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MODERATORE:

Grazie a Stefano Boeri, mi sembra tra l’altro molto interessante ed è molto interessante che sia a Milano, essendo io di Milano.

Concludiamo con Marco Casamenti, che ci racconta di un progetto di recupero di una ex area industriale nel cuore di una città storica, di una città importante, con una tradizione come quella di Como.


MARCO CASAMONTI:

Grazie a tutti voi. Cercherò, vista l’ora, di essere rapido. E cercherò di utilizzare le immagini per rendere più chiaro, più evidente, forse anche più semplice, il modo di comunicare sull’architettura, che a volte rimane anche un po’ ermetico. Quello che mi è stato chiesto, ho cercato di svolgere anche il mio compito, è quello di fare un ragionamento sul rapporto tra passato, presente e futuro. Perché pass, present e future? Perché in realtà, quando ci interroghiamo sul tema della bellezza, mettiamo sempre a confronto dei modelli culturali e se chiediamo a qualsiasi di noi come vorrebbe un bel edificio, pensa ad un edificio che ha già visto. Cioè il canone della bellezza è ripetere ciò che si conosce, perché questo è rassicurante. E quindi il passato in qualche modo diventa elemento costitutivo anche del presente, ma lo diventa in un modo non positivo, secondo il mio modo di vedere, perché intriso di storicismo. Allora il passato è importante per ciò che può insegnarci, se riusciamo a trarre dalla memoria degli elementi di valore che sono sostanziali e non formali, mentre sempre più spesso, quando chiediamo qual è la bella città, ci metto la città antica perché è intrisa di valori che riconosciamo, di figure che sappiamo cosa sono. Ma ci sono anche molti, sono gli intellettuali, che dicono, no, la città del futuro è la città che guarda avanti e quindi assistiamo a modelli contrapposti che sono da una parte l’opinione pubblica che vede nel passato intriso di storicismo il valore e la qualità di una città bella e poi vediamo che ci sono anche piccole élite di intellettuali che dicono no, dobbiamo rifugiarci nell’oblio, nello sradicamento, tutto quello in cui abbiamo vissuto fino ad oggi non è più adeguato per rappresentare la città d’oggi. Io ritengo che passato, presente e futuro, viceversa, non siano elementi distanti tra loro, separati, giustapposti, ma siano uno parte dell’altro. Questo non è che lo ritengo io, questo fa parte del DNA della cultura italiana. Potrei citare qualsiasi piazza d’Italia di Giorgio De Chirico, per dire che nella metafisica c’è tanto di futurismo, tanto di classicismo e tanto di contemporaneità insieme, fuse in una sola immagine. E così se guardiamo al più grande architetto italiano moderno, tutti conoscete, anche i non architetti, la casa del fascio di Como di Terragni, monumento della modernità. Be’ questo monumento alla modernità è un edificio assolutamente classico. Se voi osservate la pianta di questo edificio, è Palazzo Strozzi, è un edificio rinascimentale, con la corte centrale e quindi questa modernità è fatta di proporzioni, di rapporti aurei, è fatta di storia e quindi il futuro, il passato e il presente in questo edificio si fondono. Questo è patrimonio della cultura italiana. Ci sono stati anche momenti in cui questi rapporti si sono sbilanciati, per cui la parte più storica, la parte più formale, la parte anche meno sostanziale del rapporto con la storia è diventata un elemento, per esempio di propaganda, pensiamo agli anni del regime. Ecco io credo che viceversa noi dobbiamo lavorare su questa idea di passato, presente e futuro messi insieme e pensare che a volte questa idea di bellezza è soltanto un punto di osservazione. Questa è la città bellissima immaginata da Gardella del 1938, una città fatta di elementi accostati uno accanto all’altro e questo è lo stesso modello di città bellissima, è il Tiburtino a Roma realizzato nel dopoguerra. Ma che cosa accade tra la città delle super quadras e le borgate vernacolari? Che cosa accade? Perché cambiano i modelli della bellezza? Perché cambia il modo di sentire la città? Su questo dobbiamo interrogarci e fare una riflessione attenta per capire in che modo lavorare oggi. E se questo architetto, questo Ignazio Gardella, penso anche questo sia un architetto noto, nel 1936 fa questo edificio, certamente anche questo un manifesto della modernità e poi subito nel dopoguerra progetta questa piccola casetta dei viticultori, che è una piccola casa dei contadini, cosa è successo a questo architetto? Ha dimenticato la modernità, ha dimenticato di essere un architetto nuovo? di essere un architetto contemporaneo? E Ridolfi? Questa è la torre dei ristoranti, 1928, un edificio che Ridolfi presenta a Mussolini dicendogli: questo è il futuro, questo è il futurismo, questa è l’architettura della rivoluzione. Ma lo stesso architetto nel 1951 realizza queste case, questi villaggi popolari, neorealisti diremo, ma che cosa è accaduto a questi architetti? Che cosa è accaduto alla cultura italiana? E’ accaduto un fatto importante, tutta la vicenda della guerra, del fascismo, delle delusioni, ma è accaduto sul piano culturale qualcosa di molto importante, cioè che abbiamo scoperto che si poteva osservare la realtà in un modo attento, in un modo vero e che ciò che ci interessava del bello era la ricerca della verità e questa ricerca della verità ha interessato alcuni intellettuali. Non ve lo faccio vedere attraverso l’architettura perché forse è più difficile, va lo faccio vedere attraverso il cinema. Questo che vedete è Visconti che con la sua macchina da presa - Ossessione è il primo film, siamo nel 1942 - invece di celebrare - sapete tutta la cinematografia di regime, una città e una nazione fatta di elementi forti, di grandi edifici, di palazzi postali, di stadi e di stazioni - racconta, vedete, della periferia, racconta della provincia, racconta delle piccole città, gli argini di fiume. In fondo anche la storia, è una storia ripresa, è il postino suona sempre due volte, riproposto in una versione che guarda la provincia, guarda la realtà delle cose, guarda la verità del nostro vivere e rappresenta Ferrara, non Roma con i Fori imperiali o con il Colosseo. Ecco sono queste le immagini che ci interessano, e via. Ma la cinematografia che ci interessa ha fatto grandi passi. Pensate a film come “Roma città aperta”, quando Rossellini racconta Roma con l’occupazione nazi-fascista e la racconta in un modo straordinario, con immagini che raccontano della verità, delle demolizioni, di un paese con le sue miserie, di un paese che il fascismo ha portato alla distruzione, alla demolizione, alla perdita dei valori. Ma questa perdita dei valori nella cultura italiana ha coinciso viceversa con un ritrovamento di senso, faccio la parafrasi di un altro film, un ritrovamento di senso che è quello della verità, il senso vero delle cose: cosa siamo, da dove veniamo, cosa possiamo fare, a che città possiamo guardare. Guardate questa straordinaria immagine. Soltanto dieci anni prima, cinque anni prima, sarebbe stata ripresa solo nella parte del Colosseo quadrato, e diventa in questo film un frammento di lotta partigiana. E dire di altre straordinarie immagini, pensate a Paisà. Paisà che cos’è? E’ un film, un documentario sulla guerra. In questo momento uno dei più grandi interpreti del modo di vedere la città e di interpretare un paese, non fa altro che raccontare che arrivano le bombe, che ci sono i templi, che ci sono le distruzioni a Napoli e fa questo straordinario viaggio di messa assieme, di messa in congiunzione tra passato, presente e futuro ma guardando all’aspetto della realtà, dove siamo, chi siamo da dove veniamo, e via. Guardate, questa è Firenze con le sue distruzioni, cioè siamo un Paese che in quegli anni ha capito che la realtà era diversa da quella che ci era stata proposta. Questa è la Galleria degli Uffizi protetta dai bombardamenti, è un’immagine vera che c’è nel film, ecco guardate come era ridotta Firenze. Questo cosa vuol dire? Vuol dire che immediatamente, nel giro due o tre anni, abbiamo scoperto che questa immagine straordinaria, di un mondo rivoluzionario, modernissimo, in fondo non ci apparteneva più e che la nostra realtà era un’altra. Era questa mescolanza di povertà, questo accatastarsi di valori tra città industriale e città nuova, era in fondo passato, presente e futuro (guardate questa immagine straordinaria di “Sciuscià”: i due ragazzini che scappano dall’orfanotrofio a cavallo, in mezzo alle automobili) che sono assolutamente insieme. Potremmo continuare perché De Sica fa degli spaccati straordinari. Qui si vede la crescita della città ma anche la perdita di valori, i grandi palazzi, le grandi borgate, città che nascono soltanto pensando a risolvere il tema della casa senza pensare al tema dell’abitare, dello stare a terra, del suolo. Guardate queste immagini che sono le immagini di un paese che cerca di ritrovarsi, che cerca di vedere che cos’è, cerca di vedere dove può vivere. Finisco con questo film, il più straordinario di tutti, che è “Miracolo a Milano”. E “Miracolo a Milano” è straordinario perché racconta di un desiderio di abitare la città. Racconta quali sono i canoni della bellezza delle persone che migravano e arrivavano a Milano. C’è l’orfanello, funerale della mamma e poi arriva alla periferia di Milano e iniziano a costruire la città. Qual è la città bella? Devono fare ognuno la sua casetta e iniziano, vedete, intanto mettiamo i cartelli con le strade, la via centrale, “facciamo la via centrale, dobbiamo avere una via, dobbiamo avere delle piazze”, guardate e poi trovano, nel film è straordinario, trovano una statua sepolta nella terra, la tirano fuori e fanno: “questa è la nostra piazza centrale!” e mettono lì la statua. Hanno bisogno di simboli, di immagini, di spazi, di identità, di ritrovarsi. E via. E poi ad un certo punto esce fuori un personaggio che dice “non chiamiamola “Strada maggiore”, chiamiamola “Strada cinque per cinque uguale venticinque”, così i nostri bambini imparano anche a far di conto. Ecco, vedete come in questa immagine straordinaria si raccontano anche i drammi di una società in evoluzione. Come quando arrivano i ricchi proprietari terrieri che mostrano i progetti e dicono: “no, qui è la compagnia Moby che d’ora in poi sulle vostre baracche costruirà una nuova Milano. Ma i cittadini si oppongono, vedete che c’è tutto lo scontro, finché vengon tutti arrestati e portati con i cellulari in piazza del Duomo a Milano. Però magicamente, come in una favola di Mary Poppins, questi cellulari si aprono e i personaggi iniziano a volare nel cielo. Ecco, che cosa possiamo imparare da questo, noi? Possiamo imparare che in fondo passato, presente e futuro sono elementi che devono coesistere sullo stesso tavolo e per la cultura italiana sono parte inscindibile del nostro modo di pensare. La massima espressione della modernità in Italia è il Rinascimento, fatto pensando che forse la storia qualcosa di buono aveva anche lasciato. Questo travaglio che vi ho raccontato nel cinema attraversa anche l’architettura della città. Questo è il primo progetto di casa realizzata a Venezia. Gardella deve costruire una casa bellissima sul canale della Giudecca. Il primo progetto come lo fa? Siamo negli anni del dopoguerra, fa un progetto alla moderna, ma poi lo costruisce così. Possiamo dire che ci piace più l’altro di questo, che è più brutto. Ma il problema non è se è più bello o più brutto. In quel momento quella casa aveva bisogno di un tetto. Non era sufficiente allineare il cornicione della chiesa di Santa Lucia con il loggiato della casa, c’era bisogno dei balconi decorati, della pietra d’Istria… c’era bisogno come dire, di un ambientamento, di una partecipazione, di una identità. Forse è anche un po’ puerile, ma questo non accade solo a Gardella, accade a tutti. Questo è franco Albini. Deve costruire un edificio, una specie di grande supermercato in Piazza Fiume, a Roma, è la sede della Rinascente. Guardate la facciata alla vostra sinistra. Per negare l’idea della facciata (sapete che per l’estetica della modernità non esiste la facciata, è un concetto tutto accademico), mette una scala diagonale sulla facciata, come dire, la facciata non c’è, però poi quando realizza l’edificio lo realizza così: un vero palazzo italiano con i marcapiani, le lesene, i cornicioni. Allora Albini è impazzito nel dopoguerra? Non è più un architetto moderno? No, è che in quel momento lui sentiva che doveva costruire un edificio, un palazzo italiano con le regole, come il palazzo accanto. Se ne vergognava profondamente e quando Argan interroga Albini e gli dice: “Insomma hai fatto un edificio classico, c’è il cornicione, guarda in alto”. “No, quello è lo scorrimento del carrello per pulire le facciate”. Dice: “Ci sono i marcapiani”. “No, sono i canali dell’aria che ho messo all’esterno”. “Ci sono anche le lesene”. “No, sono i pluviali del tetto”: Cioè come dire, si vergognava di aver fatto un edificio italiano. Quindi capite il travaglio tra passato, presente e futuro, tra estetica, tra concetto del bello, concetto della città. E guardate questo, che è l’esempio ultimo che vi mostro (poi faccio vedere dei ragionamenti che stiamo facendo noi come studio). Questo è la Torre Velasca di Milano nella prima versione. I DBPR hanno l’incarico di fare questo grande grattacielo nel centro di Milano e per prima cosa prendono un esempio miessiano. Cioè non fanno un progetto loro, prendono il più bravo a fare i grattacieli, Mias, che aveva fatto quello straordinario edificio nel ’29 e progettano l’edificio miessiano. Lo vedete, assomiglia un po’ al Pirelli. Poi a un certo punto capiscono che non gli appartiene, non si può vivere di appropriazione indebita anche sul piano culturale e fanno una seconda versione alla Le Corbusier, col tetto giardino. Questo è un edificio lecorbuseriano. Però capiscono che qualcosa non funziona ancora e così lo fanno un po’ italiano. C’è un piccolo triangolino rosso sul tetto, ci mettono un tettino. Ecco, l’edificio che diventa una specie di torre, ha un piccolo tettino di cui si vergognano, vedete quanto è piccolo, dal basso non si vede. Poi ad un certo punto, intellettualmente scatta un meccanismo per cui si liberano di un’estetica che non gli appartiene e fanno l’edificio che è questo, che è la torre Velasca che conosciamo oggi, neoliberty, storicista, che non ci piace. Possiamo dire quello che vogliamo di questo edificio, ma questo è un edificio straordinario che rappresenta Milano, la sua identità, un modo di vivere, un modo di pensare, il colore della città e via. Certamente un edificio che ha fatto molto discutere. Quando Rogers lo presenta sul tavolo del SIAM nel ’59, gli altri architetti moderni si alzano indignati, dicendo che è un traditore dell’estetica della cultura moderna. Ma non è vero! Rogers cercava di interpretare il ruolo dell’architettura moderna nell’esistenza ambientale. Cercava la verità, l’autenticità, cercava di rappresentare se stesso, come pochi anni prima avevan fatto Visconti, De Sica, Rosselini ma anche Vasco Pratolini nei suoi scritti e via. Ecco, è su questo rapporto che ci dobbiamo interrogare sempre. E’ questo quello che a noi interessa, cioè cogliere l’aspetto di congiunzione tra passato, presente e futuro, affinché la città di oggi sia moderna come la vogliamo, sia abitabile, confortevole ma sia anche piena di quei valori che in fondo amiamo, a cui in fondo siamo anche legati. Tuttavia, se guardiamo alla storia attraverso lo storicismo, immediatamente siamo su un percorso che non ci porta da nessuna parte. Ma se dimentichiamo la storia e ci sradichiamo da noi stessi e costruiamo una città tutta nuova, con valori tutti da scoprire, forse non ci ritroviamo, non troviamo le strade, gli ingressi, i luoghi dove ritrovarsi, il bar dove andare a far colazione, e via. Allora è molto interessante riuscir a mettere assieme questi tre aspetti. Noi cerchiamo di fare questo, è un lavoro che abbiamo fatto qualche anno fa, siamo nel 2003, è l’ingresso della biennale d’arte di Venezia. Il direttore era Francesco Bonani e ci chiede di fare l’ingresso della Biennale e noi pensiamo di non fare l’ingresso, ma di mettere in rete le varie parti, le varie sezioni della mostra e pensiamo di trovare un elemento di connessione, che è appunto un cavo dentro il quale scorrono le informazioni, che lega le varie sezioni della mostra. Iniziamo a portare questo cavo e qualcuno ha detto:” è troppo moderno”. Io non lo so, io ho detto è troppo antico, ecco questo cavo dentro la città di Venezia. Ma guardate, qualcuno diceva che era modernissimo, io ho detto no, sono rocchi di colonna come facevano i greci quando facevano i templi. Qualcuno ha detto che è una roba antica. Io non so se era antico, se era passato, se era presente, se era futuro. Io so che con questo progetto tentavamo di raccontare l’idea di congiunzione tra le parti della mostra e che l’idea di entrare dentro la Biennale era la messa in rete delle idee, cioè era entrare in un mondo di comunicazione, di contatti tra persone. E quando questo oggetto entrava in contatto con la città antica, immediatamente la valorizzava, ne scopriva degli scorci, ne individuava degli sguardi, il che vuol dire che forse questa contrapposizione tra modernità e storia non c’è, come ha scritto Le Corbusier. Forse non dobbiamo pensare di essere moderni, non dobbiamo pensare di essere antichi, forse dobbiamo pensare di essere noi stessi e di interpretare la realtà così com’è. Poi diventano ruoli anche divertenti, dove si può giocare, questo è anche un compito della città e dove si può saltare e si è sempre saltato, gli italiani hanno sempre un po’ saltato e scherzato su di loro. Allora faccio anch’io un salto in una città che è San Giovanni Val d’Arno. Noi stiamo facendo a San Giovanni Val d’Arno un piccolo intervento, un pezzo di città. Sono un centinaio di alloggi in un paese, in un villaggio, in una città, chiamatela come volete. disegnata da Arnolfo Di Cambio. Non una città qualsiasi. Questo che vedete, questo rettangolo murario. è disegnato nel 1300 da Arnolfo di Cambio. Gregotti ha fatto il nuovo ospedale, là fuori, un grande parallelepipedo di pietra e il vecchio ospedale (che è in quell’area lì che vedete) deve diventare un’altra cosa e c’è stato un grandissimo dibattito su come farlo. Allora il sindaco ha detto: io lo voglio moderno, basta con la storia, la città medioevale. Ha chiamato Gianni Pettena e ha detto: consigliami un architetto che faccia una cosa stravagante, radicale e lui gli ha consigliato Hans Hollein. E Hans Hollein ha fatto una torre di titanio alta 11 metri. Il sindaco naturalmente ha fatto una battaglia in favore di questa torre di titanio e i cittadini si sono opposti. In un modo un po’ gretto, se volete: il nuovo fa paura, ma anche in un modo intelligente. Sentivano che quell’oggetto non gli apparteneva, come dire, non raccontava la verità su questo pezzo di città. E così, caduta l’ipotesi Hollein, abbiamo iniziato a lavorare su questo pezzo di città. Abbiamo avuto l’incarico dalla Multidevelopment del luogo, diciamo così per fare gli onori di casa, da una società di investimento e abbiamo iniziato a ragionare sul rapporto che questo luogo, questo spazio urbano stabilisce con la piazza centrale e con i bordi, con i margini di questa città. Abbiamo fatto un ragionamento sul disegno urbano, su cosa avesse in mente Arnolfo, e Arnolfo aveva in mente una cosa straordinaria. Perché il disegno di Arnolfo, e queste sono scoperte degli ultimi anni, è la città ideale, è la Tavola di Urbino. Questo non lo dico io, l’ha detto il prof. Marco Romano, che ha scoperto una singolare somiglianza tra San Giovanni Val d’Arno, che è questa e la Tavola di Urbino che è questa. Ora si dà anche il caso che la Tavola di Urbino, non nella sua immagine colorata di cui c’è ignoto l’autore, sia attribuita, nella parte del disegno, a Leon Battista Alberti. Allora vuol dire che 150 anni dopo Arnolfo, Leon Battista Alberti pensa che quella è la città ideale, che San Giovanni Val d’ Arno è la città ideale e usa quelle misure, quelle proporzioni per il disegno di questa città. Quindi capite che il carico di responsabilità non è male. Però noi, nel pensare a questa parte di città, non facciamo un grande sforzo. Guardiamo la realtà delle cose, facciamo un po’ come ha fatto Visconti in “Ossessione”, guardiamo la provincia, guardiamo intorno, guardiamo questi tetti e cerchiamo di concepire un edificio, che ovviamente è un edificio medioevale, ma non è il medioevo che immaginava Arnolfo, non è storicismo, non è il medioevo già rinascimentale, è proprio un medioevo autentico, fatto di imprecisioni, fatto di movimenti di tetti e di coperture, dove però è rispettata la trama della città, dove le strade confluiscono in un luogo che è la piazza. E in questa piazza, come ha fatto vedere Willem-Joost all’inizio, non ci sono automobili, si cammina, ci sono i negozi a terra come nei centri storici e ci sono tranquillamente i pedoni che vanno senza inquinamento, senza sporco, come stiamo tentando di fare anche a Como, che vi mostro adesso. A Como abbiamo cercato di fare una città che è una città di oggi che guarda alla realtà e alla verità. Una città dove si può camminare, dove non ci sono le automobili, dove possibilmente le tangenziali passano dall’altra parte. Quindi lo sforzo, che è stato fatto con molti, è stato: uno, quello di deviare le grandi arterie di traffico, due, quello di trasformare completamente il suolo in un giardino, in un parco. Cioè tutta la copertura dei garage ma anche delle parti commerciali, dei negozi, è uno spazio verde, è un parco, questo che vedete, e abbiamo lavorato sui livelli, quindi sugli strati. Questo lo avete visto anche su un’immagine iniziale, nella città di oggi si può lavorare anche per sezioni verticali, mettendo le automobili sotto e poi specificando sempre di più i vari strati. Ma l’aspetto più importante per noi è questo: c’è una città come la troviamo nelle città che amiamo cioè nei centri storici. Non nella forma, nella sostanza. C’è l’ufficio, c’è la residenza, c’è il negozio, c’è il passeggio. Non c’è la città dove solo si dorme, penso a Sesto San Giovanni, a tante periferie, la città dove si lavora MilanoFiori, la città dove si va a divertirsi… con la conseguenza che per spostarsi da un luogo all’altro intasiamo il traffico e creiamo grandissimi problemi di viabilità. Ecco questo è quello che noi abbiamo cercato di fare. E’ una città, vedete, dove in fondo cerchiamo di rappresentare sia il valore futuro della contemporaneità, le immagini nuove, sia il valore di una città fatta di rapporti anche vecchi, anche antichi, anche conosciuti, anche consueti. Chiudo con questo brevissimo esempio. E’ possibile esportare questo modello culturale? Cioè, noi italiani siamo veramente alla deriva del mondo e gli architetti italiani sono in una fase di retroguardia come sembra? Oppure forse questa idea di guardare alla realtà, alla verità possiamo anche raccontarla? Noi abbiamo alcuni lavori a Pechino e da alcuni anni cerchiamo di stare là, anche con un insuccesso economico totale, ma ci interessa capire se possiamo (queste sono scene di film tratti da artisti della cinematografia cinese) trovare una via di mediazione tra la città orizzontale e la città verticale: è possibile proporre tra passato, presente e futuro dei modelli alternativi? In Cina, in questo momento, non hanno alternative. Questo è il passato, questo è il futuro. E non hanno trovato una via intermedia di dialogo, che è la città dove noi viviamo. Ora noi non dobbiamo esportare là il nostro modello culturale, però forse il nostro modello culturale può essere utile per ragionare su queste diversità e questo l’abbiamo cercato di fare in questo progetto di una ristrutturazione di Utong in Cina. L’Utong è un quartiere unità orizzontale e abbiamo pensato che se ci vogliono più metri quadri, se ci vuole una città con le macchine, dobbiamo usare lo spazio, non andare in altezza, ma continuare a lavorare sulla città orizzontale, utilizzando per esempio le superfici delle coperture come piste per lo skate, utilizzando l’idea dei tetti a padiglione per illuminare gli spazi interni. E così abbiamo fatto un ragionamento di una città fatta di mixage, una città contemporanea che però rifiuta l’estetica USA, un’immagine che noi pensiamo possa essere accettata e essere anche di esempio per un modo di lavorare che sia anche memoria di ciò che la nostra cultura, non solo architettonica ma anche figurativa, nella cinematografia, nella fotografia, ha fatto nei nostri anni migliori. Grazie.
MODERATORE:

Io ringrazio tutti gli amici che sono intervenuti a questo incontro del Meeting di Rimini. Avevo aperto dicendo: mi auguro che possa essere un inizio di confronto, di discussione. Mi sembra che la passione con cui ha concluso Marco Casamenti e l’autoironia con cui aveva introdotto De Vries, quando diceva che “noi architetti abbiamo un forte ego”, possa permetterci invece di dire: vediamoci il prossimo anno e andiamo avanti. Grazie.








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