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LAVORARE TUTTI, LAVORARE DI PIU’

In collaborazione con Unioncamere.
Martedì, 21 agosto 2007, ore 15.00

Partecipano:

Raffaele Bonanni, Segretario Generale CISL; Cesare Damiano, Ministro del Lavoro; Alessandro Ramazza, Presidente Obiettivo Lavoro.
Moderatore:

Oscar Giannino, Direttore di Libero Mercato.



MODERATORE:

Tocca chiaramente chiedervi scusa, agli ospiti e a voi tutti, perché c’è un po’di ritardo. I giornalisti del resto sono già una categoria di imprecisi per definizione poi, quando sono un po’ combattivi come me, sono di solito ancora più imprecisi, quindi ho fatto qualche minuto di ritardo. Ma nel ringraziare voi tutti, soprattutto gli organizzatori del Meeting che anche quest’anno mi consentono di venire a trovarli - perché il vero scopo della mia presenza al Meeting è stare con voi e fare qualche domanda, non più che questo - devo confessare che oggi c’è un certo motivo anche di interesse perché a questo tavolo, di sicuro, farò solo le domande. Ma tra tutti quelli seduti qua ho l’impressione di essere quello che ha le idee forse un po’ più critiche. Perché al tavolo sono seduti almeno due dei protagonisti della trattativa per il protocollo sul welfare di cui si è parlato, e si continuerà a parlare ancora a settembre. Mi pare di capire, dalle interviste che leggo, che forse sono il più critico. Sicuramente sbaglierò io ed è per questo che chiederò a loro di chiarirmi alcune cose: naturalmente immagino che il loro punto di vista prevarrà, adesso e poi anche nel Paese, per cui non ho alcuna ambizione di rappresentare un punto di vista della maggioranza. Però fatemi dire, prima dell’ordine dei lavori che seguiremo, fatto di interventi brevi in maniera che si possa interloquire, che prima sentiremo l’opinione di chi qui guida Obiettivo Lavoro, poi direi Bonanni e la Cisl, poi andiamo dal ministro. E poi vediamo di fare un secondo giro per dialogare un pochino, anche se non credo di riuscire a fare litigare qua chi è convinto che deve andare d’accordo e quindi andrà d’accordo. Però fatemi fare alcuni esempi che mi lasciano in imbarazzo. Il ministro Damiano oggi, in un’intervista sull’Unità, dice: “No, ma tra poche settimane, a ottobre, ci sarà chi protesta un pezzo di maggioranza, perché non basta quello che abbiamo messo nel protocollo sulla legge Biagi”. Poi c’è un pezzo della maggioranza che si appresta a protestare con un pezzo del centrodestra, perché magari ha in testa delle maggioranze di altro conio, formula che ha usato Rutelli. Allora, prima cosa, a me non piace che si parli mescolando le formule politiche con il contenuto, parliamo del contenuto, no? Perché se mi trovo anche il ministro Damiano, che sono abituato a considerare un riformista, che si mette a fare giochetti per la leadership del Partito Democratico, mescolando le opinioni sul merito del protocollo con chi appoggia tizio o caio per il Partito Democratico, a me non sembra molto corretto. E’ una mia opinione personale, la offro come primo stimolo. Secondo esempio di cose che a noi poveri mercatisti, ma con un occhio al sociale - perché non ci dimentichiamo che il mercato del lavoro è fatto per gli uomini e non per qualche cosa di impersonale che è l’efficienza dell’impresa, per gli uomini, cioè per occupare di più – stride. Lasciate che dica il mio imbarazzo tutte le volte che vedo le graduatorie dell’occupazione italiana: siamo, come sanno benissimo gli interlocutori seduti a questo tavolo, nella parte bassissima dell’Unione europea. Io ogni volta mi chiedo: ma cosa disincentiva gli italiani al lavoro? E questa domanda la vedo poco presente in quel protocollo, perché cos’è che disincentiva? A disincentivare sono soprattutto le tasse e i contributi, e allora io mi chiedo come mai su questa cosa dei contributi, terzo esempio, trovo nel tavolo del vostro accordo solo cose che vanno nella direzione di un possibile aumento. Perché per i parasubordinati è così, sono nove punti in più in quattro anni, perché se non funzionerà la parte di risparmio che si prevede di realizzare con la fusione degli enti previdenziali, una clausola di garanzia è che comunque i maggiori costi si affronteranno con maggiori contributi.

Allora, io faccio una domanda a voi, e poi agli interlocutori, a tutti coloro che sono così numerosi qui ad ascoltarci. Tutte le volte che paragoniamo giustamente l’efficienza sociale di un sistema, ci poniamo il problema. Faccio l’esempio delle pensioni: è chiaro che non ci piace potenzialmente un sistema nel quale il tasso di sostituzione, cioè il rendimento a cui hai diritto nel tuo trattamento previdenziale, diventerà sempre più basso rispetto alle ultime retribuzioni. E con il sistema contributivo sarà così, io difendo quel sistema. Però c’è una cosa che mi colpisce sempre, quando faccio il paragone, e lo faccio perché innanzitutto mi preoccupo della mia pensione, se ci arriverò. Vedo i tassi di sostituzione dei diversi Paesi europei: è vero che conta qual è il tasso di sostituzione più o meno elevato, tant’è che c’è una clausola su questo - che poi io non ho ben capito dove state andando -, sul coefficiente di trasformazione delle pensioni. C’è anche un altro aspetto di cui vi vedo poco preoccupati. Per esempio, pochi mesi fa il Governo ha rifiutato questo, ha molto polemizzato con Ocse perché il rapporto con l’Ocse che paragonava i diversi sistemi previdenziali metteva in paragone il tasso di sostituzione attuale dei diversi sistemi previdenziali e il governo italiano ha ritenuto che la tabella dell’Ocse fosse sbagliata, no? E cioè che prevedesse un tasso di sostituzione più elevato, 68%, mentre quello attuale secondo il Governo italiano è del 60%. Dopodichè, però, conta solo quello? No, perché almeno conta anche un’altra cosa. La Norvegia - e indico apposta Paesi scandinavi, non indico la Gran Bretagna o gli Stati Uniti, sennò tutti quanti mi dite che sono il cattivo mercatista anglosassone. La Norvegia ha un tasso di sostituzione più elevato del nostro, però ai miei occhi c’è una differenza di fondo, lì i contributi sono il 19%, da noi abbiamo un tasso di sostituzione più basso che diventerà ancora più basso con i contributi che saranno al 33%, e diventeranno ancora più elevati: è questo che non torna, secondo me.

Allora, vi posso fare una domanda in queste mie disaggregate cose? Ci ho messo un po’ di politica, all’inizio, per il ministro, però possiamo anche occuparci, al tavolo e al protocollo, di quali sono gli oneri per i lavoratori, per le imprese, perché sono gli oneri troppo elevati, le tasse e i contributi troppo elevati a spiegare perché la gente è disincentivata dal lavorare? Io continuo a pensarla così, magari voi la penserete diversamente. E ci avviamo in un mondo in cui, con i contributi più alti di tutti, forse avremo l’occupazione che sale, ma io ho la netta impressione che l’esperienza del mondo avanzato dell’Europa continentale, cioè delle economie sociali - non voglio parlare dei mondi del darwinismo sociale che tanto ci dividono - i contributi scendono. In questa Europa qua, le aliquote sulle imprese scendono. Da noi questo avviene troppo poco, anzi, si pensa sempre alle aliquote da alzare, alzarle per alcuni, forse, con l’intento positivo di aumentare così il numero di contratti di lavoro dipendenti e a tempo indeterminato. Però il problema è che i contributi sono molto elevati e disincentivano.

Allora, questa piccola introduzione per dire che rappresento un punto di vista sicuramente un po’ diverso da quello delle esperienze presenti a questo tavolo. Ma sono convinto che il lavoro per l’uomo e la maggiore occupazione per chi ha del mercato del lavoro un’idea sociale, non debbano prescindere dai costi comparati, non debbano prescindere dalle condizioni di efficienza, perché facendolo troppo a lungo, un Paese ha meno occupazione e meno imprese capaci di stare sul mercato. Io continuo a pensarla così, e il mio punto di vista è che ci sia troppa polemica sugli aspetti ideologici: della legge Biagi, del mercato del lavoro, di che cosa è stato fatto. Quanti si ricordano davvero che, poi, il tragitto che dal Libro Bianco, lo statuto dei lavori, era cominciato con un documento nel 1998, quasi dieci anni fa, con il governo Prodi, all’epoca in sede di Consiglio europeo, e che tutto nasce secondo un tragitto abbastanza coerente? Eppure siamo, dieci anni dopo, a dividerci sulla legge che porta il nome di Marco Biagi, in una maniera che secondo me ha del vergognoso. Qui davvero concludo. Io sono tra coloro che probabilmente ricorderanno Marco Biagi con un convegno, non con la marcia, ecc., però la mia conclusione prima di passare a dare la parola, a fare le domande, è semplicemente questa: penso che la cosa migliore che io possa fare sia almeno leggervi solo qualche riga di quello che Biagi scriveva nel 28 novembre del 2001, quando iniziavano le polemiche sul Libro Bianco. Io trovo semplicemente che le risposte che Marco Biagi scriveva all’epoca sul Sole 24 ore, a distanza di anni siano ancora valide, in buona misura, il che non significa che non dobbiamo parlare di quello poi che è stato cambiato, che va cambiato, perché è ovvio che i tempi vanno avanti, però il nocciolo delle polemiche roventi è quello che ancora alcune settimane fa ha fatto dire ad alcuni, secondo me, delle sciocchezze: non voglio fare nomi, avrete capito che non sto parlando sicuramente di nessuno seduto a questo tavolo.

Allora, scriveva Biagi: “La violenza delle critiche…”. In quel caso era Luciano Gallino, che è sempre stato uno molto pesante nelle critiche. Io lo conosco, sono torinese da molti anni, mi sembra che Luciano Gallino rappresenti una certa trasformazione di come la posizione del riformismo diventa sempre più radicale. “La violenza delle critiche che Gallino muove al Libro Bianco” sono parole di Biagi “ai primi provvedimenti del Governo sulla linea del mercato del lavoro, rasenta il grottesco” scrive Biagi e si chiede: “Regolarizzare le collaborazioni coordinate e continuative significa forse favorire all’economia informale dei Paesi fuori dalla legge? Agevolare la riemersione del lavoro clandestino prevedendo nuove tipologie contrattuali più semplici e non con tutele inferiori, vuol dire portare l’Italia nel terzo mondo? Incentivare un uso flessibile del tempo di lavoro, così da aiutare le tante, troppe donne ancora escluse dal mercato del lavoro per i pressanti obblighi familiari, anche questo sarebbe barbarie giuridica di cui io, insieme ad altri, ci staremmo macchiando? E prospettare ai giovani che hanno concluso gli studi un ingresso regolare nel mercato del lavoro con un tirocinio, con apprendistato, con forme, insomma, che non siano l’immediata sottoscrizione di un contratto a tempo indeterminato per il quale l’impresa è diffidente, cosa c’è di terzomondista in questa misura? La verità” concludeva “è che si tenta di creare un clima da corrida, scatenando istinti protestatari più irrazionali di fronte al disegno di modernizzazione del mercato del lavoro”.

Io sono convinto che ancora oggi molte delle polemiche sul seguito, sull’opera di manutenzione - la vorrei definire così - di quella legge, siano dettate dallo scopo di creare corrida, e dalla corrida voi sapete poi che c’è anche chi si è armato delle mani. Io non confondo mai le critiche con i delitti, bisogna avere sempre un tono calmo e sereno, però sono ancora convinto che troppa polemica ideologica sulle condizioni del mercato del lavoro faccia male in questo Paese. Questi sono i miei punti di riferimento, quindi meno polemica interna al centrosinistra, un pochino di più attenzione ai contributi e alle condizioni di compatibilità economica per le imprese, e un secco no alle polemiche ideologiche in relazione alle diverse tipologie di contratto del lavoro, introdotte dalla riforma del mercato del lavoro. Questi sono i miei tre punti di riferimento, penso che siano punti di riferimento sui quali chi seguirà mi dirà che magari è d’accordo, poi vedremo nel dibattito come, quanto e se. Ma innanzitutto partiamo dall’esperienza concreta per come la vede chi, con Obiettivo Lavoro, in questi anni, si è trovato in qualche maniera a dover utilizzare questi diversi strumenti. Sono strumenti il cui bilancio, dal suo punto di vista, è positivo, se dovesse darne un giudizio secco, poi naturalmente argomentandolo su tutti i punti veritieri.





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