatamente.

Nel nostro Paese gli studi sul suolo non sono molto numerosi e le

conoscenze sono assai differenziate. Per alcune Regioni si sa ben

poco, in altre da decenni si lavora di buona lena e i suoli sono

stati studiati con approfondimenti crescenti .

Per l'intero territorio nazionale, tralasciando la carta al milione

e la relativa memoria di F. Mancini e collaboratori che hanno oramai

oltre un quarto di secolo, si puo' consultare la carta al milione

delle nazioni della comunita' europea aggiornata agli anni Î80. Il

dettaglio di tali elaborati, vecchi o piu' recenti, e' tuttavia

insufficiente ai nostri fini e allora conviene verificare cosa esiste

per la zona che ci interessa. Per numerose regioni ci sono carte di

sintesi recenti, in scala 1:200 oppure 250.000 (Piemonte, Emilia-

Romagna, Toscana, Sicilia, Sardegna) Per numerose provincie esistono

carte talora non molto recenti altre volte edite da poco, ma frutto

tutte di attenti rilevamenti. Per non piccole aree, a livello di

bacino idrografico, di comprensorio, di comune si dispone di

documenti di ottimo dettaglio. L'area piu' estesa cartografata al

50.000 e' certo quella che interessa la pianura lombarda (Progetto

ERSAL) ma anche altre Regioni posseggono elaborati in tale scala o

addirittura al 25.000 per ampie superfici (ad es. Sardegna, Emilia-

Romagna).

Molti milioni di ettari di terreni di montagna e di alta collina,

coperti da boschi che vanno crescendo sia di superficie che di

provvigione legnosa, o da prati naturali ricevono solo i nitrati che

provengono dalle precipitazioni sia liquide che nevose.

Nelle aree coltivate di colle e di piano sono tradizionali da

decenni somministrazioni di nitrati da parte degli agricoltori. Tali

interventi in passato, quando il costo della mano d'opera era minore

e vigeva un po' dappertutto, ma in particolare nell'Italia centrale,

la mezzadria, avvenivano a piu' riprese e a piccole dosi, oggi e'

piu' frequente un unico spargimento assai consistente. Il destino di

tale fertilizzante puo' essere assai diverso. Dipendera' soprattutto

dall'andamento stagionale e dallo stato della coltura, spesso un

cereale, a cui lo si e' somministrato.

Se si vuoi fare un cenno alla distribuzione e diffusione dei suoli

del nostro paese non pare qui il caso di parlare dei terreni di

montagna sotto boschi in prevalenza di conifere o prati.

Grande diffusione hanno in Italia i vari tipi di suoli bruni a

profilo piu' o meno differenziato. Li troviamo su vari substrati,

praticamente in tutta Italia, dalle Prealpi, alla Sicilia, sotto

boschi di latifoglie e anche in molte aree coltivate. Notevole

importanza assume altresi' il fenomeno della lisciviazione presente

soprattutto in ambiente mediterraneo e nei suoli di non giovanissima

eta'.

Caratteristiche della Puglia e della Sicilia, ma presenti anche in



molte altre regioni, sono le antiche terre rosse, oggi indicate come

suoli rossi o mediterranei e diffuse nei paesaggi calcarei e carsici,

spesso verdeggianti di vigneti e adorni di splendidi uliveti.

I Vertisuoli, terre fortemente argillose molto fessurate nell'arida

estate, sono presenti in varie pianure centromeridionali, spesso di

non antica bonifica. Altre terre argillose, ma in paesaggi collinari,

si ritrovano nell'ampia area, dal Piemonte alla Sicilia, occupata dai

sedimenti del mare pliocenico. Quivi si alternano suoli

tendenzialmente sabbiosi, derivanti dai depositi costieri del ciclo e

con frequenza investiti da colture arboree, con altri invece assai

ricchi di limo ed argilla in paesaggi mammellomari o rotondeggianti,

non di rado intagliati da profondi calanchi che creano localmente dei

veri "bad lands". In tali aree sono tradizionali la cerealicoltura e

il pascolo ovino mentre, un tempo, larga diffusione avevano il

rinnovo di favena e il prato di sulla. Grande importanza va

attribuita ai fertili suoli alluvionali che "coprono" purtroppo, solo

una piccola parte del territorio nazionale e che sono stati spesso e

per vaste aree sottratti all'agricoltura e disordinatamente destinati

all'urbanizzazione, all'industria ecc. I terreni alluvionali,

profondi, solo raramente a granulometria sfavorevole, hanno

un'elevata fertilita' e possono essere utilizzati per un largo

ventaglio di colture. Di regola prevalgono le colture erbacee, che

permettono anche un rapido adeguamento alle esigenze del mercato con

l'introduzione di nuove specie e varieta' e l'abbandono di colture

non piu' redditizie. Queste terre, che possono risentire, in aree

depresse, di difficile scolo delle acque, sono state soggette, in

tempi antichi e piu' recentemente, a bonifiche idrauliche che bisogna

seguitare a curare con attenzione.

Una migliore conoscenza dei terreni e della loro dinamica, e

conseguenti scelte piu' oculate e razionali nella pianificazione

territoriale, permetterebbero di utilizzare meglio e trasmettere in

buone condizioni alle generazioni che verranno questa importante

risorsa, che il nostro Paese possiede in misura non illimitata.

TIPO E COLLOCAZIONE DELLE ATTIVITA' AGRICOLE E ZOOTECNICHE

La superficie territoriale della penisola italiana assomma a 30

milioni di ettari circa, il 56% dei quali costituisce la superficie

agraria (seminativi, colture arboree, prati e pascoli permanenti,

orti familiari, vivai e semenzai).

Le pianure coprono meno di 1/3 della superficie territoriale e si

estendono per 4 milioni di ettari circa in Italia Settentrionale, per

2,2 milioni in Italia Meridionale e per solo 0,5 milioni in Italia

Centrale.

Sempre con riferimento alla superficie territoriale, i seminativi

coprono il 36%, i boschi il 25%, i prati e i pascoli il 18%, le

coltivazioni legnose il 12%.

Procedendo dal Nord verso il Sud, il territorio e' sede, in grande

sintesi, degli investimenti agricoli e forestali descritti nel

seguito.


Sulle Alpi, specie in quota ed in presenza di acclivita' notevoli

predominano i boschi, cui seguono verso valle i pascoli, i prati

pascoli, i prati permanenti.

In ambiente settentrionale collinare prealpino ed appeninico e'

diffusa la vite; scendendo piu' a valle, specie nelle provincie

piemontesi e lombarde con grande abbondanza di acque irrigue, e'

diffusa la coltura del riso attuata con lunghi periodi di

sommersione.

Altrove, nella Pianura Padana dal clima in genere temperato fresco

ed abbastanza umido, si praticano le colture del grano tenero, del

mais, della barbabietola, delle foraggere avvicendate, della patata,

del pomodoro da industria, della soia e di varie orticole. Il mais

e' particolarmente coltivato nel Veneto, dove in regime intensivo

puo' raggiungere produzioni molto alte.

Sempre in pianura, tra le colture legnose e' diffusamente

rappresentata la vite, mentre le colture frutticole sono molto dif-

fuse in Emilia-Romagna.

Tipica della Liguria, con il suo clima marittimo molto temperato,

e' la floricoltura in serra.

In Italia Centrale il clima e' meno umido e piu' marittimo, c'e'

minore disponibilita' di acque irrigue e le pianure hanno estensioni

esigue. Sulle catene montuose sono presenti boschi e pascoli

appenninici, mentre sulle colline oltre ai prati avvicendati sono

presenti colture mediterranee, come la vite e l'olivo.

Prevalentemente in pianura sono coltivati il tabacco, il girasole e

varie specie orticole, e su superfici di ampiezza molto piu' modesta

rispetto all'Italia Settentrionale continuano ad essere coltivate le

specie da pieno campo precitate, tranne il riso.

Nell'Italia Meridionale e Insulare prevalgono condizioni di clima

temperato caldo, tendenzialmente arido, con notevole luminosita'.

Continuano ad essere ben rappresentati i boschi ed i pascoli

appenninici e le colture da pieno campo erbacee e arboree analoghe a

quelle dell'Italia Centrale, ma l'olivo tra le colture mediterranee

occupa una superficie notevole, e sono anche estesamente coltivati

grano duro e agrumi.

Orticoltura e floricoltura, a volte in regime intensivo e

frequentemente sotto serra, coprono ampie superfici.

Quanto alle dimensioni aziendali, circa il 73% delle aziende

agricole italiane ha una dimensione non superiore ai 5 ettari, pari

al 16% della superficie totale, mentre le aziende di maggiore

estensione, presenti soprattutto nella Pianura Padana, pur di numero

molto limitato, coprono la maggior parte della restante superficie.

Relativamente al settore zootenico, le aziende agricole con

allevamenti di bestiame sono circa 1 milione, delle quali 430.000

ospitano 8,1 milioni di bovini (2,5 milioni sono vacche da latte),

410.000 ospitano 8,5 milioni di suini e 160.000 ospitano 10,4 milioni

di ovini.

Per gli avicoli circa 850.000 aziende allevano 50 milioni di

galline ovaiole e 74 milioni di polli da carne.

A livello territoriale la produzione di carne e' concentrata per

circa 2/3 in Italia Settentrionale, con prevalenza delle carni bovine

e suine nell'Italia Nord-Occidentale, e delle carni avicole

nell'Italia Nord-Orientale. Le carni equine ed ovicaprine sono

prevalentemente prodotte nell'Italia Meridionale.

Il latte e' prodotto per oltre il 75% nell'Italia Settentrionale,

con una certa prevalenza nell'Italia Nord-Occidentale.

Non discostandosi da altri paesi mediterranei comunitari, e a

differenza dei partner Centro e Nord europei, l'Italia ha, sia per la

produzione della carne bovina e suina, sia per la produzione del

latte, una gamma di aziende che va dalle piccole, presenti

prevalentemente in collina e in montagna, alle medie e alle grandi

presenti, specie queste ultime, in pianura e nel settentrione.

Le aziende medio grandi comprendono sia per il lane che per la

carne bovina, e soprattutto per i suini, la maggior parte del numero

complessivo di capi, infatti l'apporto produttivo delle molte aziende

piccole e' modesto.

SISTEMI IRRIGUI

Secondo statistiche ISTAT del 1988 le aziende agricole che in

Italia praticano irrigazione sono circa 750.000 e corrispondono al

26% del totale. Vengono mediamente irrigati 3.000.000 di ettari,

ossia il 19% della superficie agraria utile italiana (SAU).

L'entita' della lisciviazione dei nitrati decresce con l'aumentare

dell'efficienza di distribuzione dell'acqua. In linea generale, sia

per l'irrigazione a pioggia che per quella localizzata a bassa

pressione, la quantita' di acqua da somministrare ad ogni intervento

irriguo dovrebbe bagnare solo lo spessore di terreno interessato

dalle radici della coltura.

Le tipologie di irrigazione maggiormente diffuse sono quelle per

sommersione, per scorrimento superficiale e per infiltrazione

laterale da solchi, che irrigano circa il 14% della SAU; le piu'

moderne e in via di diffusione sono quella a pioggia e piu' ancora

quella localizzata a bassa pressione.

L'IRRIGAZIONE PER SOMMERSIONE TOTALE E CONTINUA NEL TEMPO

come ad esempio in risaia, determina nel terreno un moto dell'acqua

verticale, dalla superficie verso gli strati profondi, spostando

nella stessa direzione sostanze solubili, con possibilita'

d'inquinamento delle acque di falda. Fenomeno che non si verifica per

i nitrati, perche' alle temperature richieste per la coltivazione del

riso il processo di denitrificazione viene inibito.

L'IRRIGAZIONE PER SCORRIMENTO SUPERFICIALE

e' caratterizzata invece da un movimento dell'acqua verticale nel

terreno dagli strati superficiali a quelli profondi, ed orizzontale

sul terreno, parallelamente alla superficie. Essa puo' dare luogo a

perdite di nitrati, sia per percolazione profonda che per colature

terminali. Le perdite per percolazione profonda decrescono passando

dall'inizio alla fine dell'unita' irrigua, da terreni sabbiosi

permeabili a terreni tendenzialmente argillosi, poco rigonfiabili ed

a bassa permeabilita', da terreni superficiali a terreni profondi;

dalle colture con apparato radicale superficiale a quelle con

apparato radicale profondo.

L'IRRIGAZIONE PER INFILTRAZIONE LATERALE DA SOLCHI

presenta caratteristiche molto simili a quelle della irrigazione

per scorrimento superficiale, con movimento dell'acqua nel terreno

verticale al di sotto del solco e tendenzialmente orizzontale

lateralmente ad esso, con movimento dell'acqua sul terreno, invece,

parallelo alla superficie. Pertanto anche con questo metodo possono

verificarsi perdite di acqua e di soluti sia per percolazione

profonda, al di sotto dei solchi, che per colature terminali,

all'estremita' inferiore dei solchi.

L'IRRIGAZIONE A PIOGGIA

(e' irrigato in tal modo il 5% della SAU), invece, prevedendo

l'applicazione dell'acqua contemporaneamente sull'intera superficie

disponibile, non dovrebbe dare luogo a problemi di disformita' di

distribuzione a causa di differenti tempi di permanenza dell'acqua

nei diversi punti della superficie di terreno irrigata

contemporaneamente.

L'IRRIGAZIONE LOCALIZZATA A BASSA PRESSIONE

(1% rispetto alla SAU), prevedendo la distribuzione dell'acqua

localizzata e con bassa intensita' di erogazione, (irrigazione a

goccia e con spruzzatori) si adatta a tutte le situazioni di terreno

e non da' generalmente luogo a ruscellamento.

TIPOLOGIA DEI FERTILIZZANTI AZOTATI

L'apporto di azoto alle colture puo' essere ottenuto utilizzando

sia i concimi che gli ammendanti. La scelta e quindi le aspettative

di risposta a livello produttivo ed ambientale sono da calibrare in

funzione della forma chimica in cui l'azoto e' presente nei prodotti

usati. Per indirizzare tali scelte e' opportuno illustrare, in breve,

le forme di azoto presenti ed il loro comportamento nel terreno e

nella nutrizione vegetale.

CONCIMI CON AZOTO ESCLUSIVAMENTE NITRICO:

lo ione nitrico e' di immediata assimilabilita' da parte

dell'apparato radicale delle piante, e pertanto di buona efficienza.

Esso e' mobile nel terreno e quindi esposto ai processi di

dilavamento e di percolazione in presenza di surplus idrici. L'azoto

nitrico deve essere usato nei momenti di maggior assorbimento da

parte delle colture (specie in copertura e meglio in quote

frazionate).

I principali concimi contenenti solo azoto sotto forma nitrica sono

il nitrato di calcio (N=16%) ed il nitrato di potassio (N=15%;

K20=45%).

CONCIMI CON AZOTO ESCLUSIVAMENTE AMMONIACALE:

lo ione ammonio, a differenza dello ione nitrico, e' trattenuto dal

terreno e quindi non e' dilavabile e/o percolabile. La maggior parte

delle piante utilizza l'azoto ammoniacale solamente dopo la sua

nitrificazione da parte della biomassa microbica del terreno.

L'azoto ammoniacale ha pertanto un'azione piu' lenta e condizionata

dall'attivita' microbica.

I principali concimi contenenti solo azoto ammoniacale sono

l'ammoniaca anidra (N=82%), il solfato ammonico (N=20.21%), le

soluzioni ammoniacali (titolo minimo: 10% N), i fosfati ammonici

(fosfato biammonico 18/46 e fosfato monoammonico: 12/51).

CONCIMI CON AZOTO NITRICO E AMMONIACALE:

tali tipi di concimi rappresentano un compromesso posifivo fra le

caratteristiche dei due precedenti tipi di prodotti. In funzione del

rapporto fra azoto nitrico ed ammoniacale essi possono fornire

soluzioni valide ai diversi problemi di concimazione in funzione

dello stadio delle colture e delle problematiche di intervento in

campo.


Il principale dei prodotti nitro-ammoniacali e' il nitrato

ammonico, normalmente commercializzato in Italia al titolo 26-27% N,

meta' nitrico e meta' ammoniacale. Esistono pure soluzioni di nitrato

ammonico e urea (titolo minimo 26% in N; titolo commerciale piu'

diffuso: N=30%).

CONCIMI CON AZOTO UREICO:

la forma ureica dell'azoto e' di per se' stessa non direttamente

assimilabile da parte delle piante. Essa deve essere trasformata per

opera dell'enzima ureasi prima in azoto ammoniacale e successivamente

per azione dei microrganismi del terreno in azoto nitrico per poter

essere metabolizzato dalle piante. L'azoto ureico ha pertanto

un'azione lievemente piu' ritardata rispetto all'azoto ammoniacale.

Si deve tener presente pero' che la forma ureica e' mobile nel

terreno ed e' molto solubile in acqua.

Il prodotto fondamentale e' l'urea (N=46%), il concime minerale

solido a piu' alto titolo in azoto.

CONCIMI CON AZOTO ESCLUSIVAMENTE ORGANICO:

nei concimi organici l'azoto in forma organica e' prevalentemente

in forma proteica. La struttura delle proteine che lo contengono e'

piu' o meno complessa (proteine globulari o comunque facilmente

idrolizzabili e scleroproteine) in funzione della natura dei prodotti

organici di provenienza, e quindi la disponibilita' dell'azoto per la

nutrizione delle piante e' piu' o meno differenziata nel tempo, da

alcune settimane ad alcuni mesi. Tale disponibilita' passa attraverso

una serie di trasformazioni: da amminoacidi, successivamente ad azoto

ammoniacale e poi ad azoto nitrico. Essi pertanto trovano la loro

migliore utilizzazione nelle concimazioni di pre-semina e per colture

di lungo ciclo.

Fra i principali concimi organici si ricordano il cuoio, la

cornunghia, il sangue secco, la farina di carne e di pesce, la

pollina, il letame essiccato ecc.
CONCIMI CON AZOTO ORGANICO E MINERALE

(CONCIMI ORGANOMINERALI):

sono prodotti che consentono di attivare l'azione dell'azoto nel

tempo: contemporaneamente assicurano una combinazione sostanza

organica di elevata qualita'/elemento della nutrizione aumentandone

la disponibilita' per la pianta.

CONCIMI CON AZOTO CIANAMMIDICO:

il prodotto tipico contenente azoto sotto forma cianammidica e' la

calciocianammide (titolo minimo in azoto 18%). Anche l'azoto

cianammidico per essere assimilato dalle piante deve trasformarsi nel

terreno in azoto nitrico. I passaggi di questa trasformazione sono:

- liberazione della cianammide per azione dell'umidita' e

dell'anidride carbonica sulla calciocianammide di partenza;

- trasformazione dell'azoto cianammidico in azoto ureico per

idrolisi catalizzata dagli ossidi di manganese presenti nel suolo;

- ammonizzazione dell'azoto ureico per azione enzimatica (ureasi);

- ossidazione dell'azoto ammoniacale ad azoto nitrico per azione

dei microrganismi specifici nel suolo.

Per questa serie di passaggi l'azione dell'N cianammidico risulta

leggermente piu' ritardata rispetto a quella dell'azoto di origine

ureica.

CONCIMI CON AZOTO A LENTA CESSIONE:

lo scopo di ottenere prodotti che hanno la capacita' di cedere

azoto in maniera progressiva nel tempo e quindi presentino gli

aspetti economici positivi di una concimazione in un'unica soluzione

senza o con ridotte perdite nell'ambiente, e' stato raggiunto o

almeno avvicinato soprattutto seguendo due vie tecnologiche diverse.

La prima consiste nella preparazione di composti di condensazione tra

urea e aldeidi. A questa famiglia di prodotti appartengono la

formurea (N=38%), l'isobutilendiurea (IBDU: N=30%) e la

crotonilidendiurea (CDU: N=28%).

La seconda via consiste nel rivestire con membrane piu' o meno

permeabili i prodotti tradizionali.

EFFLUENTI ZOOTECNICI:

la diversita' di effetti che gli effluenti zootecnici esplicano sul

sistema agroambientale si giustifica con la variabilita' della loro

composizione, riferita sia alle quantita' che alla qualita'. Per

quanto riguarda l'azoto, il confronto fra i diversi materiali deve

essere fatto non solo sulla base del contenuto totale, ma anche della

sua ripartizione qualitativa. Questo elemento, infatti, e' presente

nella sostanza organica di origine zootecnica in varie forme, che

possono essere funzionalmente aggregate in tre frazioni:

- azoto minerale;

- azoto organico facilmente mineralizzabile;

- azoto organico residuale (a lento effetto).

Si possono cosi' sintetizzare le caratteristiche salienti dei

diversi materiali.

LETAME BOVINO:

costituisce un materiale a se', di difficile confrontabilita' con

gli altri a motivo dell'elevata presenza di composti a lenta

degradabilita'. La particolare maturazione ne ha fatto un materiale

altamente polimerizzato al punto di risultare "recalcitrante" verso

la microflora e da scoraggiarne percio' la demolizione. La sua

finzione e' in massima parte ammendante, contribuendo a promuovere

l'aggregazione delle particelle terrose e la stabilita' dei glomeruli

formati. L'effetto nutritivo, pur presente, ha importanza

relativamente minore, ma si protrae per piu' annate dopo quella di

somministrazione. Si indica che questo effetto nutritivo nel primo

anno di apporto equivalga al 25% dell'azoto totale presente. Nelle

sperimentazioni italiane, pero', raramente si e' potuto ritrovare

questa efficienza, rimanendo spesso al di sotto del 20%. L'effetto

residuo assume consistenza rilevante fino a diversi anni dalla

cessazione degli apporti, in funzione del tipo di suolo, del clima,

delle lavorazioni, delle altre concimazioni e della coltura che ne

approfitta.

LIQUAME BOVINO:

presenta caratteristiche fortemente differenziate in funzione dei

sistemi di allevamento, potendo andare da liquame vero e proprio (7%

di sostanza secca) fino alla consistenza piu' o meno pastosa del

cosiddetto liquiletame, che puo' arrivare ad un tenore in sostanza

secca del 15-20% quando viene usata lettiera in ragione di 3-4 kg per

capo e per giorno. L'effetto strutturale puo' far affidamento su una

quantita' quasi dimezzata rispetto al letame di composti dell'azoto a

lenta degradabilita' (40%), mentre l'effetto nutritivo nel primo anno

di mineralizzazione puo' arrivare al massimo al 60%. In generale,

quindi, si tratta di un concime di media efficienza nel corso del

primo anno e di buon effetto residuo, ma la grande variabilita' del

materiale puo' far discostare di molto le caratteristiche funzionali

da quelle medie appena indicate. In particolare, la maggiore presenza

di lettiera avvicinera' maggiormente il comportamento a quello del

letame mentre i sistemi di separazione e di stoccaggio influenzeranno

il grado di maturazione e di stabilizzazione.

LIQUAME SUINO:

pur nella inevitabile variabilita' di composizione in funzione

delle tipologie di allevamento e maggiormente in questo caso di

trattamento delle deiezioni, risulta piu' facile stimarne la

composizione e il valore fertilizzante. Infatti, e' un materiale che

puo' arrivare a fornire gia' nel primo anno efficienze dell'azoto

pari all'80%. E evidente, allora, che l'effetto residuo puo' essere

solo limitato, cosi come il contributo al miglioramento della

stabilita' strutturale.

POLLINA:


in questo caso la quasi totalita' dell'azoto e' presente in forma

disponibile gia' nel primo anno di somministrazione. Ne risulta

quindi un concime di efficacia immediata, paragonabile a quelli di

sintesi. Anche in questo caso, l'effetto residuo puo' essere

considerato blando e quello strutturale praticamente insignificante.

E' un materiale molto difficile da utilizzare correttamente, perche'

non stabilizzato, di difficile distribuzione, soggetto a forti

perdite per volatilizzazione, con problemi di emissioni sgradevoli.

Tali inconvenienti possono essere pero' considerevolmente ridotti o

eliminati utilizzando sistemi di trattamento quali la preessiccazione

o il compostaggio che consentono di valorizzarne le proprieta'

nutritive e strutturali.

COMPOST:

i compost sono ammendanti ottenuti mediante un processo di

trasformazione biologica aerobica di matrici organiche di diversa

provenienza.

Di particolare interesse per le aziende che possono disporre di

deiezioni zootecniche e' il compostaggio di materiali

lignocellulosici di recupero (paglie, stocchi, residui colturali

diversi) che vengono mescolati alle deiezioni tal quali o trattate.

A questa grande variabilita' delle matrici di partenza si aggiunge

quella dei sistemi di compostaggio, relativamente alle condizioni

fisiche e ai tempi di maturazione.

Diventa percio' difficile generalizzare il comportamento agronomico

dei compost; si puo' tuttavia ritenere che il risultato medio di un

processo di compostaggio, correttamente condotto per un tempo

sufficiente e con materiali piu' tipici dell'azienda agraria, origini

un fertilizzante analogo al letame. sara' quindi caratterizzato da

una bassa efficienza nel corso del primo anno, compensata da un piu'

prolungato effetto; anche le proprieta' ammendanti possono essere as-

similate a quelle del letame.

Sempre in considerazione della eterogeneita' di provenienza delle

matrici organiche compostabili, l'impiego del compost deve attuarsi

con particolari cautele a causa della possibile presenza di

inquinanti (principalmente metalli pesanti) che ne possono limitare

l'impiego a dosi definite, previa analisi del terreno e del compost

da utilizzare, sulla base di quanto disposto dalle normative vigenti.

FANGHI DI DEPUTAZIONE:

e' possibile l'impiego come fertilizzanti di fanghi da processi di

depurazione di acque reflue urbane o altri reflui analoghi aventi

caratteristiche tali da giustificarne un utilizzo agronomico

(adeguato contenuto in elementi della fertilita', in sostanza

organica, presenza di inquinanti entro limiti stabiliti). L'azoto

contenuto nei fanghi di depurazione, estremamente variabile,

mediamente 3-5% sulla sostanza secca, e' disponibile dal primo anno.

L'utilizzo agronomico di questi prodotti, per i quali valgono

cautele analoghe a quelle espresse precedentemente per i compost, e'

normato dal Decreto legislativo n. 99 del 27 gennaio 1992, pubblicato

sulla Gazzetta Ufficiale n. 33 del 15 febbraio 1992; questo decreto

definisce i fanghi e le dosi impiegabili, le caratteristiche dei

terreni recettori, le colture ammesse, le procedure autorizzate

richieste.

INIBITORI ENZIMATICI:

uno strumento importante per influire sulla disponibilita'

dell'azoto non nitrico, e cioe' sulle trasformazioni biochimiche che

avvengono nel terreno e' quello che agisce con opportune sostanze

chimiche sugli enzimi e/o sui batteri che provocano, come risultato

finale del processo, la formazione di ioni nitrato.

Le sostanze piu' conosciute e sperimentate a livello agronomico

sono quelle che rallentano la trasformazione dello ione ammonio in

ione nitrico. Tali sostanze sono denominate inibitori di

nitrificazione. Attualmente vi sono in commercio formulati con

l'addizione di quantita' calibrate di diciandiammide (DCD).

L'addizione di inibitori di nitrificazione e' stata sperimentata,

in Europa, anche per gli effluenti zootecnici, al fine di ritardare

la nitrificazione della elevata aliquota di azoto ammoniacale

presente nei liquami, e quindi aumentarne l'efficienza.

CICLO DELL'AZOTO

Il ciclo dell'azoto e' molto complesso, e soprattutto dal punto di

vista degli equilibri ambientali e' di difficile interpretazione

perche' vi sono molti ingressi e molte uscite della natura piu'

varia.


La prima caratteristica importante del ciclo dell'azoto e' quella

di presentare una serie di trasformazioni consistenti in reazioni di

ossidoriduzione.

Per schematizzare il ciclo dell'azoto in natura lo si puo'

immaginare composto da tre sottocicli distinti.

Il primo sottociclo avviene praticamente senza alcuna reazione di

ossidoriduzione.

Questo sottociclo si riduce a un flusso di azoto ammoniacale fra

"riserve", soluzione del suolo e pianta. Nella pianta l'azoto

ammoniacale viene inserito nel ciclo del carbonio e passa in forma

organica; dalle spoglie vegetali che pervengono al suolo l'azoto

organico viene ritrasformato in azoto ammoniacale e il ciclo si

chiude.

Si puo' aggiungere che ancor oggi le riserve dell'azoto del nostro

pianeta sono costituite per il 94-98%, a seconda delle stime, da

azoto ammoniacale.

Il secondo e terzo sottociclo comportano processi di

ossidoriduzione e pertanto scambi di energia. Il secondo sottociclo

si svolge tutto fra suolo e pianta, o meglio fra organismi viventi,

vegetali e catene alimentari. I promotori di questo sottociclo sono

alcuni gruppi di batteri che ossidano l'azoto ammoniacale ad azoto

nitrico (processo di nitrificazione) allo scopo di utilizzare

l'energia che si libera nel processo di ossidazione e che viene poi

utilizzata per le biosintesi e per le varie esigenze cellulari.

La forte quantita' di energia liberata nel corso del processo e

utilizzata dagli organismi nitrificanti deve essere spesa poi dalle

piante con una significativa maggiorazione, per ridurre nuovamente

gli ioni nitrato a ioni ammonio. Mentre gli ioni ammonio sono

trattenuti dal terreno, gli ioni nitrato sono di solito completamente

liberi nella soluzione del terreno, di modo che le radici li possono

assorbire con grande facilita'. La nitrificazione, percio', non fa

altro che facilitare l'assunzione dei nitrati da parte dei vegetali,

spostando l'equilibrio dall'azoto ammoniacale all'azoto nitrico.

Il terzo sottociclo, infine, si svolge tutto fra suolo e atmosfera.

In questo caso i promotori del ciclo sono alcuni organismi capaci di

"fissare" l'azoto elementare N2 presente nell'atmosfera. L'azoto

elementare viene trasformato in ioni ammonio NH4+ e questo processo,

consistendo in una riduzione, richiede una notevole quantita' di

energia. I piu' celebri azotofissatori sono quelli simbionti, come i

rizobi dell'erba medica e delle altre leguminose, che vivono a spese

delle piante ospiti per quanto riguarda le loro necessita' di

alimenti e di energia, ma che cedono in cambio gran parte dell'azoto

fissato.

L'effetto pratico di questo terzo sottociclo e' quello di immettere

azoto nei cicli biologici. Una conseguenza e' quella di aumentare

l'intensita' del processo di nitrificazione, che e' comune sia al

secondo che al terzo sottociclo. Per contro, l'azotofissazione viene

inibita quando c'e' una certa quantita' di ioni ammonio gia' presente

nel mezzo. La concimazione azotata, ovviamente, puo' bloccare del

tutto i processi di azotofissazione.

Il terzo sottociclo si conclude con la denitrificazione: non e'

possibile il passaggio diretto dell'ammoniaca ad azoto elementare.

La denitrificazione trasforma l'azoto nitrico NO3- in azoto

elementare N2 ed avviene tipicamente in ambiente riducente: nei

terreni sommersi, che sono asfittici, e nelle nicchie anaerobiche

(microambienti poveri di ossigeno) dei terreni normali, dove i

nitrati vengono utilizzati per la respirazione, ossia per consumarne

l'ossigeno, mentre l'azoto si libera come azoto elementare N2 o

tutt'al piu' con un piccolo residuo di ossigeno, in forma di

protossido N20.

Se si riuniscono i tre sottocicli si ottiene il ciclo completo

dell'azoto in natura. Poiche' molte delle reazioni del ciclo sono

reversibili e tutte collegate, qualunque aggiunta di un termine

intermedio provoca spostamenti e reazioni che interessano gli altri

termini e qualunque inibizione di un passaggio puo' interagire con

l'intero ciclo.

BILANCIO DELL'AZOTO

Poiche' il ciclo dell'azoto nel suolo e' estremamente complesso, la

formulazione di un corretto bilancio dell'azoto costituisce un

problema di non facile soluzione in quanto solo una parte degli input

di questo elemento viene ritrovata nel terreno, mentre non e' chiara

la destinazione di altre porzioni, peraltro non trascurabili, date

per perdute, senza sufficienti dimostrazioni scientifiche del

fenomeno. Anche l'impiego dell'isotopo 15N non ha eliminato

completamente le incertezze esistenti riguardo alla caratterizzazione

delle diverse forme di azoto indispensabili per quantificare le

riserve azotate cui le piante possono ricorrere per sopperire alle

loro esigenze nutritive. Stesse voci del bilancio dell'azoto quale ad

esempio l'ammonio fissato alle argille possano comparire come input o

output a seconda del diverso stato colturale del suolo.

Nonostante tutte le incertezze sopraesposte, a titolo esemplicativo

un bilancio dell'azoto potrebbe essere formulato tenendo conto delle

voci seguenti:

ENTRATE


a) Dotazione iniziale di azoto assimilabile corrispondente

all'incirca all'1% dell'azoto totale presente in uno strato arabile

di 40 cm e valutato in alcuni casi sperimentali intorno a 30-35

kg/ha. A questa dotazione di azoto puo' contribuire anche

massicciamente l'azoto in forma di ione ammonio fissato dalle argille

(vedi lettera 1).

b) Azoto che potenzialmente puo' mineralizzare dalla sostanza

organica del terreno durante il ciclo colturale, puo' contribuire

alla nutrizione azotata delle colture fornendo in un anno anche piu'

di 80 kg/ha di N con i valori massimi di cessione nei periodi

primaverili ed autunnali quando si verificano le condizioni ottimali

per l'attivita' microbica.

c) Restituzioni colturali: per queste si deve considerare che

l'interramento dei residui vegetali ad elevato rapporto C/N, quando

si esegue, provoca una momentanea immobilizzazione dell'azoto

solubile intercettando e riorganicando 1 kg di N per ettaro per ogni

100 kg/ha di residui pagliosi ed inducendo un aumento del rapporto

C/N. La mineralizzazione di questa quantita' di azoto immobilizzato,

tuttavia, nel caso dell'interramento di residui pagliosi come quelli

del mais, non si verifica prima di 56 mesi e si esaurisce nell'arco

di due anni.

d) Azoto delle deposizioni secche ed umide stimato, per esempio, in

zone della pianura padana intorno a 10-15 kg/ha anno. Tale quantita'

puo' essere notevolmente incrementata in zone industriali o ad

attivita' zootecnica.

e) Fissazione simbiontica dell'azoto atmosferico in presenza di

leguminose: dipende dalla specie vegetale coltivata e puo' oscillare

intorno a 100-120 kg/ha anno con massimi che superano anche i 300

kg/ha anno. Tale fissazione superando il fabbisogno della coltura

determina un effetto residuo che nel caso di un medicaio di almeno

quattro anni e' stato valutato intorno a 80 kg/ha nel primo anno, con

valori di 50 nel secondo anno e cosi' via. Va inoltre tenuto presente

che nel caso vengano effettuate delle somministrazioni di

fertilizzanti la fissazione simbiontica viene annullata.

f) Fertilizzazione.

USCITE


g) L'organicazione dell'N solubile ad opera dei microrganismi del

suolo e' stimabile intorno al 25% dell'azoto proveniente da a) a g) e

riguarda tutte le forme di fertilizzazione.

h) La percolazione e' variabile con l'andamento climatico, e non

dovrebbe superare valori che in climi mediterranei sono stimati

spesso intorno a pochi kg/ha/anno.

i) L'erosione e scorrimento superficiale. La valutazione di questi

processi dipende dalla struttura e granulometria del terreno, dal suo

stato idrico, dalle lavorazioni, dalla pendenza, dalla vegetazione,

ecc., nonche' dalla natura delle precipitazioni e dal loro effetto

meccanico, dalla loro intensita' oraria, ecc.. In terreni coltivati

di pianura queste perdite sono trascurabili.

l) L'azoto fissato dalle argille e' una voce ancora oggetto di stu-

dio e varia con le condizioni pedoclimatiche e costituisce una

notevole riserva di azoto del terreno. Sulla base delle attuali

conoscenze puo' essere stimata dai 5 ai 30 kg/ha anno, ma in certi

casi anche quantita' superiori.

m) La denitrificazione e' una voce molto variabile, e dipende

soprattutto dal tipo di utilizzazione del suolo e delle sistemazioni

idrauliche; ad esempio per i terreni sommersi puo' essere anche

dell'ordine delle decine di kg per ettaro per anno. Si tratta

comunque di perdite innocue che in casi particolari possono

rappresentare un mezzo di disinquinamento del suolo.

n) Le asportazioni colturali, variabili con le condizioni

pedoclimatiche e col tipo di gestione colturale, sono strettamente

collegate all'obiettivo di produzione.

APPLICAZIONE DEI FERTILIZZANTI AI TERRENI

Periodi non opportuni per l'applicazione dei fertilizzanti

MOTIVAZIONI

La concimazione azotata con concimi minerali e' pratica adottata

per tutte le colture non leguminose. Al fine di attuarla in modo

razionale occorre fornire concimi azotati il piu' vicino possibile al

momento della loro utilizzazione: e' questa una misura efficace per

ridurre il pericolo che l'azoto venga dilavato nel periodo tra la

concimazione e l'utilizzazione. Inoltre la concimazione azotata si

basa sul principio di rendere massima l'efficacia di utilizzazione da

parte delle colture, e minima complementarmente la dispersione per

dilavamento.

Nel caso si utilizzino effluenti zootecnici e' importante ricordare

che la disponibilita' dell'azoto dei liquami nei confronti delle

piante dipende dalla presenza di forme di azoto diverse quale

l'organico, l'ureico, l'ammoniacale ed il nitrico. Le frazioni

prontamente disponibili sono quelle nitrica ed ammoniacale; quote

ulteriori sono rese assimilabili a seguito di processi di

mineralizzazione della frazione organica. Ulteriori fattori che

influenzano la disponibilita' dell'azoto di origine zootecnica sono

le concentrazioni ed i rapporti tra i composti di azoto presenti, le

dosi somministrate, i metodi e le epoche di applicazione, il tipo di

coltura, le condizioni del suolo e del clima, ecc..

In confronto ai concimi minerali l'efficienza dell'azoto totale dei

liquami nell'anno di applicazione e' stimata mediamente tra il 50 e

il 70% con valori crescenti per liquami bovini, suini e avicoli;

negli anni successivi la mineralizzazione della quota residua

compensa parzialmente le suddette differenze.

L'efficienza dell'azoto totale dei liquami rispetto ai concimi

minerali varia inoltre notevolmente per ciascuna coltura in relazione

all'epoca di somministrazione e a parita' di epoca di

somministrazione si riduce all'aumentare della dose. Tale efficienza

aumenta in terreni con tessitura franca o sciolta.

AZIONI


- Colture a ciclo molto lungo, autunno-primaverile (tipicamente

frumento e cereali affini, colza, erbai di graminacee): va evitata

categoricamente la concimazione azotata alla semina; questa va

effettuata in copertura in corrispondenza dei momenti di forte

fabbisogno: segnatamente durante la fase di differenziazione delle

infiorescenze e poco prima della ripresa vegetativa primaverile

("levata").

- Colture perenni (prati, pascoli, arboreti, ortensi perenni): gli

apporti azotati devono precedere di poco la ripresa vegetativa

primaverile che segna l'inizio del periodo di forte assorbimento.

- Colture a semina primaverile (barbabietola, girasole, mais,

sorgo, pomodoro, peperone, melone, anguria, ecc.): la concimazione

azotata alla semina e' accettabile per il non lunghissimo lasso di

tempo che intercorre tra il momento della concimazione e quello

dell'assorbimento purche' una limitata piovosita' in questo periodo

renda il dilavamento poco probabile. Qualora la piovosita' media del

periodo primaverile sia invece elevata occorre prevedere il

frazionamento dei quantitativi oppure l'utilizzazione di

fertilizzanti a lenta cessione e l'additivazione di inibitori della

nitrificazione.

Sono comunque da incoraggiare quelle tecniche con le quali la

concimazione azotata viene effettuata con poco anticipo rispetto ai

momenti di forte fabbisogno (concimazione in copertura,

fertirrigazione).

- Colture a ciclo breve (ortensi): nel caso di colture a ciclo

breve, come la maggior parte delle ortensi da foglia, da frutto o da

radice (insalate, cavoli, zucchine, ravanelli, ecc.) il momento di

esecuzione della concimazione passa in secondo piano, come misura di

contenimento delle perdite per dilavamento dei nitrati, rispetto al

rischio, ben maggiore, di un irrazionale eccesso di concimazione

azotata molto ricorrente in questo tipo di colture.

Nel caso si utilizzino effluenti zootecnici occorre preventivamente

pianificarne la distribuzione in funzione del fabbisogno fisiologico

della coltura e delle epoche idonee e non in funzione delle esigenze

dei contenitori di stoccaggio; e' consigliata l'applicazione a

terreni agrari tra la fine dell'inverno e l'inizio dell'estate.

E' praticabile l'applicazione al terreno degli effluenti ad inizio

estate o in autunno dopo il raccolto solo se si prevede una coltura

che possa utilizzare l'azoto nel periodo invernale (cereali autunno-

vernini, colture intercalari, cover crops, ecc.).

E' consigliabile comunque prevedere l'applicazione al suolo degli

effluenti zootecnici quando maggiore e' l'efficienza dell'azoto in

relazione alla coltura.

Nel caso di somministrazioni elevate occorre frazionare la

somministrazione in piu' dosi.

Applicazione dei fertilizzanti

CONCIMI MINERALI

MOTIVAZIONI

L'applicazione dei fertilizzanti al terreno puo' avvenire con

distribuzione su tutta la superficie o per localizzazione, con o

senza interramento per entrambe le tecniche. In linea di principio

l'applicazione dei fertilizzanti dovrebbe interessare solo quello

spessore di terreno effettivamente esplorato dagli apparati radicali

delle colture.

La scelta delle tecniche di applicazione dei fertilizzanti e'

condizionata a livello di ottimizzazione delle operazioni da diversi

fattori fra cui:

caratteristiche chimiche dell'elemento e/o degli elementi nutritivi

da applicare nei confronti del suolo e/o dell'apparato radicale (es.:

modalita', immobilizzazione, indici di salinita', ecc.);

natura fisica del prodotto fertilizzante (solido, liquido,

gassoso);

concentrazione in elementi nutritivi del prodotto fertilizzante;

esigenze della coltura nelle sue diverse fasi di sviluppo

(richiesta totale di elementi nutritivi, possibilita' o utilita' del

loro frazionamento, periodi ottimali di fornitura degli elementi

nutritivi in funzione anche dei periodi possibili di intervento);

caratteristiche chimiche e fisiche del terreno;

andamento climatico prevalente;

costo economico globale dell'operazione di fertilizzazione

(stoccaggio, trasporto, manipolazione applicazione al terreno, costo

dei prodotti).

Indipendentemente dalle soluzioni tecniche adottate e dalle

caratteristiche fisiche dei fertilizzanti da distribuire, in special

modo stato fisico e contenuto in elementi fertilizzanti per unita' di

peso o di volume, il sistema di applicazione prescelto deve essere in

grado di distribuire il fertilizzante con efficiente uniformita' e

regolarita' sia lungo la direzione di avanzamento della macchina

(uniformita' di distribuzione longitudinale) che in senso

perpendicolare ad esso (uniformita' di distribuzione trasversale).

I sistemi di controllo della dose di fertilizzante da applicare

devono essere tali da assicurare una costanza di applicazione su

tutto l'appezzamento da trattare. Al fine di evitare dispersioni

inutili, negative dal punto di vista ambientale ed economico,

particolare cura dovra' essere posta nelle operazioni di concimazione

di appezzamenti confinanti con fossi di scolo od altre opere facenti

parte di reti idriche ed in prossimita' delle capezzagne.

AZIONI


Per l'applicazione dei concimi (minerali, organici, organominerali)

le macchine impiegabili si differenziano in funzione dello stato

fisico dei concimi da distribuire.

Per i concimi solidi e' di notevole importanza per la regolarita'

del dosaggio la forma fisica, polvere o granuli e per questi ultimi

la omogeneita' granulometrica e la conformazione dei granuli. Minore

e' la difformita' granulometrica e piu' tondeggiante la forma dei

granuli, minori inconvenienti si hanno nella regolarita' dei sistemi

di dosaggio.

Per l'applicazione di concimi solidi su tutta la superficie del

terreno le macchine esistenti sul mercato sono dei seguenti tipi:

- spandiconcime per reazione centrifuga a dischi (uno o piu') o a

tubo oscillante;

- spandiconcime per gravita' o distribuzione lineare;

- spandiconcime con distribuzione a trasporto pneumatico.

Dato il costo e la semplicita' costruttiva, gli spandiconcime

attualmente piu' diffusi in Italia sono quelli centrifughi. La

regolarita' di distribuzione, in tali macchine, e' influenzata dalla

omogeneita' della granulometria del prodotto, dal suo diametro medio

e dalle caratteristiche del terreno. L'accidentalita' e la

zollosita' del terreno, determinando fenomeni di ondeggiamento,

influiscono sulla dinamica di lancio del granulo e quindi sulla

larghezza di lavoro con conseguenti sovraddosaggi e dispersioni di

concime; pertanto e' consigliabile ridurre la zollosita del terreno

prima dell'intervento di concimazione. La presenza di vento e la sua

direzione incidono sulla distribuzione specie in caso di concimi

polverulenti.

Gli spandiconcime pneumatici sono quelli che assicurano la massima

regolarita' di distribuzione.

L'interramento del concime distribuito su tutta la superficie

avviene generalmente attraverso le lavorazioni del terreno.

Per quanto riguarda i concimi azotati l'interramento non e'

consigliabile salvo che per concimi ammoniacali od ureici in caso di

terreni a reazione alcalina. In tali casi l'interramento del concime

evita le possibili perdite gassose di ammoniaca.

La distribuzione localizzata in superficie si realizza seguendo due

tecniche principali: la localizzazione in banda e la localizzazione

in linea.

La prima consiste nell'applicare il concime in bande di larghezza

variabile. Essa e' generalmente usata nelle colture arboree. Tale

tipo di distribuzione puo' essere realizzata anche modificando

opportunamente i normali spandiconcime centrifughi.

La seconda consiste nel collocare il concime in una striscia della

larghezza di alcuni centimetri tra le file delle piante. Tale tecnica

e' particolarmente seguita nella concimazione azotata di copertura

del mais. La macchina piu' idonea, per garantire una uniformita' di

distribuzione, e' lo spandiconcime a distribuzione pneumatica.

L'interramento del concime con la tecnica della concimazione

localizzata viene normalmente ottenuto impiegando spandiconcimi

sussidiari alle attrezzature per la semina o per la sarchiatura.

Principio fondamentale di questa tecnica e' quello di fornire in

loco e quindi con alto gradiente di concentrazione, gli elementi

nutritivi necessari. Tale tecnica consente un risparmio di unita'

fertilizzante e la riduzione dei rischi di perdite per lisciviazione.

Nella localizzazione alla semina e' opportuno utilizzare concime a

basso indice di salinita' al fine di evitare danni al seme specie se

la localizzazione del concime avviene troppo vicino al seme stesso.

Per i concimi liquidi le tecniche di applicazione sono

fondamentalmente le stesse. I sistemi di applicazione differiscono in

questo caso in funzione dello stato fisico del concime liquido e

cioe' del fatto che si impieghi una soluzione o una sospensione. In

ogni caso le macchine utilizzate devono assicurare una buona

uniformita' di distribuzione sul terreno e una ridotta

polverizzazione del liquido. In linea generale e' consigliabile

l'impiego di macchine dotate di un sistema di regolazione con

distribuzione proporzionale alla velocita' di avanzamento, in grado

di operare con pressioni di esercizio limitate e con elevata portata.

La distribuzione dei concimi liquidi in linea di principio avviene

con macchine simili alle irroratrici a barra utilizzate per i

trattamenti fitosanitari.

Nel caso di concimazioni di copertura e' opportuno utilizzare

ugelli a piu' getti rettilinei al fine di limitare al massimo la

polverizzazione del liquido e favorirne il gocciolamento a terra.

Nel caso delle sospensioni, impiegate principalmente per le

concimazioni di fondo, le macchine utilizzate devono presentare

particolari accorgimenti quali pompe di tipo centrifugo, sistemi di

filtrazione, sistemi di agitazione della massa del concime, tubazioni

di grande diametro, sistemi di riciclo per evitare fenomeni di

deposito.

Per la distribuzione delle sospensioni e' consigliabile utilizzare

ugelli a specchio con elevato angolo di distribuzione e portate

sostenute.

Particolare precauzione va posta per il recupero delle acque di

lavaggio della macchina a fine giornata di lavoro evitandone lo

scarico diretto nei fossi di scolo o nelle acque superficiali.

Per la distribuzione localizzata in superficie, da impiegarsi su

colture sarchiate, si utilizzano le stesse macchine con gocciolatori

sistemati a livello dell'interfilare della coltura in modo da

consentire il gocciolamento della soluzione o della sospensione a

opportuna distanza dalle piante.

Per la distribuzione localizzata con interramento si utilizzano

macchine abbinate alle seminatrici. Esse sono costituite, oltre che

dal serbatoio, da una pompa volumetrica e da una serie di assolcatori

per la localizzazione della soluzione o sospensione in prossimita'

della linea di semina.

Accanto alle predette modalita' tradizionali di distribuzione dei

concimi esistono ulteriori tecniche tra le quali la fertirrigazione.

Per fertirrigazione si intende la distribuzione di concimi con

l'acqua di irrigazione.

Il sistema della fertirrigazione presenta vantaggi e svantaggi.

I PRINCIPALI VANTAGGI SONO:

- poca manodopera per le operazioni di applicazione del concime;

- non calpestamento del terreno con le macchine;

- facilita' di esatto frazionamento della concimazione azotata;

- possibilita' di intervento anche in momenti in cui il terreno non

e' praticabile per la presenza della coltura.

GLI ASPETTI NEGATIVI PRINCIPALI SONO COLLEGATI A:

- limitazione alle sole coltivazioni irrigue;

- necessita' di un impianto di irrigazione piu' perfezionato e

costoso;


- interventi di irrigazione non strettamente necessari ma

effettuati a sola funzione concimante;

- perdite per dilavamento e volatilizzazione.

Tra le concimazioni gassose l'unica che ha avuto una qualche

diffusione in Italia e' quella dell'ammoniaca anidra che deve essere

applicata al terreno ad una profondita' compresa fra 15 e 20 cm in

funzione delle caratteristiche del suolo (tessitura e umidita').

L'ammoniaca passa dalla fase liquida a quella gassosa all'uscita

dei tubi adduttori e viene successivamente fissata dal terreno. Se il

terreno non si trova nelle condizioni ottimali, e risulta o troppo

secco o troppo umido, i solchi scavati dai denti iniettori rimangono

parzialmente aperti con conseguenti possibili perdite di ammoniaca

gassosa. Analoghe perdite si possono verificare quando il conduttore

della macchina solleva i denti iniettori (es. a fine campo) o nelle

curve.

Per la necessita' di iniezione dell'ammoniaca nel terreno la



capacita' di lavoro di queste macchine e' relativamente contenuta.
Applicazione dei fertilizzanti

EFFLUENTI ZOOTECNICI

MOTIVAZIONI

Le tecniche di distribuzione dei reflui zootecnici hanno una

rilevante influenza tanto nell'impatto ambientale quanto

nell'efficienza produttiva. Da esse dipende infatti il manifestarsi

di alcuni problemi connessi allo spandimento e la loro entita'.

Lo spandimento dei liquami viene effettuato di norma in superficie

mediante serbatoi trainati o semoventi, per lo piu' in pressione,

utilizzati sia per il trasporto che per la distribuzione.

La distribuzione con i criteri convenzionali comporta oltre ad una

scarsa omogeneita' emissioni di ammoniaca e di altre molecole

responsabili della produzione di odori, sia a causa dalla

polverizzazione del getto che si verifica con i comuni dispositivi di

distribuzione, sia soprattutto a causa della permanenza dei liquami

sul terreno.

Infatti le emissioni si verificano in prevalenza nel periodo

immediatamente successivo alla distribuzione e le perdite di

ammoniaca nelle ore successive allo spandimento possono raggiungere

anche l'80% degli apporti.

Inoltre alcuni dispositivi utilizzati, quali i getti irrigatori

alimentati ad alta pressione, provocano una spinta polverizzazione

del getto, con formazione di aerosol e conseguente rischio di

veicolazione di microorganismi patogeni. Qualora nella distribuzione

dei liquami si utilizzino mezzi di elevata capacita' al fine di

ridurre i costi di spandimento, l'impiego di tali mezzi puo'

determinare danni alla struttura del terreno.

Infine la somministrazione dei liquami in copertura con la tecnica

"a pioggia", in particolare nel caso dei reflui ad elevato contenuto

di sostanza secca, puo' comportare l'imbrattamento delle colture, con

effetti ustionanti e di depressione, delle rese.

AZIONI


Al fine di evitare o comunque ridurre gli inconvenienti sopra

considerati e' opportuno, ove possibile, introdurre tecniche innova-

tive di distribuzione quali:

a) la separazione delle fasi di trasporto e di spandimento dei

liquami;

b) l'interramento mediante dispositivi iniettori;

c) la distribuzione in superficie con dispositivi a bassa

pressione.

A) SEPARAZIONE DELLE FASI DI TRASPORTO E DI SPANDIMENTO DEI LIQUAMI

La separazione delle fasi di trasporto e di distribuzione limita

sostanzialmente il compattamento del suolo e permette l'intervento su

terreno lavorato, in prossimita' della semina e con colture in atto,

cioe' in periodi nei quali la somministrazione dei liquami consegue

le piu' elevate efficienze produttive. Inoltre, l'adozione di

soluzioni tecniche diverse per le due fasi di trasporto e spandimento

puo' portare a riduzioni consistenti dei costi di gestione.

Al fine di ridurre gli oneri, il trasporto puo' essere effettuato

su ruote, utilizzando macchine operatrici di elevata capacita' o, in

alternativa, mediante tubazione. Per quanto riguarda il trasporto su

ruote possono essere impiegate cisterne a pressione atmosferica di

capacita' complessiva fino a 35 m3 che possono essere utilizzate per

alimentare stoccaggi opportunamente collocati sui terreni aziendali.

Nel trasporto in condotta, l'adozione di linee di adduzione di

piccolo diametro alimentate in pressione consente di ridurre

sostanzialmente i costi di investimento.

Nella fase di distribuzione il ricorso a tubazioni avvolgibili che

alimentano dispositivi per lo spandimento superficiale o per

l'interramento riduce sostanzialmente il compattamento del suolo in

fase di spandimento. L'adozione di tale sistema risulta

particolarmente opportuna negli interventi primaverili, nel corso

delle operazioni di preparazione delle semine o con colture in atto.

Esso consente inoltre una notevole riduzione della potenza richiesta

in fase di distribuzione: nel caso in cui si effettui l'interramento

diretto del liquame e' possibile, ad esempio, limitare le forze di

trazione a quelle necessarie alla movimentazione degli iniettori. Una

alternativa alle tubazioni avvolgibili per le somministrazioni su

terreno nudo e su prato e' il cosiddetto sistema ombelicale, nel

quale il collegamento tra lo stoccaggio e il dispositivo distributore

avviene mediante una tubazione flessibile e resistente all'abrasione.

B) INTERRAMENTO

L'adozione di dispositivi iniettori che incorporano i liquami al

terreno all'atto della distribuzione consente di limitare

sostanzialmente le emissioni di odori e di ammoniaca che si

verificano nel corso dello spandimento dei liquami. Risultati delle

ormai numerose determinazioni effettuate hanno infatti evidenziato

che, per questa via, le perdite di azoto ammoniacale si riducono a

percentuali comprese, nella maggior parte dei casi, entro il 5% del

totale apportato. Mediante l'interramento si conseguono altri

risultati quali:

- assenza di formazione di aerosol durante la distribuzione;

- eliminazione dello scorrimento superficiale;

- eliminazione della possibilita' di contaminazione dei foraggi per

le applicazioni su prato.

I dispositivi per l'interramento dei liquami possono essere

installati su un serbatoio, o in alternativa, essere alimentati da

tubazioni avvolgibili e trainati da trattore. Per l'apertura del

solco vengono utilizzati dischi, zappette, assolcatori ad ancora,

posteriormente ai quali pervengono tubi di adduzione dei liquami. I

dispositivi di interramento devono avere caratteristiche diverse a

seconda che vengano utilizzasi su terreno arativo o su prato.

I principali limiti dell'interramento diretto dei liquami rispetto

alla distribuzione superficiale sono l'elevata potenza richiesta e la

ridotta capacita' di lavoro, che determinano incrementi dei costi di

spandimento compresi tra il 50% e il 100%.

Se e' vero che l'interramento comporta maggiori oneri rispetto alla

distribuzione superficiale, per contro, riducendo le perdite di

ammoniaca, permette migliori risultati produttivi rispetto a

quest'ultima. Una soluzione alternativa all'interramento e'

rappresentata dalla lavorazione del terreno eseguita entro 3-5 ore

dallo spandimento.

C) DISTRIBUZIONE IN SUPERFICIE CON DISPOSITIVI A BASSA PRESSIONE

La distribuzione con dispositivi a bassa pressione (2-3 atmosfere)

consente di evitare la polverizzazione spinta del getto, riducendo i

problemi di diffusione di odori, perdite di ammoniaca e formazione di

aerosol, migliorando nel contempo la omogeneita' di distribuzione.

Tali problemi infatti risultano assai contenuti adottando ali

distributrici a bassa pressione, disponibili per l'installazione su

serbatoio o su tubazione avvolgibile. La distribuzione avviene sia

attraverso ugelli dotati di piatto deviatore rompigetto sia mediante

ugelli dotati di tubazioni mobili che depositano i liquami al livello

del suolo. Quest'ultima soluzione e' adatta solo allo spandimento di

liquami chiarificati, in quanto la numerosita' degli ugelli e il loro

piccolo diametro comportano possibilita' di intasamenti con materiali

ad elevato contenuto di sostanza secca Una variante del dispositivo

in grado di assicurare una distribuzione omogenea e non "in file" e

rappresentata dalla presenza di un deflettore, all'uscita delle

tubazioni flessibili, che provvede a laminare il prodotto.

D) DISTRIBUZIONE CON TECNICHE CONVENZIONALI

Qualora si adottino invece tecniche convenzionali di spandimento

mediante serbatoio, ad esempio negli interventi postraccolta sulle

colture annuali e per le somministrazioni su prato, e' opportuno far

ricorso ad alcuni accorgimenti per ridurre i danni di compattamento

del terreno ed in particolare:

- attenzione alle condizioni di umidita' del terreno;

- adozione di mezzi di capacita' contenuta al fine di limitare il

peso delle macchine operatrici a non piu' di 10 t a pieno carico e a

pesi per assale non superiori alle 5-6 t;

- adozione di pneumatici larghi e a bassa pressione;

- adottare la maggiore ampiezza possibile di lavoro, in modo da

limitare il numero dei passaggi e quindi la superficie sottoposta a

calpestamento, anche se cio' potra' andare a scapito della

omogeneita' di distribuzione.

Qualora non sussistano rischi di compattamento si potra' perseguire

l'obiettivo della buona omogeneita' di distribuzione evitando il

ricorso al getto irrigatore e operando con ampiezza di lavoro del

piatto deviatore inferiore a quella massima tecnicamente consentita.

E' inoltre necessario adottare accorgimenti per meglio regolare la

dose applicata; in assenza di dispositivi specifici per questa

funzione e' possibile conseguire buoni risultati variando la

velocita' di avanzamento del mezzo.

Casi particolari

APPLICAZIONE DEI FERTILIZZANTI IN TERRENI IN PENDENZA

MOTIVAZIONI

Per una corretta applicazione di fertilizzanti in terreni in

pendenza si deve tenere conto in primo luogo dei rischi di

ruscellamento idrico superficiale che dipende principalmente da:

- pendenza del suolo

- caratteristiche del suolo

- tipo di paesaggio

- sistema colturale

- condizioni climatiche.

La presenza di vari fattori e le loro interazioni nel sistema

suolo-acqua-pianta-clima rendono difficile la scelta delle tecniche

da mettere in atto. L'adozione di una tecnica volta a risolvere un

problema puo' collateralmente aggravarne o crearne un altro, si

possono generare dei contrasti tra diverse tecniche, vi possono

essere situazioni incontrollabili, come per esempio:

le tecniche di contenimento dell'erosione possono risolvere i

problemi dell'inquinamento da N e P, sebbene il loro effetto sia

maggiore nei confronti delle perdite nei materiali erosi piuttosto

che quelle nell'acqua di ruscellamento, ma non hanno alcun effetto

sulla percolazione dei nitrati e talvolta possono persino aggravarla;

le lavorazioni ridotte mantengono i residui in superficie per

ridurre l'erosione e conservare il suolo, ma ostacolano

l'incorporamento dei fertilizzanti nel terreno auspicabile per

aumentarne l'efficienza produttiva e ridurne le perdite nelle acque

superficiali;

l'inquinamento delle acque per ruscellamento superficiale puo'

difficilmente essere prevenuto in caso di nubifragio e con tale tipo

di evento non ci sono molte differenze se erano stati somministrati

concimi chimici o effluenti zootecnici.

AZIONI


Le perdite di elemento nutritivo sono particolarmente elevate se il

ruscellamento avviene poco dopo la somministrazione dei

fertilizzanti; l'interramento e' particolarmente importante per gli

effluenti zootecnici che per la loro costituzione fisica tendono a

rimanere in superficie; una rapida incorporazione nel terreno puo'

ridurre le perdite per ruscellamento da un campo concimato allo

stesso livello di un campo non concimato.

Poiche' il rischio di erosione e' difforme durante l'anno,

intervenire quando tale rischio e' minore, per esempio se l'erosione

risulta elevata in autunno, evitare di arare a fine estate o in

autunno, e non somministrare fertilizzanti.

Evitare somministrazioni in periodi di probabile ruscellamento, se

non si puo' provvedere all'interramento; per i prati, per i pascoli e

per i terreni sodi in genere, questo aspetto e' molto importante.

Casi particolari

APPLICAZIONE DI FERTILIZZANTI AL TERRENO SATURO D'ACQUA, INONDATO,

GELATO O INNEVATO

MOTIVAZIONI

Nel terreno saturo d'acqua l'azoto nitrico viene facilmente perduto

per denitrificazione, se vi e' sufficiente sostanza organica

mineralizzabile e la temperatura non e' inferiore a 50C.

Sul terreno gelato o innevato il fertilizzante non riesce a

infiltrarsi nel terreno e rischia durante il disgelo di essere

trasportato per ruscellamento superficiale, soprattutto nei terreni

in pendio.

AZIONI


La distribuzione di fertilizzante azotato in terreni saturi d'acqua

in inverno sarebbe di scarsa utilita' in quanto una parte rilevante

ne verrebbe perduta per denitrificazione.

Nell'eventualita' di eccesso idrico durante il ciclo vegetativo

delle colture e' opportuno effettuare la fertilizzazione non appena

lo stato idrologico del terreno sara' ritornato normale.

In condizioni di terreno gelato per tutte le 24 ore del giorno,

oppure coperto di neve, la fertilizzazione e' da evitare. Tuttavia

sul terreno che rimane gelato soltanto nelle ore piu' fredde della

giornata, la fertilizzazione con dosi molto basse di concimi azotati

o di liquami (non troppo densi) puo' essere effettuata per i cereali

vernini.


Casi particolari

APPLICAZIONE DI FERTILIZZANTI AI TERRENI ADIACENTI AI CORSI D'ACQUA

MOTIVAZIONI

L'adozione di particolari cautele e di tecniche idonee

nell'applicazione di fertilizzanti, minerali ed organici, sugli

appezzamenti di terreno contigui ai corsi d'acqua, consente di

limitare al minimo i rischi di eutrofizzazione dei corpi idrici

superficiali dovuti all'apporto di nitrati. Secondo le tavolette in

scala 1:25.000 dell'IGM vengono definiti "corsi d'acqua" fiumi,

torrenti o fossi in ordine decrescente d'importanza.

In particolare, poiche' i nitrati risultano presenti per la maggior

parte nella soluzione del suolo e in quota minima sono debolmente

adsorbiti, il passaggio diretto o indiretto, nei corpi idrici avviene

principalmente per effetto dello scorrimento in superficie e per

dilavamento sub-superficiale.

Tale passaggio risulta tanto piu' veloce quanto piu' intenso e'

l'apporto di fertilizzante e quanto minori sono i fattori che

ostacolano il deflusso dei nitrati verso la rete scolante.

In relazione a cio' le regole per una corretta applicazione dei

fertilizzanti in prossimita' di corsi d'acqua, naturali ed

artificiali, riguardano in primo luogo le modalita' con cui avviene

l'applicazione stessa (quantita', epoche, tipo di fertilizzante,

grado di frazionamento, ecc.) ma interessano anche altri fattori

agronomici in grado di influenzare - accelerando o rallentando - il

passaggio dei nitrati nei corpi idrici superficiali (es. presenza di

colture di copertura, di siepi ripariali, ecc.). Va infine

considerata la possibilita' che suoli adiacenti ai corsi d'acqua

siano soggetti a periodiche esondazioni.

AZIONI

Le buone pratiche agricole da adottare nell'ambito di una corretta



applicazione di fertilizzanti su terreni contigui ai corsi d'acqua

interferiscono con i seguenti meccanismi:

- riduzione della disponibilita' di sostanze nutrienti in soluzione

e adsorbite sulle particelle di terreno;

- creazione di fasce di interposizione che rallentino il flusso

verso il recapito delle acque di scolo superficiali e

sottosuperficiali;

- riduzione della velocita' del deflusso idrico superficiale

attraverso l'aumento della scabrezza del terreno e della capacita' di

invaso superficiale, nonche' diminuzione della pendenza superficiale.

Per le modalita' di somministrazione dei fertilizzanti occorre

attenersi ai criteri enunciati in precedenza (vedi Applicazione dei

fertilizzanti), tenendo comunque presente che in tali terreni il

rischio e' piu' accentuato. Di conseguenza le applicazioni dovranno

essere possibilmente frazionate mentre si dovra' evitare la

somministrazione di concimi in corrispondenza dei periodi piovosi.

Particolarmente utile per tali appezzamenti, ai fini del

contenimento dei processi di dilavamento, e' l'effettuazione di

colture di copertura durante il periodo invernale (vedi Gestione

dell'uso del terreno) o la conservazione dei residui vegetali sulla

superficie del terreno stesso.

In particolare si dovra' prevedere il mantenimento di una fascia

perennemente inerbita - sottoposta periodicamente a sfalcio - lungo

il corso d'acqua per una larghezza tanto maggiore quanto minore e' la

pendenza delle sponde; su tali fasce di rispetto, che corrispondono

alle superfici piu' frequentemente soggette ad esondazione, dovra'

essere evitata la somministrazione di liquami e di concimi minerali.

Le pratiche di concimazione dovranno altresi' favorire l'apporto di

sostanza organica e quindi la formazione di humus stabile, allo scopo

di migliorare la struttura del terreno con conseguente minore

compattazione e piu' ridotto grado di ruscellamento.

Accanto alle pratiche colturali piu' direttamente connesse alla

fase di somministrazione dei fertilizzanti rivestono grande

importanza, ai fini della limitazione dei rischi di dilavamento negli

appezzamenti contigui ai corsi d'acqua, le sistemazioni idraulico-

agrarie e la presenza o meno di siepi campestri.

In tal senso sono da favorire sistemazioni di piano che prevedano

ridotta baulatura e falde di lunghezza contenuta, compatibilmente con

le necessita' di allontanamento delle acque in eccesso; infine, la

conservazione o l'introduzione, laddove possibile, di siepi campestri

lungo i corsi d'acqua e' una pratica da favorire per proteggere le

rive dall'erosione e per aumentare l'effetto di interposizione al

flusso di elementi nutritivi verso la rete scolante.

Avvicendamenti

MOTIVAZIONI

In linea di principio l'adozione di opportuni avvicendamenti deve

assicurare un certo livello di sostanza organica nel terreno al fine

di ridurre gli apporti azotati. Quando passa molto tempo tra la

raccolta di una coltura e la semina di quella successiva l'azoto

solubile esistente nel terreno e' esposto ad essere dilavato dalle

piogge. I periodi piu' critici per la percolazione sono quelli in cui

le precipitazioni sono tanto abbondanti da superare la capacita' di

ritenzione idrica del terreno e quindi tali da far percolare i sali

azotati solubili in profondita' fino agli acquiferi.

La presenza di specie leguminose nella rotazione non e' scevra da

inconvenienti per quanto riguarda la tutela degli acquiferi. L'azoto

fissato da un sistema simbiotico "leguminosa - Bacillus radicicola"

entra a far parte dello stock di azoto del terreno e subisce lo

stesso destino dell'azoto proveniente da altre fonti, tra cui quello

di essere nitrificato e percolato.

Tutti i residui colturali che contengono poco azoto (rapporto C/N

alto: >40-50) hanno l'interessante prerogativa, una volta incorporati

nel terreno ed entrati nel ciclo della decomposizione ed

umificazione, di prelevare l'azoto solubile presente ed utilizzarlo

nel metabolismo degli organismi decompositori.

L'interramento della paglia dei cereali e di altri residui pagliosi

(stocchi di mais e di sorgo, steli di colza e girasole, ecc.) e' una

pratica di grande efficacia antilisciviazione.

AZIONI

E' consigliabile evitare monosuccessioni o successioni di colture



primaverili-estive che lasciano il terreno privo di copertura

vegetale dall'autunno alla primavera (es. mais in monosuccessione,

successione mais-soia, ecc.).

Le rotazioni colturali piu' rispondenti al fine di ridurre le

perdite per percolazione sono quelle che assicurano la copertura del

terreno durante la stagione piovosa: i cereali vernini innanzitutto,

in monosuccessione o, meglio, in rotazione con altre colture autunno-

vernine (es.: colza, erbai di graminacee o di crucifere, cartamo,

ecc.).

Occorre porre particolare attenzione alla rotazione colturale che



include una specie leguminosa in quanto e' necessario far seguire ad

una leguminosa una specie in grado di utilizzare l'azoto fissato.

In ogni caso l'avvicendamento delle colture deve essere programmato

al fine di ottimizzare l'utilizzazione dell'azoto solubile residuo

dalla coltura precedente e di quello mineralizzato della sostanza

organica.

Una misura atta a contenere la percolazione dei nitrati e' quella

di assicurare, nel periodo piu' critico, la presenza di una copertura

vegetale attiva nell'assorbire e assimilare i nitrati sottraendoli

cosi' al dilavamento.

L'interramento dei residui pagliosi puo' comportare che 100 kg di

paglia di frumento intercettino oltre 1 kg di N solubile, che cosi e'

sottratto alla possibile percolazione.

E' possibile ridurre le perdite indesiderate di nitrati per

percolazione mediante un'appropriata gestione dell'uso del terreno.

Le linee operative possibili vanno dalla adozione di avvicendamenti

colturali che non lascino il terreno scoperto a lungo,

all'interramento dei residui colturali pagliosi ed alla corretta

gestione delle lavorazioni del terreno.

Mantenimento della copertura vegetale

MOTIVAZIONI

La presenza di una copertura vegetale impedisce un accumulo di

nitrati grazie al loro assorbimento da parte delle radici. Oltre ad

intercettare i nitrati naturalmente presenti nel suolo o apportati

con le fertilizzazioni, la copertura vegetale puo' assicurare una

protezione delle acque sotterranee nei confronti di quelli di origine

extragricola. Particolare importanza viene assunta dalla copertura

vegetale nelle superfici temporaneamente ritirate dalla produzione ai

sensi della normativa comunitaria.

AZIONI


Le coperture vegetali potenzialmente realizzabili sono le seguenti:

- vegetazione spontanea: l'inerbimento naturale che si produce in

fine estate-autunno dopo la raccolta delle colture dovrebbe essere

visto molto positivamente nelle zone a rischio, come mezzo per

contrastare la percolazione dei nitrati; quindi non dovrebbe essere

ostacolato con lavorazioni, ma lasciato svolgere la sua funzione

quanto piu' a lungo possibile, compatibilmente con le esigenze di

preparazione del terreno per la coltura che seguira'; l'inerbimento

spontaneo potrebbe trarre utile applicazione sulle superfici

temporaneamente ritirate dalla produzione (set-aside);

- colture intercalari: l'inserimento, ogni volta che sia possibile,

di colture intercalari tra la raccolta della coltura precedente e la

semina di quella successiva e' una misura di notevole efficacia

antidilavamento; tali colture intercalari possono configurarsi come

colture foraggere (erbai), colture ortensi o anche colture di

interesse apistico (es. Phacelia) o igienizzante (specie nematocide e

nematofughe);

- colture di copertura ("catch crops"): si tratta di colture

intercalari senza finalizzazione utilitaristica, ma unicamente

finalizzate ad intercettare l'azoto solubile; in altre parole si

tratta di realizzare un "inerbimento controllato" seminando specie

vegetali capaci di nascere e crescere durante i periodi critici per

il dilavamento dei nitrati; la biomassa vegetale prodotta sara' poi

sovesciata in tempo utile per la semina della successiva coltura

prevista dalla rotazione.

Le specie da considerare idonee a questa funzione dovrebbero

soddisfare le seguenti condizioni:

- avere basse esigenze termiche in modo da poter crescere nel

periodo autunno-inverno;

- avere seme poco costoso, reperibile e di facile emergenza;

- essere dotate di scarsa capacita' infestante;

- essere consumatrici di azoto (con esclusione quindi delle

leguminose);

- non creare problemi fitosanitari o di infestazione alla coltura

che seguira'.

Le famiglie botaniche piu' rispondenti a questo modello sono le

graminacee, le crucifere, le composite e le chenopodiacee.

Per tutte le famiglie sopradicate la tecnica colturale che appare

consigliabile tecnicamente ed economicamente e' la seguente.

Preparazione del terreno con la tecnica della lavorazione minima

(erpicatura).

Semina a spaglio con abbondanza di seme alle prime piogge di fine

estate e interramento con erpice.

Concimazione: nessuna.

Interramento: all'uscita dall'inverno, mediante aratura a media

profondita' (0,20-0,25 cm), comunque prima che le piante disseminino.


Lavorazioni e struttura del terreno

MOTIVAZIONI

Nell'ambito delle lavorazioni principali, la tradizionale aratura

e, all'opposto, la non lavorazione o l'inerbimento del terreno

sembrano essere le tecniche maggiormente in grado di determinare nel

tempo piu' o meno consistenti modificazioni dell'ambiente pedagogico.

Le lavorazioni hanno effetti profondi ed evidenti, anche se piu' o

meno duraturi, sulla struttura del suolo, coinvolgendo i molteplici

fattori che la influenzano.

Le lavorazioni profonde causano la distribuzione delle sostanze

organiche in tutto lo spessore interessato; viene cosi' ridotto il

livello umico nello strato piu' superficiale e, in complesso, viene

aumentata la velocita' di mineralizzazione; aumenta quindi la

produzione di azoto nitrico, utile per la nutrizione delle piante, ma

anche potenzialmente lisciviabile.

Nelle colture arative le lavorazioni determinano a lungo termine

abbassamenti del livello di sostanza organica con tendenza verso un

punto di equilibrio piu' basso di quello iniziale; nel caso del

passaggio da prato stabile a seminativo, il calo della sostanza

organica puo' essere piu' rapido; letamazioni e interramenti di

residui tendono a innalzare il livello di sostanza organica, ma in

tempi comunque lunghi e dove l'effetto inverso delle lavorazioni non

annulli gli incrementi. Al di sotto di livelli critici di sostanza

organica. sono possibili effetti negativi sulla struttura e/o sulla

fertilita' attuale e potenziale.

Le lavorazioni principale e secondaria del terreno causano

variazioni di porosita' che non sono uniformi nel profilo ne', tanto

meno, interessano indifferentemente i pori di tutte le dimensioni.

L'aumento di porosita' interessa soltanto lo strato lavorato, dove

si incrementano i pori di dimensioni maggiori e praticamente restano

invariati quelli di dimensioni minori. Tale macroporosita' creata

dalle lavorazioni e' nel tempo soggetta a diminuzioni, la cui

intensita' e' funzione del tipo di suolo, degli agenti meteorici e

delle pratiche colturali.

La non lavorazione e l'inerbimento se, da un lato, favoriscono

entrambe il mantenimento o la crescita del contenuto di sostanza

organica del terreno, dall'altro lato, singolarmente prese hanno

effetti opposti sulla ripartizione dell'acqua tra ruscellamento e

infiltrazione: la non lavorazione favorisce il primo, l'inerbimento

facilita la seconda.

Con queste pratiche colturali conservative, la macroporosita' e'

ridotta al minimo, salvo il caso di terreni soggetti al

crepacciamento. Riguardo alla capacita' del terreno a trattenere

l'acqua, i macropori hanno un ruolo di serbatoio transitorio, utile

per evitare il ruscellamento e favorire l'infiltrazione; l'acqua e'

invece trattenuta piu' stabilmente nei micropori che sono pertanto

importanti nel sottrarre l'acqua alla percolazione, mettendola poi a

disposizione delle piante.

AZIONI

L'inerbimento e' particolarmente efficace sui terreni in pendenza



nel ridurre il ruscellamento superficiale e, di conseguenza,

l'apporto di nitrati nelle acque dei corpi idrici di superficie.

Inoltre, il terreno ha una minore potenzialita' di lasciare percolare

l'acqua a causa della sua maggiore capacita' di immagazzinamento,

conseguenza del consumo idrico del manto erboso.

E' ormai sufficientemente assodato che e' possibile diminuire

l'intensita' delle lavorazioni del terreno (profondita', numero e

tipo) senza riduzione della produzione delle colture in numerose

situazioni pedoclimatiche. La natura del terreno e' l'elemento

determinante la decisione sull'opportunita' di una lavorazione

principale. Su terreni massivi per caratteristiche di tessitura,

quali quelli limosi o anche limoso sabbiosi, oppure in quelli

asfittici perche' di cattiva struttura, saranno necessari interventi

piu' frequenti con lavorazioni atte a creare macroporosita'.

L'opportunita' di fare lavorazioni puo' derivare dalla necessita' di

interrare residui colturali o materiali organici, oppure

dall'esigenza di pareggiare il terreno sul quale siano rimaste tracce

marcate di passaggio di macchine. Va comunque tenuto presente che,

nella maggioranza dei casi, non appare opportuno fare lavorazioni

principali di una certa consistenza tutti gli anni e per tutte le

colture. Per esempio, puo' non essere necessaria l'aratura dopo la

bietola che sara' seguita dal frumento; dopo le colture da rinnovo

l'aratura eseguita post-raccolta specie su terreno argilloso e umido

produce effetti negativi.

Le lavorazioni secondarie che riguardano la preparazione del letto

di semina devono tener conto delle diverse esigenze delle colture, ma

senza sminuzzare troppo in anticipo il terreno per evitare la

formazione di croste superficiali. Inoltre, si stanno sempre piu'

diffondendo seminatrici capaci di operare su terreni anche compatti.

Nel caso in cui le piogge autunnali o primaverili ostacolino le

lavorazioni in presemina, puo' essere opportuna una semina su sodo.

Per il contenimento delle malerbe, le lavorazioni possono essere

sostituite da operazioni di diserbo effettuate con conveniente

anticipo sulla semina e con prodotti di cui sia ampiamente dimostrata

la compatibilita' ambientale.
Sistemazioni

MOTIVAZIONI

Scopi delle sistemazioni idraulico-agrarie dei terreni coltivati

sono, tradizionalmente, quello di ridurre il ruscellamento

superficiale nei terreni declivi e quello di assicurare la

evacuazione delle acque saturanti nei terreni piani.

Nel primo caso lo scopo si persegue con affossature che frenano il

ruscellamento, nel secondo caso con un sistema di drenaggio

sotterraneo o, piu' comunemente, con affossature a cielo aperto.

E' nei terreni di pianura che la sistemazione idraulico-agraria fa

conseguire importanti benefici ambientali oltreche' agronomici: il

rapido smaltimento idrico conseguente alla sistemazione fa si che

l'acqua gravitazionale con i nitrati in soluzione ha meno tempo per

percolare verso la falda trovando vie di piu' rapida evacuazione

nella rete di fossi o dreni che la convogliano nella rete idrologica

superficiale.

AZIONI

Nelle aree vulnerabili, le sistemazioni di pianura vanno



incoraggiare al massimo, in quanto consentono anche la protezione

delle acque profonde.

Vanno previsti fossi o dreni razionalmente disposti, specie per

quanto riguarda la distanza, la quale dovra' essere stabilita in

funzione delle caratteristiche tessiturali e strutturali del terreno

e pluviometriche del sito. Molto utile ad accelerare l'evacuazione

delle acque saturanti superficiali verso le affossature risulta la

"baulatura" dei campi.

Per contenere l'erosione vanno auspicate le sistemazioni collinari

classiche, che hanno svolto in passato un ruolo fondamentale e

conservano tuttora piena validita' tecnica, ma oggi sono spesso

trascurate o abbandonate per motivi economici e di gestione

aziendale; le tecniche alternative piu' semplici e meno costose oggi

disponibili (non lavorazione o lavorazione minima, pacciamatura,

inerbimento parziale o totale, diserbo chimico parziale o totale)

sono caratterizzate da differenti livelli di contenimento

dell'erosione e delle perdite di elementi nutritivi e pertanto vanno

scelte e calibrate in relazione alla singola situazione reale.

La produzione di effluenti zootecnici da parte del bestiame

allevato e' la conseguenza della normale attivita' biologica; essa

dipende dalla efficienza con la quale l'organismo animale trasforma

gli alimenti ingeriti.

Vi e' stato in questi ultimi decenni un consistente miglioramento

nell'efficienza degli organismi ammali allevati, per effetto della

selezione e della migliore conoscenza da parte degli allevatori delle

tecniche di allevamento e' di alimentazione.

La composizione degli effluenti zootecnici e' variabile in dipendenza

della specie allevata, delle tecniche di allevamento, delle modalita'

di raccolta e manipolazione delle deiezioni. Nell'ambito delle

tecniche di allevamento si devono considerare gli effetti

dell'allevamento su lettiera di paglia di cereali o su altri

materiali, come segature di legno, torbe ecc., dell'asportazione

delle deiezioni con tecniche innovative e delle modalita' di

alimentazione. In ogni caso la quantita' globale di deiezioni, di

azoto, di fosforo, di potassio, di metalli e di residui che si

trovano nelle deiezioni dipende dalla differenza fra la quota

ingerita con gli alimenti e la quota di elementi nutritivi trattenuta

e trasformata in produzioni.

Per ridurre la produzione di deiezioni, in termini generali di

sostanza secca eliminata con gli effluenti zootecnici, l'intervento

piu' efficace e' quello di rendere massima l'efficienza con la quale

funziona in generale la macchina animale.

Si tratta di rendere il piu' basso possibile l'indice di conversione

per qualsiasi produzione si intenda realizzare. In pratica si deve

tendere a rendere minima la quantita' di sostanza secca di alimento

per unita' di prodotto ottenuto (carne, latte, lana, uova; ecc.).

Questo obiettivo e' perseguibile seguendo due strade: miglioramento

genetico e corretta formulazione della dieta.

Miglioramento genetico

MOTIVAZIONI

Il miglioramento genetico si pone l'obiettivo di migliorare

l'efficienza della macchina animale, inteso fondamentalmente come

rapporto fra unita' di prodotto (alimenti) ingerito per unita' di

prodotto fornito (latte, carne, uova, ecc.) nell'unita' di tempo.

La correlazione genetica fra quantita' di alimenti ingeriti per

unita' di prodotto fornito e queste stesse unita' e' molto prossima a

meno uno.

Le ragioni di questa stretta relazione sono da ricercare nella

ripartizione dell'energia e dei elementi nutritivi ingeriti in una

quota di mantenimento e in una di produzione. Accade che l'energia e

la quota di principi nutritivi da impegnare per l'ottenimento della

quota di produzione sono difficilmente modificabili in una dieta

correttamente predisposta, mentre si puo' incidere sulla quota di

mantenimento necessaria per unita' di prodotto.

Infatti, la quota di elementi nutritivi e di energia necessaria per

ottenere una unita' di prodotto, ovvero la quota di produzione, e'

relativamente costante ed indipendente dall'entita' della produzione,

mentre la quota di mantenimento per unita' di prodotto dipende

dall'entita' della produzione. Ne deriva che, entro i limiti del

potenziale genetico, quante piu' quote di prodotto si ottengono da un

singolo animale allevato tanto maggiore e' l'efficienza per minore

quantita' di elementi nutritivi e di energia necessari per soddisfare

la quota di mantenimento. La quota di mantenimento e' funzione del

peso vivo o piu' correttamente del peso metabolico degli animali. Per

cui se, ad esempio, si confrontano i fabbisogni di due vacche del

peso di 600 kg con produzioni differenziate, una di 20 kg di latte al

giorno, l'altra di 40 kg di latte, con la stessa composizione,

l'energia richiesta per kg di latte prodotto e' analoga per la quota

di produzione, ma l'energia richiesta per la quota di mantenimento da

attribuire a ciascun kg di latte e' doppia. I due animali di identico

peso hanno le stesse necessita' di mantenimento da dividere in un

diverso quantitativo di latte. Lo stesso dicasi per le scrofe che

producono piu' o meno suinetti, per le ovaiole e per i maggiori o

minori incrementi degli animali in accrescimento.

AZIONI

Si puo' intervenire sia potenziando geneticamente l'attitudine



produttiva, sia soprattutto accrescendo il rapporto fra animali in

produzione e animali non in produzione attraverso la riduzione

dell'intervallo anteparto e di quello fra i parti e attraverso

l'allungamento della carriera produttiva.

Metodologicamente, oltre all'adozione delle modalita' usuali per i

caratteri quantitativi, non vanno trascurate tecniche innovative -

trasferimento e sessaggio degli embrioni, splitting ecc. - qualora

ne sia dimostrato nella pratica attuazione, non solo il vantaggio

economico.

GESTIONE DELL'ALLEVAMENTO

Formulazione della dieta

MOTIVAZIONI

I fattori alimentari che influiscono sull'efficienza di

utilizzazione dei componenti della dieta attengono all'apporto

quantitativo e qualitativo dei componenti gli alimenti, e soprattutto

ai rapporti fra i vari elementi nutritivi. I rapporti fra i

componenti la dieta con lo svilupparsi delle conoscenze sul

metabolismo dei principi nutritivi stanno acquisendo una importanza

sempre maggiore. Una particolare attenzione e' stata posta, fino

dalla fine degli anni settanta, ai rapporti fra i componenti le

frazioni azotate. In particolare sono stati oggetto di attenzione il

rapporto fra azoto non proteico ed azoto proteico vero, i rapporti

fra gli amminoacidi componenti le proteine vere, con l'indicazione di

rapporti generici fra gli aminoacidi non essenziali e quelli

essenziali e piu' specificatamente con la proposta di proteine

ideali, definite dal rapporto fra gli amminoacidi essenziali. In

misura maggiore o minore questo problema e' stato affrontato per

tutte le specie.

A prescindere dalla mancanza di concordanza fra i vari ricercatori

nella definizione dei parametri della proteina ideale e' emersa molto

chiara la constatazione che le diete che non tengono conto di questi

aspetti, comportano eccessi proteici e per di piu' ridotta efficienza

di utilizzazione. Nelle diete a ridotta efficienza e' maggiore la

quota di azoto eliminato con le urine; e' questa la quota di azoto

piu' facilmente volatilizzabile e che in relazione alle condizioni di

allevamento e di utilizzo agronomico dei reflui, puo' raggiungere

percentuali molto rilevanti. I sistemi normalmente applicati dai

formulisti nello studio e nella ottimizzazione dei razionamenti si

basano su criteri che poco tengono in considerazione questi aspetti.

Basti pensare che, rispetto ai normali livelli di tenore proteico

utilizzati nelle diete per suini, teoricamente sarebbe possibile

ridurre l'apporto azotato di oltre il 50%, assicurando ugualmente il

soddisfacimento dei fabbisogni azotati anche in animali ad elevato

livello produttivo.

Inoltre va considerato che di norma non vengono presi in

considerazione gli effetti dei fattori che peggiorano la

utilizzabilita' degli alimenti, detti fattori antinutrizionali, che

agiscono sia peggiorando la digeribilita' sia aumentando, anche in

misura molto rilevante, le perdite di azoto endogeno a livello del

tubo digerente.

Queste considerazioni valgono anche per altri componenti della

dieta che possono contribuire a dare origine a residui inquinanti.

AZIONI

Devono tendere all'ottimizzazione della dieta commisurandone la



composizione ai fabbisogni. Lo si puo' realizzare attraverso:

a) la formulazione e l'adozione di diete appropriate in rapporto,

nell'ambito della specie, sia alle fasi biologica e fisiologica, sia

all'entita' e alla qualita' delle produzioni;

b) un equilibrio dei componenti azotati fra loro e con gli altri

componenti che possono agire sulla loro utilizzazione;

c) l'esclusione o la riduzione al minimo di fattori

antinutrizionali;

d) l'aumento della percentuale di sostanza secca della dieta;

e) l'inclusione di sostanze che permettono di ridurre la

percentuale di azoto escreto con le urine (carboidrati a buona

fermentescibilita' cecale, estratti di vegetali, alluminosilicati).

E' evidente che l'allevatore in generale non sempre puo' assolvere

da solo alla corretta formulazione della dieta per i suoi animali,

motivo per cui e' opportuno si rivolga ai Servizi regionali di

assistenza tecnica, ovvero si avvalga dei risultati della ricerca e

sperimentazione promossa e coordinata dalla Pubblica Amministrazione.

Il tenore in azoto delle deiezioni e la loro qualita' agronomica

sono influenzati da numerosi fattori che hanno peso, alcuni, sulla

qualita' escreta (condizioni di allevamento, razione alimentare ed

in particolare tenore proteico e qualita' delle proteine) ed altri

sulle perdite che si verificano durante la conservazione (tipologia

degli stoccaggi, trattamenti di stabilizzazione, di separazione dei

solidi, ecc.) ed al momento e successivamente alla distribuzione

(sistemi di distribuzione ad alta e bassa pressione, per

strisciamento o interramento; presenza o assenza di vegetazione,

ecc.).

L'elevato numero di fattori interessati e le loro reciproche



interazioni rendono necessario intervenire sia sulle strutture di

allevamento che sui successivi trattamenti degli effluenti prevedendo

adeguati stoccaggi.

La diffusione di odori sgradevoli rappresenta inoltre un ulteriore e

serio condizionamento all'impiego, quali fertilizzanti, dei reflui

zootecnici soprattutto se questi possono interessare terreni agricoli

in prossimita' di zone abitate.

Strutture dell'allevamento

MOTIVAZIONI

Sia negli insediamenti esistenti che soprattutto in quelli di nuova

impostazione si dovra' considerare l'opportunita' di adottare

soluzioni d'allevamento in grado di migliorare sia la qualita'

dell'ambiente interno, sia le caratteristiche dei reflui ai fini

dell'utilizzo agronomico.

Gli effluenti, infatti, in funzione della tipologia del ricovero (e

del management) possono essere:

liquami: deiezioni piu' o meno diluite con acque di lavaggio, di

veicolazione o per perdite dell'impianto idrico e sprechi agli

abbeveratoi. Si considerano liquami anche i materiali ispessiti

derivanti da sedimentazione e le acque utilizzate per il lavaggio di

pavimentazioni o impianti (es. tipico la sala di mungitura) o che

comunque dilavano deiezioni anche se in quantita' relativamente

contenute (es. acque piovane che dilavano le aree di esercizio

scoperte);

materiali solidi: effluenti in forma palabile che danno luogo alla

formazione di cumuli.

Sono da adottare le soluzioni costruttive che limitano il consumo

idrico ai fabbisogni fisiologici degli animali

AZIONI

Applicando, a livello operativo, tali considerazioni si ricavano le



seguenti indicazioni.

NEGLI ALLEVAMENTI PER BOVINI:

a) Evitare stalle libere "aperte" con zone di riposo ed

alimentazione separate da una zona di esercizio scoperta.

E' una soluzione ancora molto diffusa, soprattutto per il giovane

bestiame da rimonta, e che va invece decisamente sconsigliata.

b) Privilegiare le soluzioni "accorpate" nelle quali, durante le

stagioni sfavorevoli, sia possibile escludere le zone scoperte.

c) Favorire le soluzioni "elastiche" che, in presenza di

disponibilita' di materiali da lettiera, consentono di passare dalla

produzione di liquame alla produzione di deiezioni solide (cio' porta

a limitare l'uso del pavimento fessurato).

d) Fare particolare attenzione al settore della mungitura prevede-

ndo soluzioni che evitino/riducano l'uso di acqua per il lavaggio

delle pavimentazioni e degli impianti.

NEGLI ALLEVAMENTI SUINI:

e) Evitare soluzioni costruttive che richiedono le effettuazioni di

lavaggi delle pavimentazioni e l'impiego di acqua per la veicolazione

delle deiezioni.

L'adozione della pavimentazione fessurata su tutta, o parte, della

superficie del box consente di evitare i lavaggi. Per ottenere la

movimentazione delle deiezioni raccolte nelle fosse sottostanti e'

necessario che queste siano realizzate e gestite in modo

particolarmente accurato. In particolare sono da privilegiare

soluzioni che prevedono lo svuotamento discontinuo e frequente o che

consentono l'allontanamento, per semplice gravita', dei solidi.

f) Evitare la realizzazione delle fosse di stoccaggio dei liquami

sotto al fessurato ed all'interno del ricovero.

Tale situazione, oltre che di solito piu' costosa, presenta

numerose controindicazioni, in particolare:

- induce un aumento delle emissioni di gas nocivi (NH3, H2S) in

ambiente a causa della maggior permanenza dei liquami nel ricovero;

- la maggior profondita' delle fosse aumenta la probabilita' di

interessare per impermeabilizzazione non perfetta le falde piu'

superficiali con pericoli di diluizione dei liquami per l'ingresso di

acqua, o inquinamento delle falde per fuoriuscita di liquami;

- in caso di presenza di fosse dovra' essere realizzato un adeguato

stoccaggio esterno ove effettuare il trattamento di omogeneizzazione

dei liquami, pratica indispensabile per un loro corretto utilizzo

agronomico;

- non e' possibile conservare i liquami, per il periodo minimo di

"cautela sanitaria", evitando la immissione di materiale fresco nelle

fosse;

Le fosse interne al ricovero dovranno quindi essere progettate solo



per la "veicolazione" dei liquami e non per il loro stoccaggio

prolungato. In pratica non si dovra' superare una altezza complessiva

di 80-100 cm.

g) Adottare accorgimenti per evitare ogni spreco d'acqua degli

abbeveratoi. E' questo un problema ancora troppo spesso trascurato

che deve invece rientrare nelle specifiche dei requisiti di ogni

impianto idrico. Un ruolo importante, oltre al tipo ed al numero

degli abbeveratoi, e' svolto dalle modalita' di installazione e dal

livello della pressione di erogazione.

h) Optare, nella progettazione di nuovi insediamenti, a favore di

soluzioni che prevedano un maggior tempo di permanenza degli animali

nello stesso ambiente. In questo modo se ne riducono gli spostamenti

e, di conseguenza, anche le operazioni di lavaggio richieste ad ogni

ristallo.

NEGLI ALLEVAMENTI AVICOLI IN GABBIA:

i) Per quanto riguarda gli interventi strutturali e' consigliabile:

- installare all'interno del ricovero, o in ricovero annesso,

sistemi che utilizzano l'aria esausta per la predisidratazione della

pollina, in modo da portare l'umidita' relativa a un livello al di

sotto del quale si riducono sensibilmente l'attivita' ureasica e le

fermentazioni. Si viene cosi a disporre di un materiale che conserva

il proprio tenore in azoto, non maleodorante, di volume piu' ridotto,

facilmente spandibile;

- l'installazione di abbeveratoi e di mangiatoie antispreco: si

riducono il volume e la diluizione della pollina e, assieme, le

emissioni di odori;

- la coibentazione adeguata del ricovero al fine di consentire

elevati volumi di ventilazione con effetto positivo sulla

predisidratazione della pollina nonche' sul benessere degli animali.

l) Relativamente alle buone pratiche gestionali bisognera'

prevedere:

- una riduzione del numero di animali per gabbia in accordo con la

normativa sul benessere degli animali: la distribuzione delle

deiezioni su di una superficie piu' ampia, favorisce la riduzione del

tenore di umidita' delle medesime;

- ventilazione efficace nel periodo estivo, eventualmente abbinata

al raffrescamento, per contenere l'innalzamento termico e la

conseguente eccessiva assunzione di acqua di abbeverata che si

traduce, a sua volta, in deiezioni piu' liquide.

NEGLI ALLEVAMENTI AVICOLI A TERRA:

m) Per quanto riguarda gli interventi struttuali e' consigliabile:

- la coibentazione adeguata dei ricoveri, compreso il pavimento,

con eliminazione dei ponti termici e con barriera vapore: oltre al

beneficio del risparmio energetico, si evita la formazione di

condensa e, di conseguenza, la umidificazione della lettiera;

- l'installazione di sistemi di abbeverata studiati per evitare la

dispersione di acqua sulla lettiera, con erogatori in numero

sufficiente ad evitare il medesimo effetto;

- un numero di alimentatori sufficiente ad evitare competizione tra

gli animali e conseguenti spargimenti di mangime sulla lettiera.

n) Relativamente alle buone pratiche gestionali bisognera' tenere

presente che:

- gli erogatori dell'acqua dovranno essere aggiustati ad altezza

degli occhi, man mano che i soggetti crescono, in modo da evitare

sprechi e bagnamento della lettiera;

- la lettiera dovra' essere mantenuta ad uno spessore adeguato per

una incorporazione efficace delle deiezioni;

- la formulazione del mangime deve essere tale da non favorire la

formazione di deiezioni acquose;

- la densita' di animali dovra' rispettare gli standard della

normativa sul benessere: ne consegue un carico ridotto sulla lettiera

che favorisce una trasformazione corretta della medesima con

riduzione delle emissioni di azoto e di odori.

GESTIONE DEGLI EFFLUENTI DI ALLEVAMENTO

Caratteristiche stoccaggi per effluenti

MOTIVAZIONI

La corretta utilizzazione agricola degli effluenti di allevamento

presuppone che questi siano resi disponibili nei periodi piu' idonei

sotto il profilo agronomico, e nelle condizioni piu' vantaggiose per

la loro distribuzione.

Per questo e' necessario disporre di adeguati contenitori che siano

in grado di assicurare agli effluenti di allevamento:

un periodo di stoccaggio sufficiente a programmare la distribuzione

nei periodi piu' adatti alle colture;

la riduzione della carica microbica con la eliminazione degli

eventuali agenti patogeni presenti;

una sufficiente "maturazione" per garantire la stabilizzazione con

valide caratteristiche agronomiche.

I contenitori dovranno essere realizzati e gestiti in modo tale da

evitare rischi di inquinamento delle acque superficiali e sotterranee

e da ridurre le emissioni in atmosfera.

AZIONI


DIMENSIONAMENTO

I contenitori degli effluenti di allevamento dovranno essere

dimensionati considerandone la complessiva produzione giornaliera

(deiezioni palabili, liquami, acque di lavaggio e acque piovane) ed

il periodo di stoccaggio necessario per programmare una corretta

distribuzione. Quest'ultimo e' strettamente legato all'ordinamento

colturale aziendale ed alle caratteristiche pedoclimatiche della

zona.


Difficilmente comunque risulta possibile un corretto impiego dei

liquami se non si dispone di contenitori in grado di garantire almeno

i 140-150 giorni di stoccaggio.

Un orientamento prudenziale, che tenga quindi conto anche di

possibili andamenti climatici sfavorevoli, porta a considerare, per

il Nord-Italia, una estensione di tale periodo a 180 giorni.

Meno pressante e' questa esigenza al Centro-Sud dove le condizioni

climatiche piu' favorevoli risultano meno vincolanti per il corretto

impiego dei liquami.

Piu' contenuto puo' essere il periodo di stoccaggio per le

deiezioni pagliose ed i materiali solidi palabili (90-120 giorni) che

sono caratterizzati da una maggiore compatibilita' ambientale che

puo' consentire, se necessario, sia la distribuzione invernale sui

prati, sia il prolungamento dello stoccaggio direttamente a pie' di

campo. In tal caso lo stoccaggio temporaneo su terreno nudo dovra'

essere evitato in prossimita' di terreni particolarmente permeabili e

comunque dovra' prevedere la formazione di un solco perimetrale

isolato idraulicamente dal reticolo scolante.

CARATTERISTCHE COSTRUTTIVE

Per i materiali liquidi e' necessario prevedere lo stoccaggio in

bacini a perfetta tenuta, impermeabili per natura del sito o

impermeabilizzati artificialmente; qualora siano interamente o

parzialmente interrati dovranno essere realizzati al di sopra del

livello massimo di escursione del pelo libero della prima falda

acquifera.

Mentre per i contenitori di stoccaggio realizzati in cemento

armato, se correttamente costruiti, la impermeabilita' e' garantita

dalle caratteristiche stesse del materiale, per le lagune in terra

tale impermeabilita' dovra' essere assicurata dalle caratteristiche

proprie del terreno e da uno spessore sufficiente dello strato

compattato (almeno 50 cm).

Nel caso in cui il coefficiente di permeabilita' del fondo e delle

pareti non risulti sufficiente (K<1 x l0-7 cm/s) e' necessario

provvederne l'impermeabilizzazione con rivestimenti artificiali

(geomembrane) che abbiano garanzie di congrua durata (almeno 10

anni).


Per avere garanzie sul livello di autodisinfezione e' necessario

che i liquami siano stati conservati per almeno 40-5O giorni,

evitando la immissione di materiale fresco. A tale fine lo stoccaggio

dovra' essere realizzato con piu' comparti o suddiviso in piu'

bacini.

Motivi di sicurezza e di facilita' di gestione consigliano di non

realizzare bacini con volume unitario superiore ai 5000 mc, anche se

per facilita' di gestione e' opportuno non superare i 2000-3000 mc.

E' necessario inoltre prevedere un sufficiente franco di sicurezza

(30-50 cm) tra livello massimo del battente liquido e il bordo del

bacino, per fare fronte a situazioni improvvise ed impreviste.

Il volume dei contenitori dovra' essere aumentato del volume di

acqua piovana che vi si raccoglie nel periodo di stoccaggio

E' opportuno infine prevedere la possibilita' di accedere

all'interno dei bacini per poter eseguire, con cadenza pluriennale,

operazioni di pulizia e controllo delle eventuali attrezzature fisse

(saracinesche, tubazioni, ecc.).

Sono consigliabili bacini a pareti verticali per liquami tal quali

o frazioni dense derivanti da processi di sedimentazione o

flottazione. Cio' al fine di migliorare l'efficienza delle

attrezzature di miscelazione. Sono accettabili, per le frazioni

chiarificate, bacini con un rapporto superficie/volume superiore (nei

liquami chiarificati l'azoto, presente prevalentemente in forma

ammoniacale, si diffonde naturalmente in modo uniforme e pertanto e'

meno sentita l'esigenza della miscelazione).

Per i materiali palabili e' necessario prevedere lo stoccaggio in

apposite concimaie, realizzate su platee impermeabilizzate dotate di

cordolo perimetrale e provviste di pozzetti di raccolta del

percolato, di adeguate dimensioni.

La semplice formazione di un cumulo di altezza non superiore a 2

metri e il suo eventuale rivoltamento garantiscono una idonea

maturazione del letame e lo sviluppo di temperature sufficientemente

elevate per controllare i patogeni, tanto che ne puo' essere previsto

l'impiego con sufficiente tranquillita' dopo tre settimane.

Trattamento degli effluenti

LA SEPARAZIONE DEI SOLIDI

MOTIVAZIONI

Nei liquami zootecnici sono presenti solidi sospesi, di varia

granulometria, che si possono ripartire, approssimativamente, in

particelle grossolane (dimensioni > 0,1 mm) e in particelle fini

(dimensioni <0,1 mm).

L'applicazione di tecniche di separazione consente di ottenere una

frazione chiarificata ed una frazione inspessita, di consistenza

pastosa o palabile a seconda del dispositivo adottato, la cui

gestione risulta, nella maggior parte delle situazioni aziendali,

piu' razionale di quella del liquame tal quale.

Sulla frazione chiarificata risultano infatti piu' agevoli:

il pompaggio per l'uso fertirriguo e per la rimozione idraulica

delle deiezioni dai ricoveri;

la miscelazione e la stabilizzazione, con riduzione delle potenze

installate e, di conseguenza, dei consumi di energia elettrica, per

le attrezzature di movimentazione (pompe, miscelatori) e di

trattamento (aeratori);

il convogliamento mediante tubazione e/o l'impiego di attrezzature

per lo spandimento caratterizzate dalla presenza di ugelli di piccolo

diametro.

Anche la gestione agronomica dei liquami trae vantaggio dalla

separazione dei liquami in due frazioni a diverso contenuto di

sostanza secca e di elementi nutritivi.

La frazione chiarificata puo' essere utilizzata nelle aree a minor

distanza dai contenitori di stoccaggio: grazie alla riduzione del

contenuto di azoto e fosforo ottenuta con la separazione, tale

frazione puo' essere applicata con volumi superiori rispetto al

liquame tal quale. Puo' inoltre essere destinata alle

somministrazioni in copertura, sia perche' la minore presenza di

solidi in sospensione riduce sostanzialmente il fenomeno

dell'imbrattamento fogliare, sia perche' l'azoto e' presente in

prevalenza in forma minerale (azoto ammoniacale) ed e' pertanto

immediatamente disponibile per la nutrizione vegetale.

La frazione inspessita e' caratterizzata, oltre che da una maggiore

concentrazione di sostanza secca, di sostanza organica e di elementi

nutritivi, da una percentuale piu' elevata di azoto in forma organica

e, quindi, a lento rilascio (tra il 65 e l'80% dell'azoto totale)

rispetto al liquame tal quale. Grazie a tali caratteristiche si

presta a essere impiegata come ammendante prima delle lavorazioni

principali dei terreni.

La separazione solido-liquido, oltre che per ottimizzare la

gestione dei liquami in ambito aziendale, puo' avere una valenza

positiva ai fini della compatibilita' ambientale della zootecnia in

aree ad elevata vulnerabilita'. La quota di elementi nutritivi

contenuta nella frazione solida puo' infatti essere trasferita a

distanza, in aree non soggette a vincoli ambientali, con minori oneri

rispetto alla movimentazione di liquami tal quali. Inoltre, nel caso

di conferimento a terzi, tale frazione, opportunamente stabilizzata

ed eventualmente valorizzata, puo' essere piu' facilmente richiesta

dagli agricoltori.

AZIONI

E' particolarmente utile effettuare la separazioni (dei solidi dai



reflui zootecnici prodotti in forma di liquame quando si verifica una

delle seguenti condizioni:

- per dimensioni di stoccaggio superiori a 500 m3 : le operazioni

di omogeneizzazione, richieste in fase di prelievo dallo stoccaggio

del liquame tal quale per lo spandimento, sono complesse, richiedono

forte impegno di potenza; operando su liquami chiarificati e'

possibile invece limitare la potenza installata e conseguire risparmi

energetici significativi (15-20%);

- nella situazione in cui i vari appezzamenti a disposizione per lo

spandimento non siano accorpati e alcuni di essi siano posti a grande

distanza: e' economicamente conveniente trasportare i solidi su

questi ultimi, riservando alla frazione liquida i terreni posti a mi-

nor distanza dal centro aziendale;

- quando il piano di spandimento preveda le somministrazioni di

liquami in copertura, ai fini di evitare gli imbrattamenti fogliari;

- nel caso in cui si utilizzino, per lo spandimento, linee fisse o

semifisse e/o dispositivi irrigatori dotati di ugelli di piccolo

diametro.

E' poi necessario distinguere tra:

- dispositivi per la separazione dei soli solidi grossolani (vagli

rotativi, statici e vibranti, vaglio centrifugo ad asse verticale,

separatore cilindrico rotante, separatore a compressione elicoidale);

- dispositivi per la separazione dei solidi grossolani e fini, a

loro volta distinti in separatori per gravita', per flottazione e

meccanici (centrifughe e nastropresse).

Trattamento degli effluenti

MISCELAZIONE

MOTIVAZIONI

Il peso specifico delle frazioni solide sospese dei liquami e'

diverso; a cio' consegue, nella fase di stoccaggio, la

stratificazione di una frazione densa di fondo, di una frazione

intermedia chiarificata e di una frazione flottante, contenente

solidi a basso peso specifico, che gradualmente si asciuga. A parte

l'azoto ammoniacale e il potassio, che, essendo presenti in fase

disciolta, sono uniformemente distribuiti nella massa, gli altri

elementi della fertilita', in particolare il fosforo, seguono la

disomogeneita' di distribuzione dei solidi sospesi.

E' opportuno intervenire con mezzi atti a contrastare tale tendenza

alla stratificazione, ai fini di ottenere un liquame di composizione

uniforme, per diversi motivi:

facilitare il funzionamento dei dispositivi di movimentazione, sia

che si debbano trasferire i liquami tra contenitori di stoccaggio,

sia che si debba procedere allo spandimento;

favorire la distribuzione dei liquami, soprattutto nel caso in cui

si impieghino tubazioni di adduzione e mezzi dotati di ugelli di

piccolo diametro;

favorire lo svuotamento dei bacini nelle operazioni di spurgo;

effettuare campionamenti rappresentativi dei liquami da sottoporre

all'analisi chimica per determinarne il potere fertilizzante e

calibrare le dosi di somministrazione;

effettuare apporti omogenei di elementi della fertilita' sulla

superficie trattata con i liquami.

Alcune attrezzature effettuano la miscelazione contestualmente alla

immissione di aria nel liquame, operazione finalizzata alla riduzione

del problema degli odori. Il trattamento di aerazione verra'

esaminato in dettaglio successivamente.

AZIONI

Per miscelazione e/o omogeneizzazione, si intende una tecnica che,



mediante l'impiego di apposite attrezzature e rispettando precise

modalita' operative, consente di ottenere un liquame di composizione

uniforme. Le linee guida nelle applicazioni della miscelazione ai

liquami zootecnici sono le seguenti.

Nel caso di liquami tal quali sarebbe opportuno procedere

periodicamente alla miscelazione durante tutto il periodo di

stoccaggio. Si puo' ritenere adeguata una miscelazione effettuata per

almeno 0,5-1 ora/settimana. Il consumo energetico risulta in tal modo

assai modesto, 3-12 Wh-m-3 di vasca alla settimana. E' opportuno

adottare per la miscelazione apposite attrezzature. La miscelazione

mediante ricircolo con pompa di sollevamento o con immissione di aria

in pressione o liquame da carrobotte non risulta efficace se non in

caso di bacini di dimensione inferiore a 200-300 m3. Le

apparecchiature che permettono la maggiore elasticita' di

funzionamento e che meglio si adattano alle differenti geometrie e

volumi dei bacini sono gli agitatori meccanici posizionati

all'interno del bacino. E' opportuno sottoporre i liquami alla

separazione solido/liquido prima della omogeneizzazione.

In tal modo e' possibile ridurre la potenza installata (la potenza

specifica richiesta dipende anche dal contenuto di solidi sospesi del

liquame) e ridurre i tempi di funzionamento dei miscelatori.

STABILIZZAZIONE

La stabilizzazione facilita il processo di umificazione e comporta

la mineralizzazione del contenuto di sostanza organica facilmente

degradabile. Essa consente di raggiungere due obiettivi principali:

ridurre significativamente i processi putrefattivi a carico del

materiale trattato, processi di decomposizione della sostanza

organica, in genere anaerobici, che danno luogo alla formazione di

composti maleodoranti; ridurre la concentrazione di microrganismi

patogeni.


Trattamento degli effluenti

TRATTAMENTO AEROBICO

MOTIVAZIONI

L'insufflazione di aria nel liquame ha la funzione di favorire

l'azione di batteri aerobici facoltativi che indirizzano la

degradazione della sostanza organica verso la produzione di composti

non maleodoranti. Per il controllo degli odori e' sufficiente una

parziale stabilizzazione che si ottiene instaurando nella massa dei

liquami condizioni di ossigeno disciolto di poco superiori allo zero.

AZIONI


Le macchine utilizzabili per il trattamento aerobico dei liquami

zootecnici sono:

- aeratori superficiali;

- aeratori sommersi (a elica o eiettori);

- aeratori con eiettori verticali su circuito.

Tra queste attrezzature e' importante scegliere quelle che:

- garantiscano un'ossigenazione piu' uniforme della massa alle di-

verse profondita' (esigenza particolarmente sentita per i liquami a

elevata sedimentabilita', come quelli suini);

- limitino la formazione di aerosol;

- consentano di mantenere una temperatura dei liquami leggermente

superiore a quella rilevata con gli aeratori di superficie.

Nella scelta e nel dimensionamento dei dispositivi di aerazione

andranno presi in considerazione i seguenti fattori:

- caratteristiche dei liquami da ossigenare;

- caratteristiche dei bacini di aerazione;

- caratteristiche degli aeratori;

- potenza specifica.

Relativamente alle modalita' di impiego degli aeratori, le

esperienze gia' maturate per i liquami zootecnici consigliano cicli

di trattamento di 10-20 minuti all'ora sull'intero arco giornaliero,

per un totale di 4-8 ore al giorno.

Tempi di trattamento prolungati sono richiesti per liquami nei

quali si sono gia' attivati processi di degradazione anaerobica che

sono all'origine dei cattivi odori; e' quindi consigliabile, quando

si deve ossigenare, ottimizzare e rendere piu' frequente la rimozione

dei liquami dalle stalle, per impedirne il ristagno nelle fosse

sottostanti i fessurati e/o nella rete fognaria.

E' consigliabile, inoltre, che il liquame, prima di qualsiasi

trattamento di ossigenazione, sia sottoposto a separazione dei solidi

sospesi.

La rimozione dei solidi grossolani mediante vagliatura consente una

riduzione di circa il 20% della potenza richiesta per l'aerazione.

La rimozione dei solidi fini mediante sedimentazione o con centrifuga

e nastropressa aumenta ulteriormente l'efficienza dell'ossigenazione.

Trattamento degli effluenti

TRATTAMENTO ANAEROBICO

MOTIVAZIONI

Il trattamento anaerobico in condizioni controllate porta alla

degradazione della sostanza organica, alla stabilizzazione dei

liquami e alla produzione di energia sotto forma di biogas, una

miscela formata per il 60-75% da metano e, per la quota restante,

quasi esclusivamente da anidride carbonica.

La digestione anaerobica del liquame non comporta riduzione

significativa ne' del volume ne' del contenuto di azoto e fosforo.

Un buon abbattimento degli odori, pressoche' completo per quelli piu'

sgradevoli, e' ottenibile con impianti nei quali il processo di

digestione anaerobica sia condotto in condizioni mesofile (30-350C) o

termofile (50-550C).

Buoni risultati possono essere raggiunti anche con la digestione a

temperature piu' basse, nell'intervallo 10-25 0C, purche' siano

assicurati tempi adeguati di permanenza.

L'abbattimento del carico organico carbonioso ottenibile in

digestione anaerobica conferisce al liquanne una sufficiente

stabilita' anche nei successivi periodi di stoccaggio: si ha un

rallentamento dei processi degradativi e fermentativi con conseguente

diminuzione nella produzione di composti maleodoranti.

La digestione anaerobica in mesofilia riduce solo in parte

l'eventuale carica patogena presente nei liquami.

Operando in termofilia (oltre 55C) e' possibile, invece, ottenere

l'effettiva igienizzazione del liquame.

Tra i benefici della digestione anaerobica si riporta il

miglioramento della qualita' agronomica dei liquami. In questo senso

puo' interpretarsi la trasformazione, che si verifica nel processo,

dell'azoto organico, a lento rilascio, in azoto ammoniacale

prontamente disponibile per la nutrizione vegetale. Tale

modificazione puo' rappresentare un vantaggio per impieghi in

presenza delle colture o in prossimita' della semina; tuttavia puo'

comportare perdite di maggiore entita' per volatilizzazione nel corso

dello spandimento ed accentuare il pericolo di percolazione di

nitrati conseguenti a somministrazioni estive ed autunnali.

Non e' poi apprezzabile il miglioramento della qualita' della

sostanza organica, in quanto la digestione anaerobica comporta

principalmente mineralizzazione della frazione organica facilmente

degradabile presente nei liquami.

Il trattamento; anaerobico convenzionale (impianti mesofili ad alto

carico) puo' essere convenientemente impiegato:

nell'ambito del ciclo depurativo di reflui zootecnici, per la sola

stabilizzazione dei fanghi di supero primari e secondari;

previa una accurata verifica dei bilanci energetici ed economici,

per la stabilizzazione dei liquami in impianti interaziendali o

consortili di potenzialita' adeguata e che prevedano l'impiego

fertirriguo degli effluenti.

AZIONI


Gli impianti proposti fino a un recente passato dall'industria

(impianti mesofili, completamente miscelati, ad alto carico) hanno

evidenziato una serie di limiti non superabili, ai fini

dell'inserimento in aziende zootecniche:

- costi elevati dovuti alla complessita' costruttiva: sistemi di

miscelazione e riscaldamento, volumi rilevanti in relazione alla

diluizione dei reflui zootecnici, complessi sistemi di utilizzazione

dell'energia prodotta;

- complessita' gestionale spesso non adeguatamente affrontata (e

affrontabile) nell'azienda agricola;

- difficolta' nell'utilizzazione completa dell'energia prodotta.

Una proposta tecnologica che ovvia almeno in parte a tali limiti e

che riveste pertanto interesse per la singola azienda zootecnica e'

la digestione anaerobica in impianto semplificato.

L'impianto e' ricavato dalla copertura del contenitore di

stoccaggio dei liquami o di una sua parte. La copertura consente di

recuperare il biogas che spontaneamente si sviluppa dalla

fermentazione anaerobica dei liquami a temperatura ambiente (nel caso

degli impianti a freddo) e in assenza di miscelazione.

Nel caso degli impianti riscaldati, parte del calore ottenuto dalla

combustione del biogas in caldaia o in cogeneratore viene inviata,

sotto forma di acqua calda, in scambiatori di calore semplificati

(serpentine) immersi nella vasca di stoccaggio.

LE APPLICAzIONI AZIENDALI

E' consigliabile che il liquame, prima di essere avviato al bacino

coperto, sia sottoposto a un trattamento di vagliatura per rimuovere

i solidi sospesi grossolani che potrebbero dar luogo a formazioni

flottanti al di sotto della copertura, di ostacolo al buon

funzionamento dell'impianto.

Lo schema operativo piu' semplice consiste nel coprire, con il telo

in materiale plastico, il bacino utilizzato per lo stoccaggio dei

liquami zootecnici. E' questo uno schema che in genere comporta ampie

superfici coperte e basse rese in termini di biogas recuperato per

unita' di superficie coperta.

E' difficile infatti, in questo caso, localizzare la copertura al

di sopra di una zona di sedimentazione dei liquame; zona ove tende ad

accumularsi quel fango organico la cui mineralizzazione comporta

produzione di biogas e stabilizzazione-deodo-rizzazione del liquame.

Lo schema operativo piu' efficiente prevede la presenza di piu'

bacini, dei quali il primo ha funzione di sedimentatore, i successivi

di bacini di stoccaggio. La copertura ai fini della captazione del

biogas viene prevista sul primo, dove e' maggiore la concentrazione

di sostanza organica digeribile.

In tal modo, a parita' di efficienza nella produzione di biogas,

risulta ridotta al minimo la superficie coperta.

Trattamento degli effluenti

COMPOSTAGGIO DEI SOLIDI

MOTIVAZIONI

Il compostaggio e' un processo controllato di decomposizione

ossidativa della sostanza organica operato da microrganismi aerobi;

rispetto ai processi naturali conosciuti che portano ad esempio alla

formazione di letame e lettiera di bosco, e' caratterizzato da una

maggiore velocita' di trasformazione e da una notevole produzione di

calore che assicura la distruzione dei germi patogeni e dei semi

delle erbe infestanti eventualmente presenti, garantendo un

sufficiente grado di igienizzazione del prodotto.

Il prodotto ottenuto (compost) ha un elevato valore agronomico,

soprattutto se confrontato con i reflui zootecnici tal quali.

Infatti:

e' un prodotto caratterizzato da un contenuto di sostanza secca del

60-70%, stabilizzato e non maleodorante. Cio' implica una riduzione

in peso (il peso del prodotto finale rappresenta il 25-30% di quello

iniziale), un minore volume occupato, una piu' omogenea struttura

fisica, una gestione semplificata e agevole (e' stoccabile in cumulo

e convenientemente trasportabile a distanza);

la sostanza organica presente e' stabilizzata e parzialmente

umificata; risulta, quindi, convenientemente impiegabile in pieno

campo, anche a diretto contatto con le radici, per migliorare il

tenore di sostanza organica dei terreni e quindi la loro fertilita';

fornisce le migliori garanzie di igienizzazione, grazie alle ele-

vate temperature che si raggiungono nel corso del processo;

pur essendo un ammendante, in funzione del materiale di partenza

(refluo bovino, suino o avicolo), puo' apportare una discreta

qualita' di elementi nutritivi;

grazie alle caratteristiche fisicochimiche che gli sono proprie,

trova impiego come substrato di coltivazione nel settore orto-floro-

vivaistico, e anche in settori extra-agricoli; nel recupero di aree

degradate, nella realizzazione di manti erbosi. quali parchi, campi

sportivi. ecc.

Per tali caratteristiche puo' trovare una collocazione all'esterno

dell'area di produzione del refluo zootecnico di provenienza e

rappresentare pertanto una soluzione quando si verifichi una

situazione di eccedenza di liquami rispetto alla possibilita' di

ufilizzazione agronomica in prossimita' dell'allevamento.

AZIONI

Il compostaggio puo' essere applicato:



- a deiezioni tal quali solo se il contenuto di sostanza secca e'

superiore al 2025% (pollina di ovaiole);

- a deiezioni miste a lettiera;

- a frazioni solide ottenute con dispositivi atti ad assicurare i

valori di secco opportuni (almeno il 25%).

Tra le soluzioni impiantistiche attualmente disponibili le piu'

idonee per una conveniente applicazione su scala aziendale o

interaziendale sono:

a) Impianti semplificati per la trasformazione in cumulo, di tipo

aperto. Sono utilizzabili per le frazioni solide di reflui suini, per

miscele di deiezioni bovine con residui organici, per miscele di

fanghi di depurazione di liquami zootecnici con residui vegetali, per

le polline preessiccate. Sono costituiti da una platea

impermeabilizzata, correttamente dimensionata, attrezzata per il

convogliamento e la raccolta dei percolati (da ricircolare sul

materiale in fase di attiva trasformazione). La platea ospita tanto

la fase attiva del processo, durante la quale si facilita

l'arieggiamento mediante periodici rivoltamenti, tanto la fase di

maturazione. Lo stoccaggio dei composti prodotti prima

dell'utilizzazione agronomica potra' prevedere ulteriori superfici di

platea.

b) Reattori chiusi. Sono preferibili per il trattamento di residui

che svolgono elevate quantita' di ammoniaca (ad esempio le polline

tal quali) e nei casi in cui risulti necessario ridurre drasticamente

le emissioni ammoniacali, in quanto l'aria esausta dell'impianto puo'

essere avviata a "scrubber" chimici o biologici.

Trattamento degli effluenti

EFFLUENTI DAI SILI PER LO STOCCAGGIO DEI FORAGGI

MOTIVAZIONI

Le perdite per percolazione dai foraggi insilati rappresentano,

oltre che una causa di riduzione del loro valore nutritivo, una

possibile fonte di inquinamento.

Il loro volume e' determinato essenzialmente dal tipo e dal tenore

in sostanza secca del materiale insilato; con un contenuto di solidi

totali (S.T.) superiore al 28-30% la formazione di colature e'

praticamente nulla.

L'insilamento di erbai raccolti in primavera (in genere di

graminacee in purezza) puo' pero' comportare, a causa di andamenti

metereologici avversi, la necessita' di effettuare l'insilamento

anche di foraggio dotato di un basso tenore di S.T., rendendo cosi'

inevitabile la formazione di coli.

AZIONI


Occorre seguire due linee di intervento, una gestionale ed una

relativa alle caratteristiche delle strutture destinate alla

conservazione dei foraggi insilati.

Per la prima e' evidente la necessita' di tendere all'insilamento

di materiale con un sufficiente tenore di S.T. In questo senso puo'

essere utile effettuare, in caso di foraggi troppo umidi, aggiunte di

materiali piu' secchi (ad esempio polpe secche di barbabietola) per

arrivare ad un contenuto di S.T. almeno pari al 30% bloccando cosi'

la potenziale fonte di inquinamento sin dall'origine.

Per quanto relativo alle strutture per l'insilamento occorre

prevedere la raccolta e l'invio ad uno stoccaggio (che puo' essere

quello stesso previsto per i liquami zootecnici opportunamente

aumentato di volume) degli effluenti provenienti dall'insilato.

La produzione di questi effluenti e' massima nei periodi

immediatamente successivi all'insilamento, ma si evidenzia anche

nella successiva fase di utilizzo.

Mentre, in presenza di sili verticali, il volume dei reflui e'

limitato alle effettive percolazioni del prodotto, quando si

utilizzano i sili orizzontali a platea questo puo' essere

notevolmente aumentato a causa delle acque piovane che si raccolgono

sulle pavimentazioni.

Per questo e' importante predisporre, nei pozzetti e/o nella

fognatura, la possibilita' di escludere dalla raccolta le acque

piovane provenienti dalla platea quando (o perche' il silo e' vuoto o

per il sufficiente livello della sostanza secca del materiale

insilato) a queste non si aggiungono i percolati.

Un altro aspetto importante riguarda la prevenzione della

fuoriuscita degli eventuali liquidi di colo del foraggio attraverso

la pavimentazione deteriorata.

Tali liquidi, infatti, sono caratterizzati da una notevole

aggressivita' nei confronti del calcestruzzo che, con il tempo, puo'

perdere la sua integrita'.

Per ovviare a questo inconveniente si puo' intervenire stendendo

sulla pavimentazione esistente un manto in conglomerato bituminoso,

dello spessore minimo di 5-6 cm, in modo da evitare ogni ulteriore

contatto tra i liquidi di colo e la pavimentazione in calcestruzzo.

Tale pratica e' da raccomandare anche nelle nuove realizzazioni per

le quali puo' essere prevista una pavimentazione costituita da una

massicciata ben assestata e da sovrastante manto in conglomerato

bituminoso dello spessore di circa 10 cm.

PREVENZIONE DELL'INQUINAMENTO DELLE ACQUE DOVUTO ALLO SCORRIMENTO

ED ALLA PERCOLAZIONE NEI SISTEMI DI IRRIGAZIONE

MOTIVAZIONI

L'irrigazione puo' contribuire all'inquinamento delle acque

mediante il movimento dell'acqua irrigua sia in verticale dalla

superficie agli strati piu' profondi (percolazione) che

orizzontalmente per scorrimento superficiale.

I rischi dell'inquinamento per irrigazione variano in relazione

alle caratteristiche del terreno (permeabilita', capacita' di

ritenzione idrica, profondita', pendenza, profondita' della falda,

ecc.), alle pratiche agronomiche (modalita' di concimazione,

ordinamenti colturali, lavorazione del terreno, ecc.), al metodo

irriguo ed alle variabili irrigue adottate.

Le zone ove l'irrigazione e' a piu' elevato rischio presentano

almeno una delle seguenti caratteristiche: terreni sabbiosi molto

permeabili ed a limitata capacita' di ritenzione idrica; presenza di

falda superficiale (profondita' non superiore a 2 m); terreni

superficiali (profondita' inferiore a 1520 cm) poggianti su roccia

fessurata; terreni con pendenza elevata superiore al 23%; pratica di

una agricoltura intensa con apporti elevati di fertilizzanti; terreni

ricchi in sostanza organica e lavorati frequentemente in profondita';

presenza di risale su terreni con media permeabilita', ecc.

Le zone a rischio moderato sono invece caratterizzate: da terreni

di media composizione granulometrica, a bassa permeabilita' ed a

discreta capacita' di ritenzione idrica; presenza di falda mediamente

profonda (da 2 a 15-20 m); da terreni di media profondita' (non

inferiore a 50-60 cm); terreni con pendenza moderata; apporto

moderato di fertilizzanti ecc.

Le zone a basso rischio sono quelle con terreni tendenzialmente

argillosi, poco permeabili e con elevata capacita' di ritenzione

idrica, profondi piu' di 60-70 cm con falda oltre i 20 m e con scarsa

pendenza, inferiore al 10%.

AZIONI

Una buona pratica irrigua deve mirare a contenere la percolazione e



lo scorrimento superficiale delle acque e dei nitrati in esse

contenuti e a conseguire valori elevati di efficienza distributiva

dell'acqua.

Per quanto riguarda il primo punto, il concetto-base e' di fornire

ad ogni adacquatura volumi esattamente adeguati a riportare alla

capacita' idrica di campo lo strato di terreno maggiormente esplorato

dalle radici della coltura. Cio' presuppone la conoscenza delle

caratteristiche idrologiche del terreno e la misura o la stima del

suo stato idrico al momento dell'adacquamento (che varia da coltura a

coltura). Sia la profondita' da bagnare sia il punto d'intervento

irriguo sono facilmente reperibili per le principali colture sui

manuali.


Ai fini della realizzazione di valori elevati di efficienza

distributiva dell'acqua il metodo irriguo assume un ruolo

determinante. I principali fattori agronomici che influenzano la

scelta del metodo irriguo sono le caratteristiche fisiche, chimiche

ed orografiche del terreno, le esigenze o/e caratteristiche delle

colture da irrigare, la qualita' e quantita' di acqua disponibile e

le caratteristiche dell'ambiente in cui si deve operare.

Per contenere le perdite di nitrato per irrigazione a scorrimento

superficiale e per percolazione profonda tale metodo dovrebbe essere

adottato su terreni profondi, tendenzialmente argillosi, per colture

dotate di apparato radicale profondo e che richiedono interventi

irrigui frequenti.

L'irrigazione per scorrimento superficiale e' sconsigliata in zone

a rischio elevato e moderato.

Qualora si adotti l'irrigazione per infiltrazione laterale da

solchi e' bene ricordare che il rischio di percolazione dei nitrati

decresce passando dall'inizio alla fine del solco, da terreni

tendenzialmente sabbiosi, poco rigonfiabili ed a permeabilita'

relativamente elevata, a terreni tendenzialmente argillosi,

rigonfiabili ed a bassa permeabilita'; da terreni superficiali a

quelli profondi; da colture con apparato radicale superficiale a

quelle con apparato radicale profondo.

In terreni fortemente rigonfiabili sono sconsigliati turni irrigui

molto lunghi per evitare la formazione di crepacciature molto

profonde attraverso cui potrebbero disperdersi notevoli quantita' di

acqua negli strati profondi, con trasporto in essi di soluti

lisciviati degli strati piu' superficiali.

Nel caso si pratichi una irrigazione a pioggia, per evitare perdite

di nitrati per percolazione e ruscellamento superficiale bisognera'

porre particolare attenzione alla distribuzione degli irrigatori

sull'appezzamento, all'intensita' di pioggia elevata rispetto alla

permeabilita' del terreno, all'interferenza del vento sul diagramma

di distribuzione degli irrigatori, all'influenza della vegetazione

sulla distribuzione dell'acqua nel terreno.

Nel caso si effettui una fertirrigazione per prevenire fenomeni di

inquinamento essa deve essere praticata con metodi irrigui che

assicurano una elevata efficienza distributiva dell'acqua; il

fertilizzante non deve essere immesso nell'acqua di irrigazione sin

dall'inizio dell'adacquata, ma preferibilmente dopo aver

somministrato circa il 20-25% del volume di adacquamento; la

fertirrigazione dovrebbe completarsi quando e' stato somministrato

l'80-90% del volume di adacquamento.

PIANI DI FERTILIZZAZIONE AZOTATA

MOTIVAZIONI

Ogni specie vegetale e/o varieta' ha un livello di produttivita'

che dipende, oltre che dal proprio patrimonio genetico, dal livello

di disponibilita' dei vari fattori necessari alla sua crescita e al

suo sviluppo, fattori che per i vegetali sono la luce, la C02,

l'acqua, gli elementi micro e macronutritivi. Secondo la ben nota

legge del minimo qualsiasi fattore puo' limitare la produzione; la

scienza delle coltivazioni ha tra i suoi compiti proprio quello di

rimuovere tutti i fattori limitanti tecnicamente ed economicamente

rimovibili (elementi nutritivi sempre, acqua e quando disponibile),

accettando solo i limiti alla produttivita' imposti da fattori non

modificabili: l'energia luminosa, la C02 e talora, l'acqua.

In altre parole, per ogni coltura e' possibile stabilire il livello

di produttivita' massima che essa e' capace di realizzare, quando i

fattori limitanti agronomicanniente regolabili sono stati corretti.

Si intende che vanno tenuti presenti i limiti economici,

riconducibili alla legge degli incrementi produttivi decrescenti. In

base a questa, ci si deve limitare alle dosi dei fattori, nella

fattispecie dell'azoto, al livello che assicura risposte produttive

tecnicamente ed economicamente significative, senza salire al livello

massimo, di stretta marginalita': si tratta quindi di stabilire gli

obiettivi di produzione, quelli che conciliano al meglio la

remunerazione dei produttori, l'approvvigionamento dei consumatori e

la minimizzazione del rischio ambientale.

E' su questo concetto di produttivita' potenziale che proponiamo di

definire il fabbisogno massimo di azoto delle varie specie coltivate

da considerarsi come livello massimo consentito di concimazione

azotata; in questo modo si eviteranno gli eccessi che sono la causa

piu' importante di rischio di rilascio di azoto.

Nello stimare i fabbisogni di azoto si e' seguita la linea di

prendere come base i livelli medioalti di produttivita' e i

conseguenti prelevamenti di azoto da parte delle colture (salvo le

leguminose), quali risultanio dalla composizione chimica delle

biomasse prodotte.

Le stime per tutte le colture erbacee elencale nel Compendio

Statistico Italiano (ISTAT 1992) sono riportate nella Tabella 1.

Questi valori potrebbero far conseguire con il massimo di

semplicita' il risultato di evitare eccessi clamorosi di concimazione

azotata.


Quanto detto non esclude che gli agricoltori considerino la

possibilita' di ridurre ulteriormente le dosi d'impiego dell'azoto

secondo le peculiarita' della loro azienda tenendo conto della natura

del loro terreno e del sistema colturale del quale le singole colture

fanno parte. Si tratta quindi di veri e propri piani di

fertilizzazione.

AZIONI

Il Piano di Fertilizzazione e' il documento che, in funzione delle



caratteristiche del suolo, del clima, delle colture previste e della

loro produzione attesa (obiettivo di produzione), determina

quantita', tempi e modalita' di distribuzione dei fertilizzanti

naturali e di sintesi.

Il Piano di Fertilizzazione aziendale, articolato per singole

colture, deve mirare a ottimizzare le risorse disponibili, tenendo

conto di tutti i fattori che interagiscono con il sistema

suolopianta. pianta.

Presupposti per i Piani di Fertilizzazione sono:

- la conoscenza del grado di fertilita' del suolo e la stima dei

fabbisogni delle diverse colture;

- la conoscenza delle caratteristiche pedoclimatiche che

condizionano il comportamento nel suolo degli elementi nutritivi

nelle loro diverse forme.

Ne consegue che una adeguata conoscenza dei suoli e del clima, che

non si basi sulle sole analisi chimico-fisiche routinarie dello

strato arato, ma che tenga conto anche dei rischi di inquinamento del

suolo e delle acque superficiali e profonde, costituisce il

presupposto indispensabile per la redazione di un Piano di

Fertilizzazione.

Tale conoscenza dei suoli oltre che derivare dall'uso di strumenti

di riferimento quali le carte pedologiche, le carte attitudinali da

esse derivate, le carte della fertilita' dei suoli, discende

soprattutto dalle osservazioni di campagna effettuate direttamente da

un tecnico.

Indispensabile, inoltre, e' avere un quadro complessivo

dell'azienda soprattutto relativamente a:

- colture e rotazioni praticate e praticabili;

- disponibilita' aziendale ed extra aziendale di fertilizzanti

organici;

- possibilita' di irrigazione e metodo utilizzato; disponibilita'

di mezzi tecnici per la distribuzione dei fertilizzanti;

- tipi di lavorazioni e sistemazioni idrauliche adottate.

La redazione del Piano di Fertilizzazione deve porre particolare

attenzione ad evitare il pericolo di dilavamento dei nitrati,

prendendo in considerazione le caratteristiche dei suoli e la

distribuzione ed entita' delle precipitazioni, fondandosi su un pur

semplificato bilancio dell'azoto. Deve essere presa in considerazione

la possibilita' di utilizzare sostanza organica prodotta in azienda o

disponibile in altre aziende agricole o comunque reperibile sul

mercato, valorizzandola opportunamente come illustrato nei precedenti

capitoli.

Il Piano di Fertilizzazione assume speciale rilevanza quando si

intendono impiegare anche reflui zootecnici aziendali ed

extraziendali che, per la loro natura e continuita' di produzione,

richiedono particolare attenzione per una corretta utilizzazione

agricola. Il Piano di Fertilizzazione diventa infine indispensabile

nel caso si vogliano utilizzare reflui di origine extra-agricola,

tenuto conto di quanto indicato nel capitolo "Tipologia dei

fertilizzanti azotati". In tal caso oltre al bilancio dell'azoto

dovranno essere valutati gli accorgimenti e le soluzioni necessari ad

evitare i rischi di ruscellamento ed altresi' l'accumulo nel terreno

di fosforo, potassio, rame, zinco ed altri metalli pesanti nonche' la

possibile emergenza di problemi igienico-sanitari.

Un bilancio dell'azoto sia pure approssimato dovrebbe basarsi sulla

stima delle diverse entrate ed uscite determinando gli apporti

azotati in funzione dell'obiettivo di produzione secondo la semplice

relazione di seguito riportata:

concimazione azotata =

fabbisogni colturali - (apporti naturali di N) +

+ (immobilizzazioni e dispersioni di N)

I fattori da prendere in pratica considerazione in quanto

quantificabili abbastanza facilmente sono i seguenti.

Apporti (da defalcare dal fabbisogno)

a) Fornitura da parte del terreno: in una stagione di

mineralizzazione (dalla primavera all'autunno) l'humus del terreno

puo' mediamente contribuire alla nutrizione azotata delle colture

fornendo complessivamente 30-35 kg/ha di azoto per ogni unita'

percentuale di humus presente nel terreno.

b) Residui della coltura precedente; la quantita', composizione e

destinazione dei residui colturali determina la disponibilita' di

azoto assimilabile per la coltura successiva. A titolo di esempio,

valori indicativi, validi per qualche precedente colturale, sono i

seguenti:

- dopo prato di erba medica 60-80 kg/ha di N

- dopo leguminose da granella 30-40 kg/ha di N

- dopo barbabietola 40-50 kg/ha di N

- dopo frumento tracce

c) Post-effetto di precedenti concimazioni organiche:

- dopo letamazione (30 t/ha) 10 anno 40-50 kg/ha di N

20 anno 20-25 kg/ha di N

d) Azoto delle deposizioni atmosferiche secche e umide; 10-15 kg/ha

anno.

Immobilizzazioni e dispersioni di azoto (da aggiungere al



fabbisogno)

e) Riorganizzazione: dopo interramento di residui pagliosi

considerare 8-10 kg di N/t.

f) Lisciviazione: l'azoto di cui alle voci a) e b) puo' essere

totalmente o parzialmente dilavato durante la stagione piovosa. Nei

piani di fertilizzazione delle colture a semina primaverile puo'

essere stimato, ancorche' grossolanamente, se e quante volte le

piogge autunno invernali hanno superato la capacita' di ritenzione

idrica dei terreni provocando dilavamento dei nitrati. Si considera

che ogni saturazione idrica di un suolo seguita da sgrondo dell'acqua

gravitazionale riduce a meta' la quantita' di sali solubili.

g) Efficienza degli effluenti zootecnici: quando il piano di

concimazione prevede l'utilizzo di effluenti zootecnici e'

indispensabile considerarne l'efficienza nella stagione colturale

nella quale essi vengono impiegati e poi gli effetti residui (cfr.

capitolo "Tipologia dei fertilizzanti azotati").

PIANI DI FERTILIZZAZIONE AZOTATA

Tabella 1

LE PRINCIPALI SPECIE AGRARIE E I LIMITI FISIOLOGICI DEL LORO

FABBISOGNO AZOTATO PER UNA PRODUZIONE MEDIO-ALTA

(a cura di F. Bonciarelli)

=====================================================

FABBISOGNO DI AZOTO

kg/ha RESA IPOTIZZATA

t/ha

=====================================================



CEREALI

Frumento tenero (CentroNord) 180 6

Frumento duro (Sud) 140 4

Orzo 120 5

Avena 100 4,5

Segale 80 4

Riso 160 7

Mais (irrigato) 280 10

Pisello 20 3,5

PIANTE DA TUBERO

Patata 150 30

PIANTE INDUSTRIALI

Barbabietola da zucchero 150 4,5

Colza 180 3,5

Girasole 100 3

Soia 20 3

PIANTE ORTICOLE

Aglio 120 12

Carota 150 40

Cipolla 120 30

Rapa 120 25

Asparago 180 5

Bietola da coste 130 50

Carciofo 200 15

Cavolo verza e cappuccio 200 30

Cavolo broccolo 150 15

Cavolfiore 200 30

Finocchio 180 30

Insalata (Lattuga) 120 25

Insalata (Cicoria) 180 35

Sedano 200

Spinacio 120 15

Cetriolo 150 60

Cocomero 100 50

Fragola 150 20

Melanzana 200 40

Melone 120 35

Peperone 180 50



Pomodoro 160 60

Zucchina 200 30


Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale