Modulo storico-culturale L’età dell’imperialismo e del Naturalismo



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Modulo storico-culturale L’età dell’imperialismo e del Naturalismo
MODULO 1A Modulo storico-culturale L’età dell’imperialismo e del Naturalismo

- Caratteri generali

- Le strutture politiche, economiche e sociali dell’Italia postunitaria

- Le ideologie, le trasformazioni dell’immaginario, i temi della letteratura e dell’arte: l’idea di progresso e l’Esposizione nazionale del 1881; le macchine e il treno (PT); la città e la folla (PT)

- La cultura filosofica: il Positivismo

- Le poetiche. Flaubert e il Realismo: la “descrizione” prende il posto della “narrazione”, l’ “impersonalità” si sostituisce alla partecipazione

- Il Naturalismo francese e il Verismo italiano: poetiche e contenuti

- Le arti: dal Realismo all’Impressionismo (PT Il tema della ballerina nella letteratura e nell’arte cfr. Verga)


1) Il periodo considerato ha inizio, in Europa, nel 1849, quando si conclude il movimento rivoluzionario per l'indipendenza nazionale e per l'instaurazione di regimi liberali o democratici. Termina nel primo decennio del Novecento, in coincidenza con la piena affermazione della seconda rivoluzione industriale (iniziata nel 1896).

In Italia assumiamo come data iniziale il 1861, anno in cui viene proclamata l'unità nazionale (seppure senza Veneto e senza Roma), e come data finale il 1903, anno in cui Giolitti va al potere.

Sul piano letterario, subito dopo il 1848, Flaubert e Baudelaire anticipano, in Francia, le tendenze che pochi anni dopo s'impongono con il Naturalismo e con il Simbolismo, mentre in Italia le loro posizioni vengono accolte e propagandale dal movimento della Scapigliatura, che si sviluppa a Milano dopo l'Unità.

Per quanto riguarda la data di chiusura, il 1903, essa è confermata dal fatto che nell'anno successivo, il 1904, nasce l'Espressionismo e con esso prende avvio, anche in Italia, la grande stagione. delle avanguardie primonovecentesche.

Il periodo considerato vede il passaggio in Europa da una borghesia liberista a una imperialista. Negli anni Novanta dell'Ottocento l'imperialismo economico e militare è ormai una nuova realtà. Esso costituisce la base di ripresa dello sviluppo economico: può prendere così avvio la seconda rivoluzione industriale che si sviluppa a cavallo fra i due secoli (1896-1910).

Anche le innovazioni tecnologiche contribuiscono a porre le basi per una ripresa dello sviluppo. Si diffondono il telefono, il microfono, il grammofono, il telegrafo senza fili, la fotografia, e poi, verso la fine del secolo, il cinematografo, la bicicletta, l'automobile, la macchina da scrivere. Fra gli anni Ottanta e Novanta nascono l'industria elettrica e quella dell'automobile. Alla fine del secolo le luci elettriche illuminano le città, mentre cominciano a circolare i primi tram elettrici. Ne consegue il lento declino delle macchine a vapore, progressivamente sostituite da quelle elettriche. Bisogna aggiungere poi, fra la fine del secolo e l'inizio del nuovo, il ruolo trainante che, accanto all'elettricità, viene ad avere una nuova fonte di energia, il petrolio.



L’Italia partecipa allo sviluppo dell'economia europea da posizioni ancora assai arretrate. Successivamente, il protezionismo, promosso dal governo della Sinistra a partire dal 1880, produce una certa accelerazione dello sviluppo del settore siderurgico e metalmeccanico. La Prima Esposizione Nazionale tenutasi a Milano nel 1881 vede l'affermazione di questa città, giunta a 300.000 abitanti, e ormai considerata la capitale economica d'Italia.

Il vero e proprio decollo industriale del nostro paese sarà avviato solo negli ultimi anni del secolo e all'inizio del successivo. Un momento significativo di tale sviluppo è la fondazione della FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino) a opera di Giovanni Agnelli, nel 1899.

Bisogna notare tuttavia che l'industrializzazione timidamente avviata nel corso dell'Ottocento e affermatasi alla fine del secolo riguarda solo settori limitati del territorio nazionale, per lo più ristretti al triangolo Torino-Milano-Genova. Il resto del paese resta prevalentemente agricolo e profondamente condizionato dalla “questione meridionale". Fattori di crisi o di arretratezza del Meridione furono: lo squilibrio dello sviluppo a tutto vantaggio del Nord (la Banca nazionale del Nord godette di condizioni di privilegio che penalizzarono le banche meridionali); l'applicazione, da parte della Destra, che tenne il potere dal 1861 al 1876, di un duro sistema fiscale che colpiva soprattutto le masse contadine (basti pensare alla tassa sul macinato introdotta nel 1868); la diffusione del brigantaggio e il conseguente regime di occupazione militare in cui vennero tenute intere regioni del Sud; il potere dell'usura che impediva la nascita di un ceto di piccoli e medi proprietari, soffocati dai debiti. Esplode così, nella seconda metà degli anni Sessanta, la cosiddetta "questione meridionale", rivelata al paese dalle coraggiose inchieste di Franchetti e Sonnino e dagli scritti di Pasquale Villari e di Giustino Fortunato. Anche il Parlamento promosse indagini conoscitive e inchieste sullo stato dell'agricoltura, fra cui quella coordinata dal conte Stefano Jacini fra il 1877 e il 1884.
2) Le ideologie, le trasformazioni dell’immaginario, i temi della letteratura e dell’arte: l’idea di progresso e l’Esposizione nazionale del 1881; le macchine e il treno (PT); la città e la folla (PT)

L’ Ottocento è il secolo in cui trionfa la modernità, sconvolgendo tutti i tradizionali riferimenti e il modo stesso di percepire e sentire la vita. Il treno, il telefono, il telegrafo, l'automobile trasformano il modo di vivere lo spazio e il tempo, rendendo agevoli e rapide le comunicazioni e il trasporto. Da un lato il capitalismo imperialista tende a unificare sotto il proprio controllo tutti i continenti e la vita umana si "mondializza" - il suo orizzonte ormai è l'intero pianeta -; dall'altro la fotografia e il cinema permettono di vedere "come realmente sono" uomini, paesaggi e paesi mai visti e mai visitati direttamente. Comincia a profilarsi, alla fine dell'Ottocento, quel fenomeno che poi si è sviluppato nel corso del Novecento e che oggi appare ormai realizzato e sotto gli occhi di tutti: la contemporaneità e la compresenza, nella coscienza di ogni uomo, di passato e di presente, di luoghi lontani e luoghi vicini.

La capitale della modernità è Parigi. Un’unica città italiana che possa corrisponderle è Milano. Qui Verga compie l'esperienza della folla. La «frenesia» di Milano di cui si parla in diverse sue lettere è la frenesia del moderno, e costituisce una sorta di droga di cui l'artista non può fare a meno.

Milano è la città dell'Esposizione Nazionale inaugurata il 5 maggio 1881, l'anno della pubblicazione dei Malavoglia di Verga. Il trionfo dell'industria, della tecnica della macchina vi trova la sua celebrazione.

Esposizioni come queste erano frequenti nelle varie capitali europee, e avevano un chiaro significato: esaltavano infatti l'ideologia principale della modernità, quella del progresso. L’Ottocento è infatti il secolo in cui l'idea di progresso diventa senso comune. Essa era nata in età illuministica, ma è negli anni del positivismo (1840-1890) che s'impone definitivamente nell'immaginario collettivo assumendo forme ancor oggi vive e operanti.

Si diffonde allora un'idea "progressista" della storia assai diversa da quella ciclica o da quella cristiana. Essa ruota intorno a questi punti:

1) il nuovo e il giovane sono portatori di un valore positivo mentre ciò che è vecchio o appartiene a fasi diverse dello sviluppo umano appare "arretrato" e negativo;

2) il miglioramento materiale dipendente dalle scoperte scientifiche e tecnologiche coincide con quello intellettuale e spirituale;

3) tutto il mondo partecipa, più o meno, a tale sviluppo: esso è sostanzialmente unitario e le parti più arretrate del pianeta dovranno necessariamente seguire l'esempio di quelle più avanzate.

In tale senso comune influiscono idee filosofiche ereditate dall'Illuminismo, le nuove teorie del fondatore del Positivismo, Auguste Comte, e le concezioni evoluzionistiche elaborate da Spencer e Darwin.

Comte vede nel metodo scientifico la garanzia della realizzazione del progresso; Spencer e Darwin, rapportando la condizione umana a quella delle specie animali, individuano nella «lotta per l'esistenza» e nella «selezione naturale» gli strumenti attraverso cui, in modo evolutivo, l'umanità passa a livelli sempre più elevati di organizzazione sociale.

A formare il nuovo senso comune contribuiscono anche le ideologie dell'imperialismo, che giustificano il colonialismo nel nome del progresso (l'uomo occidentale è visto come portatore di civiltà in Africa e in Asia) e la politica di potenza nel nome della «selezione naturale» e della legge del più forte che s'impone nella «lotta per la vita».

Si diffonde, insomma, una mentalità "realistica" e materialistica, che muove dal rispetto per i dati di fatto e per i rapporti di forza. Essa è portata avanti dalla nuova borghesia positivistica e imperialistica, ma trova parziale accettazione anche presso il nascente movimento operaio.

L'enfatizzazione degli aspetti puramente tecnici, meccanici e materiali del progresso provoca però anche scontentezze e disagi, e non manca chi pone invece l'accento sulle contraddizioni del progresso. (Baudelaire, Nietzsche, Verga, Pirandello).

L'industrializzazione e lo sviluppo della tecnologia moderna potevano essere salutati con entusiasmo, ma potevano essere visti anche come una minaccia per il mondo umanistico e per un ceto intellettuale che spesso proveniva dalla campagna e dalla provincia. Si pensi al diverso modo con cui penetra nell'immaginario collettivo l'immagine del treno che modifica sia il consueto panorama delle campagne, sconvolgendole con la sua corsa a velocità allora incredibili, con il fumo e i fischi della vaporiera, sia lo scenario cittadino, in cui la stazione ferroviaria diventa formicolante luogo d'incontro di uomini di regioni e spesso di paesi diversi. In Zola, che scrive un intero romanzo d'ambiente ferroviario, La bète humaine (La bestia umana, 1890), il treno può diventare simbolo positivo del progresso, dello scambio dei popoli e delle merci, ma può essere raffigurato anche come un mostro orribile, che travolge i sentimenti e l'interiorità dell'uomo, o come emblema della estraneità del mondo moderno al destino dei reietti e della società arcaico-rurale. In Verga il treno rappresenta costantemente l'indifferenza dei ricchi borghesi nei confronti dei contadini siciliani (nella novella Malaria) o del disoccupato che si suicida gettandosi sotto le ruote del convoglio (in L'ultima giornata).
3) La cultura filosofica: il Positivismo da Comte a Darwin e Spencer

Il Positivismo domina nella cultura europea fra il 1849 e il 1890 circa. Era stato fondato dal filosofo francese Auguste Comte (1796-1857) nel suo Course de philosophie positive [Corso di filosofia positiva], uscito fra il 1830 e il 1842. Secondo Comte, l'unica conoscenza possibile è quella che si realizza secondo il metodo scientifico, il quale non considera il problema delle cause ultime ma si propone esclusivamente di analizzare il rapporto di causa-effetto nei fenomeni obiettivamente e sperimentalmente osservabili. E’ stato grazie all'impiego di un rigoroso metodo sperimentale che l'astronomia, la fisica, la chimica, la matematica sono diventate scienze d'avanguardia. Ora si tratta di fondare la sociologia, la scienza più difficile e più complicata perché ha per oggetto l'uomo.

Si sviluppa in questi anni una cultura che presenta le seguenti caratteristiche:

1) un rigoroso materialismo, che riconduce la condizione umana a quella di ogni altro animale ed esclude qualsiasi soluzione di tipo metafisico e spiritualistico;

2) un sostanziale determinismo: l'uomo è determinato dagli istinti, dai bisogni materiali, dalla situazione storica cui vive;

3) una concezione del progresso fondata sull'evoluzionismo: le diverse specie si evolvono attraverso la «lotta per la vita» e la «selezione naturale», adattandosi, quale più, quale meno, all'ambiente e affermandosi o scomparendo in relazione a tale adattamento.

La teoria evoluzionistica assume la denominazione di "darwinismo" dal suo fondatore, lo scienziato naturalista inglese Charles Darwin.

Un altro esponente di tale teoria è un altro inglese, Herbert Spencer.



La teoria di Darwin (1809-1882) si può sintetizzare in due punti.

1) la lotta per l'esistenza e la selezione naturale distruggono le specie deboli, ma ne creano anche di nuove o rafforzano quelle che sopravvivono, rendendole più resistenti

2) all'interno di ciascuna specie si realizzano variazioni organiche prodotte dal rapporto con l'ambiente e perciò tali variazioni, se produttive e vincenti, tendono a consolidarsi per via ereditaria.

Per Spencer (1820-1903) le regole dell'evoluzione sono eguali nel mondo naturale e nel mondo sociale, e sono segnate dal passaggio dal semplice al complesso, dall'omogeneo all'eterogeneo. Proprio perché si tratta di un'evoluzione naturale e dunque lenta e graduale, non è possibile pensare di risolvere i problemi sociali con la rivoluzione: occorre lasciare che, sotto la spinta dei bisogni materiali di ciascuno e del libero conflitto delle classi, il progresso si realizzi da solo, attraverso la lotta e la selezione naturale. Qualsiasi azione statale, che, animata da "buoni sentimenti”, intervenga in questa dinamica sociale (per esempio, per proteggere gli strati sociali più deboli), rischia perciò di contrastare o di ritardare l'attuazione concreta del progresso. Questa teoria - che è stata chiamata "darwinismo sociale" - servì ideologicamente a giustificare la repressione delle lotte sociali, la politica imperialistica e la lotta per la concorrenza capitalistica fra aziende e fra interi Stati. In essa inoltre l'idea di progresso si conciliava con una certa dose, da un lato, di cinismo e di accettazione delle leggi del più forte e, dall’altro, di rassegnazione e di "fatalismo", che ebbe una forte influenza su alcuni scrittori veristi e, in Italia, su Verga.


La lotta per la vita: l'individuo, le classi e la società

La teoria darwiniana della lotta per l'esistenza influenza sia la teoria politica e sociale (in particolare con Spencer), sia i programmi letterari (soprattutto con Verga). Erano le condizioni dirette di vita, con lo schiacciamento delle classi lavoratrici e l'affermarsi della borghesia imprenditoriale, a rendere attuali quei temi.

Una delle sue prime manifestazioni, infatti, può essere riscontrata già in Madame Bovary di Flaubert, del 1857. La protagonista cerca disperatamente l'affermazione di se stessa, e questa affermazione si compie in un orizzonte sociale ben chiaro. Educata in un collegio, ma costretta a sposare un mediocre medico di campagna, Emma sogna il gran mondo dell'aristocrazia e di Parigi, conosciuto solo attraverso le sue letture. Sfuggire al tedio della provincia in cui è relegata vuol dire ascendere socialmente e infrangere le norme borghesi. L'adulterio è anzitutto una sfida alla classe cui Emma appartiene. Alla realtà che la circonda e al posto che ha in essa, la donna contrappone i sogni romantici e letterari. Ma è la realtà a vincere. Sopraffatta dal debiti che, nel suo desiderio di lusso e di evasione, ha contratto con un mercante -usuraio, allontanata dal suo amante, sola, Emma si suicida. La sua “lotta per la vita" non è dunque propriamente una lotta per la sopravvivenza materiale (neppure quando si trova di fronte alla mole di debiti accumulati): è una lotta per l'affermazione di sé e per l'ascesa sociale. L’ordine delle classi non è mai minimamente posto in discussione: Emma non si ribella alla grettezza piccolo-borghese in nome di un ideale di società diversa; al contrario, essa è vittima due volte: sia della classe cui appartiene, sia delle classi superiori, che esercitano su di lei un fascino al quale non sa sottrarsi, e che la perderà.

La differenza fra le classi è invece affrontata come problema di giustizia sociale e di morale da Dostoevskij. RaskoInikov, il protagonista di Delitto e castigo (1866), è un povero studente di provincia trasferitosi nella grande città, Pietroburgo, costretto a una vita di stenti. Ma per lui la miseria non è un fatto privato: è un’ingiustizia collettiva, che richiede una rivolta esemplare. Raskolnikov si sente schiacciato nella sua dignità di uomo, ma trova una risposta che Dostoevskij denuncia come paradossale: uccidendo una vecchia usuraia, libererà tanta gente nelle sue condizioni dall'incubo dei debiti e, al tempo stesso, cancellerà un'altra vita umana. In Delitto e castigo il problema diventa così più morale che politico. Dal punto di vista politico, infatti, la decisione omicida di Raskolnikov ha un valore molto ristretto e per lo più simbolico; ma dal punto di vista etico ha un valore decisivo: si può rispondere alla violenza di condizioni sociali abbrutenti con altra violenza? La crisi dei valori tradizionali e, in particolare, di quelli religiosi, rende legittimo l'assassinio?

Anche Tolstoi propone un ideale conciliativo, e anzi elabora una vera e propria utopia. In Guerra e pace (1863 -69) e in Anna Karenina (1873 -77) al mondo disordinato della città e della storia si contrappone il mondo della campagna, dove sanate le ingiustizie sociali, i proprietari terrieri si fanno carico del miglioramento delle condizioni di vita dei contadini, individuati come portatori di valori autentici e come parte sana della «grande madre Russia». L’utopia di Tolstoj è un'utopia che, unendo elementi evangelici e elementi di socialismo umanitario (dunque, non marxista), cerca una via di fuga dalla brutalità del mondo moderno. La lotta per vita viene dunque risolta in nome di valori "arcaici", religiosi, che scavalcano i problemi dell'industrializzazione (che, del resto, non si era ancora affermata nell'Impero zarista).
Lo sguardo con cui i naturalisti osservano e denunciano la lotta per la vita ignora invece del tutto una prospettiva religiosa. Piuttosto che il profondo impegno etico dei russi incontriamo la volontà di esame scientifico. Il mondo descritto da Zola è del resto un mondo pienamente moderno: il mondo della grande metropoli, della provincia che ne dipende, della rivoluzione industriale. Il rapporto fra le classi è visto nelle sue precise dinamiche sociali e politiche. Nel grande ciclo dei Rougon-Macquart è tutta la società francese contemporanea a essere presa in considerazione, con i suoi conflitti interni e reciproci. L’atteggiamento di Zola non è però solo quello dello scienziato che studia il comportamento dei singoli e delle classi: è anche quello di chi denuncia, pur senza voler proporre, nei romanzi, soluzioni o giudizi espliciti.
Nei veristi italiani, e in particolare in Verga, la denuncia acquista un valore complesso. La lotta per la vita è vista come un fenomeno "fatale", ma, al tempo stesso, come un fenomeno indotto o acuito dalle contraddizioni del mondo contemporaneo. L’esistenza dei Malavoglia è sconvolta dal desiderio di arricchirsi e di ascendere socialmente, turbando l'equilibrio immobilista della vita da pescatori. Il tracollo che la famiglia subisce con il fallimento dell'affare dei lupini la getta però in una vera lotta per la sopravvivenza: il crollo economico diventa - anzitutto per il vecchio padron 'Ntoni - un crollo morale e una crisi d'identità. Privato della sua casa (la casa del nespolo, che rappresenta l'unità familiare e i valori che le sono connessi), padron 'Ntoni è privato della sua storia e del suo mondo. Allo stesso modo il vagabondare di'Ntoni, che rifiuta l'ordine di Aci Trezza, rappresenta un disagio profondo della persona. La prospettiva progressista di Zola è del tutto assente.

Ma la lotta per la vita può svolgersi su un piano più alto e complesso, come avviene nel Mastro-don Gesualdo (1889). Qui l'accanimento e la fatica spese dal protagonista per arricchirsi e passare, da muratore, a ricco possidente imparentato con dei nobili non esprimono un bisogno immediato e semplicistico di benessere. Nell'accumulo di beni (già registrato nella novella La roba) si incontrano istanze diverse: uno spirito imprenditoriale e capitalistico moderno; un senso del possesso contadino legato invece a una società arcaica e premoderna; un bisogno sociale di affermazione, che subisce il fascino delle classi alte (e, in particolare, dell'aristocrazia). Nel Mastro-don Gesualdo, a differenza di quanto accadeva ne I Malavoglia, mutare condizione sociale ed economica è possibile; ciò che non è possibile è essere riconosciuti dai membri della nuova classe sociale in cui si entra. La lotta per la vita diventa così una lotta simbolica per il riconoscimento destinata al fallimento. Lo dimostra la morte di Gesualdo, che, accolto nel palazzo nobiliare del genero, è circondato dall'ostilità dei domestici che vedono in lui non un signore, ma sempre e comunque un uomo di bassa condizione. La mobilità sociale effettiva è dunque smentita dall'ímmobilismo culturale e ideologico: chi muta condizione è destinato a vivere come un estraneo e un intruso.



Il messaggio di Verga, con la sua lucidità e il suo pessimismo, poteva riuscire perturbante nell'Italia umbertina. Si impose infatti una visione molto più conciliatoria, come quella di Edmondo De Amicis con Cuore (1886). Nel suo socialismo umanitario, i conflitti reali vengono sublimati e cancellati in nome di valori tradizionali. Alla realtà della lotta per la vita si sostituisce così la favola edificante di una bontà in cui tutte le classi si abbracciano concordi.

3) Le poetiche. Flaubert e il Realismo: la “descrizione” prende il posto della “narrazione”, l’ “impersonalità” si sostituisce alla partecipazione

Realismo (con la maiuscola, questa volta). Esso si afferma in Francia, e poi negli altri paesi d'Europa, dopo i fatti del 1848-49, e si caratterizza per la tendenza antiromantica. Mentre il Romanticismo, anche nel romanzo realista di Balzac o di Manzoni, aveva dato ampio rilievo alla soggettività, agli ideali dell'autore, che interveniva con i suoi commenti all'interno della narrazione, ora si tende a una rappresentazione oggettiva, che esclude il commento esplicito dell'autore e la manifestazione dei suoi sentimenti. Inoltre si respinge l'idealizzazione della realtà e si punta alla sua descrizione scientifica.
Mentre il realismo romantico tende alla partecipazione (partecipazione del narratore alle vicende della narrazione e, in generale, dello scrittore alla società), il Realismo mira all'osservazione distaccata. La differenza fra realismo romantico e Realismo come movimento comporta una differenza fra due modi di rappresentare, come ha sottolineato il grande critico ungherese Gyórgy Lukács, il primo preferisce la "narrazione", il secondo la "descrizione". Lo scrittore romantico narra: attraverso la viva partecipazione alle vicende, riporta ogni dettaglio all'interno di un discorso complessivo (il senso della storia, la volontà della Provvidenza) che lo spiega; invece lo scrittore seguace del Realismo e poi del Naturalismo (che ne applica i principi in modo ancor più rigoroso) descrive, si limita cioè a osservare, mettendo in risalto i particolari oggettivi e valorizzandoli in quanto tali, senza ricondurli a un ordine complessivo di significati. Si profila insomma una situazione di estraneità dello scrittore, che riflette la sua nuova posizione nella società, non più protagonistica, ma marginale.
La tendenza alla "narrazione" realistica continua nei paesi dove lo sviluppo capitalistico è più arretrato: di qui il realismo ancora romantico di Tolstoj in Russia (Guerra e pace, 1869, è, in fondo, ancora un romanzo storico). Ma in Francia e poi anche in Italia s'impone invece il Realismo come movimento specifico, ,in cui la " descrizione" prevale sulla "narrazione".
Il romanzo con cui il Realismo si afferma definitivamente, in Francia, è Madame Bovary di Gustave Flaubert, uscito in volume nel 1857. L’opera è antiromantica sia sotto il profilo ideologico (vi viene presa di mira la concezione romantica della protagonista, condannata come ridicolmente velleitaria), sia sotto il profilo tecnico-letterario. Infatti lo stile è rigorosamente antisoggettivo, volto alla documentazione e all'esclusione accurata dei sentimenti e delle ideologie dell'autore. Per la prima volta viene teorizzata l`impersonalità": lo scrittore deve rinunciare a confessarsi e a prendere posizione e limitarsi alla rappresentazione oggettiva della realtà, eclissandosi nell'opera come Dio nella creazione. Secondo Flaubert, inoltre, l'arte deve assumere la stessa precisione delle scienze fisiche. E’ una svolta radicale rispetto al realismo romantico.

Nel 1865 con Germinie Lacerteux di Edmond e Jules de Goncourt nasceva il Naturalismo, in cui le posizioni espresse dal movimento del Realismo diventano una proposta autonoma e organica.

In Italia le posizioni dei realisti francesi vengono riprese da alcuni scrittori della Scapigliatura (come Emílio Praga) e dal giovane Verga di Eva, Tigre reale, Eros.




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