Misure cautelari interdittive e società



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Misure cautelari interdittive e società

(Cass., sez. II, 20.12.2005 - 30.01.2006, n. 3615)

Il quesito:

  • Ai fini dell’applicabilità delle misure cautelari interdittive, di cui all’art. 13 del D. Lgs. 231/2001, ad una società è necessario che la stessa abbia concretamente impiegato le somme derivate dal finanziamento indebitamente percepito dai propri amministratori?




La normativa.

L’art. 640bis c.p. dispone che “La pena è della reclusione da uno a sei anni e si procede d’ufficio se il fatto di cui all’articolo 640 riguarda contributi, finanziamenti, mutui agevolati ovvero altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee”.

Ai sensi dell’art. 13 del D. Lgs. 231/01 “Le sanzioni interdittive si applicano in relazione ai reati per i quali sono espressamente previste, quando ricorre almeno una delle seguenti condizioni:


  1. L’Ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità e il reato è stato commesso da soggetti in posizione apicale ovvero da soggetti sottoposti all’altrui direzione quando, in questo caso, la commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenze organizzative;

  2. In caso di reiterazione degli illeciti.

Le sanzioni interdittive hanno una durata non inferiore a tre mesi e non superiore a due anni.

Le sanzioni interdittive non si applicano nei casi previsti dall’articolo 12, comma 1”.

Secondo quanto disposto dall’art. 5 del D. Lgs. 231/01 “L’ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio:



  1. da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso;

  2. da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a.

L’ente non risponde se le persone indicate nel comma 1 hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi”.

L’art. 27, primo comma, Cost., dispone che “La responsabilità penale è personale”.

Il caso. Con ordinanza in data 31 maggio 2005, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Sciacca sottoponeva la società commerciale “Jolly Mediterraneo” alla misura cautelare interdittiva della revoca dei finanziamenti già elargiti da parte dello Stato, ai sensi dell’art. 13 del D. Lgs. 231/01, revocando altresì la terza rata di mutuo, pari a lire 1.715.750.000, erogata in un momento successivo alla entrata in vigore della normativa, ovvero in data 30 luglio 2001.

Il provvedimento veniva assunto nell’ambito delle indagini per il delitto di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, ex art. 640bis c.p., a carico di D’D. A., amministratore unico della società, il quale aveva dichiarato costi mai sostenuti dalla persona giuridica da esso amministrata.

La società propone ricorso alla Corte d’Appello di Agrigento, la quale annullava la misura cautelare nella parte in cui revocava la terza rata di mutuo.

Il provvedimento viene impugnato dinanzi alla Corte di cassazione. Con un primo motivo la società lamenta la violazione dell’art. 640bis c.p., perché era stata applicata una norma di legge introdotta con il decreto legislativo 231/01 ad una fattispecie criminosa perfezionatasi in epoca anteriore alla sua entrata in vigore.

Con il secondo motivo di impugnazione il ricorrente deduce la violazione dell’art. 5 del D. Lgs. 231/01, difettando il vantaggio concreto beneficiato dall’ente, posto che le somme erogate erano state distratte su conti personali dell’amministratore indagato, senza che tale ingiusto profitto fosse stato concretamente impiegato dalla società.


Sintesi della questione. La problematica.

La pronuncia in commento si occupa della tematica attinente alla c.d. responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, sotto il profilo della concedibilità delle misure cautelari interdittive a società che si siano rese responsabili di un fatto di reato.

In particolare, due sono le tematiche affrontate dalla giurisprudenza:


  1. Può ritenersi in contrasto del principio di irretroattività della legge penale l’applicazione ad una società commerciale delle misure interdittive previste dall’art. 13 del D. Lgs. 231/01, nel caso in cui la percezione dell’ultima rata di finanziamento sia avvenuta dopo l’entrata in vigore del medesimo decreto?

  2. affinché si possa ritenere che la persona giuridica abbia tratto vantaggio dal finanziamento indebitamente percepito dai propri amministratori è necessario che essa abbia impiegato in concreto le somme suddette?

La soluzione accolta dalla Suprema Corte (Cass., sez. II, 30.1.2006, n. 3615).

Secondo i giudici della Seconda sezione della Corte di cassazione, affinché la persona giuridica possa ritenersi avere tratto vantaggio dal finanziamento indebitamente percepito dai propri amministratori, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 13 D. Lgs. 231/01, non è necessario che essa abbia concretamente impiegato le somme suddette, ma è sufficiente che ne abbia avuto la materiale disponibilità.

La truffa ai danni dello Stato, consistita nella percezione di prestazioni indebite di finanziamenti rateizzati non costituisce un reato permanente né ad effetti permanenti, ma è un reato a consumazione prolungata, la cui consumazione coincide con la cessazione dei pagamenti. Ne consegue che non viola il principio di irretroattività della legge penale l’applicazione ad una società commerciale delle misure interdittive previste dall’articolo 13 del D. Lgs. 231/01, quando la percezione dell’ultima rata di finanziamento indebito sia avvenuta dopo l’entrata in vigore del suddetto decreto.

In relazione al primo punto, si vedano le seguenti argomentazioni addotte dalla Suprema Corte.

- Nel caso in esame, ovvero nell’ipotesi di truffa ai danni dello Stato per percezione di prestazioni indebite di finanziamenti e contributi la cui erogazione sia effettuata ratealmente, non si verte in tema di reato permanente né di reato istantaneo ad effetti permanenti, bensì, secondo quello che è l’orientamento dominante in giurisprudenza, in tema di reato a consumazione prolungata, posto che viene in evidenza la volontà del colpevole di realizzare un evento destinato a dispiegare i suoi effetti nel tempo.

- Di conseguenza, il momento consumativo della fattispecie in commento andrà individuato nella cessazione dei pagamenti, momento che segna altresì la fine dell’aggravarsi del danno conseguente alla condotta. In applicazione di tale principio, l’erogazione alla società dell’ultima rata del mutuo in epoca successiva alla entrata in vigore del decreto del 2001 integra la fattispecie delittuosa disciplinata dall’art. 640bis c.p., rientrando nella previsione dello jus superveniens, con conseguente legittimità della misura cautelare applicata.

Per quanto attiene al secondo punto trattato dalla pronuncia in commento, i giudici della Seconda sezione penale della cassazione si sono così espressi.

- Il D. Lgs. 231/01, nel sanzionare la persona giuridica in via autonoma e diretta, attraverso l’armamentario proprio del diritto penale, sancisce definitivamente la caduta del brocardo societas delinquere non potest. Nonostante il nomen iuris di responsabilità “amministrativa”, essa possiede una natura tipicamente penale, camuffata al fine di impedire contrasti con i fondamentali principi del nostro diritto penale, primo fra tutti quello della responsabilità personale ex art. 27 Cost.

- Viene dai giudici specificato come l’ente collettivo sia il vero istigatore, esecutore o beneficiario della condotta posta in essere dalla persona fisica inserita al suo interno. Anche se si dovesse considerare la responsabilità dell’ente come un tertium genus, derivante dalla combinazione della responsabilità amministrativa con i principi del diritto penale, la sanzione alla persona fisica presuppone la sussistenza di un elemento oggettivo costituito dal fatto che il reato sia stato commesso nell’interesse dell’ente da persone che operano all’interno dello stesso. Tale requisito oggettivo dovrà, poi, essere affiancato da un ulteriore presupposto, questa volta di natura soggettiva, costituito da una specie di culpa in vigilando, consistente in una sorta di mancanza di un modello di gestione o controllo idoneo ad evitare la commissione di reati. Non viene, in tal modo, riprodotto il principio di automatica derivazione della responsabilità dell’ente dal fatto illecito commesso dal suo amministratore.

- Fatte tali premesse, secondo i giudici, è del tutto incontestabile come l’imputato, amministratore unico della società commerciale, rientrasse tra i soggetti indicati dall’art, 5 del D. Lgs. 231/01. Una volta incontestati i gravi indizi di colpevolezza, in quanto non eccepita l’inesistenza della c.d. colpa di organizzazione, non rimane altro che esaminare la sussistenza dell’ulteriore requisito oggettivo rappresentato dall’interesse o vantaggio dell’ente, condizione necessaria per l’applicabilità della sanzione.

- Sul punto viene preliminarmente fatto notare come l’interesse della società debba essere valutato ex ante, a differenza del vantaggio, il quale richiede una valutazione ex post. Nonostante alcuni dubbi emersi in dottrina, le due locuzioni sono destinate ad esprimere due concetti diversi, ben potendosi individuare un interesse “a monte” della società, rispetto ad un vantaggio conseguito oggettivamente solo alla fine del fatto di reato. Si tratterebbe, secondo la Suprema Corte, di un concorso reale di presupposti, con tutte le conseguenti difficoltà di coordinamento qualora la legge non dovesse prevedere entrambi i requisiti ora menzionati.

- Nella specie l’attenzione del magistrato si deve spostare all’esame dell’art. 13 del medesimo decreto (Sanzioni interdittive), dove il requisito del vantaggio viene specificato come “profitto di rilevante entità”. La società ricorrente ha ripetutamente negato la sussistenza di un tale vantaggio, posto che le somme ottenute dopo l’entrata in vigore della legge erano state totalmente distribuite su conti personali, senza alcun conseguente profitto concreto attribuibile all’ente medesimo. Il punto, di conseguenza, è quello di vedere se sia possibile applicare la normativa de qua nel caso di distrazione su conti personali dell’amministratore di somme erogate alla società dallo Stato, per effetto della sua condotta delittuosa.

- Viene dalla Corte di cassazione precisato come, il momento realizzativo del profitto, richiesto per la punibilità del colpevole, debba coincidere con l’accreditamento alla società di somme da parte del Ministero dell’Industria, produttivo dell’introito all’interno delle casse della persona giuridica. Di conseguenza, tutto ciò che avviene in seguito a tale momento deve essere considerato come un post factum, suscettibile, eventualmente, di integrare la diversa fattispecie delittuosa di appropriazione indebita da parte dell’amministratore. Per concludere, se il profitto viene materialmente incamerato nelle casse dell’Ente, entrando in maniera definitiva nel patrimonio dello stesso, confondendosi, in tal modo, con le altre risorse pecuniarie, si è già automaticamente verificato quel vantaggio patrimoniale che ha permesso alla società di accrescere, anche se per un breve periodo di tempo, la sua ricchezza. Affinché la persona giuridica possa ritenersi avere tratto vantaggio dal finanziamento indebitamente precetto dai propri amministratori, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 13 del D. Lgs. 231/01, non è necessario che essa abbia concretamente impiegato le somme suddette, essendo sufficiente che ne abbia avuto la materiale disponibilità.

Il commento.

Ai sensi dell’art. 11 della legge delega 300/00 il Governo ha emanato il D. Lgs. 231 /01 (Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche e delle associazioni anche prive di personalità giuridica), mediante il quale ha finalmente trovato ingresso nel nostro ordinamento giuridico la c.d. responsabilità amministrativa degli enti.

Come evidenziato da attenta dottrina, si tratta di una sorta di tertium genus di responsabilità, situata in una zona grigia tra la responsabilità amministrativa e quella penale, in quanto ancorata alla commissione di un reato e disciplinata secondo le forme tipiche del processo penale.

Non deve stupire più di tanto la ambiguità della natura di tale tipologia di responsabilità, frutto di una scelta che ha voluto essere una sorta di compromesso tra le diverse impostazioni che hanno tenuto banco durante i lavori preparatori della legge 300/00. Secondo una prima tesi, infatti, si negava la possibilità di configurare, anche per le persone giuridiche, una vera e propria responsabilità penale, in quanto apertamente in contrasto con uno dei principi cardine del nostro diritto penale, sancito dall’art. 27 della Costituzione, il quale, disponendo che la responsabilità penale è personale, limitava tale istituto unicamente alle persone fisiche, con conseguente esclusione di quelle giuridiche.

Una diversa corrente di pensiero, al contrario, affermava come l’applicabilità di una responsabilità penale anche alle società non contrastasse con alcun precetto costituzionale, in quanto il precetto contenuto all’interno dell’art. 27 Cost. andava interpretato nel senso di non poter ammettere una responsabilità per fatti commessi da altri, senza alcuna distinzione tra persona fisica e giuridica.

Per quanto attiene alle misure cautelari interdittive, queste trovano applicazione all’interno della sezione IV del capo III del D. Lgs. 231/00, precisamente dall’art. 45 all’art. 54. Si tratta di misure che permettono una tutela anticipata del bene giuridico di volta in volta pregiudicato dalla condotta delle persone che operano all’interno dell’Ente.

Queste possono consistere, ad esempio: a) nella interdizione all’esercizio dell’attività; b) nella sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze, o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito; c) nel divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione, salva l’ipotesi relativa all’ottenimento di un pubblico servizio; d) nella esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi, nonché l’eventuale revoca di quelli già concessi; e) nel divieto di pubblicizzare beni o servizi.

Affinché tali misure cautelari interdittive possano trovare applicazione è necessaria la sussistenza di alcuni presupposti, come previsto dall’art. 11, lettera o), della legge 300/00.

Il primo di tali requisiti attiene alla presenza di gravi indizi che facciano ritenere sussistente la responsabilità dell’Ente, per un illecito amministrativo dipendente da un reato. Come sottolineato dalla letteratura dominante, affinché si possa avere un indizio, da non confondere con la prova, occorre che vi sia un elemento di natura logica che costituisca una semplice traccia il cui inseguimento possa condurre alla ricerca della prova in ordine alla sussistenza di un determinato reato.

L’indizio deve essere grave, ovvero non suscettibile di una prove contraria. Ma quando, in concreto, possiamo dire ce l’indizio è da considerare grave?

In primo luogo è necessario che il fatto sia stato commesso da persona che rivesta una funzione di rappresentanza, amministrazione, o di direzione della persona giuridica o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, ovvero da persona che eserciti, anche di fatto, la gestione o il controllo dello stesso, o ancora da persona sottoposta alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti sopra menzionati.

In second’ordine, occorre che i soggetti di cui sopra abbiano agito nell’esclusivo interesse o a vantaggio dell’ente, con esclusione di un interesse proprio o di terzi.

E’ altresì necessario che, nell’ipotesi in cui il fatto sia stato posto in essere da persone sottoposte alla direzione o vigilanza altrui, la commissione del reato sia stata resa possibile dall’inosservanza di obblighi di direzione o di vigilanza, mentre, da ultimo, si richiede che l’ente non abbia adottato, ovvero efficacemente attuato un modello di organizzazione, gestione o controllo, idoneo a prevenire i reati de quibus. Tale ultimo presupposto è quello che, probabilmente, è destinato a porre in essere le problematiche maggiori, a causa del suo inscindibile collegamento con diversi fattori destinati a cambiare da ente a ente, come, ad esempio, la natura o la dimensione della società o il tipo di attività svolta dalla stessa.

I requisiti che abbiamo sommariamente elencati non sono i soli che possono permettere al magistrato l’individuazione di elementi sintomatici della gravità dell’indizio relativo alla responsabilità dell’ente. A questi se ne aggiungono altri, come:

- La creazione di un organismo interno alla persona giuridica, avente il precipuo compito di vigilare sul corretto funzionamento dei modelli di organizzazione e di controllo, nonché di curare il periodico aggiornamento degli stessi;

- Il fatto che il reato sia stato commesso grazie alla elusione fraudolenta dei modelli di cui sopra;

- Che vi sia stata una insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di vigilanza.

Ultimo presupposto richiesto dalla normativa in commento per l’applicazione della misura cautelare è quello che vi siano fondati e specifici elementi che facciano ritenere concreto il pericolo che vengano commessi illeciti della stessa indole di quello per cui si procede, analogamente a quanto previsto dall’art. 274 c.p.p., per l’applicazione delle misure cautelari personali.

Come appare del tutto evidente, le misure cautelari interdittive non possono essere applicate arbitrariamente, nemmeno nel caso in cui sussistano gli indizi gravi di responsabilità, essendo necessario, come precisato dalla legge, che la misura stessa sia adeguata rispetto al risultato da raggiungere.

E’ infatti necessario che ciascuna misura sia proporzionata all’entità del fatto ed alla sanzione che verrà irrogata alla società, con la conseguenza che, se le esigenze cautelari dovessero, con il passare del tempo, attenuarsi rispetto alla situazione originaria, il giudice, dietro richiesta del Pm o della persona giuridica stessa, dovrà sostituire la misura già concessa con una nuova di entità minore.

L’art. 17 del medesimo decreto prevede, infine, la possibilità di procedere ad una sospensione della misura cautelare applicata, nel caso in cui ricorrano determinate condizioni:

- Che l’ente abbia completamente risarcito il danno ed eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato, ovvero si sia comunque efficacemente operato in tal senso;

- Che l’ente abbia eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato, attraverso l’adozione e l’applicazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della medesima specie di quello per il quale si procede;

- Che l’ente abbia messo a disposizione il profitto ai fini della confisca.

Se la persona giuridica pone in essere una di tali condotte nel termine indicato dall’Autorità giudiziaria si avrà la revoca della misura cautelare con la restituzione delle somme depositate. Nel caso contrario, qualora tali condotte non fossero attuate, o realizzate in maniera incompleta o inefficace, il magistrato disporrà la continuazione della misura precedentemente sospesa, mediante deposito delle somme di cui sopra presso la Cassa delle ammende.

1° dicembre 2010 (c.c. 30 settembre 2010) - sentenza n. 42701 - Corte di Cassazione sezione VI penale (applicabilità delle misure cautelari ai reati rispetto ai quali è espressamente stabilita l'applicabilità delle corrispondenti sanzioni interdittive - interpretazione letterale e sistematica della fattispecie di illecito amministrativo prevista dall’articolo 25 del decreto legislativo 231/2001 - applicabilità delle sanzioni interdittive e delle misure cautelari con riguardo al reato di corruzione internazionale previsto dall’articolo 322-bis del codice penale - limiti di operatività delle sanzioni interdittive nei rapporti con gli Stati esteri per effetto delle condotte di corruzione internazionale.

REPUBBLICA ITALIANA
In nome del Popolo Italiano
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Sezione sesta penale

Composta dai Signori:


Dott. Giovanni de Roberto Presidente
1. Dott. Francesco Gramendola Consigliere
2. Dott. Francesco Ippolito Consigliere
3. Dott. Anna Maria Fazio Consigliere
4. Dott. Giorgio Fidelbo Consigliere rel.
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA


sul ricorso proposto dal procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano contro l'ordinanza del 19 gennaio 2010 emessa dal Tribunale di Milano nel procedimento a carico di:

  1. (A) s.p.a., con sede in … in persona del legale rappresentante pro-tempore;
    visti gli atti, l'ordinanza impugnata e il ricorso;

  2. sentita la relazione del consigliere dott. Giorgio Fidelbo;

sentito il sostituto procuratore generale, dott.ssa Maria Giuseppina Fodaroni, che ha concluso per l'annullamento con rinvio dell'ordinanza impugnata;
sentiti gli avvocati … i quali hanno concluso per il rigetto del ricorso del pubblico ministero e la conferma dell'ordinanza impugnata.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO



  1. - Con l'ordinanza in epigrafe indicata il Tribunale di Milano, sull'appello proposto dal pubblico ministero ai sensi dell'art. 52 comma 1 d.lgs. n. 231 del 2001, ha confermato il provvedimento del 17 novembre 2009 con cui il G.i.p. dello stesso Tribunale aveva rigettato la richiesta di applicazione, nei confronti delle società (A) s.p.a. e (B) s.p.a., della misura cautelare dell'interdizione dall'esercizio dell'attività nei rapporti contrattuali con la (C) Corporation e delle sue controllate.

La misura interdittiva era stata richiesta a carico delle due società indagate per l'illecito di cui all'art. 25 comma 3 d.lgs. 231/2001, dipendente dal reato di corruzione internazionale (artt. 110, 321, 319, 319-bis, 322 bis comma 2 n. 2 c.p.) commesso dai funzionari … e … - in concorso con altre persone non ancora identificate - nell'interesse e a vantaggio delle due società da cui dipendevano e che operavano nell'ambito di una joint venture con …, reato che nella prospettiva accusatoria è consistito nella corresponsione di compensi corruttivi per oltre centottantasette milioni di dollari in favore di pubblici ufficiali nigeriani, tra cui i capi di Stato …, membri dell'esecutivo, presidenti della società statale (C) Corporation ed altri soggetti non ancora identificati, per ottenere contratti di EPC (Engineering, Procurement and Construction) relativi alla realizzazione di impianti di liquefazione del gas naturale nell'area di Bonny Island in Nigeria. I pagamenti delle c.d. tangenti sarebbero stati corrisposti attraverso intermediari a loro volta costituiti in società aventi sede in Paesi esteri. I fatti sarebbero accaduti, almeno in parte, a Milano, nonché a Madeira e a Abuja, fino al 31 luglio 2004, data in cui sarebbe stato stipulato l'ultimo dei contratti per l'aggiudicazione dei lotti (treni 1-6) per un valore complessivo di sei miliardi di dollari.

2. - Il G.i.p. aveva respinto la richiesta del pubblico ministero sotto molteplici profili, tra cui la ritenuta carenza di giurisdizione del giudice italiano, la mancata previsione di sanzioni interdittive applicabili agli enti, anche in fase cautelare, per il reato di corruzione internazionale, il mancato assolvimento da parte del pubblico ministero dell'onere probatorio di dimostrare il potere dei funzionari … e … di impegnare la società, la mancata prova dell'esistenza del profitto rilevante in capo alla società capo gruppo.


Il Tribunale, ritenuta la competenza del giudice italiano, evidentemente sulla base di quanto dimostrato dalla pubblica accusa circa l'esecuzione in Italia di parti rilevanti della condotta contestata, ha rigettato l'appello in considerazione del fatto che per gli illeciti dipendenti dal reato di corruzione internazionale previsto dall'art. 322-bis c.p. non sono contemplate sanzioni interdittive, ma soltanto sanzioni pecuniarie, con la conseguenza di escludere anche l'applicazione delle stesse sanzioni interdittive in sede cautelare. Le altre questioni, anch'esse oggetto dei motivi dell'impugnazione del pubblico ministero, sono state ritenute assorbite.
In relazione ai dubbi di costituzionalità avanzati dal pubblico ministero riguardo ad un'interpretazione della norma che legittima un diverso trattamento sanzionatorio della corruzione internazionale rispetto a quella c.d. domestica il Tribunale sottolinea che nella specie non sarebbe possibile sollevare alcuna questione davanti alla Corte costituzionale per il divieto di cui all'art. 25 comma 2 Cost. di incidere in pejus sulla risposta punitiva dello Stato.

3. - Contro questa ordinanza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, deducendo l'erronea applicazione e interpretazione dell'art. 25 d.lgs. n. 231 del 2001.


Secondo parte ricorrente la volontà del legislatore delegante nell'attuare la Convenzione OCSE sulla lotta alla corruzione di pubblici funzionari stranieri nelle operazioni economiche internazionali, fatta a Parigi il 17 dicembre 1997, era nel senso di prevedere misure interdittive anche per il reato di corruzione internazionale, dal momento che l'art. 11 lett. m) legge n. 300/2000 indicava tra i reati da cui avrebbe dovuto derivare la responsabilità degli enti anche l'art. 322-bis c.p. e a sostegno di tale posizione cita la risposta del Governo italiano alla richiesta dell'OCSE in ordine all'attuazione della Convenzione, da cui si desume la possibilità di applicare sanzioni interdittive a carico degli enti anche per il reato di corruzione internazionale. Osserva il pubblico ministero che qualora si dovesse ritenere la mancata previsione di misure interdittive per questo reato nell'.....


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